A Family
SPOILER – La recensione contiene anticipazioni importanti sul finale del film.
Un film profondamente triste, malinconico, ma capace di emozionare davvero.
La storia parte da un concetto di famiglia ben preciso: quella gerarchica e distorta della yakuza, nella quale Kenji, rimasto senza un padre, trova un'appartenenza e una figura paterna. È una famiglia che gli dà un'identità, ma che finisce per condizionare e distruggere la sua vita.
Il film è diviso nettamente in due grandi parti, ma il percorso di Kenji attraversa tre momenti fondamentali — 1999, 2005 e 2019 — che ne segnano la progressiva trasformazione.
La prima racconta la formazione di Kenji all'interno della yakuza e il legame quasi filiale con il suo capo; la seconda, dopo un salto temporale di quattordici anni, assume un tono ancora più malinconico ed emotivo. Cambia persino il formato dell'immagine: dal 16:9 della prima parte si passa al più quadrato 4:3. Una scelta curiosa, perché proprio quando Kenji dovrebbe finalmente avere davanti a sé un mondo nuovo e una possibilità di vita diversa, l'immagine si restringe, quasi a rendere visivamente più claustrofobica e solitaria la sua esistenza. È come se il film facesse l’opposto di ciò che ci aspetteremmo: il futuro non viene mostrato attraverso un'immagine più ampia, ma attraverso una cornice più stretta. E per un personaggio che cerca disperatamente di uscire dalla gabbia della sua "famiglia", è una scelta visivamente molto suggestiva.
Dopo quattordici anni di carcere, Kenji si ritrova infatti in un mondo completamente diverso. Non è cambiata soltanto la yakuza: è cambiata la città, sono cambiate le persone e anche il modo in cui viene percepito. Ritrova i suoi "fratelli", il suo capo, ma tutto ciò che conosceva è ormai cambiato e ben presto capisce che anche chi un tempo gli era vicino e lo rispettava ora lo teme. Essere visto accanto a un ex membro della yakuza può compromettere la propria reputazione e la propria vita, e così, uno dopo l'altro, molti finiscono per allontanarsi da lui. Kenji si ritrova ancora una volta solo, proprio quando cerca disperatamente di lasciarsi alle spalle quel mondo.
Ritrova persino Tsubasa, il ragazzino a cui si era affezionato anni prima e che aveva cercato di proteggere: ora è cresciuto ed è diventato parte di quella stessa famiglia criminale da cui Kenji sta cercando di liberarsi.
Kenji vorrebbe finalmente costruire una famiglia vera, normale, con Yuka (la donna con cui ebbe una relazione prima di entrare in carcere) e Aya, la figlia. È il passaggio dall'idea di famiglia che gli ha dato appartenenza a quella che avrebbe davvero voluto costruire. E per un momento sembra quasi riuscire a sfiorare quella vita che, in fondo, aveva sempre desiderato. Ma il passato non gli concede una seconda possibilità. Per lui non sembra esserci davvero una via di fuga.
La parte più dolorosa è proprio questa: Kenji muore solo dopo aver compreso cosa desiderava veramente. Lo capisce, lo assapora appena e poi gli viene strappato via. E che sia un "fratello" della famiglia criminale a ucciderlo rende la conclusione ancora più tragicamente circolare.
La scena finale mi ha colpita molto. In realtà, fin dall'inizio avevo avuto la sensazione che per Kenji non ci sarebbe stata una vera possibilità di salvezza. La sua vita sembrava una continua lotta contro qualcosa di troppo grande e, a un certo punto, avevo persino pensato che potesse arrivare a togliersi la vita. Troppa fatica, troppa sofferenza, troppo poco spazio per una via d'uscita. In qualche modo, la fine mi era sembrata quasi inevitabile.
Alla fine Kenji muore per mano di un "fratello" della sua stessa famiglia criminale, ma la sensazione che mi lascia è paradossalmente quella che avevo già intuito: nel suo volto, davanti alla morte, si legge quasi un senso di sollievo, come se finalmente potesse smettere di lottare. Dopo una vita trascorsa a cercare un posto nel mondo, la morte diventa la fine di ogni sofferenza.
Gō Ayano è straordinario. Regge praticamente l'intero film sulle spalle e riesce a raccontare Kenji anche senza parole, attraverso gli sguardi, le espressioni e persino la postura. Il suo corpo cambia insieme al personaggio, accompagnandone tutte le trasformazioni: dal giovane impulsivo e sfrontato, all'uomo sicuro del proprio ruolo nella yakuza, fino all'uomo svuotato e rassegnato dopo il carcere. Anche il resto del cast non è da meno, ma è lui a rimanere decisamente impresso.
E poi c'è la fotografia, che contribuisce enormemente alle sensazioni che il film trasmette. I toni bluastri, le ambientazioni al crepuscolo, le scene nella luce della tarda sera e quei cieli magnifici e malinconici sembrano riflettere continuamente lo stato d'animo di Kenji. La malinconia non è quindi soltanto nella storia: sembra essere incorporata nelle immagini, nei silenzi e nella luce.
L'ultimissima scena del film l'ho trovata particolarmente significativa: l'incontro tra Tsubasa e Aya è brevissimo, quasi insignificante rispetto alla tragedia appena consumata. Eppure potrebbe essere l'unico vero spiraglio di futuro lasciato dal film. O perlomeno mi piace credere che sia così.
Tsubasa, che abbiamo conosciuto bambino accanto a Kenji e ritroviamo adulto dentro la yakuza, e Aya, la figlia che Kenji aveva appena iniziato a conoscere, mettono finalmente in contatto i due mondi che hanno segnato la sua vita: la famiglia che aveva scelto e quella che avrebbe voluto costruire.
Non sappiamo cosa nascerà da quell'incontro, ma il film lascia volutamente aperta una possibilità.
Ed è forse la cosa più bella: la speranza non viene affidata a Kenji, perché per lui ormai è troppo tardi. Viene affidata alla generazione successiva.
Un film consigliato soprattutto a chi apprezza storie dolorose e personaggi complessi, più che a chi cerca nella yakuza azione e scontri. Perché, al di là del mondo criminale che fa da sfondo, "A Family" non punta tanto sulla malavita quanto sulle persone, sulle loro scelte e sulle conseguenze. È dunque una storia amara, senza una vera possibilità di redenzione per il protagonista, ma proprio per questo capace di lasciare addosso una malinconia che continua anche dopo i titoli di coda.
Un film profondamente triste, malinconico, ma capace di emozionare davvero.
La storia parte da un concetto di famiglia ben preciso: quella gerarchica e distorta della yakuza, nella quale Kenji, rimasto senza un padre, trova un'appartenenza e una figura paterna. È una famiglia che gli dà un'identità, ma che finisce per condizionare e distruggere la sua vita.
Il film è diviso nettamente in due grandi parti, ma il percorso di Kenji attraversa tre momenti fondamentali — 1999, 2005 e 2019 — che ne segnano la progressiva trasformazione.
La prima racconta la formazione di Kenji all'interno della yakuza e il legame quasi filiale con il suo capo; la seconda, dopo un salto temporale di quattordici anni, assume un tono ancora più malinconico ed emotivo. Cambia persino il formato dell'immagine: dal 16:9 della prima parte si passa al più quadrato 4:3. Una scelta curiosa, perché proprio quando Kenji dovrebbe finalmente avere davanti a sé un mondo nuovo e una possibilità di vita diversa, l'immagine si restringe, quasi a rendere visivamente più claustrofobica e solitaria la sua esistenza. È come se il film facesse l’opposto di ciò che ci aspetteremmo: il futuro non viene mostrato attraverso un'immagine più ampia, ma attraverso una cornice più stretta. E per un personaggio che cerca disperatamente di uscire dalla gabbia della sua "famiglia", è una scelta visivamente molto suggestiva.
Dopo quattordici anni di carcere, Kenji si ritrova infatti in un mondo completamente diverso. Non è cambiata soltanto la yakuza: è cambiata la città, sono cambiate le persone e anche il modo in cui viene percepito. Ritrova i suoi "fratelli", il suo capo, ma tutto ciò che conosceva è ormai cambiato e ben presto capisce che anche chi un tempo gli era vicino e lo rispettava ora lo teme. Essere visto accanto a un ex membro della yakuza può compromettere la propria reputazione e la propria vita, e così, uno dopo l'altro, molti finiscono per allontanarsi da lui. Kenji si ritrova ancora una volta solo, proprio quando cerca disperatamente di lasciarsi alle spalle quel mondo.
Ritrova persino Tsubasa, il ragazzino a cui si era affezionato anni prima e che aveva cercato di proteggere: ora è cresciuto ed è diventato parte di quella stessa famiglia criminale da cui Kenji sta cercando di liberarsi.
Kenji vorrebbe finalmente costruire una famiglia vera, normale, con Yuka (la donna con cui ebbe una relazione prima di entrare in carcere) e Aya, la figlia. È il passaggio dall'idea di famiglia che gli ha dato appartenenza a quella che avrebbe davvero voluto costruire. E per un momento sembra quasi riuscire a sfiorare quella vita che, in fondo, aveva sempre desiderato. Ma il passato non gli concede una seconda possibilità. Per lui non sembra esserci davvero una via di fuga.
La parte più dolorosa è proprio questa: Kenji muore solo dopo aver compreso cosa desiderava veramente. Lo capisce, lo assapora appena e poi gli viene strappato via. E che sia un "fratello" della famiglia criminale a ucciderlo rende la conclusione ancora più tragicamente circolare.
La scena finale mi ha colpita molto. In realtà, fin dall'inizio avevo avuto la sensazione che per Kenji non ci sarebbe stata una vera possibilità di salvezza. La sua vita sembrava una continua lotta contro qualcosa di troppo grande e, a un certo punto, avevo persino pensato che potesse arrivare a togliersi la vita. Troppa fatica, troppa sofferenza, troppo poco spazio per una via d'uscita. In qualche modo, la fine mi era sembrata quasi inevitabile.
Alla fine Kenji muore per mano di un "fratello" della sua stessa famiglia criminale, ma la sensazione che mi lascia è paradossalmente quella che avevo già intuito: nel suo volto, davanti alla morte, si legge quasi un senso di sollievo, come se finalmente potesse smettere di lottare. Dopo una vita trascorsa a cercare un posto nel mondo, la morte diventa la fine di ogni sofferenza.
Gō Ayano è straordinario. Regge praticamente l'intero film sulle spalle e riesce a raccontare Kenji anche senza parole, attraverso gli sguardi, le espressioni e persino la postura. Il suo corpo cambia insieme al personaggio, accompagnandone tutte le trasformazioni: dal giovane impulsivo e sfrontato, all'uomo sicuro del proprio ruolo nella yakuza, fino all'uomo svuotato e rassegnato dopo il carcere. Anche il resto del cast non è da meno, ma è lui a rimanere decisamente impresso.
E poi c'è la fotografia, che contribuisce enormemente alle sensazioni che il film trasmette. I toni bluastri, le ambientazioni al crepuscolo, le scene nella luce della tarda sera e quei cieli magnifici e malinconici sembrano riflettere continuamente lo stato d'animo di Kenji. La malinconia non è quindi soltanto nella storia: sembra essere incorporata nelle immagini, nei silenzi e nella luce.
L'ultimissima scena del film l'ho trovata particolarmente significativa: l'incontro tra Tsubasa e Aya è brevissimo, quasi insignificante rispetto alla tragedia appena consumata. Eppure potrebbe essere l'unico vero spiraglio di futuro lasciato dal film. O perlomeno mi piace credere che sia così.
Tsubasa, che abbiamo conosciuto bambino accanto a Kenji e ritroviamo adulto dentro la yakuza, e Aya, la figlia che Kenji aveva appena iniziato a conoscere, mettono finalmente in contatto i due mondi che hanno segnato la sua vita: la famiglia che aveva scelto e quella che avrebbe voluto costruire.
Non sappiamo cosa nascerà da quell'incontro, ma il film lascia volutamente aperta una possibilità.
Ed è forse la cosa più bella: la speranza non viene affidata a Kenji, perché per lui ormai è troppo tardi. Viene affidata alla generazione successiva.
Un film consigliato soprattutto a chi apprezza storie dolorose e personaggi complessi, più che a chi cerca nella yakuza azione e scontri. Perché, al di là del mondo criminale che fa da sfondo, "A Family" non punta tanto sulla malavita quanto sulle persone, sulle loro scelte e sulle conseguenze. È dunque una storia amara, senza una vera possibilità di redenzione per il protagonista, ma proprio per questo capace di lasciare addosso una malinconia che continua anche dopo i titoli di coda.
Il crepuscolo della Yakuza, la ricerca di un'appartenenza e l'illusione della redenzione.
Da un film sulla Yakuza secondo tradizione ci si attenderebbe lotte di potere, onore più o meno cavalleresco, bagni di sangue, thriller d'azione. Non mi sarei atteso da "A Family", diretto da Michihito Fujii e che vede come protagonista Go Ayano (già apprezzato in "Homunculus Eiga"), un distacco così netto delle solite convenzioni del genere per offrire una sorta di elegia disperata, tragica, intima e crepuscolare che permea con la malinconia la solitudine degli uomini d'onore.
Sotto le mentite spoglie di un crime drama, "A family" rappresenta una profonda e dolorosa riflessione sul tempo che consuma inesorabilmente ogni cosa, sulle colpe che si tramandano di generazione in generazione e su una società che non concede mai una vera seconda possibilità.
Uno dei temi che il film prova ad affrontare e che balza immediatamente all'attenzione e il concetto un po' tribale di "famiglia" declinato in tutte nelle sue sfumature anche più grottesche.
Il protagonista è inizialmente una sorta di randagio ribelle che vaga come un ronin senza meta in un'ambiente che lo emargina. La sua salvezza si concretizza grazie ad un capo Yakuza "old style" che accoglie il protagonista nella sua organizzazione.
Lo spettatore ha così modo di apprezzare il rito con cui una persona possa essere "affiliata" alla yakuza: un patto rituale, formale e quasi religioso tra "oyabun" (il padrino/padre) e "kobun" (il protetto/figlio) in cui il ragazzo si sente finalmente in una famiglia con l'illusione dell'appartenenza.
E' evidente che lui non sceglie la via del crimine per avidità, sete di potere o cattiveria fine a se stessa, ma per il bisogno di essere accettato e protetto. Una dinamica psicologica struggente in cui stringe un patto con il lato oscuro della società per non sentirsi solo.
Sarà purtroppo l'inizio della sua personalissima downward spiral di violenza che culminerà nell'esito tragico e malinconico che lo accomunerà mutatis mutandis a tutti i membri del gruppo.
Un "Japanese graffiti" che renderà il protagonista simile al protagonista di "Carlito's way" di Brian De Palma, interpretato dal grande Al Pacino, nei confronti del quale l'attore protagonista Go Ayano non sfigura affatto, offrendo una interpretazione sontuosa per carica emotiva, espressività e trasformismo.
La malinconia disperata e il senso opprimente di ineluttabilità che si respirano a pieni polmoni dal film trasformano un film di malavita in un affresco decadente sulla weltanschauung tradizionale giapponese.
Dopo la lunga parentesi in carcere del protagonista, l'ordine "cavalleresco" della yakuza tradizionale sembra essere svanito per lasciare il posto alla mera violenza e sopraffazione: una realtà che è andata avanti senza di lui, lasciandolo inesorabilmente e definitivamente indietro e ancora una volta isolato.
L'ultima parte del film diventa una dolorosa via crucis crepuscolare di una persona che ha ormai smarrito la sua identità originale e che pur anelando disperatamente a una vita normale, a un amore puro, a una fuga verso la pace, farà i conti con un passato difficilmente cancellabile nella memoria collettiva di una società che rifiuta in modo spietato di concedere il perdono a chi vuole cambiare e trasformando l'etichetta di "criminale" in una marchio indelebile al pari dei tatuaggi presenti sul corpo del protagonista.
La sceneggiatura di Michihito Fujii è divisa in tre archi narrativi che corrispondono a tre decenni (1999, 2005 e 2019), consentendo allo spettatore di percepire appieno il peso psicologico del trascorrere del tempo sui protagonisti del film e la demistificazione dei falsi miti dell'onore malavitoso giapponese.
Nei primi due "atti" si percepisce una yakuza che, pur brutale, segue ancora un proprio anacronistico codice etico di rispetto e appartenenza per gli affiliati, ma nell'ultima parte del film il regista offre un quadro disincantato e non moralista di cosa resta del "codice d'onore" della malavita per coloro che cercano una redenzione. Alludo alla meglio definibile "morte civile" degli ex affiliati che una volta scontata la pena si ritrovano privati dei più elementari diritti civili per le restrittive leggi giapponesi.
Il tempo, unito a una società spietatamente burocratizzata e alle gogne mediatiche alimentate dai social network, ha cancellato ogni briciolo di quell'"onore", privilegio e senso di appartenenza per lasciare il posto a uomini anziani, poveri, decrepiti e disperati, che pescano di frodo di notte per sopravvivere.
Il tempo ha reso la yakuza tradizionale un relitto patetico, un fantasma anacronistico che la società moderna tollera appena, emarginandolo.
Da un punto di vista strettamente tecnico, il regista offre un'opera elegante ed evocativa. Lo stile del film è quello che apprezzo maggiormente: profondamente malinconico, intriso di una tristezza che non può lasciare indifferente chi lo visiona.
Anche la fotografia è di pregio per la narrazione visiva: all'inizio e fino al momento della uscita dal carcere i colori sono vivaci, immagini molto sature e riprese dinamiche in soggettiva non stabilizzata. Poi vira su toni freddi, asettici, spenti con inquadrature ampie, movimenti lenti e primi piani prolungati che catturano i silenzi e gli sguardi abbassati, trasmettendo un'oppressione senza via di scampo.
Non può passare inosservata dal punto di vista emotivo l'impressionante interpretazione di Go Ayano. Avevo avuto già modo di apprezzarlo nel surreale "Homunculus Eiga" ma in questo film l'attore sembra dare il meglio di se stesso in un lavoro di totale trasformismo attraverso le varie età della vita. Ayano non si limita a invecchiare attraverso il trucco, ma modifica radicalmente la sua recitazione: il suo personaggio del 1999 ha i capelli ossigenati, l'andatura sbruffona e l'atteggiamento molto impulsivo; quello del 2005 è freddo e controllato da boss di fiducia del capo yakuza; quello del 2019 appena uscito di prigione è un uomo svuotato, oberato dal peso dei rimorsi e lo sguardo rassegnato come se fosse una presenza spettrale.
È una performance molto immersiva, carica di pathos fatta di silenzi carichi di significato e sorrisi spezzati in smorfie di dolore e disperazione, che riesce a comunicare tutta la fragilità e l'umanità di un malavitoso pentito nella vana ricerca di assoluzione e affetto.
"A Family" non è il solito film di gangster, ma uno spaccato doloroso sull'emarginazione sociale e sulla futilità di sfuggire al proprio destino di dolore.
Un'opera toccante, nichilista in senso lato, priva di ipocrisie, falsi sentimentalismi ed esagerazioni melodrammatiche, che sprofonda lo spettatore nell'abisso del rimpianto e lo abbandona sul fondo a riflettere su persone condannate a rincorrere un'illusione di felicità che non è mai appartenuta loro.
Da un film sulla Yakuza secondo tradizione ci si attenderebbe lotte di potere, onore più o meno cavalleresco, bagni di sangue, thriller d'azione. Non mi sarei atteso da "A Family", diretto da Michihito Fujii e che vede come protagonista Go Ayano (già apprezzato in "Homunculus Eiga"), un distacco così netto delle solite convenzioni del genere per offrire una sorta di elegia disperata, tragica, intima e crepuscolare che permea con la malinconia la solitudine degli uomini d'onore.
Sotto le mentite spoglie di un crime drama, "A family" rappresenta una profonda e dolorosa riflessione sul tempo che consuma inesorabilmente ogni cosa, sulle colpe che si tramandano di generazione in generazione e su una società che non concede mai una vera seconda possibilità.
Uno dei temi che il film prova ad affrontare e che balza immediatamente all'attenzione e il concetto un po' tribale di "famiglia" declinato in tutte nelle sue sfumature anche più grottesche.
Il protagonista è inizialmente una sorta di randagio ribelle che vaga come un ronin senza meta in un'ambiente che lo emargina. La sua salvezza si concretizza grazie ad un capo Yakuza "old style" che accoglie il protagonista nella sua organizzazione.
Lo spettatore ha così modo di apprezzare il rito con cui una persona possa essere "affiliata" alla yakuza: un patto rituale, formale e quasi religioso tra "oyabun" (il padrino/padre) e "kobun" (il protetto/figlio) in cui il ragazzo si sente finalmente in una famiglia con l'illusione dell'appartenenza.
E' evidente che lui non sceglie la via del crimine per avidità, sete di potere o cattiveria fine a se stessa, ma per il bisogno di essere accettato e protetto. Una dinamica psicologica struggente in cui stringe un patto con il lato oscuro della società per non sentirsi solo.
Sarà purtroppo l'inizio della sua personalissima downward spiral di violenza che culminerà nell'esito tragico e malinconico che lo accomunerà mutatis mutandis a tutti i membri del gruppo.
Un "Japanese graffiti" che renderà il protagonista simile al protagonista di "Carlito's way" di Brian De Palma, interpretato dal grande Al Pacino, nei confronti del quale l'attore protagonista Go Ayano non sfigura affatto, offrendo una interpretazione sontuosa per carica emotiva, espressività e trasformismo.
La malinconia disperata e il senso opprimente di ineluttabilità che si respirano a pieni polmoni dal film trasformano un film di malavita in un affresco decadente sulla weltanschauung tradizionale giapponese.
Dopo la lunga parentesi in carcere del protagonista, l'ordine "cavalleresco" della yakuza tradizionale sembra essere svanito per lasciare il posto alla mera violenza e sopraffazione: una realtà che è andata avanti senza di lui, lasciandolo inesorabilmente e definitivamente indietro e ancora una volta isolato.
L'ultima parte del film diventa una dolorosa via crucis crepuscolare di una persona che ha ormai smarrito la sua identità originale e che pur anelando disperatamente a una vita normale, a un amore puro, a una fuga verso la pace, farà i conti con un passato difficilmente cancellabile nella memoria collettiva di una società che rifiuta in modo spietato di concedere il perdono a chi vuole cambiare e trasformando l'etichetta di "criminale" in una marchio indelebile al pari dei tatuaggi presenti sul corpo del protagonista.
La sceneggiatura di Michihito Fujii è divisa in tre archi narrativi che corrispondono a tre decenni (1999, 2005 e 2019), consentendo allo spettatore di percepire appieno il peso psicologico del trascorrere del tempo sui protagonisti del film e la demistificazione dei falsi miti dell'onore malavitoso giapponese.
Nei primi due "atti" si percepisce una yakuza che, pur brutale, segue ancora un proprio anacronistico codice etico di rispetto e appartenenza per gli affiliati, ma nell'ultima parte del film il regista offre un quadro disincantato e non moralista di cosa resta del "codice d'onore" della malavita per coloro che cercano una redenzione. Alludo alla meglio definibile "morte civile" degli ex affiliati che una volta scontata la pena si ritrovano privati dei più elementari diritti civili per le restrittive leggi giapponesi.
Il tempo, unito a una società spietatamente burocratizzata e alle gogne mediatiche alimentate dai social network, ha cancellato ogni briciolo di quell'"onore", privilegio e senso di appartenenza per lasciare il posto a uomini anziani, poveri, decrepiti e disperati, che pescano di frodo di notte per sopravvivere.
Il tempo ha reso la yakuza tradizionale un relitto patetico, un fantasma anacronistico che la società moderna tollera appena, emarginandolo.
Da un punto di vista strettamente tecnico, il regista offre un'opera elegante ed evocativa. Lo stile del film è quello che apprezzo maggiormente: profondamente malinconico, intriso di una tristezza che non può lasciare indifferente chi lo visiona.
Anche la fotografia è di pregio per la narrazione visiva: all'inizio e fino al momento della uscita dal carcere i colori sono vivaci, immagini molto sature e riprese dinamiche in soggettiva non stabilizzata. Poi vira su toni freddi, asettici, spenti con inquadrature ampie, movimenti lenti e primi piani prolungati che catturano i silenzi e gli sguardi abbassati, trasmettendo un'oppressione senza via di scampo.
Non può passare inosservata dal punto di vista emotivo l'impressionante interpretazione di Go Ayano. Avevo avuto già modo di apprezzarlo nel surreale "Homunculus Eiga" ma in questo film l'attore sembra dare il meglio di se stesso in un lavoro di totale trasformismo attraverso le varie età della vita. Ayano non si limita a invecchiare attraverso il trucco, ma modifica radicalmente la sua recitazione: il suo personaggio del 1999 ha i capelli ossigenati, l'andatura sbruffona e l'atteggiamento molto impulsivo; quello del 2005 è freddo e controllato da boss di fiducia del capo yakuza; quello del 2019 appena uscito di prigione è un uomo svuotato, oberato dal peso dei rimorsi e lo sguardo rassegnato come se fosse una presenza spettrale.
È una performance molto immersiva, carica di pathos fatta di silenzi carichi di significato e sorrisi spezzati in smorfie di dolore e disperazione, che riesce a comunicare tutta la fragilità e l'umanità di un malavitoso pentito nella vana ricerca di assoluzione e affetto.
"A Family" non è il solito film di gangster, ma uno spaccato doloroso sull'emarginazione sociale e sulla futilità di sfuggire al proprio destino di dolore.
Un'opera toccante, nichilista in senso lato, priva di ipocrisie, falsi sentimentalismi ed esagerazioni melodrammatiche, che sprofonda lo spettatore nell'abisso del rimpianto e lo abbandona sul fondo a riflettere su persone condannate a rincorrere un'illusione di felicità che non è mai appartenuta loro.