logo AnimeClick.it
logo AnimeClick.it
MARTEDÌ 1 SETTEMBRE 2026

The Song of Saya



Tutte 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


 0
AleLawliet

Piattaforma: Windows --- Voto 10
Saya no Uta non è un’allegoria, né tantomeno un saggio filosofico; è semplicemente una storia, tragica e delicata, di una bambina ferita dal mondo e tradita dal destino.

[CONTIENE SPOILER]

Contrariamente a quel che sarebbe il mio stile abituale, per un’opera come questa mi vedo costretto ad accompagnare le mie valutazioni con alcuni elementi di trama. Cercherò di non sfociare nel superfluo.

In principio, Saya è una creatura non umana dotata di un’intelligenza superiore. Sotto la cura del Dr. Ogai, che per lei assume il ruolo di padre, inizia ad entrare in contatto con l’umanità attraverso la letteratura. Si appassiona, in particolare, alle storie sentimentali, le quali, alla fine, le faranno desiderare l’esperienza dell’amore e, più in generale, del contatto umano.
È bene tenere a mente come Saya sia un essere che non ha mai esperito il mondo esterno in prima persona. In questo senso è, a tutti gli effetti, una bambina: curiosa, ingenua, affamata di affetto, desiderosa di vivere le promesse che i suoi libri le avevano prospettato.
La realtà, però, distrugge immediatamente quel sogno. Nell’ospedale di Ogai in cui si nasconde, mossa dal desiderio profondo di un contatto, si mostra ai pazienti.
La risposta è sistemica e brutale: vedendola per ciò che appare, la rifiutano tutti terrorizzati.
È una visione atroce, quella di una bambina sola, smarrita, priva di difese, che cerca disperatamente un amico o una carezza e si vede restituire in cambio solo urla, disgusto e terrore. Un dolore puro e devastante di un’infanzia caratterizzata interamente dal rifiuto e dall'isolamento.
Lei stessa sostiene di considerare divertenti le reazioni di quei “matti”, ma, alla luce degli eventi successivi, si comprende che tale atteggiamento sia soltanto una maschera dietro cui cela il proprio dolore.

È all’ospedale che Saya incontra Fuminori.
Sin da subito Fuminori vede in lei un’ancora di salvezza da sequestrare, qualcosa che possa strapparlo al destino dannato che, data la sua condizione, gli si prospetta davanti. Lei, d’altra parte, vede in Fuminori la speranza per la realizzazione del suo sogno.
La prima ending, col senno di poi la più commovente di tutte, vede Saya rinunciare al proprio destino e alla propria natura pur di garantire un futuro a Fuminori. Un sacrificio del genere non lascia adito a dubbi: il suo amore è autentico.
Non dimenticherò mai l’immagine di questo piccolo “slime”, terrorizzato all’idea di mostrare la sua vera forma, che saluta per l’ultima volta il suo amato e si avvia alla ricerca di un padre che, senza saperlo, è già morto, condannandosi così a un’eterna solitudine.

A questo punto alcuni lettori potrebbero sentirsi interdetti da questa interpretazione di Saya e obiettare «Non stai tralasciando giusto qualcosina?». In effetti, non posso certo biasimarli. Stiamo veramente parlando del mostro che ha ammazzato senza pietà Omi, sfigurato e schiavizzato Yoh, come fosse una semplice bambina? La risposta è un secco sì. La psiche di Saya è interamente umana, e di conseguenza anche le sue azioni.

Non so se ci avete mai fatto caso, ma spesso commettiamo un vizio di forma che altera subdolamente la nostra idea di umanità. Quando diciamo cose come “sii umano” o “restiamo umani”, tendiamo a trattare l’essere umano come se coincidesse soprattutto con le sue qualità definibili “migliori”: empatia, comprensione, altruismo, sacrificio. Il rancore, l’egoismo, il sadismo, la freddezza vengono invece percepiti come qualcosa di separato, quasi un’eccezione alla nostra natura, un brutto scherzo che trasforma in "cattive” persone che, in fondo, sarebbero sostanzialmente buone.

Se davanti alle azioni più atroci di Saya avete dubitato dell’autenticità della sua umanità, siete probabilmente vittime di quel vizio di forma.
Saya è integralmente umana. Per dimostrarlo, possiamo soffermarci brevemente sul funzionamento dell’empatia e su come sia una funzione molto più imperfetta di quanto comunemente si creda.

L’empatia, infatti, non è una funzione uniforme e universale. Gli esseri umani sono perfettamente capaci di essere estremamente premurosi e sensibili verso alcune persone (o animali), mentre mostrano una freddezza totale verso altre. Non perché la loro capacità di provare emozioni sia difettosa, ma perché il nostro cervello tende spontaneamente a dividere il mondo tra “noi” e “loro”: persone che percepiamo come vicine e appartenenti alla nostra cerchia morale, e persone che invece vengono viste come estranee, minacciose o immeritevoli della stessa considerazione.
È un meccanismo che possiamo osservare anche nella realtà quotidiana e politica: individui capaci di grande solidarietà in certi ambiti possono diventare completamente indifferenti, o persino provare soddisfazione, davanti alla sofferenza di qualcuno che hanno imparato a percepire come avversario o simbolo di qualcosa che detestano.
L’empatia non è necessariamente assente; viene semplicemente applicata in maniera selettiva.

Questo è il processo che, in una forma estrema, vediamo nell’interazione tra Saya e Omi. Agli occhi di Saya, nel contesto specifico del loro primo incontro, Omi non è un individuo con cui condividere una comune esperienza del mondo, ma una presenza estranea che ha invaso un luogo protetto e che potrebbe condurre alla distruzione dello stesso. La sua reazione può sembrare quindi mostruosa nelle conseguenze, ma non aliena nei meccanismi psicologici: nasce dalla stessa capacità umana di escludere qualcuno dal proprio spazio morale.
Nel caso di Yoh, invece, subentra il sadismo. Yoh non minaccia soltanto la sicurezza di Saya e Fuminori, ma rappresenta anche una possibile rivale nella sfera affettiva. E qui la dinamica diventa ancora più umana, perché la gelosia, il possesso, la paura della perdita e il desiderio di eliminare ciò che ostacola il legame desiderato sono sentimenti che appartengono fin troppo bene alla nostra natura.
Non c’è bisogno di chiamare in causa i mostri.
Come possiamo constatare, Saya è un’umana nella sua interezza. Come tutti gli umani, è estremamente volubile rispetto alle circostanze in cui è immersa. Nella prima ending vediamo la sua versione migliore, nelle altre anche i suoi tratti più bui.
Stessa persona, esiti opposti.

Saya no Uta è una storia che, avvalendosi della distanza di sicurezza della finzione, mostra l’umanità a 360 gradi e senza ipocrisie. Ed è proprio per questo che arriva così in profondità, con una forza emotiva così rara e violenta.
Questo gioco mi ha colpito nel senso che mi ha fatto vivere davvero l’intera tavolozza delle emozioni. Ho sentito pietà, amore, gratitudine, sacrificio, paura, disgusto ecc., tutte intensamente.
Il suo impatto indelebile non dipende soltanto dal continuo sfiorare il tabù verso l’inimmaginabile. Ci sono opere che puntano su quello e restano fumo negli occhi (vedi Elfen Lied).
Saya no Uta è, invece, semplicemente una bellissima storia scritta magistralmente.
Più passa il tempo, più la trovo ammirevole.


(Recensione No.3)


 3
Nicola Scarfaldi Cancello

Piattaforma: Windows --- Voto 9,5
Provo timore a parlare di "Saya no uta", perché sento che ogni tentativo di descriverla possa banalizzarla, come se non esistessero termini concreti capaci di descrivere bene ciò che è astratto.
Per chi ha studiato linguistica, sa che questo è un "problema" annoso del linguaggio: esso è sempre una convenzione, una serie di etichette e di paletti che diamo a un gradiente di suoni e concetti informi, non importa su quale piano di articolazione ci troviamo, o se stiamo parlando di Langue o Parole, la realtà in sé del linguaggio è ineluttabilmente indefinita.
Ed è quasi strano percepire questo concetto anche nella descrizione del piano emotivo di un'opera, soprattutto se tale opera si ispira alle creazioni di Lovecraft, che sui limiti della comprensione umana ha creato un immaginario.

Ma proviamoci comunque, perché l'opera merita di essere condivisa.

"Saya no uta" parla di Fuminori Sakisaka, uno studente di medicina che, a seguito di un tremendo incidente automobilistico in cui ha perso tutta la famiglia, ha riportato gravi danni neurologici da cui è sopravvissuto miracolosamente.
Eppure, questa sopravvivenza ha un prezzo. La mente di Fuminori ne esce profondamente alterata: il suo mondo ora è una landa infernale, dove il cielo è sempre nero, gli edifici sono ammassi di carne e viscere e, soprattutto, le persone sono entità mostruose la cui sola voce è insostenibile.
Tutte le persone, tranne una: Saya.
Una misteriosa ragazzina che gli appare una notte in ospedale, e che deciderà di vivere con lui una volta dimesso. Una creatura angelica, di una purezza disarmante e piena di qualità sorprendenti, che ben presto diventerà l'unico faro nel mondo corrotto e distorto di Fuminori.
Sarà ben presto chiaro che Saya non è esattamente ciò che sembra.

Ecco, vorrei già chiedere scusa, perché sento di aver alterato la percezione dell'opera con questo riassunto, e ci tengo che questa recensione sia vista come invito a giocarla e viverla appieno.

La visual novel è piena di eccessi, una quantità di elementi e tematiche disturbanti che lascerebbero esterrefatta qualsiasi persona normale, eppure non è praticamente mai volgare o gratuita, è solo estrema.
C'è una poetica incredibile nell'opera del maestro Urobuchi, una capacità di intessere gli elementi in modo che ognuno dia le giuste sensazioni, e di scrivere con un linguaggio espressivo, senza sovrabbondare ne deficitare nell'uso delle parole. Si percepisce molto quanto quest'opera provenga dal suo animo, e sia il bisogno di concretizzare un malessere che lo accompagnava da sempre; dopotutto, ci sono anche elementi autobiografici, per chi sa riconoscerli.

Ciò che ne esce fuori è un lavoro maestoso.
Una visual novel pregna di un relativismo così ben trasmesso da essere questo agghiacciante, ben più del gore o della sessualità immorale rappresentata esplicitamente. Il rapporto tra Saya e Fuminori è così puro e intenso che, nonostante le azioni di cui si macchino, e nonostante ciò che rappresentino per il mondo circostante, diventa impossibile non essere, anche solo in parte, a loro favore.
L'opera infatti crea conflitto nell'animo dell'utente, e lo fa in ogni istanza. Ogni finale è sia il migliore che il peggiore per diversi aspetti, e causa sofferenze perché rimangono reali, nessuno di essi sarà mai capace di donarci una soluzione utopistica al nostro desiderio infantile di risolvere la situazione in modo ideale, illuminando il tutto con una luce positiva.

"Saya no uta" non è mai ideale, non può esserlo, non deve esserlo: rimane sempre spietatamente concreto, ed è questa la sua forza e il suo valore. Ci fa chiedere quale sia la nostra morale, e ci fa domandare se essa sia davvero una virtù, o un limite.
Chi è il migliore: chi sacrifica sé stesso per il bene comune, per salvare un'umanità che non apprezza e non lo ricambierà, o chi decide di sacrificare tutto ciò che lo circonda in cambio dell'unico sentimento vero che prova, scevro dalle maschere sociali che ha portato sino a quel momento?
Il secondo sarà egoista, ma è davvero crudele essere egoisti per raggiungere la felicità? E se lo è, se i valori che ci hanno insegnato sono così forti, se il bene comune è davvero superiore al bene personale, avremmo noi la forza di seguire questa morale, o preferiremmo continuare a illuderci e ignorare la realtà, per evitare di affrontare il peso di condannarci all'infelicità per delle persone che, in fondo, abbiamo sempre odiato?

Nessun uomo è un'isola, ma ogni uomo è vittima del suo istinto di autoconservazione.
Ogni esperienza è preziosa, e ogni uomo reclama il diritto ad esistere.
E tutte queste cose rendono impossibile la creazione di un mondo ideale. Anzi, forse la rende quasi angosciosa, perché solo essendo schiavi creeremmo un mondo perfetto, e tale concetto ci fa orrore.

Un'opera del genere, capace di sollevare così bene tali domande, va solo premiata e ricordata.
Chiunque abbia la forza di affrontarla, deve conoscerla e deve farne esperienza, perché ne uscirà arricchito.

In un'epoca dove le persone vedono la profondità anche nelle pozzanghere, mi ha fatto bene ricordarmi cosa sia un'opera davvero profonda, e cosa distingua un autore vero da uno scribacchino.

Ti voglio bene, Urobuchi.
Auf wiedersehen.