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VENERDÌ 30 OTTOBRE 2026

Our Sticky Love



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alis89

Episodi visti: 12/12 --- Voto 5
Ho finito Our Sticky Love e credo che la domanda che mi accompagnerà per i prossimi giorni sarà una sola: Jung Hae‑in, perché?
Perché hai scelto di recitare in questo drama? Cosa ti ha spinto ad accettare?

Lo ammetto: vedendo il suo nome nel cast, mi aspettavo un drama di un certo livello; non per forza al pari di Something in the Rain, ma sicuramente qualcosa di spessore.
Quindi partivo con aspettative alte. Dopotutto, in passato ci ha abituati bene.
E invece mi sono ritrovata a fissare lo schermo chiedendomi quando sarebbe iniziato il vero drama.

Partiamo da lei, la protagonista. Odiosa. Spocchiosa. Difficile da sopportare.
La sua crescita all’interno del drama mi è risultata piatta.
E non aiuta il fatto che, in molte scene, non ho apprezzato come abbia recitato l’attrice protagonista: forse non era all’altezza del ruolo (non molto impegnativo, per di più), forse il regista non ha saputo guidarla a dovere, ma il risultato resta che non ha brillato.
In alcuni momenti era quasi troppo euforica, in altri quasi troppo fredda.

E poi c’è tutta la questione della perdita di memoria: a un certo punto del drama, lei scopre di chiamarsi in un modo e nessuno sembra avere l’idea più semplice del mondo… fare una ricerca su Google.
Cioè: perdi la memoria, ti dicono il tuo nome… googlati! Fine. Problema risolto.
Si potevano risparmiare almeno cinque episodi.
Anche le ricerche della sua identità sui social lasciano molto a desiderare.

E non finisce qui.
Ogni volta che qualcuno le dice di non fare una cosa, lei la fa.

- “Non andare a Seoul.”
Lei: va a Seoul.
- “Parti per il Giappone.”
Lei: scappa per non partire per il Giappone (rifugiandosi a Seoul, tra l’altro).

E qui arriviamo al problema principale: la sceneggiatura.
L’ho trovata inconsistente, piena di buchi e costruita su situazioni che si ripetono ciclicamente solo per allungare il brodo.
La storia, per come è stata raccontata, si sarebbe potuta tranquillamente condensare in un film senza perdere nulla di fondamentale.
Anzi, probabilmente ne avrebbe guadagnato.

Anche la storia d’amore, purtroppo, non mi ha convinta.
Chimica non pervenuta.
In alcune scene lei era talmente esagerata che Jung Hae‑in sembrava quasi a disagio, e quando in una romance arrivi a chiederti se uno dei due attori vorrebbe essere da un’altra parte… forse c’è un problema.

Poi ci sono le scene d’azione, che in alcuni momenti sembravano uscite direttamente da un anime: i gangster che si fermano immobili per permettere a lei di scappare mi hanno fatto pensare ai nemici di Sailor Moon che aspettano pazientemente che la protagonista finisca la trasformazione prima di attaccare.
Mancava solo la musica di sottofondo.

E poi c’è il plot twist sul nemico.
Diciamo che mi ha ricordato Star Wars, ma non aggiungo altro.
Non voglio entrare troppo nei dettagli perché è una cosa che va scoperta guardando il drama; paradossalmente, però, la storia passata di quel personaggio è stata l’unica parte che mi ha davvero interessata.
Avrei quasi preferito direttamente un drama incentrato su di lui.

E poi c’è la questione del protagonista.
Per aiutare la nonna a pagare le spese dell’intervento, decide di diventare un gangster.
Ma davvero non c’era assolutamente altra possibilità che entrare nella criminalità organizzata, anche se sei un pezzo di pane buonissimo e un cucciolo che ha paura perfino dei rospi?
A quanto pare no.
Quasi ho preferito la soluzione del protagonista di Jinx (sempre per rimanere in tema boxe e soldi necessari per l’operazione della nonna).

Forse, però, devo fare mea culpa: magari ero io ad avere aspettative troppo alte.
Il fatto che ci fosse Jung Hae‑in nel cast mi aveva fatto partire con l’idea che avrei trovato un drama di un certo livello, quindi probabilmente sono arrivata alla visione già con l’asticella parecchio alta.
E va anche detto che a qualcuno è piaciuto, quindi qualcosa di buono — che io non sono riuscita a cogliere — evidentemente c’è.

Magari è semplicemente uno di quei drama che va preso per quello che è: lo guardi per staccare e rilassarti e così piace.
Oppure passi dodici episodi a chiederti perché la storia è ripetitiva, la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e dove sia finita la chimica fra i due protagonisti.
Io, purtroppo, appartengo senza ombra di dubbio alla seconda categoria.

In conclusione? Our Sticky Love, per me, è un drama che si poteva tranquillamente evitare.
Jung Hae‑in escluso, ovviamente.


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Miriam22

Episodi visti: 12/12 --- Voto 5
Sticky sì, Love no: quando l’appiccicoso è solo fastidio

Aspettavo con curiosità l’uscita di questa serie, soprattutto perché l’attore protagonista, Hae‑in Jung, è uno dei miei preferiti. Ma che delusione…
Se pensavo di trovarmi di fronte a una storia bella e ben recitata, come "Something in the Rain" o "One Spring Night", mi sbagliavo di grosso.

"Our Sticky Love", serie coreana di 12 episodi su Netflix, racconta la storia di Tae‑ha Jang, ex membro di una gang che cerca di rifarsi una vita lavorando come allenatore di pugilato. Durante la sua ultima missione per chiudere con la criminalità incontra Eun‑sae Go, il suo primo amore, che però non lo riconosce. Lei, procuratrice sulle tracce di una gang, perde la memoria in seguito a un incidente, e Tae‑ha decide di proteggerla… fingendo di essere il suo fidanzato.

La trama, sulla carta, promette bene: ex pugile con passato turbolento, primo amore ritrovato, identità nascoste, memoria perduta. Insomma, gli ingredienti ci sono tutti. Peccato che qualcuno abbia deciso di mescolarli con la grazia di un cuoco che non sa distinguere il sale dallo zucchero.

Ma cosa non ha funzionato, tanto che in più di qualche occasione mi sono ritrovata a schiacciare il tasto skip del telecomando?

Credo che uno dei problemi principali sia una scrittura che fa acqua da tutte le parti.
La trama ha potenziale, ma la sceneggiatura la tratta come un optional: situazioni improbabili, dinamiche forzate, personaggi che reagiscono come se fossero stati scritti da qualcuno che non ha mai visto un essere umano interagire.
Insomma… ci chiedono di credere a cose che nemmeno in una telenovela degli anni ’90 avrebbero passato il controllo qualità. E quando la sospensione dell’incredulità diventa un lavoro a tempo pieno… capisci che qualcosa non va.

Si sarebbe potuto chiudere un occhio se almeno il cast fosse stato all’altezza. Invece no.
Quella che dovrebbe essere una coppia che si avvicina gradualmente e poi si innamora non soddisfa emotivamente. Problema di scrittura dei personaggi o di recitazione? Io penso entrambe le cose.

Il protagonista funziona nelle scene d’azione o in quelle più drammatiche, ma lascia a desiderare in quelle romantiche. Ed è scoraggiante, considerando che Hae‑in Jung, nei ruoli di uomo innamorato, nei suoi lavori precedenti non ci ha mai deluso, grazie alla sensibilità che lo contraddistingue.
Per questo motivo, più volte mi sono ritrovata a pensare che qui fosse semplicemente sprecato e, soprattutto, a chiedermi perché abbia accettato un lavoro così mediocre. Forse in fase di progetto non gli sarà sembrato così male, ma a lavoro finito chissà se si sarà ricreduto. Qui risulta impacciato in modo imbarazzante, e a un certo punto… finisce per stancare. Non è possibile che un ex gangster si comporti peggio di un ragazzino delle medie, andando in tilt per qualsiasi dimostrazione d’affetto e reagendo, al solo pensiero di qualcosa di più "adulto", come un’educanda dell’Ottocento.

D’altro canto, chi era al suo fianco non ha aiutato.
L’attrice Ha‑young, che interpreta la procuratrice smemorata, non offre una performance particolarmente esaltante: oscilla tra il sopra‑le‑righe e il sotto‑le‑emozioni, senza mai trovare un centro, tanto da risultare irritante. Piatta nelle espressioni e molto impostata nelle scene di coppia, al punto da sembrare per nulla spontanea né emotivamente coinvolta.
Accoppiare due personaggi/attori così non ha dato risultati soddisfacenti: l’assenza di intesa tra loro è stata più che percepita.
Risultato: zero chimica. E un romance senza chimica è come un caffè senza caffeina.

Le scene romantiche sono ben confezionate, certo. Ma possono contare solo su un gusto prettamente estetico che, da solo, non basta. Anzi, raddoppia quella sensazione di "finto".

Il resto del cast fa semplicemente da corollario e non spicca in particolar modo.
E anche il villain, al centro del "grande momento rivelatore" verso il finale — quello che dovrebbe farti spalancare gli occhi ma invece ti fa cascare le braccia — finisce incastrato in un colpo di scena che vorrebbe sorprendere, ma di fatto si sgonfia in un attimo e non lascia alcuna conseguenza.

Il finale? Classico, prevedibile, confezionato per accontentare tutti. Ma se non hai mai tifato per la coppia, la festa non ti riguarda.

Insomma: non posso giudicare positivamente una serie così. Per quanto mi sforzi, gli unici elementi che trovo davvero riusciti sono la fotografia, le ambientazioni campestri (musiche non pervenute) e lui… Hae‑in Jung — ma lo dico perché sono di parte — a patto che lei stesse fuori dalle sue inquadrature.
Quanto al doppiaggio italiano, spesso ritenuto un valore aggiunto nelle serie straniere, meglio evitarlo: rende la visione ancora più faticosa.