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"Il senso dell'esistenza condensato in una decina di secondi"

Nel panorama dell'animazione sportiva, ci sono opere che spesso usano lo sport come pretesto per raccontare il cameratismo e il superamento dei propri limiti o il riscatto personale e sociale. Ma non è questo il caso di "100 meters - Hyakuemu" (tratto dall'opera cartacea di Uoto, noto per il premiato "Movimento della Terra") che sfrutta una delle discipline olimpiche per antonomasia come una specola privilegiata dell'animo umano perché si intuisce che non sia un semplice film sull'atletica leggera ma, piuttosto,è un'indagine esistenziale compressa nella frazione di tempo necessaria a percorrere cento metri.

La prima cosa che colpisce di "100 meters" è la tecnica grafica utilizzata. L'uso del rotoscopio – tecnica che ricalca le animazioni partendo da riprese dal vivo di attori in carne ed ossa – è una scelta che può non piacere a tutti ma per questo tipo di animazione si rivela un colpo a mio avviso azzeccato, perché attribuisce una forma alla velocità e allo sforzo dedegli atleti.

Mi sovviene alla memoria l'esperimento "straniante" compiuto anni fa con la serie "I fiori del male" ("Aku no Hana"). Ma se in quel caso il rotoscopio serviva a restituire il disagio e la sgradevolezza dell'adolescenza attraverso la mimica degli attori, in "100 meters" risulta più conosono per catturare la biomeccanica del corpo umano.
Probabilmente nessuna animazione tradizionale avrebbe potuto restituire con tale brutalità la contrazione muscolare, la postura imperfetta di uno scatto disperato, la deformazione del viso investito dall'aria e dalla fatica, a meno di investire ingenti risorse di budget o ricorrere all'animazione in CG che spesso mal si amalgama con gli sfondi e risulterebbe legnosa e meccanica in un contesto come la disciplina regina della velocità.
La tecnica del rotoscopio riesce a rendere e a far apprezzare la fluidità esplosiva dei corpi, ancorando la velocità estrema a un realismo tangibile, quasi documentaristico e "immersivo".

Dal punto di vista della sceneggiatura, la visione di "100 meters" fa capire quanto sia lontano dai classici "spokon" che hanno abituato lo spettatore a protagonisti esclusivamente motivati dal sogno e dalla gloria a prezzo di immani fatiche e sofferenze: "100 meters" in un certo senso "destruttura" il genere offrendoci la visione di due anime tormentate, quelle dei due protagonisti. Togashi, bambino prodigio, detentore di record, per il quale la vita e la pista sembrano "discese" prive di attrito e Komiya, il c.d. "escluso", bersaglio dei bulli che trova nella corsa non uno tanto uno sport, ma un escamotage per garantirsi la sopravvivenza psicologica. Insomma un gioco di riflessi dei due prtoagonisti in cui emerge il confronto tra talento e ossessione.

Lo spettatore non impiegherà molto tempo per intuire che Komiya non corre per vincere, corre per cancellare la realtà circostante, con una ferocia e una furia che annichiliscono. Quando Togashi decide di insegnargli la tecnica, convinto con la presunzione del talento che la velocità sia la panacea di ogni male, non innesca una rivalità sportiva, ma un rapporto involontario di codipendenza da Komiya. E' il leit motiv del film: la grazia innata di Togashi contro l'impeto di Komiya. In fondo Togashi sembra possede tutto ma non comprende la motivazione dell'emarginazione e dell'isolamento; Komiya sembra in apparenza "vuoto", senz'anima e rende quel vuoto un motore di affermazione di sè. Non sono "nemici" o avversari, sembrano piuttosto "polar opposites" e la pista diventa una sorta di modo di comunicazione di sè stessi verso tutto il resto.

"100 meters" non propone il solito e stucchevole e inesorabile miglioramento dettato dalla fatica, non propone il peana della vittoria assoluta. L'opera usa i cento metri per porre interrogativi ontologici sulla vita umana, con tutto il suo peso fatto di infortuni, aspettative, sponsor e contratti che si accumulano nel passaggio dall'infanzia all'età adulta: il tutto viene compresso e risolto nel lasso di tempo esiguo di dieci secondi. La brevità della gara diventa la metafora perfetta di un'esistenza in cui si cerca un senso dell'effimero.
Questa indagine sull'io culmina in un finale di una semplicità e verità disarmanti. Dopo aver rincorso tempi, ossessioni e conferme per anni, i due protagonisti si ritrovano affiancati, l'uno accanto all'altro, sulla stessa linea, correndo in un finale aperto dove il vincitore sfuma, perché la prevalenza dell'uno o dell'altro non ha più importanza: il vero trionfo non è sconfiggere l'altro o il cronometro, ma ritrovare il puro e primordiale amore per l'atto in sé. Corrono per se stessi in un epilogo senza podio.

"100 Meters" non è un film per chi cerca rassicurazioni di una trama e personaggi prevedibili o eroi senza macchia e paura. Al netto della particolare tecnica utiulizzata (che potrebbe non piacere a tutti) e la trama vagamente "ellittica" (difficile condensare in un film il percorso di crescita dei due protagonisti), il film rappresenta piuttosto una scossa di adrenalina a dimostrazone di come la corsa di velocità possa rapprentare un momento di introspezione psicologica.
Dimostra di essere un'opera che lascia la piacevole sensazione che l'animazione possa ancora esplorare l'animo umano senza piegarsi alle solite logiche commerciali o di trend di successo.