Recensione
Journal with Witch
9.5/10
“Il suono della tastiera… A volte si ferma. A volte è frenetico come se volesse uccidere. Il suono delle pagine sfogliate. I respiri profondi. Le tende lasciate aperte. La notte luminosa fuori dalla finestra. Io sola soletta, sepolta da una montagna di libri […] Dormo da sola, in un angolo della sala del trono della Regina di un paese lontano. E’ la notte che piace a me…”
Non avendo letto il manga di "Tomoko Yamashita" da cui l’anime è tratto, mi sono approcciata alla visione di “Journal with Witch” senza troppe aspettative, partendo dal presupposto che certe tematiche richiedano abilità e sensibilità particolari che spesso posseggono solo i grandi maestri. Ho dovuto tuttavia ricredermi sin dalle prime scene, rimanendo affascinata dall’ approccio “minimalista” dell’opera. Una narrazione asciutta, senza fronzoli, lontana da qualsiasi tentazione melodrammatica nonostante l’incipit dai toni drammatici.
Infatti, un flashback ci catapulta subito in una realtà cruda e cupa. Un infausto evento ( un incidente d’auto mortale) strappa la vita ad entrambi i genitori di una ragazzina di soli 15 anni, “Asa”.
Poi, l’incontro con la zia “Makio” in un’atmosfera stranamente calma, priva di apparenti tensioni emotive. Pochi convenevoli e poche parole, più che altro quelle necessarie a raccogliere le idee e ad affrontare gli aspetti pratici legati alla circostanza.
Makio non appare sconvolta o addolorata (anzi, dichiarerà di detestare la defunta sorella) e non ha un legame affettivo con la nipote che a malapena conosce. Eppure, di fronte alla prospettiva di abbandonarla al suo destino di solitudine e tristezza, prevalgono l’empatia e la paura di un probabile futuro rimorso che la inducono istintivamente a proporle di venire ad abitare con lei.
La convivenza tra le due appare inizialmente difficile ed improbabile. Makio è una scrittrice di 35 anni, dall’atteggiamento distaccato e dal temperamento riservato e tendenzialmente solitario.
E’ single, indipendente, vive e lavora a casa in un disordine perenne, libera da vincoli e doveri di cura.
Dall’altro lato, Asa, nonostante l’accaduto, appare sorprendentemente calma, quasi in uno stato di torpore emotivo, come anestetizzata da un dolore che all’apparenza sembra non riesca a raggiungerla e a toccarla nel profondo.
Così, Makio, che non si contraddistingue certamente per un innato istinto materno, si troverà a confrontarsi con una grande responsabilità: crescere un’adolescente, traumatizzata dalla perdita dei genitori, nei confronti della quale dovrà usare massima cautela per non rischiare di ferirla ancora.
Ed è fondamentalmente fra quattro mura che assistiamo all'evoluzione di due solitudini profondamente diverse, da cui nasce un legame affettivo nuovo, attraverso un difficile percorso in cui la fatica di crescere, il superamento della perdita, il dilemma interiore di riuscire a diventare ciò che si vuole (nonostante i condizionamenti sociali), diventano occasione da cui partire o ripartire, da cui imparare ad esplorare nuove condizioni, da cui trovare la via d’uscita dal proprio deserto interiore.
Ma veniamo ai motivi per cui questa serie ha scalato la vetta delle mie opere preferite.
Innanzitutto per lo stile narrativo. Una narrazione lenta, fluida, credibile e realistica.
I diversi flashback si incastrano perfettamente scandendo il ritmo del racconto in un susseguirsi di scene di vita quotidiana in cui i pensieri, i piccoli gesti, i dialoghi apparentemente insignificanti e i silenzi densi di significato diventano i tasselli di una storia fondamentalmente di crescita; una storia in cui le relazioni affettive restano, pur nella loro metamorfosi, il vero punto di riferimento di ogni esistenza.
La caratterizzazione dei personaggi è altrettanto naturale e credibile, con un approfondimento introspettivo di rara delicatezza.
Episodio dopo episodio, la loro personalità emerge in maniera sempre più definita, svelandone molteplici aspetti e sfaccettature e componendo un ritratto complessivo ricco di sfumature e chiaroscuri. Complice qualche raffinato stratagemma registico, come il montaggio di alcuni dialoghi che avvengono simultaneamente su argomenti comuni, per evidenziare diversi punti di vista e differenti tratti della personalità.
Complessivamente, ogni scena ha il suo equilibrio perfetto: parole, suoni, espressioni e immagini riescono a regalare allo spettatore la percezione tangibile del percorso emotivo dei protagonisti, permettendo di osservare da vicino quel mondo complesso e multiforme dell’interiore umano.
Ed è forse per questo motivo che la visione di questa serie non mi ha lasciata indifferente. In fondo, quel mondo complesso ci riguarda tutti e “Journal with Witch” ha avuto indiscutibilmente la capacità di arrivare dritto al cuore, a volte toccando una corda sensibile, altre volte suscitando una sensazione, altre volte ancora semplicemente provocando una riflessione.
Se proprio devo trovare un limite, direi che ho trovato un paio di episodi meno incisivi (e forse un po' ripetitivi), mentre sarebbe stato più interessante approfondire alcuni temi che sono rimasti un po' sullo sfondo, quale ad esempio il rapporto tra Makio e la sorella.
Al netto di questo, in conclusione “Journal with Witch” è un’opera matura, di spessore, di rara bellezza e delicatezza. Probabilmente non adatto ad un pubblico che cerca solo pura evasione, ma che consiglio vivamente a chi spera di trovare anche contenuti di qualità.
“Dobbiamo vivere nel terrore che esistano risposte che non troveremo mai. Per cui, possiamo limitarci a tirare avanti con ciò che abbiamo ricevuto.”
Non avendo letto il manga di "Tomoko Yamashita" da cui l’anime è tratto, mi sono approcciata alla visione di “Journal with Witch” senza troppe aspettative, partendo dal presupposto che certe tematiche richiedano abilità e sensibilità particolari che spesso posseggono solo i grandi maestri. Ho dovuto tuttavia ricredermi sin dalle prime scene, rimanendo affascinata dall’ approccio “minimalista” dell’opera. Una narrazione asciutta, senza fronzoli, lontana da qualsiasi tentazione melodrammatica nonostante l’incipit dai toni drammatici.
Infatti, un flashback ci catapulta subito in una realtà cruda e cupa. Un infausto evento ( un incidente d’auto mortale) strappa la vita ad entrambi i genitori di una ragazzina di soli 15 anni, “Asa”.
Poi, l’incontro con la zia “Makio” in un’atmosfera stranamente calma, priva di apparenti tensioni emotive. Pochi convenevoli e poche parole, più che altro quelle necessarie a raccogliere le idee e ad affrontare gli aspetti pratici legati alla circostanza.
Makio non appare sconvolta o addolorata (anzi, dichiarerà di detestare la defunta sorella) e non ha un legame affettivo con la nipote che a malapena conosce. Eppure, di fronte alla prospettiva di abbandonarla al suo destino di solitudine e tristezza, prevalgono l’empatia e la paura di un probabile futuro rimorso che la inducono istintivamente a proporle di venire ad abitare con lei.
La convivenza tra le due appare inizialmente difficile ed improbabile. Makio è una scrittrice di 35 anni, dall’atteggiamento distaccato e dal temperamento riservato e tendenzialmente solitario.
E’ single, indipendente, vive e lavora a casa in un disordine perenne, libera da vincoli e doveri di cura.
Dall’altro lato, Asa, nonostante l’accaduto, appare sorprendentemente calma, quasi in uno stato di torpore emotivo, come anestetizzata da un dolore che all’apparenza sembra non riesca a raggiungerla e a toccarla nel profondo.
Così, Makio, che non si contraddistingue certamente per un innato istinto materno, si troverà a confrontarsi con una grande responsabilità: crescere un’adolescente, traumatizzata dalla perdita dei genitori, nei confronti della quale dovrà usare massima cautela per non rischiare di ferirla ancora.
Ed è fondamentalmente fra quattro mura che assistiamo all'evoluzione di due solitudini profondamente diverse, da cui nasce un legame affettivo nuovo, attraverso un difficile percorso in cui la fatica di crescere, il superamento della perdita, il dilemma interiore di riuscire a diventare ciò che si vuole (nonostante i condizionamenti sociali), diventano occasione da cui partire o ripartire, da cui imparare ad esplorare nuove condizioni, da cui trovare la via d’uscita dal proprio deserto interiore.
Ma veniamo ai motivi per cui questa serie ha scalato la vetta delle mie opere preferite.
Innanzitutto per lo stile narrativo. Una narrazione lenta, fluida, credibile e realistica.
I diversi flashback si incastrano perfettamente scandendo il ritmo del racconto in un susseguirsi di scene di vita quotidiana in cui i pensieri, i piccoli gesti, i dialoghi apparentemente insignificanti e i silenzi densi di significato diventano i tasselli di una storia fondamentalmente di crescita; una storia in cui le relazioni affettive restano, pur nella loro metamorfosi, il vero punto di riferimento di ogni esistenza.
La caratterizzazione dei personaggi è altrettanto naturale e credibile, con un approfondimento introspettivo di rara delicatezza.
Episodio dopo episodio, la loro personalità emerge in maniera sempre più definita, svelandone molteplici aspetti e sfaccettature e componendo un ritratto complessivo ricco di sfumature e chiaroscuri. Complice qualche raffinato stratagemma registico, come il montaggio di alcuni dialoghi che avvengono simultaneamente su argomenti comuni, per evidenziare diversi punti di vista e differenti tratti della personalità.
Complessivamente, ogni scena ha il suo equilibrio perfetto: parole, suoni, espressioni e immagini riescono a regalare allo spettatore la percezione tangibile del percorso emotivo dei protagonisti, permettendo di osservare da vicino quel mondo complesso e multiforme dell’interiore umano.
Ed è forse per questo motivo che la visione di questa serie non mi ha lasciata indifferente. In fondo, quel mondo complesso ci riguarda tutti e “Journal with Witch” ha avuto indiscutibilmente la capacità di arrivare dritto al cuore, a volte toccando una corda sensibile, altre volte suscitando una sensazione, altre volte ancora semplicemente provocando una riflessione.
Se proprio devo trovare un limite, direi che ho trovato un paio di episodi meno incisivi (e forse un po' ripetitivi), mentre sarebbe stato più interessante approfondire alcuni temi che sono rimasti un po' sullo sfondo, quale ad esempio il rapporto tra Makio e la sorella.
Al netto di questo, in conclusione “Journal with Witch” è un’opera matura, di spessore, di rara bellezza e delicatezza. Probabilmente non adatto ad un pubblico che cerca solo pura evasione, ma che consiglio vivamente a chi spera di trovare anche contenuti di qualità.
“Dobbiamo vivere nel terrore che esistano risposte che non troveremo mai. Per cui, possiamo limitarci a tirare avanti con ciò che abbiamo ricevuto.”
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