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Per me che prediligo la corsa allo scatto non è mai facile parlare di storie brevi con una parvenza di cognizione di causa che non risulti viziata dai miei gusti personali. Il fatto è che imbastire un racconto richiede, come sapranno i lettori forti e tutti coloro che si dilettano con la scrittura, un'acutezza e una sensibilità tali da consentire un'immersione immediata in quello che è, a tutti gli effetti, un sistema con leggi e dinamiche ben precise, un insieme di meccanismi all'interno del quale anche il più piccolo malfunzionamento non solo balza immediatamente all'occhio, ma rischia di pregiudicare l'intera performance; in altre parole, che chi scrive abbia una perfetta padronanza di una vasta gamma di trucchi del mestiere e abbastanza intuito da farne buon uso in qualsiasi situazione. "Sakuhin Number 20", pur non essendo perfetto, denota tutte queste qualità, circostanza di cui non ci si può che rallegrare anche e soprattutto tenendo conto del forte rischio di approssimazione, vuoi per ignoranza, vuoi per rimanere accessibili a tutti, a cui sono esposte le storie a sfondo LGBT.

1) "TABLEAU NUMÉRO 20"
Sin da quando era ragazzo Maurice è ossessionato da uno schizzo del diciannovesimo secolo a cui, tuttavia, non sembra corrispondere alcun quadro: ritrae un bellissimo ragazzo nudo che, seduto sul bordo di un letto sfatto, guarda verso lo spettatore con espressione indecifrabile. Il volto è immoto, la postura difensiva e a un tempo compiaciuta della levigatezza delle sue carni efebiche; le lunghe ciglia folte, da fare invidia a una donna, gettano sull'occhio, sormontato da una palpebra importante ma tutt'altro che pesante, un'ombra che gli conferisce un'aria incredibilmente adulta, come se la sua anima sia maturata prima dell'involucro che la contiene.
Un giorno a Auvers, sotto un albero di ulivo, viene ritrovato assieme a una pistola e a dei resti umani il cosiddetto "Tableau Numéro 20", che costituisce, per l'appunto, il prodotto finito di quello studio. Sarà proprio Maurice a vedersi commissionare il restauro della tela, la cui storia minaccia di mettere in subbuglio la sua stessa vita e l'intero mondo dell'arte.

Un intreccio interessante in cui l'elemento sovrannaturale non risulta neppure troppo molesto, per quanto non tutte le coincidenze su cui si basa siano indispensabili. Tuttavia si ravvisa una certa fretta nel voler far quadrare il cerchio e un po' di superficialità per quanto riguarda la resa psicologica del protagonista.

2) "JUST NOT LIKE A MERRY-GO-ROUND"
Minoru e Kei sono amici d'infanzia. Il primo, proprietario di una giostra di cavalli, è da sempre innamorato del secondo, alle prese con un doloroso divorzio; timoroso di rovinare il loro rapporto, nonché convinto di non avere speranze, continua a crearsi scuse per non confessargli i propri sentimenti. Ma ora che Kei ha bisogno di lui più che mai potrebbe anche considerare di uscire allo scoperto, smettendo di fatto di rincorrerlo per porsi, finalmente, laddove non si è mai ritenuto all'altezza di stare: al suo fianco, da vero compagno.

La forza di questo racconto è, paradossalmente, la sua mancanza di pretese. A prescindere dalla diversa percezione del loro rapporto, infatti, Minoru e Kei sono piacevolmente ben assortiti, senza per questo dare l'impressione di essere stati appositamente creati per compensare l'uno le lacune dall'altro; in qualunque modo andrà a finire - la storia si interrompe appena prima che Minoru si dichiari -, quindi, è ragionevole dedurre che non tarderanno a ritrovare un equilibrio che non sappia troppo di compromesso.

3) "RASGUEADO"
Una storia di sesso, arte e amore fra Jesús, giovane ballerino di flamenco, e Álvaro, il suo chitarrista di fiducia, funestata dalla differenza d'età e dalla disparità di talento.

Una gestione non proprio brillante delle tempistiche non consente al potenziale di questa coppia di emergere come meriterebbe, con conseguente difficoltà da parte del lettore di comprendere i motivi per poteranno i protagonisti a prendere questa o l'altra strada, specialmente per quanto concerne Jesús. Il rasgueado del titolo, per chi se lo sta chiedendo, è il modo con cui il chitarrista di flamenco impone il ritmo alla danza, tamburellando con i polpastrelli delle dita sullo strumento.

4) "EN EL PARQUE"
Ogni giorno, da quarant'anni, a una certa ora un uomo si fa trovare sulla stessa panchina dello stesso parco. Attende qualcuno che, pur non presentandosi mai all'appuntamento, potrebbe essere molto più vicino di quanto creda.

Questo racconto ha un unico, piccolo difetto: il protagonista, che è il classico Signor Passavo-per-caso che per nessun motivo in particolare si ritrova più o meno felicemente coinvolto in storie che non solo non lo riguardano, ma di cui nella maggior parte dei casi non è affatto all'altezza, tipo Nick de "Il grande Gatsby". Va detto, tuttavia, che nel caso specifico la sua presenza, quantunque opportuna e giustificabile soltanto fino a un certo punto, non pregiudica in alcun modo la godibilità della storia ivi narrata, che personalmente reputo la migliore della raccolta: tenera senza per questo cariare i denti, modesta ma tutt'altro che sciatta.

5) "LE VISITEUR"
Seguito di "Tableau Numéro 20". Da quando "Portrait de Yves", com'è stata ribattezzata la tela, ha fatto il suo debutto al Louvre non c'è stato giorno in cui una certa persona non le abbia reso omaggio - una persona che nel cuore del misterioso giovinetto di cui ora tutti possono ammirare le fattezze viene prima di ogni altra, compreso Maurice, che continua a esserne follemente innamorato. È possibile che sia venuta a reclamarlo per sé? Dopotutto ne avrebbe più diritto di Maurice. Ma potrebbe quest'ultimo sopravvivere all'abbandono?

Mon Dieu, che pasticcio! La storia parte bene per poi arenarsi nel modo più maldestro e irritante possibile, che per ovvie ragioni non posso rivelare in questa sede. Peccato, perché per una volta anche Maurice sembrava a fuoco, per quanto la sua ultima battuta non solo sia infelice come poche, dato il contesto, ma anche inutile dal momento che gli è già stata data una risposta più che esaustiva nel prequel.

Il tratto è piacevole e pulito, di quelli che fanno pensare alle lenzuola lasciate ad asciugare al sole, e anche a livello di regia non si può che rimanere soddisfatti al netto di una ripartizione delle tavole sempre ordinata e efficace; tuttavia quanto a sfondi siamo a livello di Tite Kubo, vale a dire... beh, ci siamo capiti. Se da una parte ciò favorisce la concentrazione, dall'altra suggerisce una distanza tra lettore e personaggi che a lungo andare potrebbe dare al primo l'impressione di stare osservando i secondi attraverso un binocolo orientato al contrario, quando sarebbe bastato implementare qualche prop di tanto in tanto per scongiurare un simile effetto.

Voto finale: 7. Pur essendo una profana del genere yaoi, o forse proprio per questo, direi che vale la pena di prenderlo in considerazione per un primo approccio allo stesso.