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Cosa ne penso di Ken il Guerriero – Hokuto no Ken (2026): Il cadavere che cammina.

C’è un momento, nel primo episodio di questo remake tanto atteso quanto discusso, in cui Kenshiro libera Lin (una bambina muta dal trauma che le ha sigillato la voce, per chi non conoscesse la trama). Le prende il polso, le sussurra qualcosa, e lei finalmente riesce a emettere un suono. È un istante di rara dolcezza in un mondo di violenza assoluta, e per un attimo, solo per un attimo, si intravede il cuore pulsante dell’opera originale. Poi tornano le esplosioni di corpi, il sangue che schizza a fontane, e l’incantesimo si rompe. Perché il problema di Ken il Guerriero – Hokuto no Ken non è che sia brutto: è che è brutto nel modo più triste possibile. Non ha capito di cosa parla.

Riassunto per i neofiti. La storia si apre nel 199X, dopo che il mondo è stato divorato dal fuoco nucleare. Un uomo solitario con sette cicatrici a forma di stella sul petto vaga per il deserto. È Kenshiro, erede della micidiale arte marziale dell’Hokuto Shinken. Nel primo episodio, intitolato A Cry from the Heart, Ken incontra Bat, un ragazzino sveglio e un po’ delinquente, e Lin, una bambina che non parla più dopo aver visto i suoi genitori uccisi dai banditi. La città dove vivono viene attaccata da Zeed e la sua banda. Ken libera i prigionieri, affronta decine di nemici, li fa esplodere uno dopo l’altro con colpi che colpiscono i punti segreti del corpo, e alla fine salva Lin. La bambina, riconoscente, riesce a dire “grazie”.

Nel secondo episodio, A Better Tomorrow, Ken e Bat viaggiano insieme e incontrano un vecchio inseguito da una banda guidata da Spade. Il vecchio protegge dei semi di riso, tutto ciò che gli resta per ricostruire. Ken lo difende, affronta Spade e lo uccide. Poi, con un gesto di silenziosa compassione, pianta un seme nel terreno asciutto come promessa di un futuro possibile.

La trama c’è. I personaggi ci sono. La violenza iconica, quella che ha reso celebre il manga di Buronson e Tetsuo Hara, è tutta lì, anzi, forse anche di più. Eppure qualcosa non va.

Cominciamo dal problema delle "pigne sulla testa". Ciò che salta all’occhio fin dalla prima inquadratura è l’animazione. Una recensione è stata spietata, e giustamente: “I capelli di Ken e Bat sembrano pigne di plastica conficcate nei crani”. È una descrizione senza filtri ma perfetta. Le acconciature corte sono rigide, innaturali, come se i personaggi indossassero caschi di cera. Le animazioni in CGI hanno quella pesantezza tipica dei prodotti che cercano di risparmiare sulla fluidità, e i movimenti dei combattimenti, pur essendo coreografati con attenzione, perdono impatto perché i corpi sembrano fluttuare leggermente fuori sincrono con lo sfondo.

Non è tutto da buttare, sia chiaro. Le palette di colori, volutamente spente tra grigi e beige, riescono a evocare la desolazione del mondo post-apocalittico. E quando l’azione si concentra su pochi elementi, l’immagine respira meglio. Ma sono briciole. In un’epoca in cui molti anime hanno dimostrato che la CGI può essere spettacolare e fluida, e in cui alcune serie alzano l’asticella dell’animazione tradizionale a vette mai toccate, questo Hokuto no Ken sembra uscito da un decennio sbagliato. Il 2016, per la precisione, l’anno del disastroso Berserk.

L’anima c’è, ma è difficile da vedere. E qui arriviamo al punto dolente. Perché il vero problema non è tecnico. È filosofico. Il manga di Ken il Guerriero non è mai stato solo un tappeto di corpi squartati. Era una storia su cosa significa cadere e rialzarsi. Kenshiro non è un supereroe invincibile: è un uomo che perde, che soffre, che invecchia. Se questo adattamento voleva essere fedele al manga, allora ha toppato alla grande: qui lo vediamo praticamente già adulto, e se in futuro gli appicicheranno la barba per invecchiarlo sarà comunque molto lontano da quello a cui promettevano di essere fedeli (fonte: i miei preziosi manga della Granata Press, ovviamente).

Nei primi due episodi del remake, di tutto questo non c’è traccia. Non perché la sceneggiatura sia infedele – anzi, l’adattamento è sorprendentemente fedele al manga, come nota un recensore – ma perché la fedeltà alla lettera non è la stessa cosa della fedeltà allo spirito. Il manga aveva un’anima che traspariva persino dai disegni più rozzi. Questo remake ha un’anima che cerca di affiorare ma resta intrappolata sotto strati di CGI legnosa e scelte estetiche discutibili.

Il primo episodio è quello più riuscito. La scena in cui Ken libera la voce di Lin è toccante, quasi commovente. La violenza è talmente esagerata da diventare quasi astratta, e in qualche modo funziona. Il secondo episodio, quello del vecchio e dei semi di riso, è più debole, più didascalico. Ma entrambi soffrono dello stesso male: la sensazione di assistere a una rappresentazione, non a una storia vissuta.

Per essere onesti, la colonna sonora di Yuki Hayashi è all’altezza e il doppiaggio italiano di Maurizio Merluzzo è una carezza per i vecchi fan. Ma due note positive non bastano a rianimare un cadavere.

Vale la pena guardarlo? Se siete nostalgici incalliti, forse sì, per curiosità. Se siete nuovi all’universo di Ken il Guerriero, però, vi farò un favore: lasciate perdere questo remake e recuperate il manga originale. Lì c’è tutto ciò che qui manca: la sporcizia vera, la fatica, le lacrime. Lì Ken non è un’icona immobile: è un uomo che sanguina, che cade, che si rialza. Lì i cattivi non sono solo nemici da abbattere: sono specchi di ciò che si può diventare quando si dimentica l’amore.

In quasi 30 anni di passione per anime, manga e film d’animazione ho visto di tutto: dall’alto livello alle cadute più clamorose, e questo remake si piazza proprio tra queste ultime. L’episodio pilota non decolla (a parte un breve momento che conosco già a memoria ma che colpisce ancora oggi) anzi precipita velocemente in un guazzabuglio di animazioni al risparmio e CGI degna delle produzioni più economiche. Siamo di fronte a un disastro aereo in cui, per fortuna, non ci sono vittime oltre ai miei ricordi del manga.

In conclusione: hanno voluto risparmiare sul budget? Per me sì. Bene, mi terrò stretto il tempo non sprecato a guardare questo remake.

Questo remake, purtroppo, è un cadavere che cammina. Ha la forma di Ken, ma non il suo respiro. Ha la violenza di un mondo ispirato a Mad Max (ma più spinta), però non ha la poesia del manga.

E non è un ponte generazionale.
In un panorama animato che ci regala ogni stagione capolavori capaci di farci ridere, piangere e pensare, non c’è più spazio per i fossili. Anche quando indossano le sette cicatrici.