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6.5/10
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Se siete saturi di opere cinematografiche che rappresentano l’IA come il maligno e ne esaltano esclusivamente i rischi e i pericoli in scenari futuristici distopici in cui l’umanità è destinata a soccombere, e se desiderate anche un minimo di ottimismo e positività sul tema, probabilmente “Wonderland” potrebbe essere un film che, al netto di qualche eccessiva semplificazione e qualche risvolto sci‑fi/fantasy un po’ forzato, potrebbe fare al caso vostro, cercando di mostrare allo spettatore un futuro non così lontano da quello attuale, un possibile ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Ma che cosa narra “Wonderland”? O meglio, cos’è? In estrema sintesi, si potrebbe definire come una realtà virtuale che collega una persona reale a un’altra virtuale rappresentata dall’intelligenza artificiale, permettendo alla prima di ricreare un’interazione del tutto simile a quella reale che aveva in passato.
Tale tecnologia consente in sostanza a una persona viva di interagire con un caro defunto o con una persona che, per i motivi più disparati (ad esempio una malattia), non è più la stessa o non è più in grado di comportarsi come prima di un evento funesto.
Per come rappresentato, non si tratta della solita variante distopica: non si assiste alla rappresentazione di una società futura immaginaria caratterizzata da oppressione, ingiustizia e condizioni terrificanti generate da, o con il concorso di, IA che producono scenari catastrofici spesso usati come monito contro le tendenze attuali e i loro possibili sviluppi.

“Wonderland” porterebbe già nel suo titolo una sorta di messaggio di speranza e, per una volta, non ironico o sarcastico: tralasciando ogni venatura da “the dark side of the moon” della tecnologia, questo film narra di sentimenti umani in un modo anche intrigante, in cui la tecnologia si “umanizza” per consentire alle persone reali di affrontare ed eventualmente elaborare traumi e lutti nel modo meno doloroso possibile.
Qualcuno potrebbe opinare: e dove starebbe la novità? In fondo esistono innumerevoli opere cinematografiche e di animazione in cui l’umanità ha costruito androidi o robot a propria immagine e somiglianza, o a quella di cari estinti, per sostituirli, replicarli e avere nuovamente una persona con cui interagire come in passato.
“Wonderland”, tuttavia, da un lato è molto meno “avveniristico” nel mostrare una realtà molto prossima a quella che viviamo oggi, con una tecnologia che tutto sommato potrebbe già esistere nel nostro presente; dall’altro, l’opera pone i sentimenti e le emozioni umane come vere protagoniste della storia, con quelle sfaccettature introspettive piuttosto orientali che tendono ad avvicinare le IA al complesso e complicato universo della psiche umana, così lontano da una fredda logica di algoritmi, principi e doveri che, per quanto autogenerative e autoapprendenti, ancora oggi sembrano governare le IA come strumenti al servizio degli umani.

Cercando di evitare anticipazioni troppo dettagliate, posso solo scrivere che quest’opera potrebbe generare smarrimento nei momenti iniziali, in cui non si comprende il confine tra realtà e mondo virtuale. L’intreccio tra i diversi filoni narrativi dei vari protagonisti (tre storie diverse in parallelo) può portare anche alla confusione. Tuttavia, man mano che si procede nella visione, il gomitolo si dipana e allo spettatore inizia a essere ben chiaro il senso della storia, fatto salvo un plot twist verso il finale, tanto affascinante quanto inquietante, in cui il film sembra prendere per mano lo spettatore e invitarlo a riflettere su cosa differenzi una IA evoluta, sofisticata e autogenerativa da un essere umano.

Come ho già anticipato, quest’opera si caratterizza per la sua positività sul tema IA: perlomeno, lascia un finale‑non finale in cui esista comunque una speranza per un futuro di coabitazione costruttiva tra umanità e tecnologia.
Scegliendo di mostrare un possibile lato gentile della tecnologia, “Wonderland” sembra spingersi anche oltre, verso una rappresentazione della tecnologia che possa diventare a sua volta, e in modo anche paradossale, l’entità che renda gli umani ancora più umani.
E porta a una riflessione in cui sembra che, in parole povere ed estrema sintesi, il gap tra macchina e uomo sia l’irrazionale paura di soffrire e far soffrire un altro essere diverso da sé e cui ci si è affezionati.
Il concetto sembra tanto semplice quanto complesso: amore, sacrificio per l’altro, possesso, gelosia, gratuità dei gesti, ecc. Tutti temi che probabilmente oggi le IA non hanno come principale target di approfondimento e conoscenza.

A mio avviso il film, sotto questo punto di vista, funziona e sembra diverso dalle solite produzioni sul tema perché fonda il proprio leitmotiv sull’empatia come motore narrativo delle interazioni, rendendo i confini tra mondo virtuale e mondo reale molto sfumati e mettendo in discussione il concetto della natura esclusivamente umana del mondo dei sentimenti.
L’IA in questo film sembra andare oltre la mera osservazione di pattern e si spinge verso un’inedita vulnerabilità emotiva.

Questo film potrebbe essere invece deludente per coloro che si attendono, da un’opera di questo genere, una narrazione lineare, esplicativa e responsiva dei vari quesiti e dilemmi che la visione di una storia simile suscita. In un certo senso, e pensando oggettivamente al contesto narrativo, “Wonderland” sembra uno slice of life in cui si danno per scontati premesse, temi e conseguenze di quanto rappresentato.
Anche lo sviluppo di tre storie parallele senza un background che caratterizzi meglio i personaggi tende a conferire questa sensazione di superficialità e inconcludenza che, unita a una certa eccessiva frammentarietà e disomogeneità della narrazione, lascia al termine della visione la sensazione di aver assistito a una storia esclusivamente sentimentale, con una IA che in un caso sembra irrazionale quanto il proprio creatore.

Se la sceneggiatura tende a essere il tallone d’Achille di “Wonderland”, la regia di Kim Tae‑yong propone effetti speciali sci‑fi interessanti e cerca di valorizzare per quanto possibile la recitazione del cast, che include Suzy Bae, Park Bo‑gum, Tang Wei, Jung Yu‑mi, Choi Woo‑sik e Gong Yoo, che non sono propriamente definibili sconosciuti o di scarso talento.

Resta pertanto valida la trama dal punto di vista della sfida etica: se una macchina può soffrire per la mancanza d’affetto, allora la sua responsabilità anche morale si amplia, aprendo scenari inaspettati in cui un assistente virtuale, progettato per comprendere e rispondere, trascende i propri limiti e algoritmi di programmazione, portando le relazioni uomo‑macchina oltre il limite meramente funzionale per diventare etiche e affettive.