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MERCOLEDÌ 9 SETTEMBRE 2026

Soul Mate



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Miriam22

Episodi visti: 8/8 --- Voto 8
Bromance o Boys Love? “Soul Mate” resta sospeso tra coraggio e prudenza

"Soul Mate", serie giapponese approdata su Netflix il 14 maggio 2026, è stata accolta con molta curiosità, soprattutto da chi si aspettava un Boys Love tradizionale o almeno un bromance più esplicito. In realtà non è né l’uno né l’altro, e proprio questa sua natura sospesa la rende particolare. La storia segue Ryu, un giovane giapponese che lascia il suo Paese per allontanarsi da una situazione emotiva che non riesce a gestire, e Johan, un pugile coreano segnato da un passato difficile e da responsabilità che lo hanno costretto a crescere troppo in fretta. Il loro incontro a Berlino dà vita a un legame che attraversa dieci anni e tre città, costruito più sugli sguardi, sui gesti e sulla presenza reciproca che su parole o dichiarazioni esplicite.

È evidente fin da subito che tra i due c’è qualcosa che supera la semplice amicizia, anche se la serie sceglie deliberatamente di non definirlo mai. Questa scelta narrativa crea un’atmosfera fatta di intuizioni e sottintesi, che può affascinare chi ama le storie raccontate per sottrazione. Allo stesso tempo, però, questa reticenza rischia di indebolire alcuni momenti chiave: ci sono passaggi emotivi che avrebbero avuto un impatto più forte se prima fosse stato chiarito, anche solo con un dialogo minimo, cosa provano davvero l’uno per l’altro. È come se la serie chiedesse a noi spettatori di colmare da soli un vuoto che, in certi frangenti, diventa troppo ampio.

Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui la serie gestisce il tempo nella prima parte. Si percepisce la crescita dei personaggi, il loro cambiare città, affrontare nuove fasi della vita, costruire relazioni e routine. È un ritmo che ci permette di accompagnarli passo dopo passo, quasi come se si vivesse insieme a loro. Più avanti, però, la narrazione compie un salto temporale molto ampio, concentrato tutto nell’ultimo episodio. È un balzo che fa capire che sono passati molti anni, ma senza mostrare davvero come i personaggi abbiano attraversato quel periodo. Dopo aver seguito così da vicino le loro difficoltà e le loro rinascite, questo tratto lasciato nell’ombra crea un senso di distanza e toglie un po’ di peso emotivo a ciò che accade nel finale. Non è un vero difetto strutturale, ma una scelta che lascia la sensazione di qualcosa di non del tutto esplorato.

A rendere più ricca la narrazione contribuiscono i personaggi secondari, dalla sorella di Johan all’amica d’infanzia di Ryu, figure che non restano mai sullo sfondo ma che partecipano attivamente alla crescita dei protagonisti. Anche le ambientazioni giocano un ruolo importante: Berlino, Seul e Tokyo non sono solo scenari, ma luoghi che riflettono i cambiamenti interiori dei personaggi. La scelta di mantenere le lingue originali - giapponese e coreano - aggiunge autenticità e profondità, e vale davvero la pena rinunciare al doppiaggio italiano per cogliere tutte le sfumature emotive.

Nonostante questi punti di forza, la serie presenta alcune fragilità. Una delle più evidenti è l’accumulo di eventi drammatici, che si susseguono con un ritmo talmente serrato da lasciare poco spazio alla loro elaborazione. La storia affronta temi pesanti e complessi, ma lo fa senza concedersi il tempo necessario per farli respirare. Il risultato è che alcune svolte narrative, soprattutto verso la fine, arrivano improvvise e vengono risolte troppo rapidamente, quasi come se la serie avesse più materiale emotivo di quanto gli otto episodi potessero contenere. È un peccato, perché con qualche episodio in più certe tematiche avrebbero potuto trovare una collocazione più equilibrata e un impatto più profondo.

Dal punto di vista visivo, la serie è curata con grande sensibilità. La regia utilizza i colori in modo narrativo: toni cupi accompagnano i momenti più duri, colori più tenui emergono nelle scene emotive e delicate, mentre tonalità calde avvolgono la quotidianità domestica, prima a due e poi a quattro, quando la vita dei protagonisti si intreccia con quella di altri personaggi importanti. Alcune scene colpiscono per intensità non tanto per ciò che mostrano, quanto per come lo mostrano: movimenti, luci, silenzi e piccoli gesti che raccontano più di mille parole. Sono momenti che non hanno bisogno di spiegazioni, perché parlano da soli.

Un altro elemento che merita di essere sottolineato è la recitazione, soprattutto quella dell’attore coreano che interpreta Johan. Per gran parte della serie recita in giapponese, e lo fa con una naturalezza sorprendente; ma è quando torna alla sua lingua madre, il coreano, che la sua emotività esplode davvero. Le scene in cui si riappropria della propria lingua sono anche quelle in cui il personaggio è più scosso, più fragile, più autentico. È un dettaglio che arricchisce moltissimo la percezione del suo percorso interiore e che rende il personaggio ancora più credibile.

Il finale arriva forse con un po’ di fretta, e alcune scelte narrative possono sembrare legate a un modo di raccontare che appartiene a un’altra epoca. Eppure, nonostante questo, la conclusione riesce comunque a emozionare. La forza del legame tra i protagonisti emerge con chiarezza, e la scelta di affrontare insieme ciò che resta è rappresentata con delicatezza e dignità. È un finale che, pur con qualche riserva, lascia un senso di compiutezza e chiude la storia in modo coerente con il tono emotivo della serie.

“Soul Mate” emoziona, ma lascia anche la sensazione di un freno tirato: avrebbe potuto osare di più.


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esseci

Episodi visti: 8/8 --- Voto 7,5
"Oltre le etichette, l'anatomia di un amore cerebrale".

Uscita nella primavera del 2026 sulla nota piattaforma streaming mondiale, "Soul Mate", serie drama giapponese di otto episodi diretti da Shunki Hashizume, mi ha incuriosito per la sua natura che sfugge ai soliti cliché di genere: al termine della visione non riesco a definirla né un "bromance" né tantomeno un "boys love".

L'impressione che mi ha lasciato è quella di un’opera atipica, a tratti anche coraggiosa, perché sembra voler decostruire i cliché che ci si potrebbe attendere da una storia di questo tipo, offrendo un ritratto intimistico, doloroso e profondamente cerebrale dell’amore tra due giovani adulti maschi.

La narrazione si estende su un arco temporale piuttosto ampio (dieci anni), con location eterogenee (Giappone, Corea del Sud e Germania).
Il destino dei due protagonisti si compie in un istante lontano dal Far East: a Berlino si consuma l’incontro casuale tra due anime fragili e tormentate.
Ryu (interpretato da Hayato Isomura), che sta tentando di fare ordine nella sua vita da universitario in Giappone, rischia di perdere la vita in un incendio, ma viene salvato da Johan Hwang (Taecyeon), un pugile sudcoreano disilluso dalla vita e restio a credere nel destino.
A fungere da trait d’union emotivo tra i due è la lingua: Johan parla giapponese grazie alla sua passione per i manga, e le possibili barriere linguistiche e umane vengono superate.

Non sono appassionato di storie omosessuali: ammetto che il mio timore sia quello di incappare in opere che puntano su dinamiche relazionali codificate, tensioni melodrammatiche e cliché romantici rassicuranti.
"Soul Mate", a mio avviso, sceglie una strada diversa per narrare la storia d’amore tra i due protagonisti: l’affetto non nasce dall’attrazione fisica o dal desiderio carnale, ma da una profonda e reciproca comprensione del dolore che hanno sofferto.
Entrambi sono personaggi imperfetti, in un certo senso comuni, minati da fragilità e traumi invisibili a chi li circonda.
Si riconoscono subito perché riescono a percepirsi a vicenda.
Diventano letteralmente un rifugio l’uno per l’altro.
La serie ambisce così a esplorare l’amore nella sua forma più platonica, agapica ed empatica, dimostrando che il sentimento non necessita di effusioni per essere assoluto e profondo.
Anche le storie secondarie offrono uno spaccato commovente sulle famiglie atipiche e sull’accettazione, come dimostrano i genitori di Ryu che accolgono Johan chiamandolo figlio.

"Soul Mate" brilla anche per la sua realizzazione tecnica e interpretativa.
La regia è abile nel filmare i silenzi: luci soffuse, sguardi trattenuti e una fotografia malinconica che racconta ciò che i dialoghi omettono — ciò che generalmente apprezzo maggiormente della cultura cinematografica nipponica di pregio.
Anche la recitazione dei due protagonisti è all’altezza della cifra tecnica della regia: Taecyeon recita in una lingua non propria (il giapponese) e utilizza il coreano solo nei momenti di maggior tensione emotiva, una scelta di discreto impatto per chi riesce ad apprezzarla, ovviamente senza il buon doppiaggio italiano.
Hayato Isomura gli tiene testa brillantemente.

La delicatezza è il punto di forza dell’opera, ma si trasforma anche nel suo tallone d’Achille.
L’impressione durante la visione è che "Soul Mate" sia ambigua in una sorta di “già e non ancora” continuo.
Le vicende tra i due protagonisti soffrono della mancanza di un reale avvicinamento, anche solo a livello di sguardi o discorsi romantici.
Questo eccesso di indecisione potrebbe spazientire gli spettatori abituati a opere più esplicite, con la sensazione che la serie strizzi l’occhio al pubblico BL senza però avere il coraggio di affondare il colpo.
A questo limite si aggiungono una trama un po’ frammentata e un eccesso di dramma: comprimere dieci anni di vita, spostamenti geografici e numerosi personaggi in soli otto episodi rende alcuni passaggi frettolosi, cui si aggiunge l’abuso del melodramma, sottoponendo i protagonisti a una sequela di tragedie forse eccessiva come “deus ex machina” per far procedere la trama in una direzione precisa senza troppe spiegazioni.

Al netto dei limiti evidenziati, "Soul Mate", sebbene troppo timida nell’esplicitare la natura del legame che mette in scena, riesce comunque a rappresentare una riflessione matura sulla solitudine e sulla disperata ricerca di qualcuno a cui affidarsi.
Resta pertanto una visione di pregio, capace di ampliare gli orizzonti del genere e suscitare qualche riflessione sulla funzione salvifica dell’amore.


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alis89

Episodi visti: 8/8 --- Voto 8
Il 14 maggio 2026 sono usciti su Netflix, in un’unica soluzione, gli otto episodi che compongono il drama giapponese Soul Mate, serie diretta da Shunki Hashizume.

La storia si snoda lungo l’arco temporale di dieci anni, viaggiando fra vari paesi: Giappone, Corea e Germania.
È proprio a Berlino che i due protagonisti si incontrano: Ryu, interpretato da Hayato Isomura, entra in una chiesa e rischia di morire in un incendio. Viene salvato da Johan Hwang, interpretato dall’attore e idol Taecyeon, un pugile sudcoreano presente anche lui all’interno dell’edificio.
Quest’ultimo non crede nel destino e non vuole nemmeno conoscere il nome di Ryu, ma ben presto i due si rincontreranno.
Johan parla giapponese, lingua che ha imparato leggendo i manga, tra cui La Fenice di Osamu Tezuka; Ryu prova più volte ad avvicinarlo anche tentando di pronunciare qualche parola in coreano.
Comincerà così un’amicizia che durerà nonostante la distanza e il tempo.

Già prima della sua uscita si discuteva animatamente se definire la serie bromance o boys’ love. Perfino Netflix, che lo aveva presentato come un progetto bromance, è poi passata al termine boys’ love.
Soul Mate non è niente di tutto ciò e, allo stesso tempo, è molto di più.

Il drama, infatti, gira attorno a due anime affini che portano dentro di sé grandi ferite, ma grazie al loro incontro riescono in qualche modo a guarirsi a vicenda.
Non sono personaggi perfetti: hanno le loro fragilità e i loro scheletri nell’armadio.
I protagonisti si riconoscono perché vedono qualcosa l’un l’altro che il resto del mondo ignora o non comprende. Nonostante cerchino di nascondere il dolore, il loro legame diventa sempre più solido.
In Soul Mate, l’amore non nasce dall’attrazione, ma dalla comprensione e dal supporto reciproco.

In un mondo iperconnesso, si può sentire la solitudine anche quando si è circondati da persone. Ed è raro trovare qualcuno capace di farci sentire meno soli.

Lo stesso attore protagonista Taecyeon, in un’intervista, ammette che il punto focale della storia non è la componente fisica o sessuale. L’intera serie parla di affetto, di diversi tipi di amore e di come possa essere espresso in modi differenti, mostrando tutte le sfaccettature attraverso cui questo sentimento può manifestarsi.
L’amore, infatti, può assumere molte forme e a volte non può essere racchiuso in una definizione precisa.

E in questo la serie ha centrato il punto: non ci sono baci o effusioni; i protagonisti diventano casa l’uno per l’altro. Si capisce da come si sostengono nelle difficoltà che fra loro non c’è un semplice rapporto di amicizia.

Ma se questo è il suo punto di forza, è anche il suo limite.
Durante la visione, quando la storia è già entrata nel vivo, avviene una discussione fra Ryu e Johan che rappresenta uno snodo fondamentale.
Tutto, però, avrebbe avuto un impatto maggiore se prima ci fosse stato un qualsiasi avvicinamento fra i due. Non si tratta di un bacio o di qualcosa di fisico, ma di un fattore emotivo: non c’è un gesto, uno sguardo o neppure un discorso — anche solo platonico — che richiami a una componente romantica.
Per questo motivo, le parole che Johan pronuncia sembrano quasi perdere valore.

L’attore Hayato Isomura ha dichiarato che ci sono tante serie boys’ love con baci e scene d’amore e Soul Mate voleva offrire qualcosa di differente; nonostante la chimica dei personaggi, che si guardano con uno sguardo tenero e d’intesa, rimane però la sensazione che qualcosa manchi.

Proprio questa ambiguità ha portato parte del pubblico ad accusare la serie di queerbaiting.
La serie sembra voler tenere il piede in due scarpe: il titolo definisce Ryu e Johan anime gemelle per attirare il pubblico amante delle serie boys’ love, ma non ha il coraggio di raccontare davvero fino in fondo la loro storia d’amore.

Un altro difetto è la trama frammentata: seguendo la storia dei due protagonisti per dieci anni vengono presentate, in soli otto episodi, tantissime vicende e personaggi, con il risultato che alcuni passaggi risultano troppo frettolosi.
Le storie secondarie sono molto commoventi, donano un ritmo pacato, offrono uno squarcio di vita di una famiglia atipica e danno spunto per parlare di diverse tematiche.
È tenero vedere la migliore amica di Ryu che sorride ammirando il ritratto che Johan ha realizzato dell’altro, o i genitori di Ryu che accettano Johan come se fosse un altro figlio, tanto che quest’ultimo li chiama "eomeoni" e "abeoji", ovvero “mamma” e “papà” in coreano.
Durante la visione, tuttavia, si avverte il desiderio che la narrazione si focalizzi soltanto su Ryu e Johan e sulla loro intimità.

Le vicende non presentano i soliti cliché delle serie boys’ love degli ultimi anni; anzi, ne prendono le distanze, essendo un prodotto totalmente diverso.
Non mancano, però, gli stereotipi legati al tag drammatico, per cui i protagonisti dovranno affrontare numerosi momenti tragici, forse anche troppi.

Si passa sopra a questi piccoli difetti grazie alla bravura dei due attori protagonisti.
Spicca fra tutti Taecyeon. È vero che conosceva già la lingua giapponese, ma recitare in una lingua che non è la propria non è sempre semplice; lui ci è riuscito in maniera impeccabile, ricorrendo comunque al coreano nelle scene emotivamente più forti: dopotutto, è proprio quando una persona è a pezzi che torna a parlare nella propria lingua madre.
Inoltre, il suo personaggio ha richiesto una perdita di peso, un rigoroso controllo della forma fisica e un intenso allenamento nel pugilato.
Hayato Isomura, invece, ha dovuto trasformarsi in un giocatore di hockey, sport in cui non aveva alcuna esperienza e per il quale si è dovuto esercitare ogni giorno così da rendere i movimenti più fluidi possibile.
In ogni scena è stato talmente eccezionale da essere all’altezza dell’altro protagonista, senza mai sovrastarlo, anzi lasciandolo sempre brillare.
Anche gli attori secondari sono stati straordinari: basti pensare a Kenshi Okada nei panni di Arata, amico e compagno di squadra di Ryu, che pur avendo uno spazio limitato ha rubato il cuore di molti spettatori.

Dal punto di vista estetico, Soul Mate ha tutto ciò a cui i drama asiatici ci hanno abituati: una splendida fotografia e luci soffuse.
La regia di Shunki Hashizume, regista anche del drama live-action More than Words, privilegia i momenti di quiete e le emozioni trattenute, lasciando spesso che siano gli sguardi e i silenzi a raccontare ciò che i personaggi non riescono a esprimere a parole.
Il tutto è accompagnato da musiche che enfatizzano ogni momento della storia.

Soul Mate è disponibile su Netflix sia sottotitolato che con il doppiaggio in italiano.
Hayato Isomura, che in Alice in Borderland era doppiato da Dario Sansalone, qui ha la voce del bravissimo Manuel Meli, che ho trovato particolarmente adeguato al personaggio.
Flavio Aquilone, nei panni di Johan, ha una voce molto diversa da quella dell’attore originale, ma lo aveva già doppiato in precedenza nel drama Vincenzo.
Non condivisibile è la scelta di doppiare qualsiasi dialogo, ad eccezione di qualche parola isolata, che si tratti di giapponese, coreano o inglese, un po’ come era già successo in Come si dice "Amore"?: in questo modo non si percepisce quando un personaggio passa da una lingua all’altra.
Purtroppo è un problema che ritroviamo anche nei sottotitoli, tutti uguali per font e colore, nonostante le lingue siano diverse; per un orecchio non particolarmente allenato può risultare difficile capire quando un personaggio cambia lingua.
Da questo punto di vista, Pachinko su Apple TV+ rimane ancora oggi uno degli esempi migliori di gestione del multilinguismo: i sottotitoli cambiano colore a seconda della lingua parlata dai personaggi — bianco per l’inglese, blu per il giapponese e giallo per il coreano.

Soul Mate è una serie imperfetta e forse troppo timida nel definire la natura del rapporto tra i suoi protagonisti, suggerita soltanto nel finale e della quale il titolo stesso rappresenta un indizio.
“Anima” è una parola che ritorna spesso durante la visione e diventa un filo conduttore all’interno del drama: Ryu e Johan sono due persone che stanno cercando di proteggere la propria anima e, per farlo, tentano anche di nasconderla.
In realtà, il modo più semplice di salvarla è donarla all’altro.

Soul Mate riesce a lasciare il segno grazie alla sensibilità con cui racconta la solitudine, il dolore e il bisogno di comprensione.
Al di là delle etichette con cui possiamo definire questo drama, ciò che resta è la storia di due persone che si trovano in un momento buio della loro vita e diventano salvezza l’una per l’altra.
Per l’appunto, anime gemelle.