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9.0/10
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“Ridi ed il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo”.

Nella Nouvelle Vague coreana, insieme a Kim ki-duk, Park Chan-wook risalta indubbiamente come figura di spicco, grazie ad una cifra stilistica tutta sua capace di reinventare la settima arte nonostante le palesi contaminazioni del cinema europeo ed americano (Tarantino su tutti). Non a caso proprio il regista di “Pulp fiction”, esterrefatto da questo gioiellino, ha definito “Old boy” il film che avrebbe sempre voluto fare.

La storia è ispirata all’omonimo manga di Marginal e racconta le vicende di Dae-su, un alcolista donnaiolo un po' farfallone che inizia a prendere la vita sul serio solo quando, apparentemente senza un perché, viene imprigionato per 15 anni dentro la fatiscente stanza di un grattacielo. Costretto ad abbandonare moglie e figlia piccola (la moglie verrà assassinata poco dopo la reclusione facendo cadere su di lui i sospetti dei familiari) Dae-su trascorrerà la prigionia allenando duramente il suo fisico, covando un odio smisurato verso l’uomo che l’ha rinchiuso, a cui non riesce a dare un volto, odio pronto a strabordare ed esplodere in un’efferata vendetta una volta fuori da quella stanza. L’inesorabile solitudine è in parte ovattata da un vecchio televisore sempre acceso, che quantomeno permette a Dae-su di tenere il conto dei giorni, salvo poi sfociare in disturbanti allucinazione kafkiane: le formiche che il protagonista vede agitarsi vorticosamente nelle sue carni rappresentano perfettamente il contrasto che intercorre tra l’eusocialità dell’animale e la solitudine di Dae-su, (contrasto che rivedremo anche nell’esegesi finale) l’uomo non immagina locuste o scarafaggi, ma proprio formiche, animali cooperativi per antonomasia.
Perché quindici anni sono troppi, cosi tanti da “Far aumentare le rughe persino al ritratto sul quadro”. Costretto a mangiare a tutti i pasti ravioli fritti, ad inalare gas soporiferi e a subire continui trattamenti ipnotici e sperimentali, “il vecchio ragazzo” scava ogni giorno la parete di quella stanza, fino a riscoprire la pioggia da un piccolo foro sul muro che scrosciando gli bagna le dita notificandogli che il regolamento dei conti è vicino, cosi come scava nel substrato delle sue reminiscenze per tentare di comprendere il motivo della sua detenzione. Forse, proprio quella che per lui fu soltanto una goccia di pioggia in un mare di ricordi, per qualcun altro potrebbe essere stata una furiosa tempesta distruttiva.
“Un granello di sabbia ed una roccia nell’acqua affondano allo stesso modo”.

Park Chan-wook si districa tra i bui sobborghi sud-coreani e le innevate distese neozelandesi , confezionando un film dall’estetica invidiabile grazie ad una regia figlia di una padronanza tipica di chi si diletta con la macchina da presa, cosi virtuosa da sbaragliare la concorrenza a Cannes 2004, conquistando il premio speciale della giuria, capitanata proprio da Quentin Tarantino.
“Old boy”, grazie sopratutto alla semantica poetica ed evocativa del suo autore, sbalordì tutti, contribuendo ad assottigliare lo scetticismo occidentale verso il cinema d’oriente.
La fotografia, incredibilmente pulita e curata nei minimi dettagli, incornicia perfettamente il sardanapalesco quadro di Chan-wook in tutte le sue eccentriche fattezze. La pronunciata predominanza di colori scuri accentua (se mai ce ne fosse bisogno) la decadenza intimista dell’opera.
“La libertà è solo una prigione un po’ piu grande”.
Presto lo scoprirà anche Dae-su, ormai invischiato in un meccanismo malato, una vendetta per contrappasso analogico dantesco di cui capirà essere vittima inerme, un gioco del gatto e del topo da cui sembra impossibile uscire senza perdere il senno.
“La domanda non è perché ti ho imprigionato, ma perché ti ho lasciato scappare”.

Il regista di Seoul realizza un film altamente interpretativo, capace di ammaliare con le sue metafore talmente composite ma allo stesso tempo uniformi da incastrarsi perfettamente in un unico puzzle. Una pellicola dispotica ma anche esegetica, un’opera tanto delicata nelle sue allegorie quanto violenta nei suoi risvolti, un ossimoro, come nel nome “Old boy”. Dae-su è il ragazzo divenuto vecchio a causa della prigionia ma anche il vecchio costretto a tornare ragazzo per cercare di scovare il motivo della sua reclusione. Chan-wook scava nei lati più oscuri insiti in ogni uomo, mostrandoci l’amore sporco, immorale, incestuoso, fittizio in tutti i suoi artefatti da una prospettiva a tratti nichilista ad altri sorprendentemente illusa . “Sebbene io sappia di essere peggio di una bestia non crede che abbia anche io il diritto di vivere?”.
Un cinema che non ambisce al pragmatismo e che lunge dal mero realismo, preferendo l’eccentricità al disincanto, esplicativo in tal senso l’incredibile e utopistico piano sequenza del combattimento sul corridoio. Questo non giustifica la forzatura di alcune vicende, tuttavia fa si che stonino meno di quanto farebbero in un prodotto dalla natura dissimile.
Da segnalare l’egregia interpretazione di Choi Min-sik, che veste in modo esemplare i panni del protagonista, toccando il suo apice recitativo nella scena in cui con una feralità animalesca divora un polpo vivo con tanto di burrascosi tentacoli che gli si agitano in bocca.


“Old boy” compone insieme al precedente “Mr. Vendetta” ed al successivo “Lady Vendetta” la trilogia della vendetta di Chan-wook, e, seppur l’indubbia valenza degli altri due prodotti, la storia di Dae-su è sicuramente il fiore all’occhiello del trittico, consacrandosi prepotentemente come una delle migliori pellicole del ventunesimo secolo. Park prende ciò che di buono ha il manga (plot e ritmo in primis) e lo modella alle funzionalità di una storia iperbolicamente violenta tanto nelle forma quanto nei contenuti (se vogliamo ancor più scomodanti) riuscendo nell’arduo compito di “stravolgere” l’opera originale innalzandone all’ennesima potenza il valore complessivo, marcando il tutto con una regia machiavellica e allucinata. L’attenzione dello spettatore non scema mai, merito soprattutto di una sceneggiatura intessuta in modo pressoché impeccabile, del perfetto contrasto tra immagini e musiche e dei risvolti sempre più angoscianti che non fanno che accrescere il climax di fotogramma in fotogramma. Il finale, vero e proprio tallone d’Achille dell’opera prima, risulta a dir poco sbalorditivo, grazie ad un inedito e geniale espediente narrativo, che finalmente, senza troppi fronzoli, giustifica il folle sentimento di ritorsione dell’antagonista. E quando tutto sembra svelato il regista con un colpo di rara maestria ci sbatte in faccia una rivelazione ancor più sconcertante, tra le più agghiaccianti che orecchio umano possa udire, facendo sprofondare spettatore e protagonista nel più buio degli oblii.

“Old boy” è il raro esempio di come un’opera derivativa possa trasformare ed elevare l’originale grazie all’indomito coraggio di un autore sovversivo; un film struggente che affonda i suoi denti marci nell’animo dello spettatore senza risparmiargli nulla, dipanandosi tra voice-over, flashback e mirabolanti piano sequenza.

Chi è il mostro?

Voto: 9