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bob71

Episodi visti: 1/1 --- Voto 8
Cyborg in love

Hong Kong, anni '60. Chow Mo-wan è uno scrittore tormentato dai ricordi che trascorre le sue pigre giornate scrivendo romanzi e le sue torride serate seducendo donne. Egli le frequenta senza impegnarsi troppo, perché in fondo al suo cuore rimane una sola donna da ricordare, Su Li-zhen. Qualche tempo dopo, in una Singapore buia e disperata, dove il gioco d'azzardo (e del destino) lo ha portato a nascondersi, Chow conosce un'altra Su Li-zhen; quest'ultima è un'ambigua giocatrice di poker che lo aiuta a ritornare a Hong Kong. Prima di lei però c'erano la sofisticata Lulu, dal fato tragico, la splendida Bai Ling, vicina di camera e di sentimenti, e l'inquieta Wang Jing Wen, figlia dell'albergatore, innamorata invano di un giapponese che solo nel futuro potrà confidarle il proprio amore.

2046 non è un remake e non è un sequel. E' lo sviluppo ideale del lavoro incessante di un regista, Wong Kar-wai, ormai dichiaratamente votato al genere del mélo passionale e appassionato. I rimandi, le coincidenze, le somiglianze con i precedenti lavori del regista sono lampanti ed espressamente riconoscibili, in particolare con Days of being wild e In the mood for love, ma di quest'ultimo non costituisce un seguito, come si potrebbe pensare, bensì una negazione, carnale e complementare, l'altra faccia di una medaglia imbevuta nella stessa vena di malinconico struggimento. Strettamente identici rimangono soltanto i nomi, mentre i personaggi in sostanza sono l'esatto opposto, fisici e viscerali rispetto ai loro archetipi: il protagonista è radicalmente mutato nel carattere (qui si atteggia a playboy mondano laddove nel precedente film era timido e riservato), e il tema dell'erotismo, prima sottilmente velato, è ora esaltato su vari livelli.

L'inizio shock, con una spiazzante scenografia cyberpunk in computer grafica e le esagerazioni cromatiche di un Christopher Doyle al cubo, fa subito presagire un cambiamento nel registro, nella forma, nella misura, nel modus operandi del cineasta e nella stilizzazione delle sue situazioni ricorrenti, portate all'eccesso, sensuale (prima) e romantico (poi).
Nostalgico e visionario, 2046 è un dramma erotico, pomposo, ieratico, ma al contempo aggraziato e trascinante nel suo languido alternarsi di memorie passate e fantasie future. La voce off culla lo spettatore in un "non luogo" di fragorosa risonanza, in un domani impossibile che, come nel caso del primo handover, non porta a chissà quali grandi cambiamenti, ma lascia che la storia si ripeta e l'immanenza delle cose continui a imperare. E' l'ego interiore dell'uomo a divenire prototipo, volutamente stereotipato e di maniera: Tony Leung (attore feticcio di Wong) è un Clark Gable cinese, sornione e sicuro di sé, un latin lover sui generis dal fascino malinconico che riflette sui suoi errori ed è squassato da lampi di vitalità e di ossessione amorosa.

La frammentazione del racconto e l'istintiva sensazione di fuggevolezza sono un modo per narrare le mille e una storia che si intrecciano, si richiamano, fra ricordi e fantasie, fra passato e avvenire, in un continuum spazio-temporale privo di contorni definiti. Di conseguenza l'imprecisione e l'irrazionalità in questo caso sono un pregio e non un difetto, anche se in netto contrasto con la lucida, compassata linearità di In the mood for love, in cui lo slancio estetizzante e la ricerca di perfezione stilistica non erano così estremi ed esasperati da rischiare di sfociare nell'auto-manierismo.
Come nei suoi film precedenti Wong continua a ripercorrere strade musicali perdute, riscoprendo arie d'opera (Casta Diva dalla Norma di Bellini) e alcuni standard radiofonici degli anni '60. Ma la colonna sonora prende letteralmente il sopravvento con il bellissimo e struggente tema principale di Shigeru Umebayashi e Peer Raben, che ribadisce l'intento di ibridare il film con suggestioni sonore internazionali (Cina, Francia, Italia, Spagna, Giappone, Hong Kong). Contemporaneamente macina chilometri di pellicola grazie alla direzione artistica di Alfred Yau e al montaggio discontinuo e atemporale del solito William Chang.
Wong si conferma un maestro nel dirigere le attrici (e non solo), a partire dal fugace cameo della sua musa Maggie Cheung e dalla partecipazione amichevole di Gong Li (che aveva già collaborato con lui ne "La mano", terzo episodio di Eros), fino ai vertici di recitazione di una strepitosa Zhang Ziyi, mai così brava finora, e di Carina Lau, diva poco casta dal corpo peccaminoso di un reato morale ripetuto all'infinito.