Recensione
The Great Flood
7.0/10
Sarà un caso, ma tra le ultime opere live action (serie o film) che ho visionato (o sto vedendo) ne ho selezionate, o me ne sono state consigliate, tre che affrontano il tema delle IA senzienti, viste più come alleate che come minaccia.
“The Great Flood” è un film sudcoreano del 2025 diretto da Byun‑woo Kim e ambientato in un futuro prossimo devastato da un’inondazione apocalittica che minaccia di cancellare ciò che resta dell’umanità. L’opera si concentra principalmente su un gruppo di persone costrette a cercare di salvarsi dall’inondazione in un grande edificio che viene progressivamente allagato fino ai piani superiori.
Quello che potrebbe inizialmente sembrare un survival film si trasforma man mano in altro, e in particolare in uno sci‑fi nel quale, come in una sorta di ambientazione alla “Matrix”, i protagonisti rivivono quasi sempre la stessa sequenza di avvenimenti, portando il ricordo nel loop successivo della memoria esperienziale di quanto vissuto in precedenza.
La virata può lasciare spiazzato anche lo spettatore più aduso a trovate sci‑fi fantasiose e originali, come quella in cui la tecnologia potrebbe essere l’unica erede della civiltà umana, per intenderci come nella serie di animazione “Nier Automata ver1.1a”.
Il cambio di genere costringe lo spettatore a sforzarsi di capire le motivazioni di tale scelta per un’interpretazione più ampia e simbolica: una lettura che vede nella storia un terreno fertile per riflettere sul rapporto tra esseri umani e intelligenze artificiali senzienti, soprattutto in un mondo in cui la tecnologia creata dall’uomo potrebbe essere l’unica erede della civiltà umana.
Human’s legacy.
Immaginare che la tecnologia continui a esistere dopo la scomparsa degli esseri umani apre scenari affascinanti e anche inquietanti. In un contesto in cui la natura sembra voler resettare la presenza umana sul pianeta, l’idea che un’IA possa ragionare come un essere umano e sviluppare sentimenti diventa un possibile modo per esplorare la continuità della coscienza, dell’empatia e della memoria culturale, che diventa in tutto e per tutto digitale.
A mero titolo di esempio, “Ghost in the Shell” sviluppa un tema simile: la possibilità di spostare la coscienza di un individuo da un corpo umano o cibernetico a uno robotico, creando una sorta di sogno dell’immortalità. Lo stesso concetto vale anche per parti del corpo non più riparabili.
Immaginare un’IA come archivio emotivo senziente del genere umano è scioccante. Le emozioni apprese attraverso l’osservazione, i ricordi, i modelli comportamentali, i linguaggi e i simboli diventano endless grazie alla tecnologia, che non è più una minaccia ma una sorta di trait d’union tra due universi al momento non sovrapponibili.
Ma gli eventuali sentimenti umani che una macchina senziente possa sviluppare sono definibili come tali? E come li conoscono gli umani?
In “The Great Flood” la risposta sembra piuttosto netta: di fronte a una sciagura immane, la distinzione reale/artificiale non ha più alcun senso e ciò che prova l’IA diventa una nuova forma di vita, una specie di evoluzione e non più una mera imitazione.
“Faccio sempre ciò che non so fare, per imparare come va fatto.” (Vincent Van Gogh)
In effetti, vedere come l’IA apprende, si adatta e procede anche nel campo delle emozioni è molto umano, e la circostanza che l’IA evolva non per sterminare o dominare l’umanità ma per preservarne l’essenza è un’immagine molto significativa, potente e resiliente.
Il continuo loop di sequenze già vissute sembra del tutto simile ai meccanismi di apprendimento umano, basato sull’osservazione, l’esperienza e la ripetizione, sfruttando il legame più forte che esista tra due esseri umani: la maternità.
Tuttavia, per noi umani è inquietante il concetto secondo cui la fine dell’uomo non coincide con la fine dell’umanità: idea affascinante che in un certo senso rende l’uomo una sorta di creatore divino che trascende la propria materialità.
Restano invece non affrontati altri possibili temi sulla responsabilità morale della tecnologia, quali lo scopo finale di essa: imitare meramente ciò che era umano o ricrearlo/ripristinarlo e magari anche migliorarlo?
“The Great Flood” è un film distopico che apre a una riflessione ontologica a tutto campo sul ruolo dell’IA in un mondo post‑umano. Anche se la trama non mette l’IA al centro, ma i sentimenti e le emozioni umane, il contesto narrativo permette di immaginare un futuro in cui la tecnologia non è più antagonista, ma custode dell’eredità umana.
Introduce in modo indiretto anche il concetto che l’umanità sia più un’idea dalla connotazione “universale”, svincolabile dall’essere biologico.
Le modalità con cui narra questi aspetti filosofici sono molto efficaci: gli effetti visivi, l’atmosfera thriller, la tensione e l’ambientazione claustrofobica, il ritmo serrato, le performance attoriali e, in generale, l’impatto visivo.
Tuttavia restano alcuni punti deboli: la sceneggiatura un po’ frammentaria, alcune forzature e la poca tridimensionalità dei personaggi non rendono giustizia alle ambizioni piuttosto elevate che il film sembra porsi come obiettivo. Come se fosse un esperimento non del tutto riuscito.
Ma resta comunque interessante: in fondo, “una mente intelligente è quella che è in costante apprendimento” (B. Lee), e la speranza è che questo filone possa essere perfezionato e portato verso risultati completamente soddisfacenti.
“The Great Flood” è un film sudcoreano del 2025 diretto da Byun‑woo Kim e ambientato in un futuro prossimo devastato da un’inondazione apocalittica che minaccia di cancellare ciò che resta dell’umanità. L’opera si concentra principalmente su un gruppo di persone costrette a cercare di salvarsi dall’inondazione in un grande edificio che viene progressivamente allagato fino ai piani superiori.
Quello che potrebbe inizialmente sembrare un survival film si trasforma man mano in altro, e in particolare in uno sci‑fi nel quale, come in una sorta di ambientazione alla “Matrix”, i protagonisti rivivono quasi sempre la stessa sequenza di avvenimenti, portando il ricordo nel loop successivo della memoria esperienziale di quanto vissuto in precedenza.
La virata può lasciare spiazzato anche lo spettatore più aduso a trovate sci‑fi fantasiose e originali, come quella in cui la tecnologia potrebbe essere l’unica erede della civiltà umana, per intenderci come nella serie di animazione “Nier Automata ver1.1a”.
Il cambio di genere costringe lo spettatore a sforzarsi di capire le motivazioni di tale scelta per un’interpretazione più ampia e simbolica: una lettura che vede nella storia un terreno fertile per riflettere sul rapporto tra esseri umani e intelligenze artificiali senzienti, soprattutto in un mondo in cui la tecnologia creata dall’uomo potrebbe essere l’unica erede della civiltà umana.
Human’s legacy.
Immaginare che la tecnologia continui a esistere dopo la scomparsa degli esseri umani apre scenari affascinanti e anche inquietanti. In un contesto in cui la natura sembra voler resettare la presenza umana sul pianeta, l’idea che un’IA possa ragionare come un essere umano e sviluppare sentimenti diventa un possibile modo per esplorare la continuità della coscienza, dell’empatia e della memoria culturale, che diventa in tutto e per tutto digitale.
A mero titolo di esempio, “Ghost in the Shell” sviluppa un tema simile: la possibilità di spostare la coscienza di un individuo da un corpo umano o cibernetico a uno robotico, creando una sorta di sogno dell’immortalità. Lo stesso concetto vale anche per parti del corpo non più riparabili.
Immaginare un’IA come archivio emotivo senziente del genere umano è scioccante. Le emozioni apprese attraverso l’osservazione, i ricordi, i modelli comportamentali, i linguaggi e i simboli diventano endless grazie alla tecnologia, che non è più una minaccia ma una sorta di trait d’union tra due universi al momento non sovrapponibili.
Ma gli eventuali sentimenti umani che una macchina senziente possa sviluppare sono definibili come tali? E come li conoscono gli umani?
In “The Great Flood” la risposta sembra piuttosto netta: di fronte a una sciagura immane, la distinzione reale/artificiale non ha più alcun senso e ciò che prova l’IA diventa una nuova forma di vita, una specie di evoluzione e non più una mera imitazione.
“Faccio sempre ciò che non so fare, per imparare come va fatto.” (Vincent Van Gogh)
In effetti, vedere come l’IA apprende, si adatta e procede anche nel campo delle emozioni è molto umano, e la circostanza che l’IA evolva non per sterminare o dominare l’umanità ma per preservarne l’essenza è un’immagine molto significativa, potente e resiliente.
Il continuo loop di sequenze già vissute sembra del tutto simile ai meccanismi di apprendimento umano, basato sull’osservazione, l’esperienza e la ripetizione, sfruttando il legame più forte che esista tra due esseri umani: la maternità.
Tuttavia, per noi umani è inquietante il concetto secondo cui la fine dell’uomo non coincide con la fine dell’umanità: idea affascinante che in un certo senso rende l’uomo una sorta di creatore divino che trascende la propria materialità.
Restano invece non affrontati altri possibili temi sulla responsabilità morale della tecnologia, quali lo scopo finale di essa: imitare meramente ciò che era umano o ricrearlo/ripristinarlo e magari anche migliorarlo?
“The Great Flood” è un film distopico che apre a una riflessione ontologica a tutto campo sul ruolo dell’IA in un mondo post‑umano. Anche se la trama non mette l’IA al centro, ma i sentimenti e le emozioni umane, il contesto narrativo permette di immaginare un futuro in cui la tecnologia non è più antagonista, ma custode dell’eredità umana.
Introduce in modo indiretto anche il concetto che l’umanità sia più un’idea dalla connotazione “universale”, svincolabile dall’essere biologico.
Le modalità con cui narra questi aspetti filosofici sono molto efficaci: gli effetti visivi, l’atmosfera thriller, la tensione e l’ambientazione claustrofobica, il ritmo serrato, le performance attoriali e, in generale, l’impatto visivo.
Tuttavia restano alcuni punti deboli: la sceneggiatura un po’ frammentaria, alcune forzature e la poca tridimensionalità dei personaggi non rendono giustizia alle ambizioni piuttosto elevate che il film sembra porsi come obiettivo. Come se fosse un esperimento non del tutto riuscito.
Ma resta comunque interessante: in fondo, “una mente intelligente è quella che è in costante apprendimento” (B. Lee), e la speranza è che questo filone possa essere perfezionato e portato verso risultati completamente soddisfacenti.