Gals Can't Be Kind to Otaku!?
Un'altra commedia all'acqua di rose che nulla aggiunge e nulla toglie al genere.
Attenzione: da qui in poi la recensione contiene spoiler.
Ormai è chiaro anche per me, le commedie sono i miei anime da pausa pranzo. C'è sempre la speranza di pescare nel mucchio qualcosa di valido, che si distingua dalla massa. È capitato di recente con The Klutzy Class Monitor and the Girl with the Short Skirt e prima ancora con With You and the Rain. Ora, non voglio scomodare le commedie romantiche della stagione Raparts e Polar Opposites, a quelle Gals Can't Be Kind to Otaku!? non ci si avvicina nemmeno. Ma mentirei se dicessi che non mi aspettavo qualcosa di più.
Otagal, abbreviato da qui in poi, purtroppo non riesce, come tanti altri anime del genere, ad andare oltre una bonaria superficialità. Nel suo voler provare a spiccare un balzo al di là dei soliti cliché, puntando all'apparenza su un rapporto più d'amicizia che romantico, calcola male lo slancio e risulta doppiamente goffo. Perché nel solito, inflazionato riscatto dell'otaku che trova nelle due gyaru delle inaspettate amiche, è appunto della ridondanza di temi letti e visti in tutte le salse che la serie si arena. La checklist degli scenari è ovviamente completa: stanza di lui, stanza delle ragazze, a casa da soli, giornata in spiaggia, matsuri, festival scolastico finale. Questo lo si può pure accettare, per carità, purtroppo però è la sostanza a risultare piuttosto vuota. E per quanto riguarda il rapporto "romantico", è appena sfiorato, sostanzialmente unidirezionale dalle ragazze a Seo, il protagonista maschile. Questo almeno nell'anime, poi probabilmente nel manga la situazione progredirà in qualche modo.
Il difetto macroscopico di Otagal però è il già citato protagonista. Takuya Seo in prima battuta lo avrei definito macchiettistico, in realtà credo sia semplicemente insipido. È davvero un generico male main character, tant'è che per tutta la serie Amane e Ijichi lo chiamano sempre con un genericissimo Otaku-kun, più spersonalizzante di così. Non lo salvano le passioni da otaku per dargli spessore. Il classico bravo ragazzo, un po' chiuso in se stesso, che trova nelle due gal un improbabile quanto efficace nuovo modo di condividere le proprie passioni e fare nuove amicizie. Il tipico personaggio sfumato nel quale il generico adolescente o adulto giapponese si può immedesimare, potendo sognare di ritrovarsi le reginette della scuola in classe e che queste diventino le sue migliori amiche.
Andando al succo, Otagal è purtroppo proprio questo: l'ennesimo anime con un generico protagonista che vive il sogno medio degli uomini (giapponesi e non solo, diciamocelo). Non è un male di per sé, ma quante volte l'abbiamo appunto letta e vista questa storia? Io credo centinaia. A ogni stagione vien fuori qualche anime del genere.
Tutto questo lo si capisce già dopo una manciata di episodi e la serie, seppur breve, inizia presto ad arrancare, attorcigliandosi su se stessa. Il tentativo di scombinare le carte è tanto classico quanto telefonato: la confessione, poi ritrattata, sotto i fuochi d'artificio del matsuri. Da lì in poi di fatto non accade nulla, se non una parziale presa di coscienza dei propri sentimenti da parte di Amane e un riconoscimento generale dello status quo già consolidato, ovvero che il nostro otaku si è fatte amiche due ragazze che dovrebbero avere, nella sua testa, altre frequentazioni. È un'evoluzione tanto telefonata quanto artefatta, perché Seo è già da mesi nelle grazie e coinvolto dalle ragazze in qualsiasi cosa. Il solito, ottuso protagonista.
Per carità, alla fine Otagal i suoi 12 episodi se li porta a casa con grande onestà. È appunto una commedia leggera, che non trasmette messaggi sbagliati. Anzi, l'accettazione di se stessi e la rottura dei pretestuosi muri sociali che ci si costruisce, spesso e volentieri proprio negli anni dell'adolescenza, è lodevole. Certo però lo fa appunto con tanta superficialità, senza scavare nel profondo o mettere in scena un qualche conflitto. Rimpasta i soliti, triti temi, setting e dinamiche, senza aggiungere davvero nulla di originale o degno di nota. Menzione d'obbligo per le sigle, ben fatte, mentre a livello tecnico anche qui si difende senza strafare.
Gals Can't Be Kind to Otaku!? risulta a tutti gli effetti un anime dimenticabile, l'ennesimo riempitivo stagionale che al fruitore occasionale di anime potrà colpire in una certa misura, ma chi ha già qualche serie nel suo storico, soprattutto del genere in questione, si annoierà presto.
Attenzione: da qui in poi la recensione contiene spoiler.
Ormai è chiaro anche per me, le commedie sono i miei anime da pausa pranzo. C'è sempre la speranza di pescare nel mucchio qualcosa di valido, che si distingua dalla massa. È capitato di recente con The Klutzy Class Monitor and the Girl with the Short Skirt e prima ancora con With You and the Rain. Ora, non voglio scomodare le commedie romantiche della stagione Raparts e Polar Opposites, a quelle Gals Can't Be Kind to Otaku!? non ci si avvicina nemmeno. Ma mentirei se dicessi che non mi aspettavo qualcosa di più.
Otagal, abbreviato da qui in poi, purtroppo non riesce, come tanti altri anime del genere, ad andare oltre una bonaria superficialità. Nel suo voler provare a spiccare un balzo al di là dei soliti cliché, puntando all'apparenza su un rapporto più d'amicizia che romantico, calcola male lo slancio e risulta doppiamente goffo. Perché nel solito, inflazionato riscatto dell'otaku che trova nelle due gyaru delle inaspettate amiche, è appunto della ridondanza di temi letti e visti in tutte le salse che la serie si arena. La checklist degli scenari è ovviamente completa: stanza di lui, stanza delle ragazze, a casa da soli, giornata in spiaggia, matsuri, festival scolastico finale. Questo lo si può pure accettare, per carità, purtroppo però è la sostanza a risultare piuttosto vuota. E per quanto riguarda il rapporto "romantico", è appena sfiorato, sostanzialmente unidirezionale dalle ragazze a Seo, il protagonista maschile. Questo almeno nell'anime, poi probabilmente nel manga la situazione progredirà in qualche modo.
Il difetto macroscopico di Otagal però è il già citato protagonista. Takuya Seo in prima battuta lo avrei definito macchiettistico, in realtà credo sia semplicemente insipido. È davvero un generico male main character, tant'è che per tutta la serie Amane e Ijichi lo chiamano sempre con un genericissimo Otaku-kun, più spersonalizzante di così. Non lo salvano le passioni da otaku per dargli spessore. Il classico bravo ragazzo, un po' chiuso in se stesso, che trova nelle due gal un improbabile quanto efficace nuovo modo di condividere le proprie passioni e fare nuove amicizie. Il tipico personaggio sfumato nel quale il generico adolescente o adulto giapponese si può immedesimare, potendo sognare di ritrovarsi le reginette della scuola in classe e che queste diventino le sue migliori amiche.
Andando al succo, Otagal è purtroppo proprio questo: l'ennesimo anime con un generico protagonista che vive il sogno medio degli uomini (giapponesi e non solo, diciamocelo). Non è un male di per sé, ma quante volte l'abbiamo appunto letta e vista questa storia? Io credo centinaia. A ogni stagione vien fuori qualche anime del genere.
Tutto questo lo si capisce già dopo una manciata di episodi e la serie, seppur breve, inizia presto ad arrancare, attorcigliandosi su se stessa. Il tentativo di scombinare le carte è tanto classico quanto telefonato: la confessione, poi ritrattata, sotto i fuochi d'artificio del matsuri. Da lì in poi di fatto non accade nulla, se non una parziale presa di coscienza dei propri sentimenti da parte di Amane e un riconoscimento generale dello status quo già consolidato, ovvero che il nostro otaku si è fatte amiche due ragazze che dovrebbero avere, nella sua testa, altre frequentazioni. È un'evoluzione tanto telefonata quanto artefatta, perché Seo è già da mesi nelle grazie e coinvolto dalle ragazze in qualsiasi cosa. Il solito, ottuso protagonista.
Per carità, alla fine Otagal i suoi 12 episodi se li porta a casa con grande onestà. È appunto una commedia leggera, che non trasmette messaggi sbagliati. Anzi, l'accettazione di se stessi e la rottura dei pretestuosi muri sociali che ci si costruisce, spesso e volentieri proprio negli anni dell'adolescenza, è lodevole. Certo però lo fa appunto con tanta superficialità, senza scavare nel profondo o mettere in scena un qualche conflitto. Rimpasta i soliti, triti temi, setting e dinamiche, senza aggiungere davvero nulla di originale o degno di nota. Menzione d'obbligo per le sigle, ben fatte, mentre a livello tecnico anche qui si difende senza strafare.
Gals Can't Be Kind to Otaku!? risulta a tutti gli effetti un anime dimenticabile, l'ennesimo riempitivo stagionale che al fruitore occasionale di anime potrà colpire in una certa misura, ma chi ha già qualche serie nel suo storico, soprattutto del genere in questione, si annoierà presto.
Quando leggiamo la sinossi di un nuovo anime scolastico in cui un otaku asociale e con l'ansia di vivere viene improvvisamente "adottato" dalle ragazze più popolari della scuola, gli occhi ci roteano all'indietro così forte da poter vedere il nostro stesso nervo ottico. È il solito sogno proibito (e trito e ritrito) di ogni otaku che spera, in fondo al cuore, che la sua collezione di manga, anime, action figures o gunpla possa un giorno fungere da esca per la reginetta della classe.
E "Gals Can't Be Kind to Otaku!?", non si sottrae a questo copione ma, pur sguazzando nel mare dei consueti cliché, riesce a non affogare, trovando una sua godibile dimensione in cui non tutto quello che appare in superficie corrisponde alla realtà.
Il protagonista è il classico reietto volontario, un ragazzo chiuso in se stesso, convinto che il mondo 3D sia un errore di programmazione e che l'unico rifugio in cui si sente a suo agio sia quello dell'anime che adora e di cui colleziona qualsiasi gadget, vergognandosi di parlarne con altri della sua passione per non essere canzonato o, peggio, bullizzato. Di contro ci sono due gal, creature mitologiche che nella gerarchia scolastica nipponica siedono sull'olimpo (o in cima la Monte Fuji, giusto per restare nei paraggi), note per lo più per look eccentrici e vistosi, trucco pesante, energia inesauribile, disinibite quanto basta tanto da nutrire una presunta intolleranza verso i nerd.
E allora ci si domanderà il perché due ragazze belle, desiderate da tutti i "normie" della scuola, dovrebbero orbitare attorno a un ragazzo che trasuderebbe disagio sociale? La risposta dell'anime è tanto semplice quanto psicologicamente azzeccata: perché sono stanche di "recitare".
Le nostre co-protagoniste si rivelano ben presto molto meno perfette e irraggiungibili di quanto la loro estetica e il loro atteggiamento suggeriscano. Non si avvicinano all'otaku per pietà, per scommessa o per qualche incomprensibile attrazione fatale (da far gridare al miracolo), ma perché frequentando il protagonista si rendono conto che rappresenta per loro una vera e propria "safe zone".
La serie su questo aspetto prova a fare il salto di qualità dalla solita mediocrità di una trama vista e rivista e va a sfiorare un nervo scoperto non solo dell'animazione, ma dell'intera società giapponese, in modo comunque leggero e scherzoso, scevro dalle solite sovrastrutture melodrammatiche che contraddistinguono tanti anime simili. Se Luigi Pirandello fosse nato a Tokyo e osservasse la società nipponica, andrebbe a nozze con questo concetto e se fosse ancora vivo avrebbe di chè sbizzarrirsi, perché sembra che il Giappone sia pieno di Vitangelo Moscarda...
Anche in questa serie è evidente come in Giappone esista una distinzione netta e brutale tra "Honne" (i veri sentimenti di una persona) e "Tatemae" (la facciata pubblica). Di per sè e per la loro mentalità avrebbe anche un senso, ma le idee sono anche vissute da persone e per alcuni la società nipponica può diventare terribilmente ipocrita e spietata nel richiedere conformismo: bisogna "leggere l'aria", non disturbare l'armonia del gruppo e, soprattutto, recitare la propria parte, come ingranaggio di un meccanismo complesso come la sua società.
Tante opere hanno sviscerato in passato tali temi anche in modo molto diretto e filosofico, e "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" cerca di sdrammatizzare e alleggerire il concetto rendendolo più fruibile e comico: e così le due protagoniste cercano attraverso la frequentazione del presunto otaku di uscire dal palcoscenico delle ragazze popolari, sempre sorridenti, interessate alla moda, perfette come se fosse una recitazione a tempo pieno ed estenuante.
In fondo la costrizione ad apparire per ciò che non sono genera un'ipocrisia sociale asfissiante. E qui entra in gioco il protagonista otaku: lui è fuori dai giochi, sta in apparenza perdendo la partita sociale, quindi non giudica. La sua stanza o il tempo passato con lui diventano il "dietro le quinte" del teatro scolastico. Con lui, le ragazze possono calare la maschera pirandelliana, smettere di essere "Centomila" per compiacere gli altri e tornare a essere semplicemente "Uno", se stesse, con i loro hobby segreti, le loro imperfezioni e le loro stramberie, senza la paura che il loro status sociale venga disintegrato. Con loro, l'otaku recupera confidenza in se stesso e riesce ad emergere dal guscio inn cui si era rinchiuso, in una logica "win/win".
Uno dei pregi della serie nelle consiste dinamiche genuine tra i protagonisti: le loro interazioni non sono basate solo su imbarazzanti scivoloni e malintesi romantici, ma su un reale cameratismo e passioni condivise. Aggiungo anche la riflessione sull'importanza di avere un "rifugio" mentale e fisico (e non virtuale...) per mantenere un equilibrio e sopportare la pressione e l'assenza di drammi forzati perché il tono rimane leggero e divertente, evitando di trasformarsi in un melodramma pesante quando affronta le insicurezze dei personaggi.
Se la si osserva con questo approccio, si potranno perdonare all'opera alcuni difetti come le animazioni standard (il comparto tecnico fa il suo dovere, ma non brilla per guizzi artistici o regie particolarmente ispirate), un incipit lento e deja-vu (i primi episodi faticano a scrollarsi di dosso la sensazione di "copia di mille riassunti", rischiando di allontanare lo spettatore impaziente), la lentezza dell'evoluzione del protagonista (a volte l'otaku indugia troppo nel suo status di vittima asociale, rallentando il ritmo comico e il progredire della trama).
Se si apprezza il genere, "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" si inserisce in quel filone virtuoso che sta cercando di riabilitare il rapporto tra opposti scolastici (in una sorta di "new deal") che generalmente hanno ispirato opere di contrapposzione, bullismo, ecc., ben rappresentato dalla serie uscita in contemporanea "You and I are polar opposites".
Ma mi sovviene anche "My Dress-Up Darling (Sono Bisque Doll)": guardacaso, anche in quest'ultima serie troviamo la ragazza popolare (Marin) che trascina il ragazzo asociale (Gojo) nel suo mondo vorticoso per poter vivere liberamente una sua passione nascosta (il cosplay). Tuttavia, se "Sono Bisque Doll" spinge molto sull'estetica e sulla tensione romantico-sensuale, "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" gioca più le carte della commedia corale e del mutuo soccorso psicologico.
Di sicuro "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" non influenzerà la storia dell'animazione, e probabilmente non vi farà smettere di pensare che nella vita reale l'otaku asociale verrebbe ignorato a favore del capitano del club di kendo o calcio. Tuttavia, è una rom-com scolastica che usa i cliché come trampolino e non come recinzione, regalandoci personaggi onesti in un mondo che li vorrebbe attori di un copione già scritto e immutabile.
E "Gals Can't Be Kind to Otaku!?", non si sottrae a questo copione ma, pur sguazzando nel mare dei consueti cliché, riesce a non affogare, trovando una sua godibile dimensione in cui non tutto quello che appare in superficie corrisponde alla realtà.
Il protagonista è il classico reietto volontario, un ragazzo chiuso in se stesso, convinto che il mondo 3D sia un errore di programmazione e che l'unico rifugio in cui si sente a suo agio sia quello dell'anime che adora e di cui colleziona qualsiasi gadget, vergognandosi di parlarne con altri della sua passione per non essere canzonato o, peggio, bullizzato. Di contro ci sono due gal, creature mitologiche che nella gerarchia scolastica nipponica siedono sull'olimpo (o in cima la Monte Fuji, giusto per restare nei paraggi), note per lo più per look eccentrici e vistosi, trucco pesante, energia inesauribile, disinibite quanto basta tanto da nutrire una presunta intolleranza verso i nerd.
E allora ci si domanderà il perché due ragazze belle, desiderate da tutti i "normie" della scuola, dovrebbero orbitare attorno a un ragazzo che trasuderebbe disagio sociale? La risposta dell'anime è tanto semplice quanto psicologicamente azzeccata: perché sono stanche di "recitare".
Le nostre co-protagoniste si rivelano ben presto molto meno perfette e irraggiungibili di quanto la loro estetica e il loro atteggiamento suggeriscano. Non si avvicinano all'otaku per pietà, per scommessa o per qualche incomprensibile attrazione fatale (da far gridare al miracolo), ma perché frequentando il protagonista si rendono conto che rappresenta per loro una vera e propria "safe zone".
La serie su questo aspetto prova a fare il salto di qualità dalla solita mediocrità di una trama vista e rivista e va a sfiorare un nervo scoperto non solo dell'animazione, ma dell'intera società giapponese, in modo comunque leggero e scherzoso, scevro dalle solite sovrastrutture melodrammatiche che contraddistinguono tanti anime simili. Se Luigi Pirandello fosse nato a Tokyo e osservasse la società nipponica, andrebbe a nozze con questo concetto e se fosse ancora vivo avrebbe di chè sbizzarrirsi, perché sembra che il Giappone sia pieno di Vitangelo Moscarda...
Anche in questa serie è evidente come in Giappone esista una distinzione netta e brutale tra "Honne" (i veri sentimenti di una persona) e "Tatemae" (la facciata pubblica). Di per sè e per la loro mentalità avrebbe anche un senso, ma le idee sono anche vissute da persone e per alcuni la società nipponica può diventare terribilmente ipocrita e spietata nel richiedere conformismo: bisogna "leggere l'aria", non disturbare l'armonia del gruppo e, soprattutto, recitare la propria parte, come ingranaggio di un meccanismo complesso come la sua società.
Tante opere hanno sviscerato in passato tali temi anche in modo molto diretto e filosofico, e "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" cerca di sdrammatizzare e alleggerire il concetto rendendolo più fruibile e comico: e così le due protagoniste cercano attraverso la frequentazione del presunto otaku di uscire dal palcoscenico delle ragazze popolari, sempre sorridenti, interessate alla moda, perfette come se fosse una recitazione a tempo pieno ed estenuante.
In fondo la costrizione ad apparire per ciò che non sono genera un'ipocrisia sociale asfissiante. E qui entra in gioco il protagonista otaku: lui è fuori dai giochi, sta in apparenza perdendo la partita sociale, quindi non giudica. La sua stanza o il tempo passato con lui diventano il "dietro le quinte" del teatro scolastico. Con lui, le ragazze possono calare la maschera pirandelliana, smettere di essere "Centomila" per compiacere gli altri e tornare a essere semplicemente "Uno", se stesse, con i loro hobby segreti, le loro imperfezioni e le loro stramberie, senza la paura che il loro status sociale venga disintegrato. Con loro, l'otaku recupera confidenza in se stesso e riesce ad emergere dal guscio inn cui si era rinchiuso, in una logica "win/win".
Uno dei pregi della serie nelle consiste dinamiche genuine tra i protagonisti: le loro interazioni non sono basate solo su imbarazzanti scivoloni e malintesi romantici, ma su un reale cameratismo e passioni condivise. Aggiungo anche la riflessione sull'importanza di avere un "rifugio" mentale e fisico (e non virtuale...) per mantenere un equilibrio e sopportare la pressione e l'assenza di drammi forzati perché il tono rimane leggero e divertente, evitando di trasformarsi in un melodramma pesante quando affronta le insicurezze dei personaggi.
Se la si osserva con questo approccio, si potranno perdonare all'opera alcuni difetti come le animazioni standard (il comparto tecnico fa il suo dovere, ma non brilla per guizzi artistici o regie particolarmente ispirate), un incipit lento e deja-vu (i primi episodi faticano a scrollarsi di dosso la sensazione di "copia di mille riassunti", rischiando di allontanare lo spettatore impaziente), la lentezza dell'evoluzione del protagonista (a volte l'otaku indugia troppo nel suo status di vittima asociale, rallentando il ritmo comico e il progredire della trama).
Se si apprezza il genere, "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" si inserisce in quel filone virtuoso che sta cercando di riabilitare il rapporto tra opposti scolastici (in una sorta di "new deal") che generalmente hanno ispirato opere di contrapposzione, bullismo, ecc., ben rappresentato dalla serie uscita in contemporanea "You and I are polar opposites".
Ma mi sovviene anche "My Dress-Up Darling (Sono Bisque Doll)": guardacaso, anche in quest'ultima serie troviamo la ragazza popolare (Marin) che trascina il ragazzo asociale (Gojo) nel suo mondo vorticoso per poter vivere liberamente una sua passione nascosta (il cosplay). Tuttavia, se "Sono Bisque Doll" spinge molto sull'estetica e sulla tensione romantico-sensuale, "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" gioca più le carte della commedia corale e del mutuo soccorso psicologico.
Di sicuro "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" non influenzerà la storia dell'animazione, e probabilmente non vi farà smettere di pensare che nella vita reale l'otaku asociale verrebbe ignorato a favore del capitano del club di kendo o calcio. Tuttavia, è una rom-com scolastica che usa i cliché come trampolino e non come recinzione, regalandoci personaggi onesti in un mondo che li vorrebbe attori di un copione già scritto e immutabile.