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Tratto dall'omonima light novel scritta da Kikuchi e illustrata da Amano, Vampire Hunter D può vantare un immaginario unico, capace di fondere con efficacia il post-apocalittico, il western e il gotico europeo. Realizzato come OAV a basso budget, il film risente di un'animazione a tratti rigida – specialmente durante i combattimenti – e di fondali piuttosto spogli a cui, tuttavia, la regia di Ashida riesce parzialmente a sopperire.

Le vicende si svolgono in un futuro in cui l'umanità, terrorizzata dai vampiri e dai loro sottoposti, vive divisa in piccoli villaggi isolati. Gli esseri umani, però, non appaiono frammentati solo geograficamente: i soggetti che popolano questo mondo sono ritratti come egoisti, pronti a sacrificare il prossimo per il proprio tornaconto personale – emblematici, in tal senso, sia il figlio del sindaco che non esita a ricattare Doris, sia il venditore che la scaccia dal proprio negozio pur di non perdere il favore degli altri clienti.

In questo scenario spicca D, il protagonista taciturno e solitario che ha fatto della caccia ai vampiri la propria missione, opponendosi – come pochi altri – alla loro dominazione. Fin dalle prime inquadrature, questo "eroe" emana un'aura di mistero capace di attrarre magneticamente lo spettatore e, sebbene la narrazione sveli gradualmente diverse informazioni su di lui, molti aspetti della sua natura rimangono volutamente oscuri, alimentandone il fascino.

Ed è proprio questo alone di mistero che pervade l'opera a rappresentare il suo principale punto di forza, riuscendo a compensare un canovaccio poco ispirato – l'uomo misterioso che deve salvare la fanciulla in pericolo – e battaglie non sufficientemente dinamiche. Vampire Hunter D, infatti, si attesta come un film tanto suggestivo quanto colmo di manchevolezze grafiche e banalità narrative, sicuramente lontano dalla meraviglia che Kawajiri realizzerà quindici anni più tardi con il medesimo personaggio.