Quando, il 16 giugno del 1996, esce su Fuji TV il primo episodio di Kochira Katsushika-ku Kameari koen mae hashutsujo (da qui in poi Kochikame per comodità) realizzato da Studio Gallop, del manga originale firmato per Shueisha da Osamu Akimoto stava per uscire il volume 99, mentre i capitoli settimanali venivano pubblicati su Shounen Jump da ben vent’anni, sin da metà degli anni settanta. I bambini che lo leggevano sulla rivista negli anni settanta, vent’anni dopo erano già diventati adulti lavoratori. Era cambiato il Giappone che era passato da un prolungato dopoguerra alla bolla economica degli anni ottanta e poi al boom degli otaku e dei videogiochi dei novanta, ed era cambiato anche Kochikame, che già dalla fine degli anni ottanta aveva ottenuto uno stile di disegno più morbido e cartoonesco e si era colorato di un sacco di personaggi sopra le righe, allontanandosi (ma non del tutto) dall’atmosfera da telefilm poliziesco vintage che aveva agli esordi. Ce ne si accorge già da quello stesso volume 99 che uscirà un paio di mesi dopo l’esordio dell’anime e che presenta il debutto di Sakonji, lottatore grande, grande, grosso e arcigno che però è neanche troppo segretamente un otaku fissato coi videogiochi, le figure e le waifu. E’ normale, è il 1996, c’è il boom dei videogiochi di combattimento da sala ma anche delle donzelle in tutina attillata di Evangelion e delle guerriere in marinaretta di Sailor Moon, cosa ci aspettavamo?
Nei vent’anni che separano il debutto della serie su Jump dal debutto dell’anime su Fuji TV, Kochikame aveva già cresciuto due generazioni, era un pilastro di Shueisha e c’erano già stati un assurdo adattamento live action (per niente fedele al manga e oggi introvabile) nel 1977, uno spot tv per un gioco elettronico nei primi anni ‘80 e un breve OAV proiettato a un festival nel 1985, ma, di fatto, è stato l’anime del 1996 a plasmare il Kochikame che conosciamo oggi, definendo l’aspetto che i personaggi principali avranno in tutte le successive incarnazioni e accoppiandoli a doppiatori da cui oggi è difficilissimo scinderli (ma dovremo ahimé farlo, dato che è stato annunciato un nuovo progetto animato con un nuovo cast).

Di cosa parla Kochikame? I giapponesi del 1996 lo sapevano già da vent’anni, non serviva presentarglielo, e di fatto la prima sigla di apertura nemmeno si prende la briga di farlo, non ti fa capire che tipo di serie è, qual è la trama. Ti presenta tre tozzi uomini di mezza età, un bishounen e una biondina che, si capisce, fanno i poliziotti, ma nella sigla vanno in spiaggia a fare surf, fare castelli di sabbia, mangiare pannocchie e kakigoori e guardare ragazze in bikini. In sottofondo, una canzone che parla di onde piccole e grandi, di tette piccole e grandi, di sederi femminili piccoli e grandi e di un’estate che finalmente è arrivata anche quest’anno (eh, l’anime è iniziato il 16 giugno, perciò che volete?)… sulla base di “Diamond Head”, brano dei The Ventures del 1964!
La seconda sigla d’apertura, “Everybody can do” degli allora quotatissimi Tokio (nello stesso anno faranno anche la famosissima "19ji no news", sigla di Kodomo no omocha sempre dello Studio Gallop), ci ripresenta quegli stessi personaggi, aggiungendone degli altri, ma stavolta sono impegnati in sequenze action, inseguimenti in auto e moto, si calano da elicotteri su treni in corsa… ma allora Kochikame è una serie poliziesca, giusto? Sì… e no!
Una storia vera e propria non c’è: un po’ è una serie action, un po’ (tanto) è una serie comica, un po’ (tanto) è uno slice of life che narra di un gruppo di poliziotti che lavorano, come da titolo, alla stazione di fronte al parco di Kameari, nel quartiere di Katsushika. Ma sono poliziotti sui generis, a cominciare dal protagonista, Kankichi Ryotsu, un uomo di mezza età trasandato, tozzo, muscoloso, con la barbetta e i sopracciglioni a forma di gabbiano, che gira perennemente in sandali e con le maniche della divisa rimboccate a mostrare le braccia possenti e pelose. Già a vederlo non gli daresti uno yen, in più il nostro ha il cuore di un bambino ed è appassionatissimo di ogni tipo di giochi, modellismo, videogiochi, robottoni, persino trottole. Di lavorare non ne ha voglia, gli interessa solo bighellonare, trovare modi per svignarsela con la scusa dei pattugliamenti in bicicletta del quartiere e soprattutto gli interessa guadagnare soldi, tanti soldi, sfruttando ogni mezzo possibile, sia esso legale o meno: scommesse sulle corse dei cavalli, pachinko, bizzarre invenzioni e truffe varie. E’ infantile, avido, pigro, irascibile, egoista, rozzo, sempre al verde, sfrutta, imbroglia e litiga con tutti, eppure tutti gli vogliono bene e non mancano mai di aiutarlo, anche perché, in realtà, Ryotsu ha un cuore grande e vuol bene a tutti (soprattutto ai bambini, dato che è un bambinone anche lui), anche se li fa impazzire.

I suoi colleghi, fortunatamente, sono un po’ (ma solo un po’) più normali di lui, a cominciare dal capo Daijiro Ohara, un uomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo, padre di famiglia, saggio, onesto e burbero, che non fa altro che sclerare contro Ryotsu ogni volta che gliene combina una ma sotto sotto gli vuole bene come se fosse suo figlio. Seguono poi Keiichi Nakagawa e Reiko Catherine Akimoto: entrambi ricchi sfondati e di buona famiglia, praticamente fanno i poliziotti solo per hobby ma sono entrambi persone serie, affidabili, oneste e disponibili. Lui è un bishounen tanto ricco quanto modesto e ligio al dovere, tanto da rivolgersi a Ryotsu con un rispettoso “senpai” e mettere a sua disposizione aerei, carri armati e tutte le altre costosissime diavolerie prodotte dall’azienda di famiglia; lei è di sangue misto, bionda, bellissima, dolce ma determinata, sempre alle prese con gli omiai organizzati dalla sua famiglia e con quello scemo di Ryotsu che la caccia sempre in mille guai ma che considera un prezioso amico, tanto da essere l’unica in tutta la serie a chiamarlo “Ryo-chan” invece che “Ryo-san”. A completare il quintetto dei personaggi base, c’è poi Yoichi Terai: grassottello, con gli occhiali, calmo e pacioso, è il personaggio più normale di tutta la serie, quasi fuori posto in questa banda di pazzi, talmente buono e caro da venire costantemente truffato da tutti mentre cerca di mantenere la sua normalità comprandosi una macchina, una casa o cercando di essere un padre modello per i suoi figlioli.

Problema: Kochikame, abbiamo detto, aveva già vent’anni. Come fare, dunque, l’adattamento anime di una serie che aveva già una vita propria, anzi più di una, dato che si era già molto evoluto nel tempo? Non si poteva certo tornare indietro, al vecchio stile di disegno e alle vecchie storie ormai troppo antiquate, anche perché Kochikame prende il posto del lungo e popolare Kiteretsu Daihyakka dello stesso regista e quindi serviva di raccogliere anche un nuovo pubblico, poco interessato a storie e personaggi sconosciuti di vent’anni prima.
Si è, dunque, scelto di optare per una forte riscrittura, che prende lo stile di disegno e le storie più recenti. Nei limiti del possibile, si è cercato di limitare l’adattamento di storie provenienti dai primi 50 volumi e i personaggi dei primi numeri, come il collega Kinji Totsuka, sono stati eliminati dall’anime, ripresi solo in uno o due episodi “flashback” che narrano vecchie vicende dei personaggi tratte dai primi volumi. Si è, dunque, pescato dalle storie più recenti, ambientando la storia di pari passo col tempo della programmazione delle puntate (come in Ranma ½, Detective Conan o il nostro W.I.T.C.H., il tempo passa, le stagioni, le festività e gli eventi si alternano, ma i personaggi non cambiano, eccezion fatta per il nipotino del capo, che nel corso della serie nasce e cresce) e introducendo tutti i personaggi più recenti.

E Kochikame, di personaggi, ne ha davvero tanti, tutti fuori di testa e con caratteristiche particolari. C’è Hayato Honda, poliziotto motociclista dalla doppia personalità (buono, caro e remissivo, ma quando salta in sella a una moto o afferra qualcosa di anche solo lontanamente simile a un manubrio diventa un vero duro); c’è il già citato Tatsunosuke Sakonji, lottatore otaku; c’è il militare Volvo Saigo (parodia di Duke Togo di Golgo 13), un duro che però si sente a disagio con le donne; c’è Tetsuo Ishizu, il poliziotto che si occupa della sicurezza stradale e va sempre in giro con un’armatura da samurai; c’è Jody, la fidanzata di Volvo, figlia di uno strambo colonnello dei berretti rossi americani; c’è Maria, poliziotta dolce e carina che in realtà è un uomo dalla forza erculea travestito, figlio di uno strambo maestro di arti marziali; c’è Neruo Higurashi, assurdo poliziotto dai poteri extrasensoriali che dorme perennemente e si sveglia solo una volta ogni quattro anni, quando fanno le Olimpiadi; c’è Reiji Shiratori, ricchissimo pretendente di Reiko; c’è un professore strambo che crea continuamente invenzioni assurde; ci sono poliziotti robot, divinità che elargiscono punizioni e combinano guai; bambini prodigio e bambine delle elementari appassionate di drama storici. Ci sono addirittura personaggi esclusivi dell’anime, come le due poliziotte Naoko e Komachi, che litigano in continuazione con Ryotsu ma che, soprattutto quest’ultima, allo stesso tempo ci finiscono sempre invischiate in situazioni sentimental-imbarazzanti.

E poi loro, gli assurdi “detective speciali” o "detective pervertiti", che meriterebbero tutta una serie a parte: tutti omaccioni grandi e grossi, usciti praticamente da una rivista gay, ognuno con le sue assurde fisse: c’è quello che non perde occasione di mettersi in tanga, il marinaio (e come si dice "marinaio" in inglese? Vi ricorda niente? Vedi sotto) che comanda i delfini soffiando nella sua pipa, quelli che si mettono una divisa alla marinaretta e "si trasformano" in guerriere Sailor (again, è il 1996) con tanto di musica che ricalca alla perfezione l'iconica BGM della trasformazione della prima serie firmata da Takanori Arisawa e punizioni in nome della luna con scettri magici che tutto sono meno che magici, quello vestito da ballerina di danza classica, quello uscito da un telefilm hard boiled e via dicendo: assurdi, deliranti, sempre pronti ad entrare in scena aumentando la confusione e le risate.
Coi suoi circa 400 episodi e i suoi mille personaggi, Kochikame è una serie dalle mille anime. Una trama vera e propria non c’è, ma ci sono diverse sottotrame che vengono portate avanti, diventando piacevoli ricorrenze o un modo per accorgersi del tempo che passa e del percorso compiuto dai personaggi: Terai che cerca di comprare cose e viene truffato; gli omiai di Reiko sempre rovinati da Ryotsu; Honda che cerca una fidanzata e, dopo vari tentativi, si mette con Nana, autrice di shoujo manga che coinvolgerà Ryotsu nella pubblicazione di un fumetto da lui creato (l’assurdo Robodeka Bancho, “Il poliziotto teppista robot”, che continua ad essere pubblicato nonostante non lo legga nessuno) e nella creazione di vari, strampati, anime; la nascita e la crescita del nipotino del capo Ohara. Altre sono proprio legate allo scorrere del tempo, rincorrendo la programmazione delle puntate tv, come l’annuale “guerra del bonus”, programmata ogni anno a dicembre, che porta i suoi mille creditori a organizzare piani assurdi per farsi pagare da Ryotsu nel giorno in cui ottiene lo stipendio bonus di fine anno, il compleanno di Ryotsu che cade nel giorno dell'Hinamatsuri o le comparsate di Higurashi, che appare una volta ogni quattro anni, quando nel mondo reale ci sono le Olimpiadi, ma ogni tanto viene svegliato prima e i nostri devono escogitare piani assurdi per falsare il tempo ed evitare che scopra la verità.

E’ una serie che non annoia mai, risultando sempre diversa e sempre efficace ad ogni episodio. Alcuni di essi sono comici, divertenti (ma divertenti per davvero), deliranti, in cui tutto può venir messo alla berlina e Ryotsu finisce per distruggere tutto (Tokyo, altre città del Giappone, gli Stati Uniti, Roma, Parigi…) e infastidire chiunque (colleghi, amici, parenti, persino alieni, personaggi fantastici e divinità), per tentare qualsiasi lavoro parallelo, lecito o meno, allo scopo di guadagnare soldi extra.
I personaggi di Kochikame sono unici nel loro genere, perché allo stesso tempo sono personaggi comici, giapponesi assolutamente credibili e realistici e personaggi di un cartone animato che sanno di esserlo e ci scherzano su, facendo battute sul fatto che se l’episodio dura troppo poi non cominciano i Digimon (il programma successivo sullo stesso canale) o finendo per trovare e mangiare strani frutti provenienti da un altro anime di Fuji TV che gli donano il potere di diventare di gomma…
L’apoteosi di tutto questo è l’episodio 108, dove Ryotsu si mette a litigare col detective hard boiled Toden Hoshi e vuole aver ragione perché lui è il protagonista… ma, gli fanno notare, in realtà la serie si chiama “Questa è la stazione di polizia di fronte al parco di Kameari, nel quartiere di Katsushika”, non “Ryotsu”… e parte una sigla fake facendo cambiare titolo all’anime, che ora si chiama “Kochira Katsushika-ku Kameari koen mae-kun” e ha come protagonista una stazione di polizia vivente e kawaii! E, per rincarare la dose, stufi dei litigi dei loro personaggi, i membri dello staff smettono di lavorare, lasciando l’anime in bianco e nero, solo fatto con gli schizzi, e lo stesso regista, in versione live action, deve intervenire per fermare Ryotsu!

Nei vari episodi, i personaggi faranno di tutto: da saghe più articolate e un po’ più action (ogni tanto ci vuole, ricordiamo che in teoria è una serie sui poliziotti) a deliri di comicità, da episodi dove i personaggi si sfideranno in qualsiasi sport o attività possibile ad altri che, inaspettatamente, riescono anche ad essere poetici e/o romantici. La stramberia di Kochikame sta anche nella durata non canonica delle puntate, che possono essere di mezz’ora, così come di dodici minuti, di un’ora (di solito special più articolati e più action dove i personaggi solitamente sono in trasferta e dove i detective pervertiti compaiono in gran spolvero a dare del loro peggio) o persino di soli pochissimi minuti.

Nella sua follia, Kochikame, naturalmente, non perde l’occasione di farsi burle e parodiare tutto e tutti: da L’estate di Kikujiro a 2001: Odissea nello spazio, da Indiana Jones a Detective Conan, da Wedding Peach a Golgo 13, passando per un intero episodio dove in mezz’ora vengono presi in giro un’infinità di shoujo, da Candy Candy a Lulù l’angelo tra i fiori, da Jenny la tennista a Kamikaze Kaito Jeanne, passando per il qui eternamente perculato Nurse Angel Ririka SOS, che tanto l’anime è sempre dello Studio Gallop e quindi gli rubano impunemente le BGM in ogni scena di presa in giro delle trasformazioni delle maghette (e vedere Ryotsu e gli altri colleghi di mezza età che si trasformano in guerriere Sailor con quella musica in sottofondo fa ridere… o piangere… o piangere dal ridere, vedete voi!). E’ impossibile raccontare in un solo articolo tutte le boiate fatte dai personaggi, tutte le gag, le citazioni, le stupidaggini, le trovate assurde e surreali, le scene in cui i personaggi cambiano personalità o si scambiano di corpo o gli succede qualcosa di surreale... sono talmente tante che si perde il conto, ma alcune restano impresse nella memoria, e questo articolo non finirebbe più, dato che continuano a venirmene in mente man mano che scrivo e devo tornare indietro a riguardare il video, ridere della grossa e quando mi calmo riaggiungerle da qualche parte nel testo già scritto. Una, però, è diventata un meme virale su Internet, perciò magari vi è capitata in giro… la mitica puntata dove Ryotsu diventa l’editor di una rivista osé e, avendo perso tutte le foto di un servizio, trova geniali metodi per creare a photoshop un intero servizio fotografico partendo solo dai pochi ritagli rimasti!
Fra le tante, però, sono due le anime preponderanti di Kochikame. Una, l’abbiamo detto, è quella comica-delirante, che ne rappresenta una parte enorme. L’altra è diametralmente opposta e sembra incredibile che dei personaggi così folli possono anche essere così, ma è il bello e l’unicità di Kochikame. Una serie comica che però, in maniera tutta sua, diventa anche un simbolo del Giappone stesso. Innanzitutto, un grandissimo atto d’amore alla “shitamachi”, la parte bassa, più antica, più autentica della città: Ryotsu è originario di Asakusa e di tanto in tanto torna a litig… a trovare i suoi genitori (spassosissimo il suo padre-clone!), è fierissimo delle sue origini e dice sempre a tutti che quelli della shitamachi sono i veri abitanti di Tokyo e che posseggono una gentilezza e un carattere unici, impossibili da trovare nelle altre parti della città.
Abbiamo già sentito qualcosa di simile? Forse noi italiani no, ma i giapponesi non hanno dubbi ad associare questo aspetto di Kochikame alla saga-fiume Otoko wa tsurai yo e alle disavventure del vagabondo Tora-san. L’ambientazione è la stessa, Katsushika: lì Shibamata, qui Kameari. Molto simili sono i protagonisti: personaggi imbranatissimi, sempliciotti, combinaguai, all’apparenza odiati da molti ma in realtà amati da altrettante persone, sempre alle prese con amori infruttuosi per un motivo o per un altro, nati nella parte più tradizionale di Tokyo, dalla quale sono scappati in seguito a contrasti con la famiglia, ma dove poi ritornano sempre, perché, in fondo, a quella famiglia vogliono bene. Tora-san viene omaggiato più e più volte all’interno di Kochikame, fra inquadrature dell’iconica statua alla stazione di Shibamata, una parodia nella sesta opening, un intero episodio-parodia dove però a interpretare il popolano Tora-san viene scelto il ricchissimo Nakagawa. Mostrarlo così esplicitamente è una conferma di ciò che già si intuisce, del chiarissimo elemento in comune fra i vari episodi di Kochikame e i vari film di Otoko wa tsurai yo: l’amore per un Giappone tradizionale che va scomparendo ma che sopravvive nei ricordi di chi lo ha vissuto e cerca di farne tesoro, diventando un adulto dal cuore buono.

Non è, infatti, assolutamente, un caso, che le maggiori ambientazioni di Kochikame siano quelle della zona più tradizionale di Tokyo, nei quartieri di Katsushika, Taito, Sumida: Kameari, Shibamata, Asakusa, il Sensoji e il Kaminarimon, il Ryogoku Kokugikan, il fiume Sumida, il parco di Ueno e lo stagno Shinobazu. Molto poco, praticamente di sfuggita in pochissimi episodi, sono mostrati altri quartieri più moderni e più trendy ma anche più inflazionati in manga e anime, come Shinjuku, Akihabara, Shibuya, Harajuku. Un po’ di più si vede Odaiba, ma solo per dare modo a Ryotsu di distruggere in mille modi l’iconico edificio della Fuji TV per prendere in giro il canale che trasmette la serie. E’ anche in questo una celebrazione del Giappone più tradizionale, quello meno “cool” e più autentico. Ryotsu, sempre in lotta con i suoi parenti che vivono a Kanda e gestiscono un ristorante di sushi per dimostrare chi fra loro sia il vero “figlio di Edo”, l’autentico abitante di Tokyo, incarna tutta la profondità degli adulti giapponesi che hanno vissuto l’era Showa e che nascondono dentro di sé una bontà e una sensibilità enormi, esternandole solo al momento giusto.

Spostare in avanti l’ambientazione, fra gli anni ‘90 e i 2000, invece degli anni ‘70 in cui la vicenda originale del manga è iniziata, ha infatti fatto sì che Kochikame in versione anime potesse guardare all’amata era Showa con maggior distacco, nostalgia e allo stesso tempo maggior consapevolezza. Così, fra mille episodi deliranti che ti fanno morire dal ridere con trovate assurde, Kochikame riesce anche ad essere un valido spaccato della vita quotidiana di un Giappone che a modo suo è più realistico che mai, in quanto i quartieri ritratti e la vita delle persone comuni che li abitano, esagerazioni da gag manga a parte, sono esattamente così come li mostra la serie, anche se sono passati trent’anni. Ma il Giappone è così, il filo diretto fra il passato e il presente, fra la tradizione e la modernità, non si spezzerà mai perché fa parte dell’intrinseca essenza di questo paese.
Allo stesso modo, quando si accorge che ti ha fatto ridere troppo, Kochikame mette il freno e ti colpisce a tradimento con un’arma potentissima: i saltuari episodi flashback di Ryotsu bambino.
Ambientati, dunque, negli stessi anni ‘60 di Otoko wa tsurai yo (inevitabilmente e furbescamente, visto che il presente sono gli anni ‘90-2000), generalmente nella natia Asakusa, si tratta solitamente di episodi che sembrano spensierati e divertenti, con le storie di questi bambini che fanno marachelle, marinano la scuola, giocano con trottole di legno beigoma o con le carte menko. Ma poi ti fregano, raccontandoti storie di primi amori infantili che non si concretizzano, di amici del cuore che si trasferiscono, di rapporti fraintesi che non si ricuciono, di rapporti che cambiano crescendo, e allora ti commuovi un sacco. Perché, è inutile, se sei un adulto giapponese cresciuto nell’era Showa, dai ricordi d’infanzia non puoi scappare: ti hanno formato, fanno parte di te, hanno lasciato segni più o meno profondi nella tua vita attuale, e questo vale anche per Ryotsu così come per gli spettatori che seguono in tv le sue disavventure. Episodi come il 56 “Storia del primo amore ad Asakusa”, il 110 “Asakusa Cinema Paradiso” e, soprattutto, il 118 “Storia di Asakusa”, sono davvero stupendi, malinconici e tipici di quel sentimento tipico dell’era Showa, capace di farci provare nostalgia di un tempo e un luogo che non abbiamo vissuto ma che inspiegabilmente fanno da sempre parte di noi, figuriamoci per i giapponesi che li hanno vissuti veramente e hanno amato “Storia di Asakusa” talmente tanto da votarlo fra gli episodi che volevano trasposti nell’adattamento drama del 2009, di cui è l’ultima, bellissima puntata.
A spiegare quanto Kochikame sia un infinito atto d’amore al Giappone dell’era Showa, al Giappone dell’infanzia, al Giappone della tradizione, al Giappone di tutti i giorni, al Giappone della shitamachi basta, in realtà, il solo testo della splendida “Katsushika Rhapsody”, terza sigla d’apertura e sigla più iconica e longeva della serie, tanto che torna poi come ultima opening in una versione cover.
“La donna grassa che ho incontrato alla piazza centrale del parco Mizumoto
e che camminava mano nella mano con un bambino
è stata il mio primo amore
Mi ha preso in giro, dicendomi
che conserva ancora la lettera d’amore che le ho dato allo stagno Konpachi”
“I corvi gracchiano al calar del sole
Mangiamo yakitori a volontà bevendo birra
Dalla torre dell’acquedotto di Kanamachi
il sole tramonta in direzione del tempio Taishakuten”
“Katsushika non cambia mai di una virgola,
ma tutti qui sono gentili”
Kohei Dojima, “Katsushika Rhapsody” (1997)
Ma Kochikame ama il Giappone, tutto. Lo ama, perciò lo prende in giro, ma allo stesso lo celebra in tutti i suoi aspetti: la cultura, la tradizione, la modernità, i treni, i quartieri commerciali, i fiumi, i monumenti, il sumo, il wrestling, il kendo, gli anime, i videogiochi, il sushi, i matsuri, i samurai, gli otaku. Nel corso della sua programmazione, ti rendi conto che Kochikame ha parlato di tutto, poi che in realtà non ti ha parlato di niente e che poi no, in realtà ti ha davvero parlato di tutto, presentandoti personaggi che, man mano, per anni, sono diventati i tuoi migliori amici, e portandoti per mano alla scoperta di un paese di cui ti ha mostrato tutto, mostrandoti anche i suoi cambiamenti nel corso degli anni di programmazione. I personaggi, abbiam detto, più di tanto non cambiano nel corso della serie, ma il tempo va avanti, il Giappone va avanti, ed eventi come l'entrata nel nuovo millennio, le Olimpiadi, i mondiali di calcio in Giappone e Corea del 2002, i continui riferimenti a ciò che andava in onda su Fuji TV insieme a Kochikame e i continui riferimenti/sfottò alle varie mode del tempo (dalle arti marziali ai videogiochi, dalle eroine in marinaretta a quelle che pilotano robot giganti) ci fanno capire come Kochikame sia un documento storico assolutamente valido di storia del Giappone Heisei.

Sette opening e ben ben diciassette ending, fra cui contiamo anche opening riciclate come ending per occasioni speciali, ending dei film, cover/parodie di brani famosi o omaggi sottilissimi, ballad malinconiche, parodie di racconti del rakugo, canzoni scioglilingua basate sulle ordinazioni in un ristorante tradizionale e chi più ne ha più ne metta, Kochikame continua ad omaggiare il Giappone in ogni suo aspetto anche nelle sue sigle totalmente fuori di testa.
La sesta opening è una lettera d’amore nei confronti del Giappone Showa totalmente folle: prende “Damatte, ore ni tsuite koi” (“Taci e seguimi”), canzone di Hitoshi Ueki del 1964 e la fa cantare alla cantante enka Yoshimi Tendo, che compare anche in versione animata sia nella sigla sia in un episodio. Nel frattempo, Ryotsu fa la parodia del logo della 20th Century Fox per ricordarci di guardare l'anime stando lontani dallo schermo, della sigla di Inakappe Daisho (Ugo re del judo) che era cantata in origine proprio da Yoshimi Tendo, si mette a vendere cianfrusaglie per strada vestito come Tora-san, e, del resto, la sigla ci canta
“Se non hai soldi, taci e seguimi.
Non ne ho neanch’io, ma non preoccuparti.
Guarda il cielo azzurro, le nuvole bianche…
In qualche modo, ce la faremo”
“Se non hai un lavoro, taci e seguimi.
Non ce l’ho neanch’io, ma non preoccuparti.
Guarda il sole ardente, le nuvole rosse…
In qualche modo, ce la faremo”
Come Tora-san che un lavoro stabile non ce l’ha, gira per il Giappone vendendo cianfrusaglie per strada, ma non gli manca mai il sorriso. E sempre lì torniamo, Tora-san/Ryotsu come celebrazione dell’adulto giapponese col cuore ora bambino ora profondissimo, che vive con semplicità e il cuore pieno di speranze, in contrapposizione al salaryman che vive una vita grigia, triste e stressante.
La ending 9, “Robodeka bancho no uta”, ending speciale dell’episodio 178, è un delirio totale: è la finta ending dell’adattamento anime di “Robodeka Bancho”, il ridicolo manga serializzato da Ryotsu, che ha ottenuto un anime grazie all’influenza di Nana, ma Ryotsu si è fatto prendere la mano trasformandolo in una roba assurda dove ci sono teppisti, robottoni telecomandati, maghette che guidano robottoni combattendo contro gli alieni e compare in continuazione il cibo prodotto dagli sponsor. Compare a sorpresa come apice di un episodio assurdo e ti chiedi “Ma questo non era un manga sui poliziotti?”. Sì… e no, è Kochikame, Kochikame è unico e impossibile da incamerare in schemi prestabiliti!
Altre sigle, invece, riadattano ai personaggi della serie cose già esistenti, come la ending 17, “Jugemu – Kochikame Version”, che riadatta al nostro Ryo-san il famosissimo “Jugemu”, racconto tradizionale del rakugo, o le ending 13&14, che prendono “Nande darou” (Chissà perché?), brano del 2003 dei cantanti comici Tetsu&Tomo che ancora oggi fa parte della cultura popolare giapponese, e ne riadattano il testo cercando di spiegarsi tutte le stranezze di personaggi che nel 2003 ormai avevano quasi quarant’anni ed erano conosciuti da ogni giapponese da Hokkaido a Okinawa, quindi ci si poteva anche permettere di celebrarli scherzandoci su.
Ancora, vuoi non mettere una ballad malinconica cantata da Takuro Yoshida, il re delle ballad malinconiche (basti citare la sua “Rakuyo”, “Sole al tramonto”, degli anni settanta, manifesto totale degli ojisan che cantano ballad malinconiche)? Vuoi non strizzare l’occhio ai più giovani mettendo brani di band nuove e famose come i Tokio e gli Arashi? Vuoi non iniziare la serie (che, ricordiamo, ha una prima opening assurda che non c'entra niente con le vicende narrate) con una ending che è la più classica delle ballad tranquillissime da radio giapponese? Vuoi non fare un’incursione nel rock duro, che con Kochikame non c’entra niente, ma Kochikame racconta tutto, perciò si può?
Partito con la classica grafica da anime del 1996, dal 2000 Kochikame viene animato in digitale. Il digitale degli anni 2000, perciò colorato, lindo, pulito, con qualche sbavatura dovuta alle classiche animazioni digitali dei primi anni 2000 che a tratti sembrano fatte con Paint, ma la serie stessa ogni tanto ci scherza su. Recupera con un character design morbidissimo, pulito, davvero simpatico, che strizza continuamente l’occhio all’allora crescente mondo del bara manga presentando di continuo uomini di mezza età e ojisan muscolosi, pelosi, barbuti, baffuti… e facendoli poi vestire da guerriere Sailor, ma quello di Kochikame è un mondo estremamente vario e popolato, perciò ci sono personaggi di ogni tipo, e anche i personaggi graficamente più classici come Nakagawa o Reiko risultano disegnati in maniera piacevole.
Gioca spesso con i suoi personaggi, che vengono deformati, schiacciati, modificati: Ryotsu perde letteralmente la faccia, in un episodio, e gli amici gliela ridisegnano. Si gioca con l’estetica degli anime, degli shoujo manga, si copiano stili di altri autori (siamo davvero sicuri che Arina Tanemura non abbia collaborato in prima persona con qualche schizzo?). Gli eyecatch sono geniali: nei primi episodi c’è un “conto dei danni” e delle vittime che Ryotsu ha mietuto nell’episodio corrente, poi le ormai iconiche sopracciglia a gabbiano simbolo di Ryotsu vengono applicate ad animazioni 3D, foto di frutti, orsacchiotti, bambole dell’hinamatsuri e chi più ne ha più ne metta.

Una buona parte del successo di Kochikame è da imputare sicuramente al suo doppiaggio. Come da tradizione degli anni ‘90 già affermatasi in serie come Jungle no ohja Tar-chan o in altri lavori dello stesso Studio Gallop usciti lo stesso anno come Rurouni Kenshin o Kodomo no omocha, al leggio vengono chiamati diversi talent, che però offrono performance di spicco. Qui, oltre all’attore di musical Haruki Sayama, che dà la sua roboante voce al capo Ohara (non sarà mai troppo tardi un anime dove doppia Rikidozan e usa lo stesso tono di Ohara per insultare Antonio Inoki e Giant Baba), ci sono pure diverse guest star provenienti dal mondo degli anime di Mitsuru Adachi, come Yumi Morio (Kasumi in Hiatari Ryoko) che ha ottenuto il ruolo della sua vita doppiando Reiko o il doppiatore/rakugoka Kobuhei Hayashiya (Kotaro in Touch, Takashi in Hiatari Ryoko), che qui doppia Terai con una voce super paciosa assolutamente perfetta per il personaggio.

La vera star, totalmente inscindibile da questa serie e in buona parte responsabile del suo successo, è però l’attore, comico, personaggio televisivo Lasalle Ishii, la voce di Ryotsu. No, accreditarlo solo come voce del personaggio sarebbe molto scorretto, perché Lasalle Ishii è Ryotsu in tutto e per tutto, tanto da averlo poi interpretato in vari show teatrali e aver interpretato il suo padre-clone nel drama del 2009 dove Ryotsu aveva invece le fattezze di Shingo Katori. Lasalle Ishii, con la sua voce ruvida e arcigna, è assolutamente uno spasso, talmente attaccato al personaggio che risulta impossibile pensarlo senza la sua voce, infatti lo doppia anche nei videogiochi crossover delle varie serie di Jump (ma nell’annunciato nuovo adattamento avrà un altro doppiatore, e sarà terribile doversi abituare).

La sua interpretazione di Ryotsu è diventata negli anni assolutamente iconica, portandolo alla fama, ma Ishii è stato anche protagonista di diversi scandali che lo hanno poi allontanato dal mondo dello spettacolo e della tv, soprattutto nel periodo della pandemia, in cui ogni mattina faceva sul suo canale Youtube dei video-rassegna stampa al veleno leggendo e commentando i quotidiani. Dal 2025, è entrato in politica, ottenendo un posto nella Camera dei Consiglieri in rappresentanza del Partito Social-Democratico, di cui è anche vicepresidente. La sua campagna elettorale, che lo ha portato a fare comizi ovunque in giro per il Giappone nell’estate 2025 (le foto sopra sono state scattate nell'estate 2025 a Kameari e ad Akihabara direttamente dal sottoscritto) non è stata esente da critiche, in quanto è stato criticato di aver strumentalizzato Kochikame per fini politici, data l’ovvia enorme quantità di volantini elettorali affissi ovunque in giro per Kameari, dove la voce di Ishii/Ryotsu si sente comunque 24 ore al giorno dalle varie altoparlanti che mandano costantemente le sigle dell’anime, in parte cantate anche da lui stesso. Ma non si può dire che non ci avesse avvertito, dato che la quinta opening della serie “Oide yo, Kameari” (Venite a Kameari), cantata appunto da lui stesso, lo dice proprio:
“Tutti sono stati bambini, però crescendo se lo dimenticano.
Anche i politici che se la tirano tanto.”
Perché, abbiamo detto, dall’infanzia, dall’era Showa, dalla tranquilla e calorosa shitamachi non ne esci vivo, neanche se sei Lasalle Ishii e ora sei un politico.
“Ricordandomi di quella strana sensazione che provavo da bambino
Ho attraversato i portici mettendo i piedi solo sulle mattonelle nere del marciapiede”
“Ricordandomi di quella strana sensazione che provavo da bambino
Ho continuato a calciare un sassolino trovato per strada finché non sono arrivato a casa”
Lasalle Ishii, “Oide yo, Kameari” (1999)
Da Kochikame, nessuno, in Giappone è uscito vivo. I suoi personaggi, che ormai hanno cinquant’anni ma risultano ancora freschi e amatissimi da grandi e piccini, sono diventati parte del tessuto popolare del Giappone stesso, in particolar modo, ovviamente, di quello di Kameari. Di suo, è un quartierino tranquillo, normalissimo, senza monumenti né turisti, senza un collegamento diretto agli altri luoghi più famosi di Tokyo, con una piccola stazione che ti accoglie e subito appena esci trovi una libreria vintage con poster di Rikidozan, vecchie riviste di wrestling, vecchi manga, vecchi dischi, vecchie pubblicazioni. Ma è il quartiere di Kochikame, che è una delle colonne dell’intrattenimento giapponese, e la cosa si deve celebrare, perciò dal 2006 Kameari si è popolata di un sacco di statue, sparse qua e là per il quartiere, raffiguranti Ryotsu e i suoi amici, hanno montato altoparlanti che passano le sigle della serie, è possibile trovare dolcetti e gadget di Ryotsu praticamente in ogni negozio del quartiere, la domenica dei kigurumi di Ryotsu, Nakagawa e Reiko fanno giocare i bambini. Dal 2006, nel centro commerciale Ario Kameari, Bandai Namco ha aperto il Kochikame Game Park, una sala giochi tutta a tema, dove si può giocare a cabinati e giochi vari ispirati alla serie, c’è una riproduzione della stazione di polizia di Kameari, vari poster relativi all’anime e al drama e sono esposti vari gadget che sono stati realizzati nel corso della serializzazione del manga e della trasmissione dell’anime. Dal 2025, sempre a Kameari, hanno aperto il Kochikame Memorial Museum, un viaggio divertentissimo fra le pagine del manga, colmo di giochi interattivi spassosissimi, mentre nel 2016, alla conclusione (momentanea, dato che poi è uscito un altro volume e che l'autore continua a pubblicare su Jump capitoli di quando in quando) del manga hanno fatto una bellissima mostra celebrativa itinerante.

E’ particolarmente difficile contarli, dato che hanno durata e formato variabile, ma gli episodi totali della serie tv base sono 373, è durata fino al 2004, con due film cinematografici (1999 e 2003) in mezzo, ma è stata poi allungata con altri dieci episodi speciali di un’ora ciascuno, trasmessi a cadenza aperiodica fra il 2005 e il 2016, perché Kochikame era diventato troppo importante per il Giappone e non si poteva più rinunciare al suo mix di umorismo folle, slice of life, nostalgia e amore per il Giappone. Infatti, anche gli episodi speciali realizzati successivamente riescono a mostrarti tutto il meglio di Kochikame, fra gag deliranti e momenti super commoventi che affondano le proprie radici nella nostalgia del Giappone Showa che fu e che ancora oggi ha tanti di quegli strascichi per gli adulti giapponesi che è difficile immaginarlo per chi segue solo anime e manga dall’estero.

Dato che una trama non c’è (e che il manga era ancora in corso, nel 2004), l’ultimo episodio della serie tv regolare non offre un finale granché definito, ma come di consueto la butta in caciara. E finale non è nemmeno l’ultimo episodio effettivo, lo special Kochikame The Final: L’ultimo giorno di Ryotsu Kankichi, che pure è uscito in concomitanza con la fine del manga: si ride, si piange (per finta, perché mille volte Ryotsu nella serie ha rischiato di morire per un motivo o per un altro, ma manco Dio vuole che gli vada a rompere le scatole nell’aldilà!) e, soprattutto era un episodio assolutamente necessario per introdurre l’ultimo personaggio chiave che, per forza di cose, mancava nella serie tv. Conclusasi nel 2004, la serie ha mostrato infiniti scorci di Tokyo, il Sensoji di Asakusa e i ponti sul fiume Sumida sono praticamente diventati personaggio essi stessi, ma per forza di cose le mancava qualcosa. Al giorno d’oggi, se si parla della shitamachi di Tokyo, non si può non notare un fondamentale elemento della sua skyline: la Tokyo Sky Tree, oggi diventata nume tutelare che veglia sulla shitamachi, su Katsushika, Taito e Sumida dall’alto dei suoi 634 metri, diventata un imprescindibile simbolo di Tokyo. Ma è stata costruita nel 2010, quando l’anime tv di Kochikame era in onda non c’era, perciò nell’anime non compare. Impossibile che quella che viene oggi considerata il simbolo della shitamachi non compaia nell’anime per eccellenza che parla della shitamachi, urgeva farci un episodio a tema… dove Ryotsu, ovviamente, distrugge anche lei, dopo averlo già fatto con l’edificio di Fuji TV, i templi di Kyoto e persino la Torre Eiffel!

Quello in compagnia di Ryotsu e compagni è un viaggio molto lungo, che parte nel 1996 ma affonda le sue radici nel 1976, arriva fino al 2004, poi fa un altro giro fino al 2016 e continuerà ancora anche in futuro, dato l’annuncio di un nuovo progetto animato, che forse sarà di più facile fruizione per i neofiti rispetto alle circa 400 puntate del’anime degli anni ‘90, ma sicuramente anche più corto, meno iconico, già mi vedo (e sarò io il primo a farle) le lamentele da parte della vecchia guardia perché non può esistere Ryotsu senza Lasalle Ishii. Nonostante la lunghezza, quello intrapreso insieme al Kochikame degli anni ‘90 è un viaggio profondo, ricco di emozioni, di risate a crepapelle e personaggi che magari non crescono, a differenza tua, ma sono sempre lì al tuo fianco, diventano i tuoi amici, ti fanno ridere quando ne hai bisogno e ti fanno piangere (un pianto liberatorio, di quelli che ti fanno stare bene) quando meno te lo aspetti, ti fanno ripensare e riflettere su tante cose, ti fanno venire nostalgia di quando eri piccolo, di quando sei stato in Giappone, ti fanno venire nostalgia del Giappone anche se non ci sei mai stato, ti fanno fare un tour del Giappone a 360°. Niente male per una serie che non ha trama e non si sa che cosa voglia di preciso raccontarti. Quello di Kochikame non è un viaggio organizzato dove ogni cosa è programmata e sai già quando finirai, cosa farai, dove arriverai. Kochikame è un biglietto per una destinazione sconosciuta, un viaggio totalmente libero. Ciao, ti dice, questi sono i tuoi compagni di viaggio. Prenditi il tuo tempo per conoscerli, prenditi il tuo tempo per esplorare, fare esperienze, vivere. Conoscerai altra gente, riderai, piangerai, e alla fine del viaggio sarai un uomo diverso, nato da tutte le esperienze che hai vissuto, che ti hanno formato e alle quali potrai riguardare con nostalgia. Ora mettile in pratica nella tua nuova vita e diventa grande, come un ojisan nato e cresciuto nell’era Showa che nella vita ne ha passate di ogni ma adesso è diventato una persona buona e saggia, anche se magari non te lo da a vedere perché da fuori sembra solo un pazzoide con la fissa dei giochi, degli anime, dei modellini.
NOTE DELL’AUTORE:
In chiusura, un po' di foto del sottoscritto che gironzola per le strade di Kameari fotografandosi con questo o quel memorabilia della serie che, come detto, dal 2006 in poi sono stati costruiti nel quartiere per celebrare la serie, più un paio di cosplayer incontrati nei vari Comiket, a dimostrare quanto ancora questa serie sia amatissima in Giappone.
Un ringraziamento speciale a Yuka Suzuki e Masashi Katsuragi, le mie guide nel quartiere di Kameari, di cui mi hanno mostrato sale giochi, centri commerciali, viuzze, quartieri commerciali, gelaterie italiane, statue dei personaggi, parchi, musei, terme, negozi di vecchiume, anison bar, santuari shinto, matsuri, ristoranti specializzati in pasta trash e di cui mi hanno fatto assaporare quella tranquilla quotidianità che in Kochikame tanto avevo amato.
Un grazie enorme anche a Yukihiro Kanazawa, metallaro fuori e Tora-san dentro, a cui posso passare uno scarabocchietto fatto con Paint in due secondi rappresentante degli omini stilizzati che si lanciano rettangoli, chiedendogli di spiegarmi che tipo di gioco tradizionale giapponese sia, e lui sarà capace non solo di riconoscerlo ma di spiegarmelo nei minimi dettagli cosicché io possa citarlo nell’articolo.
























































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