Soul Mate
"Oltre le etichette, l'anatomia di un amore cerebrale".
Uscita nella primavera del 2026 sulla nota piattaforma streaming mondiale "Soul Mate", serie drama giapponese di otto episodi diretti da Shunki Hashizume, mi ha incuriosito per la sua natura che sfugge ai soliti cliché di genere: al termine della visione non riesco a definirla nè un "bromance" nè tantomeno un "boys love".
Dopo aver concluso la visione, l'impressione che mi ha lasciato è che si tratti di un'opera atipica, a tratti anche coraggiosa, perché la serie sembra voler decostruire i cliché che ci si potrebbe attendere da un'opera di questo tipo, offrendo un ritratto intimistico, doloroso e profondamente cerebrale dell'amore tra due giovani adulti maschi.
La narrazione si estende su un arco temporale piuttosto ampio (dieci anni), con location eterogenee (Giappone, Corea del Sud e Germania). Il destino per i due protagonisti si compie in un istante lontano dal "far east": a Berlino si consuma l'incotro casuale tra due anime fragili e anche tormentate. Ryu (interpretato da Hayato Isomura), che sta tentando di fare oridine nella sua vita da univeristario in Giappone, rischia di perdere la vita in un incendio, ma viene salvato da Johan Hwang (Taecyeon), un pugile sudcoreano disilluso dalla vita e restio a credere nel destino. A fungere da trait d'union emotivo tra i due è la lingua: Johan parla giapponese proprio grazie alla sua passione per i manga e le possibili barriere linguistiche e umane tra i due vengono superate.
Non sono appassionato di storie omosessuali: ammetto che il mio timore sia quello di incappare in opere che puntano spesso su dinamiche relazionali codificate, tensioni melodrammatiche e cliché romantici rassicuranti. "Soul Mate" a mio avviso ha scelto una strada diversa per narrare la storia d'amore tra i due protagonisti: l'affetto non nasce dall'attrazione fisica o dal desiderio carnale, ma da una profonda e reciproca comprensione del dolore che hanno sofferto.
Entrambi sono personaggi imperfetti, in un certo senso banali e comuni, minati tuttavia da fragilità e traumi invisibili a coloro che li circondano. Si riconoscono subito tra loro perché riescono a percepirsi a vicenda. Diventano letteralmente "rifugio" l'uno per l'altro. In questo modo la serie ambisce ad esplorare l'amore nella sua forma più platonica, agapica ed empatica, ambendo a dimostrare che il sentimento non necessita obbligatoriamente di effusioni per essere assoluto e profondo. E anche le storie secondarie offrono uno spaccato commovente sulle famiglie atipiche e sull'accettazione, come dimostrano i genitori di Ryu che accolgono Johan chiamandolo figlio.
"Soul Mate" brilla anche per la sua realizzazione tecnica e interpretativa. La regia è abile nel filmare i silenzi: luci soffuse, sguardi trattenuti e una fotografia malinconica che racconta ciò che i dialoghi omettono. Ciò che generalmente apprezzo maggiormente della cultura e delle opere cinematografiche nipponiche di pregio. Anche la recitazione dei due attori che interpretano i due protagonisti si dimostrano all'altezza della cifra tecnica della regia: Taecyeon recita in una lingua non propria (il giapponese) e utilizza il coreano solo per i momenti di maggior tensione emotiva, una scelta di discreto impatto per coloro che riescono ad apprezzarlo, ovviamente senza il buon doppiaggio in italiano. Hayato Isomura gli tiene testa brillantemente.
La delicatezza è il punto di forza dell'opera, ma si trasforma anche nel suo tallone d'achille. L'impressione durante la visione è che "Soul Mate" sia ambigua in una sorta di già e non ancora continuo. Le vicende tra i due protagonisti soffrono della mancanza di un reale avvicinamento anche solo a livello di sguardi o discorsi di natura romantica. Questo eccesso di indecisione alla lunga potrebbe spazientire gli spettatori adusi ad opere più esplicite sotto questo punto di vista, con la sensazione che stia strizzando l'occhio al pubblico BL, senza però avere il coraggio di affondare il colpo fino in fondo. A questo limite si aggiungono una trama un po' frammentata ed un eccesso di dramma. Comprimere dieci anni di vita, spostamenti geografici e numerosi personaggi in soli otto episodi rende alcuni passaggi frettolosi, cui si aggiunge l'abuso del drama e del melodrammatico, sottoponendo i protagonisti a una sequela di tragedie forse eccessiva come "deus ex machina" per far procedere la trama in una determinata direzione senza troppe spiegazioni.
Al netto dei limiti evidenziati e non di poco conto, "Soul Mate", sebbene troppo timida nell'esplicitare la natura del legame che mette in scena, riesce comunque a rappresentare una riflessione matura sulla solitudine e sulla disperata ricerca di qualcuno a cui affidarsi. Resta pertanto una visione di pregio, capace di ampliare gli orizzonti del genere e suscitare qualche riflessione sulla funzione salvifica dell'amore.
Uscita nella primavera del 2026 sulla nota piattaforma streaming mondiale "Soul Mate", serie drama giapponese di otto episodi diretti da Shunki Hashizume, mi ha incuriosito per la sua natura che sfugge ai soliti cliché di genere: al termine della visione non riesco a definirla nè un "bromance" nè tantomeno un "boys love".
Dopo aver concluso la visione, l'impressione che mi ha lasciato è che si tratti di un'opera atipica, a tratti anche coraggiosa, perché la serie sembra voler decostruire i cliché che ci si potrebbe attendere da un'opera di questo tipo, offrendo un ritratto intimistico, doloroso e profondamente cerebrale dell'amore tra due giovani adulti maschi.
La narrazione si estende su un arco temporale piuttosto ampio (dieci anni), con location eterogenee (Giappone, Corea del Sud e Germania). Il destino per i due protagonisti si compie in un istante lontano dal "far east": a Berlino si consuma l'incotro casuale tra due anime fragili e anche tormentate. Ryu (interpretato da Hayato Isomura), che sta tentando di fare oridine nella sua vita da univeristario in Giappone, rischia di perdere la vita in un incendio, ma viene salvato da Johan Hwang (Taecyeon), un pugile sudcoreano disilluso dalla vita e restio a credere nel destino. A fungere da trait d'union emotivo tra i due è la lingua: Johan parla giapponese proprio grazie alla sua passione per i manga e le possibili barriere linguistiche e umane tra i due vengono superate.
Non sono appassionato di storie omosessuali: ammetto che il mio timore sia quello di incappare in opere che puntano spesso su dinamiche relazionali codificate, tensioni melodrammatiche e cliché romantici rassicuranti. "Soul Mate" a mio avviso ha scelto una strada diversa per narrare la storia d'amore tra i due protagonisti: l'affetto non nasce dall'attrazione fisica o dal desiderio carnale, ma da una profonda e reciproca comprensione del dolore che hanno sofferto.
Entrambi sono personaggi imperfetti, in un certo senso banali e comuni, minati tuttavia da fragilità e traumi invisibili a coloro che li circondano. Si riconoscono subito tra loro perché riescono a percepirsi a vicenda. Diventano letteralmente "rifugio" l'uno per l'altro. In questo modo la serie ambisce ad esplorare l'amore nella sua forma più platonica, agapica ed empatica, ambendo a dimostrare che il sentimento non necessita obbligatoriamente di effusioni per essere assoluto e profondo. E anche le storie secondarie offrono uno spaccato commovente sulle famiglie atipiche e sull'accettazione, come dimostrano i genitori di Ryu che accolgono Johan chiamandolo figlio.
"Soul Mate" brilla anche per la sua realizzazione tecnica e interpretativa. La regia è abile nel filmare i silenzi: luci soffuse, sguardi trattenuti e una fotografia malinconica che racconta ciò che i dialoghi omettono. Ciò che generalmente apprezzo maggiormente della cultura e delle opere cinematografiche nipponiche di pregio. Anche la recitazione dei due attori che interpretano i due protagonisti si dimostrano all'altezza della cifra tecnica della regia: Taecyeon recita in una lingua non propria (il giapponese) e utilizza il coreano solo per i momenti di maggior tensione emotiva, una scelta di discreto impatto per coloro che riescono ad apprezzarlo, ovviamente senza il buon doppiaggio in italiano. Hayato Isomura gli tiene testa brillantemente.
La delicatezza è il punto di forza dell'opera, ma si trasforma anche nel suo tallone d'achille. L'impressione durante la visione è che "Soul Mate" sia ambigua in una sorta di già e non ancora continuo. Le vicende tra i due protagonisti soffrono della mancanza di un reale avvicinamento anche solo a livello di sguardi o discorsi di natura romantica. Questo eccesso di indecisione alla lunga potrebbe spazientire gli spettatori adusi ad opere più esplicite sotto questo punto di vista, con la sensazione che stia strizzando l'occhio al pubblico BL, senza però avere il coraggio di affondare il colpo fino in fondo. A questo limite si aggiungono una trama un po' frammentata ed un eccesso di dramma. Comprimere dieci anni di vita, spostamenti geografici e numerosi personaggi in soli otto episodi rende alcuni passaggi frettolosi, cui si aggiunge l'abuso del drama e del melodrammatico, sottoponendo i protagonisti a una sequela di tragedie forse eccessiva come "deus ex machina" per far procedere la trama in una determinata direzione senza troppe spiegazioni.
Al netto dei limiti evidenziati e non di poco conto, "Soul Mate", sebbene troppo timida nell'esplicitare la natura del legame che mette in scena, riesce comunque a rappresentare una riflessione matura sulla solitudine e sulla disperata ricerca di qualcuno a cui affidarsi. Resta pertanto una visione di pregio, capace di ampliare gli orizzonti del genere e suscitare qualche riflessione sulla funzione salvifica dell'amore.
Il 14 maggio 2026 sono usciti su Netflix, in un’unica soluzione, gli otto episodi che compongono il drama giapponese Soul Mate, serie diretta da Shunki Hashizume.
La storia si snoda lungo l’arco temporale di dieci anni, viaggiando fra vari paesi: Giappone, Corea e Germania.
È proprio a Berlino che i due protagonisti si incontrano: Ryu, interpretato da Hayato Isomura, entra in una chiesa e rischia di morire in un incendio. Viene salvato da Johan Hwang, interpretato dall’attore e idol Taecyeon, un pugile sudcoreano presente anche lui all’interno dell’edificio.
Quest’ultimo non crede nel destino e non vuole nemmeno conoscere il nome di Ryu, ma ben presto i due si rincontreranno.
Johan parla giapponese, lingua che ha imparato leggendo i manga, tra cui La Fenice di Osamu Tezuka; Ryu prova più volte ad avvicinarlo anche tentando di pronunciare qualche parola in coreano.
Comincerà così un’amicizia che durerà nonostante la distanza e il tempo.
Già prima della sua uscita si discuteva animatamente se definire la serie bromance o boys’ love. Perfino Netflix, che lo aveva presentato come un progetto bromance, è poi passata al termine boys’ love.
Soul Mate non è niente di tutto ciò e, allo stesso tempo, è molto di più.
Il drama, infatti, gira attorno a due anime affini che portano dentro di sé grandi ferite, ma grazie al loro incontro riescono in qualche modo a guarirsi a vicenda.
Non sono personaggi perfetti: hanno le loro fragilità e i loro scheletri nell’armadio.
I protagonisti si riconoscono perché vedono qualcosa l’un l’altro che il resto del mondo ignora o non comprende. Nonostante cerchino di nascondere il dolore, il loro legame diventa sempre più solido.
In Soul Mate, l’amore non nasce dall’attrazione, ma dalla comprensione e dal supporto reciproco.
In un mondo iperconnesso, si può sentire la solitudine anche quando si è circondati da persone. Ed è raro trovare qualcuno capace di farci sentire meno soli.
Lo stesso attore protagonista Taecyeon, in un’intervista, ammette che il punto focale della storia non è la componente fisica o sessuale. L’intera serie parla di affetto, di diversi tipi di amore e di come possa essere espresso in modi differenti, mostrando tutte le sfaccettature attraverso cui questo sentimento può manifestarsi.
L’amore, infatti, può assumere molte forme e a volte non può essere racchiuso in una definizione precisa.
E in questo la serie ha centrato il punto: non ci sono baci o effusioni; i protagonisti diventano casa l’uno per l’altro. Si capisce da come si sostengono nelle difficoltà che fra loro non c’è un semplice rapporto di amicizia.
Ma se questo è il suo punto di forza, è anche il suo limite.
Durante la visione, quando la storia è già entrata nel vivo, avviene una discussione fra Ryu e Johan che rappresenta uno snodo fondamentale.
Tutto, però, avrebbe avuto un impatto maggiore se prima ci fosse stato un qualsiasi avvicinamento fra i due. Non si tratta di un bacio o di qualcosa di fisico, ma di un fattore emotivo: non c’è un gesto, uno sguardo o neppure un discorso — anche solo platonico — che richiami a una componente romantica.
Per questo motivo, le parole che Johan pronuncia sembrano quasi perdere valore.
L’attore Hayato Isomura ha dichiarato che ci sono tante serie boys’ love con baci e scene d’amore e Soul Mate voleva offrire qualcosa di differente; nonostante la chimica dei personaggi, che si guardano con uno sguardo tenero e d’intesa, rimane però la sensazione che qualcosa manchi.
Proprio questa ambiguità ha portato parte del pubblico ad accusare la serie di queerbaiting.
La serie sembra voler tenere il piede in due scarpe: il titolo definisce Ryu e Johan anime gemelle per attirare il pubblico amante delle serie boys’ love, ma non ha il coraggio di raccontare davvero fino in fondo la loro storia d’amore.
Un altro difetto è la trama frammentata: seguendo la storia dei due protagonisti per dieci anni vengono presentate, in soli otto episodi, tantissime vicende e personaggi, con il risultato che alcuni passaggi risultano troppo frettolosi.
Le storie secondarie sono molto commoventi, donano un ritmo pacato, offrono uno squarcio di vita di una famiglia atipica e danno spunto per parlare di diverse tematiche.
È tenero vedere la migliore amica di Ryu che sorride ammirando il ritratto che Johan ha realizzato dell’altro, o i genitori di Ryu che accettano Johan come se fosse un altro figlio, tanto che quest’ultimo li chiama "eomeoni" e "abeoji", ovvero “mamma” e “papà” in coreano.
Durante la visione, tuttavia, si avverte il desiderio che la narrazione si focalizzi soltanto su Ryu e Johan e sulla loro intimità.
Le vicende non presentano i soliti cliché delle serie boys’ love degli ultimi anni; anzi, ne prendono le distanze, essendo un prodotto totalmente diverso.
Non mancano, però, gli stereotipi legati al tag drammatico, per cui i protagonisti dovranno affrontare numerosi momenti tragici, forse anche troppi.
Si passa sopra a questi piccoli difetti grazie alla bravura dei due attori protagonisti.
Spicca fra tutti Taecyeon. È vero che conosceva già la lingua giapponese, ma recitare in una lingua che non è la propria non è sempre semplice; lui ci è riuscito in maniera impeccabile, ricorrendo comunque al coreano nelle scene emotivamente più forti: dopotutto, è proprio quando una persona è a pezzi che torna a parlare nella propria lingua madre.
Inoltre, il suo personaggio ha richiesto una perdita di peso, un rigoroso controllo della forma fisica e un intenso allenamento nel pugilato.
Hayato Isomura, invece, ha dovuto trasformarsi in un giocatore di hockey, sport in cui non aveva alcuna esperienza e per il quale si è dovuto esercitare ogni giorno così da rendere i movimenti più fluidi possibile.
In ogni scena è stato talmente eccezionale da essere all’altezza dell’altro protagonista, senza mai sovrastarlo, anzi lasciandolo sempre brillare.
Anche gli attori secondari sono stati straordinari: basti pensare a Kenshi Okada nei panni di Arata, amico e compagno di squadra di Ryu, che pur avendo uno spazio limitato ha rubato il cuore di molti spettatori.
Dal punto di vista estetico, Soul Mate ha tutto ciò a cui i drama asiatici ci hanno abituati: una splendida fotografia e luci soffuse.
La regia di Shunki Hashizume, regista anche del drama live-action More than Words, privilegia i momenti di quiete e le emozioni trattenute, lasciando spesso che siano gli sguardi e i silenzi a raccontare ciò che i personaggi non riescono a esprimere a parole.
Il tutto è accompagnato da musiche che enfatizzano ogni momento della storia.
Soul Mate è disponibile su Netflix sia sottotitolato che con il doppiaggio in italiano.
Hayato Isomura, che in Alice in Borderland era doppiato da Dario Sansalone, qui ha la voce del bravissimo Manuel Meli, che ho trovato particolarmente adeguato al personaggio.
Flavio Aquilone, nei panni di Johan, ha una voce molto diversa da quella dell’attore originale, ma lo aveva già doppiato in precedenza nel drama Vincenzo.
Non condivisibile è la scelta di doppiare qualsiasi dialogo, ad eccezione di qualche parola isolata, che si tratti di giapponese, coreano o inglese, un po’ come era già successo in Come si dice "Amore"?: in questo modo non si percepisce quando un personaggio passa da una lingua all’altra.
Purtroppo è un problema che ritroviamo anche nei sottotitoli, tutti uguali per font e colore, nonostante le lingue siano diverse; per un orecchio non particolarmente allenato può risultare difficile capire quando un personaggio cambia lingua.
Da questo punto di vista, Pachinko su Apple TV+ rimane ancora oggi uno degli esempi migliori di gestione del multilinguismo: i sottotitoli cambiano colore a seconda della lingua parlata dai personaggi — bianco per l’inglese, blu per il giapponese e giallo per il coreano.
Soul Mate è una serie imperfetta e forse troppo timida nel definire la natura del rapporto tra i suoi protagonisti, suggerita soltanto nel finale e della quale il titolo stesso rappresenta un indizio.
“Anima” è una parola che ritorna spesso durante la visione e diventa un filo conduttore all’interno del drama: Ryu e Johan sono due persone che stanno cercando di proteggere la propria anima e, per farlo, tentano anche di nasconderla.
In realtà, il modo più semplice di salvarla è donarla all’altro.
Soul Mate riesce a lasciare il segno grazie alla sensibilità con cui racconta la solitudine, il dolore e il bisogno di comprensione.
Al di là delle etichette con cui possiamo definire questo drama, ciò che resta è la storia di due persone che si trovano in un momento buio della loro vita e diventano salvezza l’una per l’altra.
Per l’appunto, anime gemelle.
La storia si snoda lungo l’arco temporale di dieci anni, viaggiando fra vari paesi: Giappone, Corea e Germania.
È proprio a Berlino che i due protagonisti si incontrano: Ryu, interpretato da Hayato Isomura, entra in una chiesa e rischia di morire in un incendio. Viene salvato da Johan Hwang, interpretato dall’attore e idol Taecyeon, un pugile sudcoreano presente anche lui all’interno dell’edificio.
Quest’ultimo non crede nel destino e non vuole nemmeno conoscere il nome di Ryu, ma ben presto i due si rincontreranno.
Johan parla giapponese, lingua che ha imparato leggendo i manga, tra cui La Fenice di Osamu Tezuka; Ryu prova più volte ad avvicinarlo anche tentando di pronunciare qualche parola in coreano.
Comincerà così un’amicizia che durerà nonostante la distanza e il tempo.
Già prima della sua uscita si discuteva animatamente se definire la serie bromance o boys’ love. Perfino Netflix, che lo aveva presentato come un progetto bromance, è poi passata al termine boys’ love.
Soul Mate non è niente di tutto ciò e, allo stesso tempo, è molto di più.
Il drama, infatti, gira attorno a due anime affini che portano dentro di sé grandi ferite, ma grazie al loro incontro riescono in qualche modo a guarirsi a vicenda.
Non sono personaggi perfetti: hanno le loro fragilità e i loro scheletri nell’armadio.
I protagonisti si riconoscono perché vedono qualcosa l’un l’altro che il resto del mondo ignora o non comprende. Nonostante cerchino di nascondere il dolore, il loro legame diventa sempre più solido.
In Soul Mate, l’amore non nasce dall’attrazione, ma dalla comprensione e dal supporto reciproco.
In un mondo iperconnesso, si può sentire la solitudine anche quando si è circondati da persone. Ed è raro trovare qualcuno capace di farci sentire meno soli.
Lo stesso attore protagonista Taecyeon, in un’intervista, ammette che il punto focale della storia non è la componente fisica o sessuale. L’intera serie parla di affetto, di diversi tipi di amore e di come possa essere espresso in modi differenti, mostrando tutte le sfaccettature attraverso cui questo sentimento può manifestarsi.
L’amore, infatti, può assumere molte forme e a volte non può essere racchiuso in una definizione precisa.
E in questo la serie ha centrato il punto: non ci sono baci o effusioni; i protagonisti diventano casa l’uno per l’altro. Si capisce da come si sostengono nelle difficoltà che fra loro non c’è un semplice rapporto di amicizia.
Ma se questo è il suo punto di forza, è anche il suo limite.
Durante la visione, quando la storia è già entrata nel vivo, avviene una discussione fra Ryu e Johan che rappresenta uno snodo fondamentale.
Tutto, però, avrebbe avuto un impatto maggiore se prima ci fosse stato un qualsiasi avvicinamento fra i due. Non si tratta di un bacio o di qualcosa di fisico, ma di un fattore emotivo: non c’è un gesto, uno sguardo o neppure un discorso — anche solo platonico — che richiami a una componente romantica.
Per questo motivo, le parole che Johan pronuncia sembrano quasi perdere valore.
L’attore Hayato Isomura ha dichiarato che ci sono tante serie boys’ love con baci e scene d’amore e Soul Mate voleva offrire qualcosa di differente; nonostante la chimica dei personaggi, che si guardano con uno sguardo tenero e d’intesa, rimane però la sensazione che qualcosa manchi.
Proprio questa ambiguità ha portato parte del pubblico ad accusare la serie di queerbaiting.
La serie sembra voler tenere il piede in due scarpe: il titolo definisce Ryu e Johan anime gemelle per attirare il pubblico amante delle serie boys’ love, ma non ha il coraggio di raccontare davvero fino in fondo la loro storia d’amore.
Un altro difetto è la trama frammentata: seguendo la storia dei due protagonisti per dieci anni vengono presentate, in soli otto episodi, tantissime vicende e personaggi, con il risultato che alcuni passaggi risultano troppo frettolosi.
Le storie secondarie sono molto commoventi, donano un ritmo pacato, offrono uno squarcio di vita di una famiglia atipica e danno spunto per parlare di diverse tematiche.
È tenero vedere la migliore amica di Ryu che sorride ammirando il ritratto che Johan ha realizzato dell’altro, o i genitori di Ryu che accettano Johan come se fosse un altro figlio, tanto che quest’ultimo li chiama "eomeoni" e "abeoji", ovvero “mamma” e “papà” in coreano.
Durante la visione, tuttavia, si avverte il desiderio che la narrazione si focalizzi soltanto su Ryu e Johan e sulla loro intimità.
Le vicende non presentano i soliti cliché delle serie boys’ love degli ultimi anni; anzi, ne prendono le distanze, essendo un prodotto totalmente diverso.
Non mancano, però, gli stereotipi legati al tag drammatico, per cui i protagonisti dovranno affrontare numerosi momenti tragici, forse anche troppi.
Si passa sopra a questi piccoli difetti grazie alla bravura dei due attori protagonisti.
Spicca fra tutti Taecyeon. È vero che conosceva già la lingua giapponese, ma recitare in una lingua che non è la propria non è sempre semplice; lui ci è riuscito in maniera impeccabile, ricorrendo comunque al coreano nelle scene emotivamente più forti: dopotutto, è proprio quando una persona è a pezzi che torna a parlare nella propria lingua madre.
Inoltre, il suo personaggio ha richiesto una perdita di peso, un rigoroso controllo della forma fisica e un intenso allenamento nel pugilato.
Hayato Isomura, invece, ha dovuto trasformarsi in un giocatore di hockey, sport in cui non aveva alcuna esperienza e per il quale si è dovuto esercitare ogni giorno così da rendere i movimenti più fluidi possibile.
In ogni scena è stato talmente eccezionale da essere all’altezza dell’altro protagonista, senza mai sovrastarlo, anzi lasciandolo sempre brillare.
Anche gli attori secondari sono stati straordinari: basti pensare a Kenshi Okada nei panni di Arata, amico e compagno di squadra di Ryu, che pur avendo uno spazio limitato ha rubato il cuore di molti spettatori.
Dal punto di vista estetico, Soul Mate ha tutto ciò a cui i drama asiatici ci hanno abituati: una splendida fotografia e luci soffuse.
La regia di Shunki Hashizume, regista anche del drama live-action More than Words, privilegia i momenti di quiete e le emozioni trattenute, lasciando spesso che siano gli sguardi e i silenzi a raccontare ciò che i personaggi non riescono a esprimere a parole.
Il tutto è accompagnato da musiche che enfatizzano ogni momento della storia.
Soul Mate è disponibile su Netflix sia sottotitolato che con il doppiaggio in italiano.
Hayato Isomura, che in Alice in Borderland era doppiato da Dario Sansalone, qui ha la voce del bravissimo Manuel Meli, che ho trovato particolarmente adeguato al personaggio.
Flavio Aquilone, nei panni di Johan, ha una voce molto diversa da quella dell’attore originale, ma lo aveva già doppiato in precedenza nel drama Vincenzo.
Non condivisibile è la scelta di doppiare qualsiasi dialogo, ad eccezione di qualche parola isolata, che si tratti di giapponese, coreano o inglese, un po’ come era già successo in Come si dice "Amore"?: in questo modo non si percepisce quando un personaggio passa da una lingua all’altra.
Purtroppo è un problema che ritroviamo anche nei sottotitoli, tutti uguali per font e colore, nonostante le lingue siano diverse; per un orecchio non particolarmente allenato può risultare difficile capire quando un personaggio cambia lingua.
Da questo punto di vista, Pachinko su Apple TV+ rimane ancora oggi uno degli esempi migliori di gestione del multilinguismo: i sottotitoli cambiano colore a seconda della lingua parlata dai personaggi — bianco per l’inglese, blu per il giapponese e giallo per il coreano.
Soul Mate è una serie imperfetta e forse troppo timida nel definire la natura del rapporto tra i suoi protagonisti, suggerita soltanto nel finale e della quale il titolo stesso rappresenta un indizio.
“Anima” è una parola che ritorna spesso durante la visione e diventa un filo conduttore all’interno del drama: Ryu e Johan sono due persone che stanno cercando di proteggere la propria anima e, per farlo, tentano anche di nasconderla.
In realtà, il modo più semplice di salvarla è donarla all’altro.
Soul Mate riesce a lasciare il segno grazie alla sensibilità con cui racconta la solitudine, il dolore e il bisogno di comprensione.
Al di là delle etichette con cui possiamo definire questo drama, ciò che resta è la storia di due persone che si trovano in un momento buio della loro vita e diventano salvezza l’una per l’altra.
Per l’appunto, anime gemelle.