Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
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Chiamiamola semplicemente la fallacia dei costi irrecuperabili *
(Kim Wexler)
[*errore cognitivo che porta a perseverare in un'azione o decisione, anche quando non è più razionale o conveniente, a causa degli investimenti (tempo, denaro, sforzo) già fatti e non più recuperabili]
Questo anime è il perfetto esempio di cosa è diventata gran parte dell’animazione giapponese, vittima dell’eccessiva offerta e delle micronarrazioni, talmente micro che la storia si esaurisce già nel titolo dell’anime. “Can a Boy-Girl Friendship Survive?”: una domanda retorica (a cui l'originale giapponese fornisce anche la risposta), che rappresenta insieme la trama e anche lo spoiler del finale.
Yu è un ragazzo con la passione per la bigiotteria floreale. Onestamente questa mi mancava e rappresenta l’unico elemento originale di tutta la serie. Il ragazzo è contento di passare tutta la sua adolescenza chiuso nel laboratorio a produrre oggettini da bancarella con i fiorellini dentro. Condivide questa sua passione con Himari, una fastidiosa cretinetta con palesi disturbi della personalità. Ma gnocca, e si sa che questo risolve tutto. Una ragazza popolare (a quanto ci dicono) e con un futuro da modella (sulla carta) ma che nella pratica passa tutte le sue giornate chiusa nel laboratorio a guardare Yu che produce i suoi oggettini.
Rispetto alle classiche romcom in cui i personaggi sono tipicamente ultra timidi e fanno fatica a dirsi “ciao”, qui siamo all’estremo opposto. I due sono “amici” ma sin dall’inizio fanno discorsi di sposarsi insieme a 30 anni, di vivere insieme, oltre al fatto che Himari spesso stuzzica Yu in modo talmente esplicito da rendere surreale il fatto che non ci siano sviluppi. Insomma manco ci provano a dissimulare l’ovvia verità, scontata sin dal primo minuto di visione.
La caratteristica peculiare di Himari è la sua odiosa risata: la sfoggia continuamente in faccia a Yu, solitamente dopo avergli chiesto di baciarla o robe così. Spesso lui accetta le proposte ma, proprio mentre sta per agire, ecco che… “waaaaahahahaha te l’ho fatta!” e lo fa sentire un cretino. La cosa nonsense è che lei in realtà lo ama e quelle cose le desidera veramente: visto che è così, basterebbe lasciarlo fare, no? Ti sta per baciare… lasciati baciare! Così amicizia boy-girl finita e vi siete messi insieme. Eh ma così finirebbe l’anime dunque no. Troppo facile, troppo logico, portiamola avanti così all’infinito sta manfrina, senza senso né giustificazione di trama.
Nell’idillio ben presto si inserisce Enomoto, una ragazza irrealistica a dir poco: supergnocca tettona dere-dere, dolce, tipo ragazza dei sogni, disposta persino a umiliarsi per Yu. Col passare del tempo, da unico personaggio un minimo accettabile, diventa una macchietta dai comportamenti illogici e persino maneschi (dal nulla). Un po’ come tutti quanti in fondo, visto che l’illogicità e l’incoerenza sono il leitmotiv di tutta la serie. Non vale la pena spendere parole sugli altri personaggi, uno più inconsistente e irrealistico dell’altro e dai comportamenti randomici. Mi permetto solo un accenno per la sorella di Enomoto, una che compare all’improvviso dal nulla con fare da mafiosa, senza senso proprio. Il suo arco è stato il peggiore in assoluto.
Oltre alla relazione di amicizia boy-girl, l’unico altro tema presente nella serie è quello della produzione di questi accessori floreali. Un tema trattato con una pesantezza indicibile. Yu è un adolescente: vista la sua età, il suo è da considerarsi semplicemente un hobby. Un hobby che poi, da grande, se vorrà, potrebbe trasformare in professione. Ma anche no. Invece tutti quanti attorno a lui (specialmente gli adulti) ne parlano con un tono di solennità che lascia basiti, gli fanno discorsi pesantissimi sulla responsabilità della professione, sul dedicarsi anima e corpo al suo lavoro, lo mettono sulla croce se non mette la sua intera anima in ogni singolo pezzo che produce… ahò! E’ un ragazzino che va ancora a scuola. Prendetevi una camomilla.
Che altro dire? Disegni carini. Musiche nella norma.
Onestamente ho fatto fatica a finire questo anime.
Arrivato all’ultima puntata mi sono detto che dovevo scrivere una recensione perché altrimenti, se non lo avessi fatto, aver perso il mio tempo a guardarla sarebbe stato del tutto inutile.
Però, per scriverla, ci ho perso ulteriormente tempo.
Eh si, Kim, alla fine avevi ragione tu.
(Kim Wexler)
[*errore cognitivo che porta a perseverare in un'azione o decisione, anche quando non è più razionale o conveniente, a causa degli investimenti (tempo, denaro, sforzo) già fatti e non più recuperabili]
Questo anime è il perfetto esempio di cosa è diventata gran parte dell’animazione giapponese, vittima dell’eccessiva offerta e delle micronarrazioni, talmente micro che la storia si esaurisce già nel titolo dell’anime. “Can a Boy-Girl Friendship Survive?”: una domanda retorica (a cui l'originale giapponese fornisce anche la risposta), che rappresenta insieme la trama e anche lo spoiler del finale.
Yu è un ragazzo con la passione per la bigiotteria floreale. Onestamente questa mi mancava e rappresenta l’unico elemento originale di tutta la serie. Il ragazzo è contento di passare tutta la sua adolescenza chiuso nel laboratorio a produrre oggettini da bancarella con i fiorellini dentro. Condivide questa sua passione con Himari, una fastidiosa cretinetta con palesi disturbi della personalità. Ma gnocca, e si sa che questo risolve tutto. Una ragazza popolare (a quanto ci dicono) e con un futuro da modella (sulla carta) ma che nella pratica passa tutte le sue giornate chiusa nel laboratorio a guardare Yu che produce i suoi oggettini.
Rispetto alle classiche romcom in cui i personaggi sono tipicamente ultra timidi e fanno fatica a dirsi “ciao”, qui siamo all’estremo opposto. I due sono “amici” ma sin dall’inizio fanno discorsi di sposarsi insieme a 30 anni, di vivere insieme, oltre al fatto che Himari spesso stuzzica Yu in modo talmente esplicito da rendere surreale il fatto che non ci siano sviluppi. Insomma manco ci provano a dissimulare l’ovvia verità, scontata sin dal primo minuto di visione.
La caratteristica peculiare di Himari è la sua odiosa risata: la sfoggia continuamente in faccia a Yu, solitamente dopo avergli chiesto di baciarla o robe così. Spesso lui accetta le proposte ma, proprio mentre sta per agire, ecco che… “waaaaahahahaha te l’ho fatta!” e lo fa sentire un cretino. La cosa nonsense è che lei in realtà lo ama e quelle cose le desidera veramente: visto che è così, basterebbe lasciarlo fare, no? Ti sta per baciare… lasciati baciare! Così amicizia boy-girl finita e vi siete messi insieme. Eh ma così finirebbe l’anime dunque no. Troppo facile, troppo logico, portiamola avanti così all’infinito sta manfrina, senza senso né giustificazione di trama.
Nell’idillio ben presto si inserisce Enomoto, una ragazza irrealistica a dir poco: supergnocca tettona dere-dere, dolce, tipo ragazza dei sogni, disposta persino a umiliarsi per Yu. Col passare del tempo, da unico personaggio un minimo accettabile, diventa una macchietta dai comportamenti illogici e persino maneschi (dal nulla). Un po’ come tutti quanti in fondo, visto che l’illogicità e l’incoerenza sono il leitmotiv di tutta la serie. Non vale la pena spendere parole sugli altri personaggi, uno più inconsistente e irrealistico dell’altro e dai comportamenti randomici. Mi permetto solo un accenno per la sorella di Enomoto, una che compare all’improvviso dal nulla con fare da mafiosa, senza senso proprio. Il suo arco è stato il peggiore in assoluto.
Oltre alla relazione di amicizia boy-girl, l’unico altro tema presente nella serie è quello della produzione di questi accessori floreali. Un tema trattato con una pesantezza indicibile. Yu è un adolescente: vista la sua età, il suo è da considerarsi semplicemente un hobby. Un hobby che poi, da grande, se vorrà, potrebbe trasformare in professione. Ma anche no. Invece tutti quanti attorno a lui (specialmente gli adulti) ne parlano con un tono di solennità che lascia basiti, gli fanno discorsi pesantissimi sulla responsabilità della professione, sul dedicarsi anima e corpo al suo lavoro, lo mettono sulla croce se non mette la sua intera anima in ogni singolo pezzo che produce… ahò! E’ un ragazzino che va ancora a scuola. Prendetevi una camomilla.
Che altro dire? Disegni carini. Musiche nella norma.
Onestamente ho fatto fatica a finire questo anime.
Arrivato all’ultima puntata mi sono detto che dovevo scrivere una recensione perché altrimenti, se non lo avessi fatto, aver perso il mio tempo a guardarla sarebbe stato del tutto inutile.
Però, per scriverla, ci ho perso ulteriormente tempo.
Eh si, Kim, alla fine avevi ragione tu.
“Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno.” (dal film "Il silenzio degli innocenti" - A. Hopkins)
Inizio con una provocazione per la recensione dell'anime "Ore no Imouto ga Konna ni Kawaii Wake ga Nai" (ossia "My Sister Can't Be This Cute", abbreviato in "Oreimo"), prendendo spunto da un film capolavoro del 1991, magistralmente interpretato da Sir Anthony Hopkins nel ruolo dell'ineffabile psichiatra cannibale Hannibal Lecter.
Ho utilizzato la battuta (un po' inquietante) perché "Oreimo" tratta in modo un po' raffazzonato e superficiale un paio di temi di rilievo, tra cui uno particolarmente "pruriginoso" e di difficilissima accettazione sia a livello individuale sia sociale, il possibile amore tra fratello e sorella consanguinei.
Ma non basta, perché "Oreimo" ne approfitta anche per introdurre un'altra questione: il fenomeno degli otaku e del loro possibile amore per un genere particolare di videogiochi che si possono ascrivere al genere "eroge" (def. Wikipedia: "Un eroge (エロチックゲーム, erochikku gēmu, dall'inglese erotic game) è un videogioco giapponese per computer contenente scene sessuali e/o erotiche").
Se il tema eroge/otaku contraddistingue particolarmente la prima serie e i relativi OAV di 4 episodi, nella seconda serie e i relativi 3 episodi OAV finali, la trama e la sceneggiatura virano decisamente sul tema dei sentimenti d'amore che si possono sviluppare tra fratello e sorella consanguinei.
La trama si fonda sulla light novel di diciassette volumi di Tsukasa Fushimi del 2008 e sul successivo manga del 2009-2011 (è in corso uno ulteriore dedicato ad uno dei personaggi, Kuroneko, del 2021), e narra la storia di due fratelli, Kyosuke e Kirino, che, all'improvviso dopo anni di reciproca indifferenza, iniziano a condividere i propri segreti e sentimenti. In particolare Kirino, la sorella più giovane, decide di condividere col fratello maggiore il suo "segreto": la passione sfrenata e incontrollabile per i giochi visual novel anche eroge sull'amore tra fratello e sorella con protagonista proprio le sorelle minori.
Ma non è tutto: Kirino si comporta verso il fratello come la classica "tsundere", maltrattando in modo anche violento il fratello oggetto dei suo sentimenti più che affettuosi. Se poi aggiungiamo che Kyosuke è il classico imbranato, impacciato bonaccione gentile e altruista che si preoccupa fino all'annullamento per la sorellina, una volta ritrovata in qualche modo l'interazione con lei...
La passione quasi "patologica" di Kirino per gli eroge (come sembra di capire da "Oreimo") è una sorta di sfogo per la frustrazione di non poter amare il fratello, o meglio poter ricevere da lui le attenzioni che lei brama: così Kirino si immagina di essere il player maschio dei suoi giochi e colleziona ogni possibile videogioco a tema rapporto incestuoso fratello-sorellina (anche quelli vietati ai minori...), vivendo una sorta di vita parallela ludica da perfetta persona bipolare alla dottor Jeckyll/Mr. Hyde. Insomma, il paradigma del perfetto otaku, con l'attenuante che lei riesce a scindere perfettamente la vita di tutti i giorni di interazione con gli altri con quella inconfessabile della sua passione che lei stessa riconosce come moralmente insostenibile sia verso il fratello sia verso il suo surrogato (i videogiochi eroge).
Non mi dilungo nuovamente se "giocare compulsivamente agli eroge, collezionare maniacalmente ogni relativo gadget, leggere libri, manga e vedere anime a tema amore fratello/sorella" sia una devianza da perseguire e estirpare o sia moralmente e/o socialmente accettabile (è il tema della prima serie), e mi concentro sul modo in cui "Oreimo" sviluppa la storia del legame amoroso tra Kirino e Kyosuke.
L'argomento "amore tra fratelli" l'ho già incontrato in altre serie più o meno "apprezzabili". Mi sovviene "Domestic Girlfriend" (anime incompleto rispetto alla storia del manga che si focalizza solo sui primi volumi più "controversi"), "My Stepmom's Daughter is My Ex" (più leggero e comico) e "Koi Kaze". "Oreimo" si colloca idealmente più vicino a quest'ultimo (amore tra fratelli consanguinei e non tra fratellastri e sorellastre acquisiti), ma, ahimè, siamo ben lontani dal pathos, realismo e approfondimento dei protagonisti che "Koi Kaze" riesce a trasmettere.
"Oreimo" nel suo complesso, e soprattutto nella seconda serie fino al termine, sembra una vera e propria visual novel e/o RPG con i suoi rami narrativi o route in cui Kyosuke sembra muoversi e percorrere gli archi narrativi, per poi addivenire al finale più o meno atteso con la sorpresa formalmente "riparatoria" ma sostanzialmente assurda. Purtroppo per lo spettatore non c'è possibilità di scegliere le route, e si deve sorbire passivamente lo scorrere degli eventi fino alla fine, a meno che non voglia interrompere la visione...
E a poco valgono gli episodi in cui regista e sceneggiatore tentano di spiegare le motivazioni per cui Kirino sia arrivata ad amare il fratello e poi ad odiarlo (a mio avviso del tutto risibili e puerili, ma lascio allo spettatore valutare la profondità dei sentimenti rappresentati...), come ancora meno si comprendono i sentimenti di Manami (l'amica di infanzia perennemente innamorata di Kyosuke, senza tuttavia riuscire a trasmettere i suoi sentimenti), quelli di Ayase (la bella amica di Kirino, modella come lei ma inquietante, possessiva e schizofrenica, che odia gli otaku e tutto quanto rappresentano) e Kanako (l'altra amica di Kirino, aspirante idol dal carattere iper-competitivo e alquanto fastidioso e antipatico).
Una menzione a parte la merita Ruri "Kuroneko" (una delle amiche otaku conosciute da Kirino grazie al fratello). È l'unico filone amoroso (parzialmente accettato e vissuto da Kyosuke) che ha una sorta di sviluppo più o meno realistico nel corso della serie: inizia con la solita dichiarazione nell'OAV al termine della prima serie e poi si sviluppa nella seconda serie, tanto che lo spettatore non può che diventare un vero e proprio fan di Ruri che, rispetto a Kirino, sembra una ragazza vera, dotata di una sensibilità e dolcezza fuori del comune (se paragonata alle altre ragazze citate), capace di manifestare i suoi sentimenti in modo credibile e anche maturo, sebbene anche lei sia comunque "affetta" dalla "insana" passione per il cosplay gothic loli, in omaggio ai personaggi delle serie manga e anime che lei ammira, tanto da vedere la sua realtà come un fantasmagorico mondo magico di streghe e spiriti con annessi malefici e maledizioni.
Gli ultimi episodi della serie e i tre episodi OAV conclusivi lanciano nel baratro un prodotto che "a conati di vomito" era riuscito a stare più o meno in piedi in modo appena al di sotto della sufficienza.
Vedere il protagonista maschile Kyosuke in mezzo ad un harem insulso e sviluppato veramente male in cui lui resta ancorato alla sua "fissazione", respingendo tutte le ragazze che gli si sono inaspettatamente dichiarate, come se giocasse alla fiera col fucile con i premi da abbattere, è stato francamente troppo.
Il finale (come l'intera serie del resto...) mi sono sembrati un inno alla weltanschauung dell'otaku-cultura, un peana in cui il grottesco e l'assurdo si fondono in un prodotto "onirico" che può trovare terreno fertile solo in una determinata visione della realtà.
"Oreimo" diventa così un modo per dare ragione all'aforisma di Hannibal Lecter citato all'inizio della recensione... una visione quasi "patologica" della esistenza, delle relazioni umane e, in fin dei conti, anche dei propri sentimenti in cui il desiderio/istinto di mero possesso si scontra con la ragione e l'oggettività delle situazioni vissute in una sorta di delirio in cui virtuale e reale tendono a confondersi... con buona pace del possibile vero amore, anche laddove la morale e la società sono meno (o meglio, non sono) inclini ad accettarlo o anche tollerarlo.
Inizio con una provocazione per la recensione dell'anime "Ore no Imouto ga Konna ni Kawaii Wake ga Nai" (ossia "My Sister Can't Be This Cute", abbreviato in "Oreimo"), prendendo spunto da un film capolavoro del 1991, magistralmente interpretato da Sir Anthony Hopkins nel ruolo dell'ineffabile psichiatra cannibale Hannibal Lecter.
Ho utilizzato la battuta (un po' inquietante) perché "Oreimo" tratta in modo un po' raffazzonato e superficiale un paio di temi di rilievo, tra cui uno particolarmente "pruriginoso" e di difficilissima accettazione sia a livello individuale sia sociale, il possibile amore tra fratello e sorella consanguinei.
Ma non basta, perché "Oreimo" ne approfitta anche per introdurre un'altra questione: il fenomeno degli otaku e del loro possibile amore per un genere particolare di videogiochi che si possono ascrivere al genere "eroge" (def. Wikipedia: "Un eroge (エロチックゲーム, erochikku gēmu, dall'inglese erotic game) è un videogioco giapponese per computer contenente scene sessuali e/o erotiche").
Se il tema eroge/otaku contraddistingue particolarmente la prima serie e i relativi OAV di 4 episodi, nella seconda serie e i relativi 3 episodi OAV finali, la trama e la sceneggiatura virano decisamente sul tema dei sentimenti d'amore che si possono sviluppare tra fratello e sorella consanguinei.
La trama si fonda sulla light novel di diciassette volumi di Tsukasa Fushimi del 2008 e sul successivo manga del 2009-2011 (è in corso uno ulteriore dedicato ad uno dei personaggi, Kuroneko, del 2021), e narra la storia di due fratelli, Kyosuke e Kirino, che, all'improvviso dopo anni di reciproca indifferenza, iniziano a condividere i propri segreti e sentimenti. In particolare Kirino, la sorella più giovane, decide di condividere col fratello maggiore il suo "segreto": la passione sfrenata e incontrollabile per i giochi visual novel anche eroge sull'amore tra fratello e sorella con protagonista proprio le sorelle minori.
Ma non è tutto: Kirino si comporta verso il fratello come la classica "tsundere", maltrattando in modo anche violento il fratello oggetto dei suo sentimenti più che affettuosi. Se poi aggiungiamo che Kyosuke è il classico imbranato, impacciato bonaccione gentile e altruista che si preoccupa fino all'annullamento per la sorellina, una volta ritrovata in qualche modo l'interazione con lei...
La passione quasi "patologica" di Kirino per gli eroge (come sembra di capire da "Oreimo") è una sorta di sfogo per la frustrazione di non poter amare il fratello, o meglio poter ricevere da lui le attenzioni che lei brama: così Kirino si immagina di essere il player maschio dei suoi giochi e colleziona ogni possibile videogioco a tema rapporto incestuoso fratello-sorellina (anche quelli vietati ai minori...), vivendo una sorta di vita parallela ludica da perfetta persona bipolare alla dottor Jeckyll/Mr. Hyde. Insomma, il paradigma del perfetto otaku, con l'attenuante che lei riesce a scindere perfettamente la vita di tutti i giorni di interazione con gli altri con quella inconfessabile della sua passione che lei stessa riconosce come moralmente insostenibile sia verso il fratello sia verso il suo surrogato (i videogiochi eroge).
Non mi dilungo nuovamente se "giocare compulsivamente agli eroge, collezionare maniacalmente ogni relativo gadget, leggere libri, manga e vedere anime a tema amore fratello/sorella" sia una devianza da perseguire e estirpare o sia moralmente e/o socialmente accettabile (è il tema della prima serie), e mi concentro sul modo in cui "Oreimo" sviluppa la storia del legame amoroso tra Kirino e Kyosuke.
L'argomento "amore tra fratelli" l'ho già incontrato in altre serie più o meno "apprezzabili". Mi sovviene "Domestic Girlfriend" (anime incompleto rispetto alla storia del manga che si focalizza solo sui primi volumi più "controversi"), "My Stepmom's Daughter is My Ex" (più leggero e comico) e "Koi Kaze". "Oreimo" si colloca idealmente più vicino a quest'ultimo (amore tra fratelli consanguinei e non tra fratellastri e sorellastre acquisiti), ma, ahimè, siamo ben lontani dal pathos, realismo e approfondimento dei protagonisti che "Koi Kaze" riesce a trasmettere.
"Oreimo" nel suo complesso, e soprattutto nella seconda serie fino al termine, sembra una vera e propria visual novel e/o RPG con i suoi rami narrativi o route in cui Kyosuke sembra muoversi e percorrere gli archi narrativi, per poi addivenire al finale più o meno atteso con la sorpresa formalmente "riparatoria" ma sostanzialmente assurda. Purtroppo per lo spettatore non c'è possibilità di scegliere le route, e si deve sorbire passivamente lo scorrere degli eventi fino alla fine, a meno che non voglia interrompere la visione...
E a poco valgono gli episodi in cui regista e sceneggiatore tentano di spiegare le motivazioni per cui Kirino sia arrivata ad amare il fratello e poi ad odiarlo (a mio avviso del tutto risibili e puerili, ma lascio allo spettatore valutare la profondità dei sentimenti rappresentati...), come ancora meno si comprendono i sentimenti di Manami (l'amica di infanzia perennemente innamorata di Kyosuke, senza tuttavia riuscire a trasmettere i suoi sentimenti), quelli di Ayase (la bella amica di Kirino, modella come lei ma inquietante, possessiva e schizofrenica, che odia gli otaku e tutto quanto rappresentano) e Kanako (l'altra amica di Kirino, aspirante idol dal carattere iper-competitivo e alquanto fastidioso e antipatico).
Una menzione a parte la merita Ruri "Kuroneko" (una delle amiche otaku conosciute da Kirino grazie al fratello). È l'unico filone amoroso (parzialmente accettato e vissuto da Kyosuke) che ha una sorta di sviluppo più o meno realistico nel corso della serie: inizia con la solita dichiarazione nell'OAV al termine della prima serie e poi si sviluppa nella seconda serie, tanto che lo spettatore non può che diventare un vero e proprio fan di Ruri che, rispetto a Kirino, sembra una ragazza vera, dotata di una sensibilità e dolcezza fuori del comune (se paragonata alle altre ragazze citate), capace di manifestare i suoi sentimenti in modo credibile e anche maturo, sebbene anche lei sia comunque "affetta" dalla "insana" passione per il cosplay gothic loli, in omaggio ai personaggi delle serie manga e anime che lei ammira, tanto da vedere la sua realtà come un fantasmagorico mondo magico di streghe e spiriti con annessi malefici e maledizioni.
Gli ultimi episodi della serie e i tre episodi OAV conclusivi lanciano nel baratro un prodotto che "a conati di vomito" era riuscito a stare più o meno in piedi in modo appena al di sotto della sufficienza.
Vedere il protagonista maschile Kyosuke in mezzo ad un harem insulso e sviluppato veramente male in cui lui resta ancorato alla sua "fissazione", respingendo tutte le ragazze che gli si sono inaspettatamente dichiarate, come se giocasse alla fiera col fucile con i premi da abbattere, è stato francamente troppo.
Il finale (come l'intera serie del resto...) mi sono sembrati un inno alla weltanschauung dell'otaku-cultura, un peana in cui il grottesco e l'assurdo si fondono in un prodotto "onirico" che può trovare terreno fertile solo in una determinata visione della realtà.
"Oreimo" diventa così un modo per dare ragione all'aforisma di Hannibal Lecter citato all'inizio della recensione... una visione quasi "patologica" della esistenza, delle relazioni umane e, in fin dei conti, anche dei propri sentimenti in cui il desiderio/istinto di mero possesso si scontra con la ragione e l'oggettività delle situazioni vissute in una sorta di delirio in cui virtuale e reale tendono a confondersi... con buona pace del possibile vero amore, anche laddove la morale e la società sono meno (o meglio, non sono) inclini ad accettarlo o anche tollerarlo.
Recensione di Onigiri ai friarielli
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Non dev’essere stato affatto semplice vivere gli anni più belli dell’adolescenza durante il periodo della pandemia da Covid-19. In un’epoca in cui ogni forma di socialità era scoraggiata, gli assembramenti vietati e persino il semplice divertirsi con gli amici diventava complicato. Eppure, nonostante tutti questi impedimenti, è probabile che in molti siano comunque riusciti a costruire ricordi preziosi, perché quell’età scorre come un fiume in piena, senza ostacoli a trattenere il suo corso. Fa un certo effetto vedere già oggi delle opere che affrontano il tema del Covid, considerando che sono passati solo pochi anni e che in molti abbiamo vissuto in prima persona. Ancora più sorprendente è trovarsi di fronte a un anime che lo fa, considerando i tempi di produzione generalmente più lunghi rispetto ad altri media, soprattutto se l’opera è tratta da un manga.
Fin dai primi istanti comprendiamo che "Anyway, I’m Falling in Love with You" ci porterà a rivivere i ricordi di Mizuho, una giovane editor e aspirante mangaka di 27 anni. Un giorno mentre cammina per strada, nota una ragazza circondata da quattro ragazzi. Quella visione la colpisce profondamente, all’istante viene trafitta dalla nostalgia, facendole riaffiorare alla mente una parte importante del suo passato. Anche lei, a 17 anni, aveva un gruppo di quattro amici molto stretti. Da qui inizia un viaggio tra passato e presente, dove si alternano i pensieri della Mizuho adulta con le esperienze della Mizuho adolescente. Nell’estate 2020 Mizuho compie diciassette anni e il giorno del suo compleanno non inizia nel migliore dei modi. I genitori se ne dimenticano, alcune attività scolastiche vengono annullate a causa del Covid e, come se non bastasse, il senpai a cui confessa i suoi sentimenti la respinge. Ma la vera svolta arriva a fine giornata, quando Kizuki, uno dei suoi quattro amici, le fa una dichiarazione del tutto inaspettata, lasciandola in preda alla confusione. Da questo momento si sviluppano i suoi ricordi adolescenziali, che l’adulta Mizuho inizia a guardare con occhi nuovi. Solo ora comprende quanto quei momenti fossero importanti e quanto all’epoca li avesse sottovalutati. Con il senno di poi si rende conto che anche gli altri tre amici nutrivano sentimenti per lei, ciascuno a modo proprio, ma lei, ingenuamente, non se ne era mai davvero accorta.
All’inizio di ogni episodio assistiamo a brevi frammenti del presente di Mizuho, impegnata ad assistere una giovane mangaka in difficoltà con la sceneggiatura della sua nuova opera. Per aiutarla, Mizuho la incoraggia a cercare ispirazione nei ricordi della propria adolescenza, ed è proprio così che noi ripercorriamo le tappe più significative della giovinezza di Mizuho stessa. Un espediente narrativo efficace che riflette il suo stato d’animo attuale, intriso di nostalgia e rimpianto, sentimenti familiari a chiunque si ritrovi a ripensare ai momenti più spensierati della propria vita.
La caratterizzazione dei personaggi risulta piuttosto variegata, ma ognuno presenta delle debolezze evidenti. Mizuho, nella sua versione adolescente, è una ragazza vivace e dolce, ma al tempo stesso estremamente timida e insicura, soprattutto nei momenti più carichi di tensione emotiva. Non coglie mai appieno i segnali quando la situazione prende una piega romantica e, quando se ne accorge, si lascia trascinare dagli eventi senza alcuna reazione concreta. Questo suo atteggiamento passivo, quasi da spettatrice della propria vita, finisce per sminuire il suo spessore narrativo. Tra i ragazzi, spicca Kizuki, il più giovane del gruppo e membro del club di nuoto. Alterna atteggiamenti premurosi a momenti eccessivamente invadenti, risultando quasi bipolare nel modo in cui interagisce con Mizuho e gli amici. Poi c’è Shin, il presidente del consiglio studentesco, serio, determinato e molto sicuro di sé, che rappresenta la figura più posata del gruppo. Più defilato, ma particolarmente empatico, troviamo Shogu, forse l’unico che riesce davvero a comprendere i pensieri e i sentimenti di Mizuho. Infine c’è Aurui, il più estroverso e spensierato, ex teppista con l’attitudine da influencer. Dal punto di vista del character design, solo Mizuho appare davvero credibile e coerente con la sua personalità. I quattro ragazzi, invece, sembrano usciti da un gruppo K-pop. Tutti bellissimi, impeccabili, senza nemmeno un difetto fisico. Questo eccesso di perfezione, che traspare anche negli altri personaggi maschili della serie, rivela chiaramente l’impronta shojo del manga da cui è tratta l’opera, ma finisce col rendere il contesto meno realistico e più patinato.
Anche dal punto di vista tecnico, la serie lascia parecchio a desiderare. Le animazioni sono pressoché inesistenti, i personaggi si limitano a movimenti minimi, e nella maggior parte delle scene si nota soltanto il movimento delle labbra durante i dialoghi. Anche i personaggi di contorno appaiono trascurati, spesso abbozzati con pochi tratti e riempiti a pois, comprensibile non voler dare loro troppo risalto, ma una minima caratterizzazione sarebbe stata quantomeno auspicabile. La regia punta molto su una messa in scena che risalti l’atmosfera moderata, grazie a inquadrature suggestive e a una buona gestione degli spazi visivi. Particolarmente riuscita è l’idea di chiudere ogni episodio con una scena più intima accompagnata dalle prime note dell’ending, un espediente che contribuisce a dare maggiore enfasi emotiva al momento. Tuttavia, proprio le scene intime finiscono talvolta per essere eccessivamente sdolcinate, perdendo così parte dell’intensità emotiva che dovrebbero trasmettere. Questo è in parte dovuto a una sceneggiatura discontinua, che alterna alti e bassi. Va detto, però, che quando i dialoghi riescono a essere brevi ma incisivi, colpiscono nel segno con sorprendente efficacia.
Nel complesso, il risultato finale non è soddisfacente. Non si può dire che la visione sia stata noiosa, ma guardare la serie animata o un semplice power point non fa differenza. Le scene romantiche risultano spesso rovinate, o a causa dell’immobilismo e della mancanza di espressività della protagonista, oppure per l’insistenza e la prepotenza eccessiva dei personaggi maschili. Peccato, perché l’opera presenta alcune idee interessanti, come il racconto ambientato durante la pandemia di Covid, che sottolinea l’importanza delle relazioni sociali in età adolescenziale, e la nostalgia con cui uno dei protagonisti adulto rievoca i ricordi e i rimpianti di quegli anni, realizzando solo a posteriori il valore di quelle esperienze. Rimango fiducioso in un rilancio nella seconda stagione, auspicando un netto miglioramento sia sul piano tecnico che narrativo, con una sceneggiatura più matura e meno stucchevole.
Fin dai primi istanti comprendiamo che "Anyway, I’m Falling in Love with You" ci porterà a rivivere i ricordi di Mizuho, una giovane editor e aspirante mangaka di 27 anni. Un giorno mentre cammina per strada, nota una ragazza circondata da quattro ragazzi. Quella visione la colpisce profondamente, all’istante viene trafitta dalla nostalgia, facendole riaffiorare alla mente una parte importante del suo passato. Anche lei, a 17 anni, aveva un gruppo di quattro amici molto stretti. Da qui inizia un viaggio tra passato e presente, dove si alternano i pensieri della Mizuho adulta con le esperienze della Mizuho adolescente. Nell’estate 2020 Mizuho compie diciassette anni e il giorno del suo compleanno non inizia nel migliore dei modi. I genitori se ne dimenticano, alcune attività scolastiche vengono annullate a causa del Covid e, come se non bastasse, il senpai a cui confessa i suoi sentimenti la respinge. Ma la vera svolta arriva a fine giornata, quando Kizuki, uno dei suoi quattro amici, le fa una dichiarazione del tutto inaspettata, lasciandola in preda alla confusione. Da questo momento si sviluppano i suoi ricordi adolescenziali, che l’adulta Mizuho inizia a guardare con occhi nuovi. Solo ora comprende quanto quei momenti fossero importanti e quanto all’epoca li avesse sottovalutati. Con il senno di poi si rende conto che anche gli altri tre amici nutrivano sentimenti per lei, ciascuno a modo proprio, ma lei, ingenuamente, non se ne era mai davvero accorta.
All’inizio di ogni episodio assistiamo a brevi frammenti del presente di Mizuho, impegnata ad assistere una giovane mangaka in difficoltà con la sceneggiatura della sua nuova opera. Per aiutarla, Mizuho la incoraggia a cercare ispirazione nei ricordi della propria adolescenza, ed è proprio così che noi ripercorriamo le tappe più significative della giovinezza di Mizuho stessa. Un espediente narrativo efficace che riflette il suo stato d’animo attuale, intriso di nostalgia e rimpianto, sentimenti familiari a chiunque si ritrovi a ripensare ai momenti più spensierati della propria vita.
La caratterizzazione dei personaggi risulta piuttosto variegata, ma ognuno presenta delle debolezze evidenti. Mizuho, nella sua versione adolescente, è una ragazza vivace e dolce, ma al tempo stesso estremamente timida e insicura, soprattutto nei momenti più carichi di tensione emotiva. Non coglie mai appieno i segnali quando la situazione prende una piega romantica e, quando se ne accorge, si lascia trascinare dagli eventi senza alcuna reazione concreta. Questo suo atteggiamento passivo, quasi da spettatrice della propria vita, finisce per sminuire il suo spessore narrativo. Tra i ragazzi, spicca Kizuki, il più giovane del gruppo e membro del club di nuoto. Alterna atteggiamenti premurosi a momenti eccessivamente invadenti, risultando quasi bipolare nel modo in cui interagisce con Mizuho e gli amici. Poi c’è Shin, il presidente del consiglio studentesco, serio, determinato e molto sicuro di sé, che rappresenta la figura più posata del gruppo. Più defilato, ma particolarmente empatico, troviamo Shogu, forse l’unico che riesce davvero a comprendere i pensieri e i sentimenti di Mizuho. Infine c’è Aurui, il più estroverso e spensierato, ex teppista con l’attitudine da influencer. Dal punto di vista del character design, solo Mizuho appare davvero credibile e coerente con la sua personalità. I quattro ragazzi, invece, sembrano usciti da un gruppo K-pop. Tutti bellissimi, impeccabili, senza nemmeno un difetto fisico. Questo eccesso di perfezione, che traspare anche negli altri personaggi maschili della serie, rivela chiaramente l’impronta shojo del manga da cui è tratta l’opera, ma finisce col rendere il contesto meno realistico e più patinato.
Anche dal punto di vista tecnico, la serie lascia parecchio a desiderare. Le animazioni sono pressoché inesistenti, i personaggi si limitano a movimenti minimi, e nella maggior parte delle scene si nota soltanto il movimento delle labbra durante i dialoghi. Anche i personaggi di contorno appaiono trascurati, spesso abbozzati con pochi tratti e riempiti a pois, comprensibile non voler dare loro troppo risalto, ma una minima caratterizzazione sarebbe stata quantomeno auspicabile. La regia punta molto su una messa in scena che risalti l’atmosfera moderata, grazie a inquadrature suggestive e a una buona gestione degli spazi visivi. Particolarmente riuscita è l’idea di chiudere ogni episodio con una scena più intima accompagnata dalle prime note dell’ending, un espediente che contribuisce a dare maggiore enfasi emotiva al momento. Tuttavia, proprio le scene intime finiscono talvolta per essere eccessivamente sdolcinate, perdendo così parte dell’intensità emotiva che dovrebbero trasmettere. Questo è in parte dovuto a una sceneggiatura discontinua, che alterna alti e bassi. Va detto, però, che quando i dialoghi riescono a essere brevi ma incisivi, colpiscono nel segno con sorprendente efficacia.
Nel complesso, il risultato finale non è soddisfacente. Non si può dire che la visione sia stata noiosa, ma guardare la serie animata o un semplice power point non fa differenza. Le scene romantiche risultano spesso rovinate, o a causa dell’immobilismo e della mancanza di espressività della protagonista, oppure per l’insistenza e la prepotenza eccessiva dei personaggi maschili. Peccato, perché l’opera presenta alcune idee interessanti, come il racconto ambientato durante la pandemia di Covid, che sottolinea l’importanza delle relazioni sociali in età adolescenziale, e la nostalgia con cui uno dei protagonisti adulto rievoca i ricordi e i rimpianti di quegli anni, realizzando solo a posteriori il valore di quelle esperienze. Rimango fiducioso in un rilancio nella seconda stagione, auspicando un netto miglioramento sia sul piano tecnico che narrativo, con una sceneggiatura più matura e meno stucchevole.
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Oreimo mi è piaciuto a metà, ho sempre tifato per Kuroneko e Ayase. Mi piacerebbe se adattassero le novels Oreimo If (fanno sempre in tempo).
Sostituirei quel peccato con un per fortuna.
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