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Tra i titoli lanciati al sorgere del 2016 dal sempre più attivo e altalenante studio A-1 Pictures, spunta anche questo Hai to Gensou no Grimgar, a modo suo interessante, non per il soggetto in sé - che va a collocarsi nell'ormai folto mucchio di LN ad ambientazione fantasy con elementi da RPG - quanto per l'astuta operazione di camuffamento che gli si è applicata. Sorta di decostruzione farlocca di un fenomeno esploso nel 2012 e che nel corso di pochi anni ha saturato il mercato finendo per stancare un po' tutti, o prodotto realmente pensato per dare nuova linfa ad un sottogenere che forse ha ancora qualcosa da dire?
Propendere per la prima ipotesi mi è stato quasi spontaneo, e non metto in dubbio che l'assoluta mancanza di empatia da parte del sottoscritto per l'elemento portante dell'opera, cioè i personaggi, abbia inevitabilmente sbilanciato il mio giudizio. D'altro canto però è stato quasi automatico palesare l'indole ruffiana e la debole consistenza della maggior parte dei suoi aspetti.

Nel calmo incedere della narrazione - l'unico stratagemma quantomeno coraggioso - si nasconde un vuoto contenutistico che uno sguardo superficiale non tarderà ad elevare a celebrazione della quotidianità. La dilatazione dei tempi e la schematicità delle azioni dei protagonisti non sorreggono da sole le basi per quell'agognato effetto slice of life, specie se accompagnati da dialoghi ridondanti e da manovre registiche imperniate esse stesse in uno schema esente da variazioni (sul quale ritornerò). Fallito dunque il tentativo di conferire nuova luce alle situazioni, per quanto ricorrenti esse siano, ciò che resta impresso di quel quotidiano è il suo lato più tedioso, cioè la monotonia.
Alle pretese da slice of life si affiancano quelle di tipo drammatico: da lì al melodrammatico il passo e breve e sì, questa serie, come tanti altri anime, non fa eccezione. Lo fa adeguandosi, per esempio, alla tendenza ad eliminare precocemente dai giochi uno dei main characters. Un mezzo ormai abbastanza ricorrente anche in serie molto brevi, ma che anche a causa di tale brevità, fallisce nello scopo di suscitare un'emozione improvvisa, se non ai danni dei più suggestionabili. Nella fattispecie il fattore "dramma" è reso ancora più indigesto dalla persistenza con cui certi accaduti sono rivangati. Eppure sembra che il dramma vero e proprio, quello da cui scaturiscono tutti gli altri, e che è sotto gli occhi di tutti, sia sempre assecondato. Ad eccezione di qualche occasionale segno di straniamento, come le amnesie di cui paiono essere consapevoli, gli abitanti di questa estranea realtà non danno mai peso alla condizione di ignoranza e rassegnazione in cui versano, di per sé drammatica appunto, quasi kafkiana a voler esagerare. Di questo mondo non viene di fatto mai svelato granché, per cui è praticamente impossibile indagare a fondo, il che potrebbe portarci alla conclusione che non sia di fondamentale importanza saperlo.

Ma se è davvero così, a che pro un'ambientazione di questo tipo? Magari è solo quello di sfoggiare una direzione artistica che è sicuramente degna di menzione, per colorazione, shading, disegno quasi privo di sbavature, con i background a sfilare come star assolute in un apparato grafico che, per la verità, non si spreca più di tanto. Considerato che i picchi di densità delle animazioni si manifestano unicamente in occasione dei combattimenti corpo a corpo, dove sono ancora i fondali, in tal caso tridimensionali, ad infondere una marcia in più. Del resto troviamo in larga parte le consuete schermate fisse, alcune delle quali di durata esorbitante, appesantite dal mancato intervento di una regia indolente.
Quest'ultima da parte sua si limita ad adagiarsi sul valido impianto scenografico: Ryousuke Nakamura (Nerawareta Gakuen) tira fuori la vena più commerciale dell'opera con un compitino che mostra il peggio di sé in fase di sound directing, con un meccanico, prevedibile e smisurato piazzamento di insert songs - roba da far impallidire Aldnoah.Zero, Kill la Kill e Shingeki no Kyojin, dove almeno i brani spiccavano - insomma un altro metodo attinto dal cinema e già adoperato al meglio delle sue potenzialità in cose come Bebop, ora ridotto a veicolo di emozioni facilotte in cose come Grimgar. A eliminare ogni restante dubbio circa la naturale predisposizione del titolo, ci pensano un buon numero di shot piazzati ad hoc sulle natiche di questa, o sulle cosce di quest'altra, e se non dovesse bastare, una porzione di carne extra offerta gratuitamente dalla prestante "istruttrice" Barbara.

Sostanzialmente Hai to Gensou no Grimgar prova a calare in un contesto insolito le "vicissitudini" di un gruppo di banali adolescenti in preda agli ormoni, ma non riesce proprio ad andare oltre: arranca come semplice plot, senza provenienza né direzione; zoppica come rappresentazione minimalista della quotidianità; non muove un passo come storia di formazione, men che meno come percorso sociologico.
Se si è in cerca di qualcosa che racchiuda tutto ciò in modo infinitamente migliore, la scelta c'è: serie come Shin Sekai Yori, Mugen no Ryvius, Haibane Renmei, Nagi no Asukara, si sono tutte servite di un worldbuilding non convenzionale, ostico, in parte o del tutto ignoto, per avviare il coming-of-age dei personaggi.
Se invece si è più attratti dalla mera facciata fantasy, be', anche in quel caso Grimgar non si pone che al livello di un DanMachi qualsiasi, con la differenza che quest'ultimo non si spaccia per qualcosa di più profondo.