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9.0/10
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L'ironia è una grande cosa, soprattutto quando l'unico termine che riesce a descrivere un prodotto è lo stesso che lo caratterizza, e ironia vuole che "Grand Blue" sia una vera e propria "immersione" unica nel suo genere.

Trasposizione dell'opera originale del duo malefico Kenji Inoue/Kimitake Yoshioka, "Grand Blue" è un complesso mosaico capace di mischiare, in modo quasi sempre convincente, una quantità spropositata di influenze e citazioni della cultura otaku e non.

La trama, in soldoni, vede il giovane Iori Kitahara trasferirsi a casa dello zio in modo da poter frequentare l'università di Izu. Speranzoso di vivere una vita piena di emozioni ed esperienze, Iori si ritroverà, senza capirne bene le dinamiche, a far parte del club di immersioni dove gli elementi "sopra le righe" non mancano.

La prima impressione data dalla serie è quella dell'immediatezza, un approccio quasi brutale con lo spettatore che viene letteralmente trascinato nei deliri narrativi della stessa. Un'immediatezza che mette subito le carte in tavola, senza alcuna vergogna di sorta o timore reverenziale.

Kenji Inoue, vecchia volpe nota ai più per il suo "Baka to test to shoukanjuu", dimostra tutta la sua esperienza e classe mischiando vari stili comici in quello che, a conti fatti, è un mix esplosivo di gran lunga superiore a tantissime serie di produzione recente.

La comicità di "Grand Blue" è fanciullesca, quasi primordiale, capace di pizzicare quelle corde primitive che ognuno di noi ha nell'animo e che ci porta a ridere come degli ossessi quando vediamo qualcuno cadere o un animale fare qualcosa di stupido. Un fragoroso richiamo alla slapstick comedy di miti eterni come Charlie Chaplin, capaci di far ridere grazie alla propria mimica e gestualità. E questa non è che la punta dell'iceberg.
Troviamo infatti richiami più che espliciti alla comicità irriverente e dissacrante dei Monty Python, soprattutto nelle scene in cui i protagonisti si lasciano andare, con nonchalance più assoluta, in situazioni totalmente assurde e senza pudore.
Anche il rapporto litigioso fra Iori e il suo compagno di scorribande Kohei è una enorme citazione ad un certo tipo di comicità chiassosa tipicamente giapponese di fine anni '70, su tutti "Urusei Yatsura" e i perenni battibecchi fra Ataru Moroboshi e Mendō Shūtarō.
Non mancano infine situazioni originali al limite del grottesco (chi ha parlato di furgoni?) e tantissime citazioni che lascio a voi il piacere di scoprire di puntata in puntata.

"Grand Blue" non è però solo comicità, ma anche il racconto di un sogno, il sogno di Iori.
Seppur inizialmente scettico, il nostro protagonista scoprirà gradualmente un mondo nuovo nascosto nelle profondità del mare che lo porterà, come un novello Jonathan Livingston, a ricercare quelle emozioni di cui si era privato per forse troppo tempo.

Tecnicamente la serie è lodevole, pur non brillando sempre per qualità, e lo studio Zero-G non credo meriti alcun rimprovero a riguardo. Azzeccatissime sono le musiche, sempre a tema e capaci di sottolineare perfettamente le surreali situazioni fra serio e faceto.
Discorso a parte invece per la regia, vera e propria miniera d'oro della serie, che in sole 12 puntate è riuscita a non perdere mai il confronto con la serie cartacea: tempi comici perfetti e superbo equilibrio fra momenti seri e quelli più irriverenti.

In conclusione, "Grand Blue" è una serie che merita ampiamente la visione e difficilmente deluderà anche lo spettatore più esigente. Una perla in questo turbolento mare chiamato stagione estiva.