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Ci sono anime che analizzano la crescita e le insicurezze dell’adolescenza, i problemi a relazionarsi con il sesso opposto, le difficoltà nell’accettare il proprio aspetto e il proprio carattere, il tutto tentando di mettere in scena un’evoluzione credibile dei personaggi. Altri anime si focalizzano più sulla diversità, su come ogni individuo la percepisce e su come reagisca all’interazione con essa; lo fanno anche attraverso gli occhi dei più piccoli, bocche della verità, meno influenzati dalla società in quanto non ancora ben formati caratterialmente. Infine esistono anime che, a differenza dei sopracitati, preferiscono puntare tutto sull’intrattenimento, la comicità e le scene un po’ spinte e piccanti, quello che nell’ambito è generalmente chiamato “fanservice”. “Centaur no Nayami”, imboccando la via recentemente in voga delle “ragazze mostro”, fonde i tre filoni sopra elencati e altri ancora, per cercare di far riflettere, mettere in scena una storia di crescita personale e al contempo non annoiare a morte lo spettatore.

Definire mostri i protagonisti della serie, però, è una contraddizione in termini. Nell’universo in questione l’evoluzione ha semplicemente privilegiato caratteri diversi da quelli del mondo reale, quali, nello specifico, sei arti nei progenitori di rettili e mammiferi invece di quattro; l’adattamento agli ambienti terrestri e marini, di conseguenza, è stato tale per cui l’aspetto degli abitanti di tale mondo sembri a noi normali esseri umani mostruoso. Una ragazza centauro, una metà pipistrello e una metà capra sono le principali protagoniste del racconto, vivono una normale vita da adolescenti e frequentano il liceo statale. La serie si concentra sui piccoli problemi che condiscono le loro vite, come quelle di qualsiasi ragazzo e ragazza a quell’età, inserendoli però in un contesto che ha canoni e regole diversi da quelli a cui siamo abituati.
Le differenze tra le diverse razze del mondo di “Centaur no Nayami” hanno portato nel corso del tempo a diversi tipi di abuso nei confronti di alcune categorie di individui. Di conseguenza, per dirne una, Himeno, la protagonista, non può portare sul proprio dorso le amiche Nozomi e Kyōko perché esse potrebbero essere accusate di discriminazione nei suoi confronti. Allo stesso modo Himeno che sviene di fronte a una ragazza serpente quando questa cerca di sorriderle – e nel fare ciò le spalanca le fauci a due parli dal naso – può essere accusata di razzismo verso la rettiliana. L’idea di base è che questo mondo ha le sue regole particolari, ha un governo che tenta con ogni mezzo di garantire a tutti un pari trattamento, ma non sempre pari possibilità, talvolta a scapito delle particolarità del singolo. L’inquadramento e l’evoluzione dell’individualità, delle relazioni interpersonali e degli affetti in un contesto che potremmo definire multietnico sono tra le peculiarità di questa serie.
Dove sta il problema, quindi? Se si pensa all’introduzione, la risposta è abbastanza lampante. La commistione di generi diversi è un espediente che non di rado si vede utilizzato nelle serie animate giapponesi, un tentativo come un altro di attrarre una fetta quanto maggiore di pubblico e vendere quanto basta per non dover chiudere baracca e burattini. L’elemento comico e il fanservice hanno più o meno questa finalità all’interno di “Centaur no Nayami”, ma il loro apporto alla serie animata non è dei migliori: se da un lato strappano effettivamente qualche sorriso e contribuiscono a rendere meno noioso un prodotto che altrimenti avrebbe poco con cui intrattenere, è altrettanto vero che stonano di frequente con l’atmosfera riflessiva che le vicende stesse tentano di proporre. Viene da chiedersi, poi, quali siano i vantaggi dell’avere un buco tra gambe e coda per le sirene – se non infilarci un paio di slip e stimolare i feticismi dei più porcellini – o per quale motivo “osservare” la forma della vagina di un centauro possa trasmettere allo spettatore il senso di insicurezza dell’adolescente in questione meglio di tanti altri possibili aspetti fisici.

In parole povere, la confusione è tale che diventa difficile capire dove la serie voglia andare a parare: se voglia far ridere, riflettere, o scaldare il cuoricino dello spettatore. E tale contraddizione viene enfatizzata con l’avanzare degli episodi, alcuni dei quali interamente dedicati a personaggi comparsa, totalmente slegati dalla trama principale, per quanto utili a descrivere e caratterizzare l’universo narrativo in cui si svolge la vicenda.
È come se lo staff fosse ubriaco nella stesura dell’intreccio e l’avesse poi mandato direttamente in produzione: c’è da riconoscere che lo stato di ebbrezza permette di uscire facilmente dagli schemi e, in taluni casi, semplifica notevolmente la fase di brain storming, per così dire, ma il risultato non potrà mai essere una storia coesa e ben ideata; avrà spunti interessanti, magari innovativi, ma mai una logica ben definita o un obiettivo chiaro dietro alle scelte operate. In questo senso, per quanto in buona fede e non con eccessiva malizia, lo staff di “Centaur no Nayami” era ubriaco durante la progettazione e la realizzazione della serie. Insomma, né carne né pesce, o, se preferite, né uomo né animale: alla fine resta solo il rimpianto per una serie che, a parte aver confezionato uno scenario interessante, peculiare e innovativo nel panorama dell’animazione giapponese, non ha fatto altro che confondere e, alla lunga, annoiare lo spettatore per la fastidiosa mancanza di risoluzione nel selezionare e sviluppare solo un paio di temi a fronte della miriade di motivi proposti.