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Ed eccoci qui di nuovo. Un’altra stagione di Pretty Cure è terminata e io continuo a voler dire la mia. Nonostante sia cresciuta e sia ampiamente fuori target, e la qualità delle stagioni nel complesso sia calata, sono sempre affezionata a questo franchise infinito e – tempo permettendo – seguo sempre con entusiasmo i vari episodi, a prescindere dalla tematica che ci viene presentata.

Quest’anno è toccato alle idol, un argomento a lungo atteso da molti fan, me compresa, dato che adoro serie come Aikatsu e Love Live, ed ero quindi curiosa di capire come sarebbe stato declinato in salsa Pretty Cure, dove c’è quasi sempre lo slice of life a fare da padrone. Per quanto riguarda dunque la trama, è praticamente come tutte le altre: una fatina scappa dal suo regno in rovina e si reca sulla Terra in cerca delle Cure leggendarie che possano riportare la pace sconfiggendo i mostri di turno. Caso vuole però che le Cure debbano essere anche idol, e dunque ecco che parte della loro forza viene ottenuta proprio tramite le canzoni che cantano, il che non è nulla di trascendentale ma sicuramente gradevole. Per quanto riguarda lo slice of life, ovvero la parte più corposa, l’anime ci mostra il dietro le quinte dell’impiego segreto delle protagoniste… e nient’altro. Vorrei star scherzando, ma è così. Se da un lato ho apprezzato vedere la vita quotidiana delle idol, dall’altro lato a malapena le percepiamo come tali, anche perché non vediamo mai neanche un concerto in ben 49 episodi, e le rare volte in cui ne viene organizzato uno succede sempre offscreen. Scelta abbastanza singolare per una serie che ha la parola “idol” nel titolo, ma se si tralascia questo piccolissimo dettaglio la storia scorre anche bene, merito a mio parere di quella comicità surreale presente fin da subito e che coinvolge tutti i personaggi, nessuno escluso. Mai inappropriata, aiuta a empatizzare con figure altrimenti troppo serie e valorizza le scene più leggere, riuscendo sempre a non far sembrare stupido chiunque sia coinvolto anche nelle gag più irriverenti.

Se c’è però un vero punto di forza in You and Idol, allora sono i personaggi, non troppi e più o meno sempre ben delineati, in particolare le protagoniste, le quali vivono nel corso di tutte le puntate un’evoluzione psicologica costante e coerente (cosa che purtroppo non è così frequente in questo franchise). Bando alle ciance e partiamo dalla leader: si chiama Uta (in giapponese “canzone”) e non a caso ama cantare, tanto che spesso si mette a intonare qualcosina per intrattenere i clienti del locale di famiglia o per tirare su di morale gli amici tristi. Il suo difetto è che ha poca fantasia, perché cambia le parole ma ogni volta canta sempre due versi con la stessa linea melodica, però per la gioia della sottoscritta non mi ha mai stancato. Per il resto ha solo pregi: è come la maggior parte delle leader, allegra e capace di motivare chiunque, è svampita, poco capace a scuola e spesso è al centro di gag assurde; eppure non è stupida, anzi si pone spesso dei dilemmi e – cosa assurda – capisce bene cosa sia l’amore e si prende pure una bella cotta. Nel suo piccolo, Uta è un personaggio a tutto tondo con cui risulta facile empatizzare, e non nego che più volte mi sono ritrovata a desiderare che avesse più screentime pur di farmi qualche altra risata, visto che in breve era già diventata la mia preferita della stagione.

Il secondo ingresso nel team è Nana, una Cure blu che – per la sorpresa forse solo dei sassi – è la più timida, la più brava a scuola, nonché quella che più di tutti non sa cosa fare del suo futuro. È quella che ha la famiglia ricca, mai severa ma comunque raffinata, e infatti eredita dalla madre la prevedibile passione per il pianoforte. Scordiamoci dunque i passi avanti che c’erano stati con Cure Sky, perché qui ne abbiamo fatti due indietro. Non di più, però, perché alla fine è quella caratterizzata meglio insieme a Uta, che in alcuni casi quasi sostituisce come leader, dato che la sua intelligenza è spesso ciò che permette al gruppo di rimanere saldo e in seguito di risolvere i vari problemi che si trova ad affrontare. Il lato di Nana che però ho apprezzato di più è (forse non casualmente) l’unico che non viene dritto dal regno dei cliché, ovvero una certa verve comica che tiene ben nascosta ma che ogni tanto sente comunque il bisogno di mostrare per provare ad aprirsi al mondo. A questo argomento viene dedicato perfino un episodio intero, e scommetto di non essere nemmeno stata l’unica persona timida a essersi immedesimata in lei in quest’occasione specifica.

Come terza Cure arriva Kokoro, eroina di colore viola e forse quella che si discosta di più dai canoni del franchise. È una kōhai di Uta e Nana, ma in particolare è una fan sfegatata delle Idol Pretty Cure, tanto da fondare un club scolastico dedicato proprio a loro… e quindi poi anche a se stessa, ma a lei non importa e in ogni caso nessuno lo scoprirà mai. Kokoro è la ragazza vispa del team, quella che fa amicizia con chiunque, seppur mantenendo sempre il rispetto quando dovuto, come nel caso delle due senpai – in questo caso scindendo anche la figura pubblica da quella privata, dato che continua a idolatrare Idol e Wink come se non le conoscesse dal vivo. Kokoro mette un sacco di entusiasmo in ogni cosa che fa, e questo inevitabilmente si ripercuote su noi spettatori, all’inizio in positivo perché empatizzi con lei e poi piano piano sempre più in negativo, dato che perderà gradualmente le sue proprietà linguistiche e saprà esprimere ciò che prova solo in base a quanto “il cuore le fa kyun kyun” (che per chi non lo sapesse è l’onomatopea del battito). Tremendo. Oltre alla tachicardia, però, Kokoro ha anche la passione per la danza, e infatti è molto attiva fisicamente, elemento che sfrutta spesso in battaglia ma che purtroppo, come tutti gli aspetti originali della sua personalità, finisce per essere sovrastato dalla sua catchphrase ripetuta a pappagallo. Insomma, un personaggio interessante che però paga pegno per essere stata resa una macchietta.

Ultime ma non meno importanti sono le due mascotte, Purirun e Meroron. Da quando quest’ultima fa il suo ingresso nel cast, le fatine vivono praticamente in simbiosi, la prima perché ha il Q.I. di una banana e non può essere lasciata sola e la seconda perché è praticamente innamorata dell’altra. Il duo delle meraviglie. Scherzi a parte, questo attaccamento non è solo fonte di gag, ma ha radici più profonde, che nascono nel passato di Meroron. Quest’ultima infatti è più intelligente delle altre fatine, perciò riesce a cogliere anche gli aspetti più oscuri della vita, cosa che la porta a essere esclusa dal suo gruppo iniziale; l’unica che le sta vicino è appunto Purirun, non perché la capisca (anzi), ma perché è così buona ed empatica che non si pone neanche il problema e accetta tutti per ciò che sono. Viene dunque da chiedersi chi sia la vera fatina “oscura” a Kirakiland, se Meroron o tutte le altre che la discriminano senza nemmeno rendersi conto, ma purtroppo questo discorso non viene mai davvero affrontato. Forse sarebbe stato troppo maturo, ma apprezzo comunque che gli autori abbiano voluto trattare la tematica dell’esclusione con questo tatto, soprattutto attraverso dei personaggi che tipicamente nel franchise non vengono considerati più di tanto al di fuori della loro pucciosità. Non mi sembra infatti che ci siano mai state delle mascotte così profonde, che si completano fra loro e che, pur mantenendo questo legame di coppia, intervengono in maniera così preponderante all’interno del team di protagoniste, perciò sono davvero contenta.

Rimaniamo ancora nella categoria dei personaggi, ma passiamo ora ai nemici, riuniti sotto il nome comune di Chokkiri: inizialmente tre e poi quattro, sono capeggiati dalla mai presente Darkiine, che comunica solo attraverso delle ombre. Sfaticati più di un bradipo, chi più chi meno, si riuniscono ogni giorno in una sorta di sala bar senza gestore, dove invece di lavorare cazzeggiano. E si lamentano perché gli altri cazzeggiano, senza rendersi conto che lo fanno loro stessi in primis. Inizialmente li trovavo molto anonimi, obiettivamente non hanno un design accattivante, né qualche caratteristica che li renda memorabili come molti loro predecessori, tanto che per molti episodi ho perfino fatto fatica a ricordarmi i loro nomi; poi più la storia avanzava più mi sono abituata alla loro presenza e alle loro dinamiche, accorgendomi che le gag che li vedevano come protagonisti erano diventate più divertenti e la loro psicologia si era silenziosamente fatta più profonda. Ammetto che potrei essere stata condizionata in parte dall’affetto che ho iniziato a provare per loro, ma è indubbio che da un certo punto in poi risultino più piacevoli.

I più riusciti sono certamente Cutty e Zakkuri, i primi a scendere in campo. Sono considerati i più deboli del gruppo, non a torto, sebbene paradossalmente siano le loro lotte quelle più interessanti. Sono perlopiù usati come comic relief, fino a che improvvisamente le caratteristiche che sembravano più stupide vengono sfruttate come punto di partenza per la loro evoluzione, arrivando a toccare anche qui temi più o meno delicati. Eviterò di specificare dove vada a parare questo sviluppo perché è un bello spoiler, anche se per molti può essere scontato; per chiunque si dovesse fidare della mia opinione, posso solo dire che è coerente e mai banalizzato. Sorte simile (sia per come inizia sia per come finisce) tocca a Jogi, il più giovane e anche quello che entra più tardi nei Chokkiri. È un tipo strafottente e anche decisamente emo, ma si sa, come tutti i tipi edgy delle serie tv è diventato così perché è un povero pikkolo ancyeloh che il mondo non capisce… e no, non scherzo, la sua backstory è veramente questa. Basta solo sostituire “il mondo” con il nome di un personaggio specifico. Jogi si tiene sempre ai margini del gruppo, in cui entra solo per ordine altrui, e infatti nonostante tutto lo vediamo sempre svogliato, solo che non vuole dimostrarlo. Tuttavia il detto afferma che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, e infatti anche lui finisce per ritrovarsi al centro di svariate gag, a mio parere efficaci in quanto non lo rendono un personaggio monocorde. In lotta si autodefinisce come il più spietato del gruppo, e il modo in cui si prepara a scendere in campo sembra effettivamente dargli ragione, sebbene già dalla sua prima lotta si noti che ogni suo mostro è uno scarsone clamoroso. Un peccato, ma in fondo me l’aspettavo. Ogni anno c’è almeno un nemico che è solo fuffa, e per qualche motivo la prima scelta ricade sempre su quello che arriva a metà stagione.

Ho detto che c’è “almeno un nemico” perché può benissimo capitare che il disagio si estenda anche ad altri personaggi, e purtroppo è quello che succede a You and Idol, dove le due nemiche donne se ne fregano del girl power e fanno più schifo dei loro colleghi maschi. Chiariamoci, non sono mai degli zerbini, anche se Chokkirine ammira molto Darkiine, però si vede fin da subito che nei combattimenti (e non solo) sono quelle che fanno una figura peggiore. Non intrattengono abbastanza, anche se per motivi diversi, e non avendo nemmeno una backstory non c’è quasi nessun elemento utile ad arricchire le puntate loro dedicate. Darkiine è comunque un po’ giustificata in questo, lottando solo a fine stagione perlomeno compensa la sua debolezza con il pathos che la sceneggiatura crea, per non parlare del fatto che c’è un motivo per cui non ha una storia passata a supportarla (il che la spinge dunque a stare sulle sue), ma non basta. Come in ogni finale che (non) si rispetti, tutto viene spiegato di fretta e all’ultimo, ed è dunque impossibile digerire i pezzi conclusivi del puzzle. Paradossalmente ho apprezzato molto di più Chokkirine, che pur con i suoi evidenti difetti è riuscita a farsi apprezzare attraverso le interazioni – a volte divertenti a volte profonde – con i suoi colleghi, ai quali così come noi spettatori si affeziona piano piano, contribuendo ulteriormente a creare dinamiche interessanti.

Per quanto riguarda i personaggi secondari, quelli veramente importanti sono solo due, ma intorno hanno un piccolo universo ben popolato e soprattutto vivo. Era proprio quello che mancava da tempo al franchise, che molto spesso ha fatto affidamento solo al piccolo gruppo delle Cure e ai loro nemici per sostenersi. Pur non vedendo spesso questi altri personaggi, so chi sono, cosa fanno, quali sono i loro interessi, il modo in cui sostengono le Cure con tutti i mezzi a loro disposizione, e tutto questo mi permette di empatizzare con loro nonostante non siano particolarmente delineati. E per una volta quest’ultimo è un pregio, perché permette agli autori di concentrarsi su chi ritengono sia necessario; fossero state del tutto assenti avrebbero invece impoverito gli altri personaggi, che si sarebbero ritrovati a vivere senza nessuno con cui confrontarsi.

Il primo personaggio secondario è il bellissimo fighissimo levissimo purissimo idol leggendario Hibiki Kaito: è in pausa dal suo lavoro, e stando in città incontra spesso Uta (e la sua alter ego trasformata, che non riconosce), alla quale non risparmia mai di dare importanti consigli di vita, essendo più grande di lei. Kaito è uno dei tanti personaggi più profondi di quello che sembrano, ed essendo mostrato spesso è possibile apprendere tutta la gamma dei sentimenti che prova, compreso un possibile interesse romantico per Uta. Non è mai confermato, sebbene sia chiaro che è coinvolto in qualche modo, e gli autori giocano su questa ambiguità, dedicando ai due molti momenti dolci che ti fanno desiderare che la ship si concretizzi. Certo, poi scopri che Kaito è maggiorenne e l’unica cosa che desideri è che qualcuno chiami la polizia, ma se non lo sai la magia non crolla. Ammetto che io stessa c’ero cascata in pieno, perché prese a sé quelle scene sono molto belle, a livello emotivo e tecnico sono tra le migliori della stagione, ma non si può negare che ci sia una certa problematicità alla base. L’altro personaggio secondario, che invece parte male e poi migliora, è Tanaka, neanche a farlo apposta l’ennesimo che ha qualcosa da nascondere. Lo vedi e lui sì che sembra un maniaco fissato con le ragazzine, soprattutto con quell’espressione sempre seria, ma poi lo rivaluti e pensi che al massimo sia né carne né pesce, perché ha un ruolo poco originale e un design anonimo. Poi continui a guardare e lo rivaluti ancora, perché da banale tuttofare del gruppo si dimostra un uomo capace di sostenere sempre le protagoniste, senza nemmeno sottrarsi alle gag che lo coinvolgono. Anzi, la sua serietà qui diventa proprio un pregio, perché è ciò su cui si basa la sua comicità, e devo dire che questo è fra i tipi di personaggi che preferisco.

Passiamo ora alle tematiche, o per meglio dire alla tematica, visto che l’intera serie si basa sul concetto trito e ritrito di idol. Se consideriamo i colori vivaci e le interazioni zuccherose con i fan, non ha nulla da invidiare a serie come Aikatsu o Pretty Rhythm, ma per il resto You and Idol ha fallito su tutta la linea. Come già accennato, il problema non è lo slice of life che anzi preso a sé è ben fatto e mostra anche meglio di altri anni la crescita delle protagoniste, bensì tutto quello che (non) gli fa da contorno. Non c’è neanche una briciola del marciume dell’industria del mondo reale, neanche adattata al target, e se da un lato me l’aspettavo dall’altro avrei preferito vedere le Cure alle prese con qualche problema vero da risolvere. Invece non ci sono drammi, devono solo mantenere segreta la loro identità, come farebbe qualsiasi guerriera, solo che qui la motivazione ufficiale è che in quanto figure pubbliche hanno bisogno di una buona dose di privacy. Poi sì, quando Uta inizia ad avere una cotta per Kaito viene accennato di sfuggita che non dovrebbe innamorarsi, ma finisce lì, nessuno è realmente turbato e in breve ogni singolo personaggio torna a comportarsi come ha sempre fatto. Se ci sono dei problemi più seri, allora sono legati alla vita privata delle ragazze, come un lutto vissuto in tenera età o la marginalizzazione al limite del bullismo, tutti trattati con il giusto rispetto, ma non quello che avrei voluto. Perlomeno, non solo questo. Anche il modo in cui la professione si ripercuote sulla vita privata delle Cure non è esente da difetti: non ci sono interazioni con colleghi all’infuori di Kaito (con il quale è quasi solo Uta/Idol a parlare), dunque non ci sono rivalità, e ogni esercitazione per perfezionare le proprie capacità è trattata alla stregua di un semplice hobby che richiede poco impegno. Bello, per carità, mi fa pure piacere scappare dalla realtà per qualche decina di minuti e vedere un mondo idilliaco, ma fatico a comprendere come possa essere sembrata una buona idea quella di ridurre l’ambito professionale a una manciata di gag ambientate in una location tra l’altro accogliente come lo è la casa di Tanaka. Tra l’altro, dove sono i colleghi di quest’ultimo, visto che fa anche il manager? Dove sono tutte le attività che renderebbero piena l’agenda di un’idol? Probabilmente con una maggiore serietà il target sarebbe leggermente salito e non sarebbe neanche sembrata più una serie di Pretty Cure, ma allora perché scegliere di impelagarsi con questo tema specifico se non si è in grado di gestirlo? Gli autori non si sono nemmeno degnati di inserire un mini concerto a fine serie perché tanto c’erano già gli attacchi cantati e le ending ballate! Salvo solo gli eventi pubblici come le promozioni ai negozi o i firmacopie vari, perché nel loro piccolo perlomeno ci provano a mostrare una parte di questa professione. Per il resto sono perfettamente consapevole che una serie vada giudicata per quello che è e non per quello che poteva essere secondo la fantasia di un qualsiasi fan, infatti soggettivamente mi sono pure goduta tutti gli episodi, però spingere di più l’acceleratore era doveroso. E poi, non giriamoci intorno, non è una serie di idol in cui le protagoniste diventano Pretty Cure, ma è una normalissima serie di Pretty Cure a cui è stata appiccicata l’etichetta di serie sulle idol per dare giusto quel tocco in più che serviva per farla sembrare diversa. E io come una fessa ci ho pure creduto.

Oltre a essere fessa, però, sono pure una carogna, e infatti invece di fermarmi qui ho intenzione di infierire ancora di più. Se mi infervoro così tanto su questo spreco enorme, è perché c’è un’ulteriore tematica mai dichiarata dagli autori ma lasciata sempre trasparire nel corso degli episodi, la quale a mio parere si sarebbe sposata benissimo con il tema principale, ovvero la coesistenza di luce e oscurità in ogni personaggio. Ciò si nota di più nei nemici, che ormai da tempo vengono sempre più umanizzati. Che piaccia o meno non avere più nemici che siano cattivi e basta non è neanche importante adesso, sta di fatto che in questa stagione provano dei sentimenti e il bello è proprio vedere come ne diventano consapevoli. Succede anche nel team delle protagoniste con Meroron, che di trama è quella nata dall’oscurità e che com’è palese poi si renderà conto di poter sfuggire al suo presunto destino, ma questa profondità – sebbene dal punto di vista opposto – non risparmia nessuno, eccetto Purirun che è (volutamente) un concentrato di bontà. Per quanto riguarda le altre, tra dilemmi sul proprio futuro e lutti familiari, c’è sempre l’occasione di andare oltre le apparenze e di conseguenza fare anche delle riflessioni a riguardo, dunque perché trattenersi proprio nel momento cruciale? La figura dell’idol come accennato è perfetta per questo binomio, se pensiamo a quanto è luminosa la vita pubblica e a quanto invece è oscura quella dietro le quinte, quindi proprio non mi spiego la mancanza di coraggio. Mi sembra di essere tornata ai tempi di Healin’ Good con gli autori che si trattenevano con i riferimenti alle malattie, con la sola differenza che lì potevi capirlo perché era andata in onda in periodo Covid, ma qui? C’è una pandemia legata alle idol e non lo sapevamo? Mah.

In tutto questo caos una delle parti più riuscite è assurdamente quella su cui non avrei scommesso un centesimo, anche perché dopo la pacifica Wonderful chi mai avrebbe detto che qui delle idol avrebbero picchiato duro dei mostri? Però è proprio quello che succede. Siamo ben lontani dai calci e pugni di dieci anni fa e oltre, ma in un contesto abbastanza moscio è proprio una boccata d’aria fresca. Gli scontri in genere sono dinamici e ben coreografati, lasciando sempre spazio a tutte le Cure, e anche i mostri tutto sommato sanno il fatto loro. Purtroppo a circa metà serie, quando ormai il gruppo è ben formato, c’è il solito calo di qualità prima del finale: le tattiche scarseggiano, i segmenti di lotta sono inseriti peggio nel contesto e sono molto più brevi, risultando spesso un mero spam di attacchi scarsi che per qualche motivo finiscono però per stendere mostri presentati come potenti. Non voglio passare come una criticona, anche perché pure gli scontri più insignificanti mi hanno intrattenuta, però ci sono altri due difetti che per dovere di cronaca devo sottolineare. Uno è il classico power-up di metà storia, quest’anno affibbiato solo alla leader e purtroppo senza un valido motivo, dato che il momento in cui lo ottiene non è il suo vero climax e in ogni caso non ha nulla da invidiare a quelli delle altre ragazze – che però ottengono solo dei colpi visivamente più grandi. A conti fatti l’unica cosa che rovina è solo il design di Cure Idol, perché si ritrova soltanto un outfit ricolorato (ma peggio), però se ci penso mi fa storcere il naso. Il problema peggiore però è il cosiddetto Heart Garden, che non saprei in che altro modo descrivere se non come diversamente bello. Introdotto dagli autori con l’esplicita motivazione “abbiamo finito le location” (il cui vero significato è “non avevamo più voglia”), è un potere di Cure Kiss che neanche lei sapeva di avere, e che consiste in un plagio del Delicious Field di qualche stagione fa. In sostanza viene creata una dimensione a parte per svolgere le lotte, il che pensandoci bene non ha neanche senso, perché se non vuoi ripetere le location cittadine che hanno pure il loro carattere, per quale motivo dovresti crearne una super anonima sempre uguale a se stessa da ripetere fino allo sfinimento (che giunge già alla seconda volta che la vedi)? Sono scema io o qui c’è proprio un problema di fondo? Davvero non capisco perché passare da lotte ben integrate nel contesto a qualsiasi cosa siano questi ultimi scontri, che finiscono pure per appiattire se non cancellare le dinamiche con i cittadini ignari.

Ora per fortuna mi posso calmare, perché è il turno delle trasformazioni su cui invece non ho particolari commenti negativi da fare. L’unico appunto è che tutte – sul serio, tutte – per l’ennesima stagione parlano mentre si trasformano, e onestamente sono un po’ stufa di essere disturbata da chiacchiere e urletti quando vorrei solo godermi delle belle sequenze. Per il resto non posso lamentarmi, sono tutte fluide e dinamiche, né troppo brevi né troppo lunghe, con sfondi molto colorati che le rendono ancora più gradevoli (la mia preferita, a proposito, è quella di Cure Wink con quel blu profondo, ma anche le altre meritano). Inoltre esistono anche versioni in singolo delle trasformazioni di Zukyoon e Kiss, più un’altra (meno complessa, c’è da dirlo) di una Cure extra che compare verso la fine, perciò è chiaro che ci sia stato del budget – e io non posso che apprezzare.

Stessa cosa vale per gli attacchi: sono un po’ anonimi, tanto che non sono mai riuscita a memorizzare i loro nomi, ma nella loro semplicità sono comunque carini, colorati e dinamici. Mi piace che alcuni di loro non siano usati per purificare i mostri, in passato ce n’erano parecchi durante le lotte e quando sono stati tolti l’assenza si è sentita. Sarà solo una cosa mia, ma anche quando le Cure ne hanno solo uno a testa trovo che aiutino a dare carattere agli scontri. Anzi, dirò di più. In You and Idol li preferisco agli attacchi definitivi, che restano piuttosto in secondo piano, e per un motivo ben specifico, ovvero che le Cure cantano. Il climax delle lotte è proprio questa sequenza di circa trenta secondi in CGI in cui si esibiscono per ammaliare il nemico di turno da purificare. Ci sono sei canzoni in tutto, ognuna carina e movimentata, nonché costruita su misura per chi la canta. Di trama sono i singoli che rendono famose le idol, mentre rompendo la quarta parete sono come già detto la scusa usata dagli autori per non sforzarsi di creare dei veri concerti per le Cure. Non tolgono però spazio alle lotte, che era quello che temevo all’inizio, perciò nel complesso il mio giudizio è ovviamente positivo anche qui. Si poteva fare di più, perché questo è proprio il minimo sindacale, però è un buon punto di partenza.

Per quanto riguarda le musiche in generale, mentirei se dicessi di ricordarne qualcuna. Già faccio fatica di mio a ricordare le tracce strumentali, e forse il fatto che non ci sia riuscita neanche stavolta è un bene perché vuol dire che sono state integrate bene nel contesto... o forse è solo tutto molto anonimo e sto cercando lati positivi dove non ce ne sono, chissà. L’unica eccezione di solito la faccio con i brani di trasformazione, ma da qualche anno (molti anni, in realtà) a questa parte è calata la qualità pure di quelli, e non accenna a rialzarsi. Se ci ripenso non ricordo sensazioni negative a riguardo per You and Idol, ma finisce lì, perché non sarei minimamente in grado di trovare un suo motivetto caratteristico. Va meglio per il brano di Zukyoon e Kiss, però, perché mi è rimasta impressa una voce che canta “la la la” ogni tanto, ma dubito fortemente che basti per dare un giudizio positivo. Discorso diverso per fortuna vale per opening ed ending, ben lontane dall’iconicità di certe sigle precedenti, ma comunque molto carine e orecchiabili. Come genere sono tutte di quel pop zuccheroso tipico delle idol e in linea con lo stile del franchise, l’unica che si differenzia di più è la seconda ending, che è più soft e proprio per questo è diventata forse la mia preferita. Non c’è molta varietà, e probabilmente sarebbe stato meglio avere più canzoni, visto che – lo devo dire, a costo di sembrare un disco rotto – questa è una serie che parla di idol. Non di trattori. Di idol.

In definitiva, You and Idol Pretty Cure è una di quelle stagioni che, per un motivo o per un altro, ricadono perfettamente nella media. Ha dei lati positivi innegabili, e la sua visione non risulta mai pesante, complice anche quella comicità presente fin dall’inizio e che mi ha sempre strappato molti sorrisi, ma pur non avendo enormi difetti non ha neanche particolari guizzi creativi, e risente molto del fatto che per via della pigrizia degli autori non rispetti le aspettative che il titolo stesso ha creato. Di certo tra le stagioni più recenti è una di quelle animate meglio, perché non ha mai disegni così storti come mi aspettavo e in più ha diverse scene (dinamiche e non) che sono davvero un piacere per gli occhi, ma Pretty Cure ovviamente non è solo questo, e avere dei personaggi che non si smolecolano costantemente non è abbastanza per elevarla all’Olimpo del franchise. Ci ho ragionato molto, pensando anche ai voti che ho dato alle altre stagioni, e penso proprio che un 7 sia il voto più adeguato.