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"La filosofia del disincanto e l'arroganza del talento"

L'adattamento anime del 2026 di "Eren the Southpaw" ("Hidarikiki no Eren") condensa in 13 episodi un'opera nota che ha il suo leit motiv nella sua spietata indagine sul talento, l'ambizione e il disincanto adulto. Sebbene la serie ambisca a rappresentare in modo anche originale coloro che abbiano sognato di lavorare in un ambito creativo, la sceneggiatura soffre di evidenti problemi di ritmo e di una gestione emotiva a tratti esasperata.

Il difetto più evidente dell'anime è la sua frammentazione temporale dovuta ad una struttura narrativa a incastro. La trama salta continuamente tra gli anni del liceo (dove nascono i sogni di gloria e si manifesta il talento grezzo) e la dura realtà adulta (le agenzie pubblicitarie e gli studi artistici).
Se sulla carta questo contrasto serve a enfatizzare la disillusione, in soli 13 episodi si traduce in un ritmo claudicante e talvolta poco comprensibile. Proprio quando lo spettatore inizia a immergersi nelle complesse dinamiche di potere e frustrazione dell'agenzia pubblicitaria di Koichi, un flashback interrompe il flusso. Questo impedisce di costruire una tensione drammatica solida e costante nel presente lavorativo, riducendo a volte i traumi del passato a semplici giustificazioni per i comportamenti del presente. L'anime perde spesso il controllo del tono: il realismo del cinico mondo aziendale viene regolarmente sabotato da picchi di melodramma eccessivo. Urla disperate sotto la pioggia, sguardi allucinati e pianti teatrali stonano con la freddezza chirurgica necessaria per raccontare le frustrazioni del lavoro d'ufficio. Questa teatralità toglie peso alla vera tragedia della storia: la silenziosa disperazione quotidiana di chi sa di non essere speciale.

La serie invece a mio avviso brilla nella sua cruda rappresentazione del mondo del lavoro. "Eren the Southpaw" non è una storia su come i sogni si avverano, ma su come si cerca di sopravvivere quando i sogni si scontrano con la mediocrità personale e la realtà. E per il povero Koichi, che a tratti mi è sembrato Willy il coyote contro beep beep, l'età della maturità non è altro che un perenne ed inconfutabile invito ad abdicare ai propri deliri di onnipotenza giovanili. Il mondo delle agenzie creative viene dipinto come un tritacarne dove la gratificazione professionale è un miraggio, soffocata da clienti capricciosi, capi anche talentuosi ma soprattutto rapaci, competitivi ed insensibili, scadenze impossibili e compromessi artistici.
Di contro, la serie esplora anche l'eccessiva sicurezza dei "talentuosi" o presunti tali: coloro che possiedono un dono innato, come Eren e Akari, viene spesso ritratto con un'arroganza e una cecità verso gli sforzi altrui che rasentano l'insensibilità. Il talento non è visto come una benedizione, ma come un muro invisibile che separa i geni dalle persone comuni, creando incomunicabilità e dolore per entrambe le parti.

La sceneggiatura utilizza il contrasto anche per la caratterizzazione dei protagonisti, una sorta di triangolo formato da Eren, Koichi e Akari con le loro interazioni basate su un mix anche tossico di ammirazione, invidia e codipendenza. A dispetto del nome che da il titolo alla serie, il fulcro centrale è rappresentato da Koichi Asakura. Lui è il simbolo dell'uomo comune che per limiti personali e per circostanze di vita non sarà un genio. La sua intera esistenza è guidata da un feroce complesso di inferiorità. Si distrugge di lavoro non per passione pura, ma per il disperato bisogno di dimostrare di poter stare sullo stesso piano dei geni. La sua evoluzione è dolorosa ma realistica: è la personificazione del duro lavoro che cerca di sconfiggere il talento. E' un po' l'utopia su cui si fonda anche la società nipponica della prevalenza del gruppo sull'individualità.
Eren Yamagishi è l'archetipo del genio puro e incontrollabile. Eren vive l'arte non come una professione, ma come una funzione vitale necessaria, quasi una malattia. È socialmente inetta e totalmente dipendente dal suo estro. La sua arroganza non è cattiveria, ma una tragica incapacità di comprendere chi non vede il mondo con i suoi stessi occhi.
Akari Kamiya rappresenta l'anello di congiunzione tra il talento puro e il successo commerciale. A differenza di Eren, Akari sa incanalare la sua genialità nel "mostrare" e nel "comunicare" all'interno delle dinamiche molto meno utopiche della realtà che la circonda. Questo la rende estremamente sicura di sé, ma anche spietata, evidenziando il lato più pragmatico e freddo della creatività.

Koichi si trova schiacciato dalla gravità generata dalle ambizioni smisurate di Akari e dal talento imprevedibile di Eren, mostrando come la vicinanza a individui così estremi possa essere logorante e nociva, sebbene le ammiri come ispiratrici del suo anelare l'arte.
Si può azzardare che "Eren the Southpaw" sia, a tutti gli effetti, un'epica dedicata ai comprimari, un'ode amara alla "mediocrità" e alla frustrazione di coloro che restano a vario titolo un gradino sotto l'eccellenza, tanto che la serie termina con un episodio dal titolo abbastanza eloquente in tal senso: "Per tutti coloro che non sono potuti diventare geni".

In una narrazione classica, il protagonista affronterebbe un percorso di crescita, finalizzato al superamento dei propri limiti. In quest'opera, le due figure dotate di talento assoluto non seguono questa parabola perché sia Eren sia Akari sembrano delle entità statiche. Non fungono da veri e propri personaggi in evoluzione con cui il pubblico deve empatizzare, ma da ostacoli, da metri di paragone irraggiungibili o da specchi in cui il vero protagonista Koichi vede riflessi i propri fallimenti. Sono quasi delle entità soprannaturali da ammirare o esserne travolto, ma irraggiungibili.

"Eren the southpaw" sembra pertanto richiamare le dinamiche alla "Mozart e Salieri", in cui la regia sceglie di indugiare molto di più su Salieri. Koichi, e tutti i personaggi "normali" sono i veri protagonisti perché incarnano la condizione umana media che deve fare i conti con la discrepanza tra le proprie ambizioni e i propri mezzi. Ed ecco che alla fine la serie sembra "a contrario" trasmettere un messaggio "crudo" in apparenza opposto a quello che prima facie emerge dalla visione della serie.
In primis, il mondo della creatività va avanti grazie ai comprimari che realizzano prodotti che non vengono realizzati dai lampi di genio isolati di Eren, ma dal massacrante, silenzioso e ingrato lavoro di squadra dei Koichi di turno. L'opera nobilita la fatica del comprimario, pur mostrandone tutta la disperazione.
In secundis, l'accettazione del proprio limite: il climax emotivo della serie per i "non-geni" non è la vittoria, ma l'accettazione (da non confondere con la rassegnazione). Il momento in cui il comprimario smette di inseguire un'illusione tossica (diventare come Eren o Akari) e trova dignità nel proprio ruolo, per quanto ordinario o meno appariscente, è la vera catarsi della storia.
Definire "Eren the Southpaw" una storia sui comprimari è forse l'esegesi più corretta: usa il fascino abbagliante del talento unicamente per illuminare per contrasto le ombre in cui faticano tutti gli altri. Con buona pace dei sogni di gloria...