Land of the Lustrous
“Diventare nulla… è ciò che tutti noi desideriamo”
In un lontanissimo futuro post-apocalittico, la Terra è abitata da ventotto Gemme antropomorfe, esseri immortali e asessuati dalle caratteristiche determinate dal minerale di cui sono composti. Sotto la guida del misterioso Maestro Kongō, le Gemme conducono un’esistenza in equilibrio con l’ecosistema che abitano, scandita però dalle incursioni dei Seleniti, enigmatiche entità provenienti dalla Luna che le cacciano per trasformarle in armi. Tra le gemme spicca Phosphophyllite, detta Phos, la più giovane e fragile del gruppo. Incapace di contribuire efficacemente alla difesa della comunità e considerata pressoché inutile dalle compagne, riceve l’incarico di redigere un’enciclopedia dedicata alla storia del mondo. Inizia così un viaggio che porterà Phos a mettere in discussione le certezze su cui si fonda il suo universo, in una storia che intreccia crescita personale e ricerca della verità.
Da queste premesse, Haruko Ichikawa realizza un’opera che utilizza il fantasy e la fantascienza per ricostruire una storia dalla matrice ucronica, riscrivendo i fasti di un’umanità perduta e affrontando temi esistenziali di sorprendente profondità.
I tanti personaggi e il fatto che a tratti risultino indistinguibili, se non per i capelli di alcuni, generano da subito una certa confusione. Il tratto spigoloso e bitorzoluto dell’autrice, inoltre, non aiuta la comprensione, mentre i combattimenti sono perlopiù un coacervo di immagini sfocate che si sovrappongono senza soluzione di continuità. I disegni fortunatamente migliorano, regalandoci anche tavole poetiche ed evocative, ma le scene d’azione continueranno a risultare confuse e poco leggibili per tutta la durata del manga. Tra le qualità tecniche dell’autrice risalta invece un sapiente uso del nero, che conferisce alle tavole una forte intensità visiva e contribuisce a creare atmosfere cupe e suggestive, capaci di raccontare il silenzio dell’universo in tutta la sua oscura immensità.
Stanato l’elefante nella stanza, veniamo a quello che potrebbe essere definito l’unico vero problema narrativo di “Land of the Lustrous”. I Seleniti non riescono mai a trasmettere realmente una sensazione di pericolo e, una volta che la trama avrà percorso la sua spirale discendente, l’assenza di veri e propri antagonisti finisce per indebolire la tensione del conflitto.
Detto questo, la mangaka costruisce un world building granitico, fatto di una mitologia stratificata e di una lore complessa che non ha fretta di rivelarsi, supportato da una sceneggiatura eccezionale che, senza ricorrere a troppi spiegoni — tolta forse un’introduzione un filino macchinosa — solleva progressivamente il velo di Maya, lasciando emergere una realtà sempre più magnetica e affascinante.
L’opera riflette sull’identità, sul desiderio e sulla sofferenza attraverso un protagonista la cui evoluzione coincide, paradossalmente, con la progressiva perdita di sé. Phos desidera inizialmente soltanto trovare un posto nel mondo e sentirsi utile, ma ogni esperienza, ogni trasformazione e ogni nuova consapevolezza finiscono per allontanarlo sempre di più da ciò che era in origine. Il corpo, la memoria e persino la personalità diventano così elementi mutevoli, sollevando una domanda tanto semplice quanto inquietante: quanto può cambiare un individuo prima di smettere di essere se stesso?
A questa riflessione sull’identità si accompagna quella sul desiderio, alla base di un’esistenza in cui ottenere ciò che si vuole non conduce quasi mai alla felicità, ma genera nuovi bisogni e nuove sofferenze. Attraverso la progressiva presa di coscienza di Phos, Ichikawa mette in discussione l’idea stessa di crescita: diventare più consapevoli non significa necessariamente diventare migliori, e la conoscenza può avere un prezzo persino più alto dell’ignoranza. In questo senso, il viaggio del protagonista assume i contorni di una vera e propria spoliazione dell’io, in cui ogni passo verso la verità corrisponde alla perdita di una parte di sé.
È proprio qui che la componente buddhista dell’opera acquista particolare rilevanza, con la sofferenza e l’attaccamento che diventano elementi centrali della riflessione. “Land of the Lustrous” non cerca semplicemente una risposta alla domanda su quale sia il senso dell’esistenza, ma arriva a interrogarsi sulla possibilità che la vera liberazione risieda proprio nella capacità di lasciar andare ciò a cui siamo più profondamente legati.
A rendere ancora più sfumata la filosofia dell’opera è inoltre la concezione animistica della natura. Per l’autrice il confine tra ciò che è vivo e ciò che non lo è appare tutt’altro che netto: i protagonisti sono esseri nati dalla materia minerale, rendendo difficile considerare rocce e cristalli come semplici oggetti inanimati. La materia non costituisce quindi soltanto lo scenario in cui si svolge la vicenda, ma diventa parte integrante del ciclo della vita, mettendo in discussione la stessa distinzione tra organico e inorganico.
È una prospettiva che amplia ulteriormente la portata filosofica dell’opera: se persino ciò che siamo abituati a considerare inerte può essere percepito come una forma di esistenza, allora anche il concetto stesso di vita perde i suoi confini convenzionali. La Spiaggia degli Inizi diventa così un grembo primordiale, il luogo in cui la materia si fa vita.
Nonostante l’opera sia piuttosto protagonista-centrica, anche le altre gemme godono perlopiù di un’ottima caratterizzazione. Tra tutte risaltano Cinnabar, Bort, Antarcticite, Ghost, Lapis Lazzuli e Amethyst, i cui percorsi incarnano il sacrificio e la rivalsa, fino a confluire nel medesimo destino. La figura più alta sul piano lirico è però il Maestro Kongo, quintessenza della solitudine e vera e propria deus ex machina narrativa. Kongo è il centro attorno a cui ruota l’intera comunità, eppure sembra incapace di condividere davvero la propria interiorità con le gemme che protegge. La sua presenza assume così un valore quasi metafisico, incarnando il paradosso di chi è destinato a prendersi cura degli altri senza poter essere realmente compreso da nessuno.
“Land of the lustrous” si presta a una lettura rapida, quasi da binge reading, e può essere tranquillamente portato a termine nell’arco di una giornata. I dialoghi non occupano mai uno spazio preponderante, lasciando alla narrazione per immagini e ai silenzi un ruolo di rilievo, sebbene in alcune fasi, quando necessario, la mangaka ricorra anche a una maggiore componente esplicativa. Il ritmo rimane così estremamente scorrevole e avvolgente.
Quando è stato pubblicato l’ultimo volume, una cometa di fosfofillite è stata avvistata anche nei nostri cieli, in un episodio che ha rotto la quarta parete rendendo Phos un simbolo di speranza e rinascita, quasi come se nel suo ultimo viaggio fosse riuscito a spingersi oltre le pagine.
“Land of the Lustrous” è, in definitiva, un diamante grezzo, una gemma nascosta unica e ambiziosa, che chiede di essere osservata con attenzione: più la si contempla, più le sue imperfezioni finiscono per rivelare una bellezza abbacinante.
In un lontanissimo futuro post-apocalittico, la Terra è abitata da ventotto Gemme antropomorfe, esseri immortali e asessuati dalle caratteristiche determinate dal minerale di cui sono composti. Sotto la guida del misterioso Maestro Kongō, le Gemme conducono un’esistenza in equilibrio con l’ecosistema che abitano, scandita però dalle incursioni dei Seleniti, enigmatiche entità provenienti dalla Luna che le cacciano per trasformarle in armi. Tra le gemme spicca Phosphophyllite, detta Phos, la più giovane e fragile del gruppo. Incapace di contribuire efficacemente alla difesa della comunità e considerata pressoché inutile dalle compagne, riceve l’incarico di redigere un’enciclopedia dedicata alla storia del mondo. Inizia così un viaggio che porterà Phos a mettere in discussione le certezze su cui si fonda il suo universo, in una storia che intreccia crescita personale e ricerca della verità.
Da queste premesse, Haruko Ichikawa realizza un’opera che utilizza il fantasy e la fantascienza per ricostruire una storia dalla matrice ucronica, riscrivendo i fasti di un’umanità perduta e affrontando temi esistenziali di sorprendente profondità.
I tanti personaggi e il fatto che a tratti risultino indistinguibili, se non per i capelli di alcuni, generano da subito una certa confusione. Il tratto spigoloso e bitorzoluto dell’autrice, inoltre, non aiuta la comprensione, mentre i combattimenti sono perlopiù un coacervo di immagini sfocate che si sovrappongono senza soluzione di continuità. I disegni fortunatamente migliorano, regalandoci anche tavole poetiche ed evocative, ma le scene d’azione continueranno a risultare confuse e poco leggibili per tutta la durata del manga. Tra le qualità tecniche dell’autrice risalta invece un sapiente uso del nero, che conferisce alle tavole una forte intensità visiva e contribuisce a creare atmosfere cupe e suggestive, capaci di raccontare il silenzio dell’universo in tutta la sua oscura immensità.
Stanato l’elefante nella stanza, veniamo a quello che potrebbe essere definito l’unico vero problema narrativo di “Land of the Lustrous”. I Seleniti non riescono mai a trasmettere realmente una sensazione di pericolo e, una volta che la trama avrà percorso la sua spirale discendente, l’assenza di veri e propri antagonisti finisce per indebolire la tensione del conflitto.
Detto questo, la mangaka costruisce un world building granitico, fatto di una mitologia stratificata e di una lore complessa che non ha fretta di rivelarsi, supportato da una sceneggiatura eccezionale che, senza ricorrere a troppi spiegoni — tolta forse un’introduzione un filino macchinosa — solleva progressivamente il velo di Maya, lasciando emergere una realtà sempre più magnetica e affascinante.
L’opera riflette sull’identità, sul desiderio e sulla sofferenza attraverso un protagonista la cui evoluzione coincide, paradossalmente, con la progressiva perdita di sé. Phos desidera inizialmente soltanto trovare un posto nel mondo e sentirsi utile, ma ogni esperienza, ogni trasformazione e ogni nuova consapevolezza finiscono per allontanarlo sempre di più da ciò che era in origine. Il corpo, la memoria e persino la personalità diventano così elementi mutevoli, sollevando una domanda tanto semplice quanto inquietante: quanto può cambiare un individuo prima di smettere di essere se stesso?
A questa riflessione sull’identità si accompagna quella sul desiderio, alla base di un’esistenza in cui ottenere ciò che si vuole non conduce quasi mai alla felicità, ma genera nuovi bisogni e nuove sofferenze. Attraverso la progressiva presa di coscienza di Phos, Ichikawa mette in discussione l’idea stessa di crescita: diventare più consapevoli non significa necessariamente diventare migliori, e la conoscenza può avere un prezzo persino più alto dell’ignoranza. In questo senso, il viaggio del protagonista assume i contorni di una vera e propria spoliazione dell’io, in cui ogni passo verso la verità corrisponde alla perdita di una parte di sé.
È proprio qui che la componente buddhista dell’opera acquista particolare rilevanza, con la sofferenza e l’attaccamento che diventano elementi centrali della riflessione. “Land of the Lustrous” non cerca semplicemente una risposta alla domanda su quale sia il senso dell’esistenza, ma arriva a interrogarsi sulla possibilità che la vera liberazione risieda proprio nella capacità di lasciar andare ciò a cui siamo più profondamente legati.
A rendere ancora più sfumata la filosofia dell’opera è inoltre la concezione animistica della natura. Per l’autrice il confine tra ciò che è vivo e ciò che non lo è appare tutt’altro che netto: i protagonisti sono esseri nati dalla materia minerale, rendendo difficile considerare rocce e cristalli come semplici oggetti inanimati. La materia non costituisce quindi soltanto lo scenario in cui si svolge la vicenda, ma diventa parte integrante del ciclo della vita, mettendo in discussione la stessa distinzione tra organico e inorganico.
È una prospettiva che amplia ulteriormente la portata filosofica dell’opera: se persino ciò che siamo abituati a considerare inerte può essere percepito come una forma di esistenza, allora anche il concetto stesso di vita perde i suoi confini convenzionali. La Spiaggia degli Inizi diventa così un grembo primordiale, il luogo in cui la materia si fa vita.
Nonostante l’opera sia piuttosto protagonista-centrica, anche le altre gemme godono perlopiù di un’ottima caratterizzazione. Tra tutte risaltano Cinnabar, Bort, Antarcticite, Ghost, Lapis Lazzuli e Amethyst, i cui percorsi incarnano il sacrificio e la rivalsa, fino a confluire nel medesimo destino. La figura più alta sul piano lirico è però il Maestro Kongo, quintessenza della solitudine e vera e propria deus ex machina narrativa. Kongo è il centro attorno a cui ruota l’intera comunità, eppure sembra incapace di condividere davvero la propria interiorità con le gemme che protegge. La sua presenza assume così un valore quasi metafisico, incarnando il paradosso di chi è destinato a prendersi cura degli altri senza poter essere realmente compreso da nessuno.
“Land of the lustrous” si presta a una lettura rapida, quasi da binge reading, e può essere tranquillamente portato a termine nell’arco di una giornata. I dialoghi non occupano mai uno spazio preponderante, lasciando alla narrazione per immagini e ai silenzi un ruolo di rilievo, sebbene in alcune fasi, quando necessario, la mangaka ricorra anche a una maggiore componente esplicativa. Il ritmo rimane così estremamente scorrevole e avvolgente.
Quando è stato pubblicato l’ultimo volume, una cometa di fosfofillite è stata avvistata anche nei nostri cieli, in un episodio che ha rotto la quarta parete rendendo Phos un simbolo di speranza e rinascita, quasi come se nel suo ultimo viaggio fosse riuscito a spingersi oltre le pagine.
“Land of the Lustrous” è, in definitiva, un diamante grezzo, una gemma nascosta unica e ambiziosa, che chiede di essere osservata con attenzione: più la si contempla, più le sue imperfezioni finiscono per rivelare una bellezza abbacinante.
Di norma i mangaka cercano di scrivere protagonisti con cui il lettore medio si possa rispecchiare, non è però il caso di "Houseki no Kuni" (all'americana "Land of the Lustrous"), poiché il protagonista Phospophilite è una forma di vita minerale, assessuata e praticamente immortale: Phos è una gemma e ben poco ha da spartire con il lettore, tranne forse la sua giovane età. Phos infatti è una giovanissima gemma di 300 anni, ancora ingenua, indecisa ed entusiasta, temperamento che cambierà molte volte attraverso la sua lunghissima vita-minerale.
Durante l'infanzia di Phos l'umanità è già estinta da molto tempo e tre diverse specie abitano il mondo: le gemme che risiedono sulla terra, gli Admirabilis che risiedono nel mare, e i lunari che risiedono nelle numerose lune che dopo svariati impatti con corpi celesti, la Terra ormai possiede. Fra i lunari e le gemme da molto tempo esiste una faida in corso, con i primi che periodicamente compaiono dal nulla è cercano brutalmente di infrangere e riportare sulle loro lune le gemme in pezzi.
Sotto questo aspetto iniziale, "Houseki No Kuni" assomiglia ad un'altro manga della sua epoca: "L'Attacco dei Giganti". In entrambi i manga abbiamo una situazione di assedio al Castello, in cui attraverso molta azione, un gruppo deve periodicamente difendersi da estranei che attaccano per motivi completamente oscuri, ed entrambi i manga hanno un luogo fisico che il protagonista deve raggiungere per ricevere lo spiegone del mondo narrativo. In "Houseki no Kuni" questo luogo è la Luna. E dopo questo punto di svolta che il manga calerà nella sua componente di azione, per concentrarsi su personaggi molto ben scritti e bene analizzati. Primo fra tutti il centralissimo Phospophilite.
Phospophilite, come accennato all'inizio della recensione, è in piena formazione di se stesso e cambierà molte volte, non solo psicologicamente, ma anche fisicamente. Come una nave di Teseo, Phos perderà molte parti del corpo che lo compongono sostituendole con altri tipi di pietre e minerali, affiancando quindi durante la sua maturazione ad un cambiamento psicologico un cambiamento più visibile e fisico. Tanto che già a metà della storia Phospophilite risulterà praticamente irriconoscibile rispetto all'inizio. I sette diversi materiali che compongono la Phospohilite maturata sono un riferimento ai Sette Tesori del Buddismo, che sono appunto sette diverse pietre.
I riferimenti al buddismo importantissimi per la trama, sono purtroppo da me incommentabili, vista la mia conoscenza in materia estremamente superficiale. Mi limito a rivelare che nonostante qualche colpo di scena, la destinazione di questo viaggio appare velocemente abbastanza chiara, e in linea con la religione buddista, ma anche se la meta è chiara il piacere del viaggio sta nel viaggio stesso e quindi il finale per quanto molto lineare risulta pienamente soddisfacente, probabilmente proprio perché non si è voluto strafare con una tossicodipendenza da plot twist che portano diversi autori moderni ad incartarsi da soli.
Quando la filosofia di fondo e le caratterizzazioni dei personaggi sono solide, anche una storia chiara può risultare entusiasmante, in ogni sua parte, cosa che rende "Houseki no Kuni" un manga gradevolissimo dal primo all'ultimo capitolo.
Durante l'infanzia di Phos l'umanità è già estinta da molto tempo e tre diverse specie abitano il mondo: le gemme che risiedono sulla terra, gli Admirabilis che risiedono nel mare, e i lunari che risiedono nelle numerose lune che dopo svariati impatti con corpi celesti, la Terra ormai possiede. Fra i lunari e le gemme da molto tempo esiste una faida in corso, con i primi che periodicamente compaiono dal nulla è cercano brutalmente di infrangere e riportare sulle loro lune le gemme in pezzi.
Sotto questo aspetto iniziale, "Houseki No Kuni" assomiglia ad un'altro manga della sua epoca: "L'Attacco dei Giganti". In entrambi i manga abbiamo una situazione di assedio al Castello, in cui attraverso molta azione, un gruppo deve periodicamente difendersi da estranei che attaccano per motivi completamente oscuri, ed entrambi i manga hanno un luogo fisico che il protagonista deve raggiungere per ricevere lo spiegone del mondo narrativo. In "Houseki no Kuni" questo luogo è la Luna. E dopo questo punto di svolta che il manga calerà nella sua componente di azione, per concentrarsi su personaggi molto ben scritti e bene analizzati. Primo fra tutti il centralissimo Phospophilite.
Phospophilite, come accennato all'inizio della recensione, è in piena formazione di se stesso e cambierà molte volte, non solo psicologicamente, ma anche fisicamente. Come una nave di Teseo, Phos perderà molte parti del corpo che lo compongono sostituendole con altri tipi di pietre e minerali, affiancando quindi durante la sua maturazione ad un cambiamento psicologico un cambiamento più visibile e fisico. Tanto che già a metà della storia Phospophilite risulterà praticamente irriconoscibile rispetto all'inizio. I sette diversi materiali che compongono la Phospohilite maturata sono un riferimento ai Sette Tesori del Buddismo, che sono appunto sette diverse pietre.
I riferimenti al buddismo importantissimi per la trama, sono purtroppo da me incommentabili, vista la mia conoscenza in materia estremamente superficiale. Mi limito a rivelare che nonostante qualche colpo di scena, la destinazione di questo viaggio appare velocemente abbastanza chiara, e in linea con la religione buddista, ma anche se la meta è chiara il piacere del viaggio sta nel viaggio stesso e quindi il finale per quanto molto lineare risulta pienamente soddisfacente, probabilmente proprio perché non si è voluto strafare con una tossicodipendenza da plot twist che portano diversi autori moderni ad incartarsi da soli.
Quando la filosofia di fondo e le caratterizzazioni dei personaggi sono solide, anche una storia chiara può risultare entusiasmante, in ogni sua parte, cosa che rende "Houseki no Kuni" un manga gradevolissimo dal primo all'ultimo capitolo.
Inizio subito con questa premessa... non credo possano esistere altre opere che riescano a colpire l'immaginario di un singolo individuo così come ha fatto questa opera con il mio. Ma... procediamo con ordine.
"Houseki no kuni" è un'opera di genere fantascientifico che narra delle vicende di nuove forme di vita sul nostro pianeta, a seguito di quello che sembra un gran periodo di tempo dopo la presumibile scomparsa di noi terrestri e di quasi tutte le altre specie. Questa nuove forme di vita prendono il nome di "Gemme"... e per un motivo ben preciso; infatti il loro "organismo" è costituito da specifici minerali, ciascuna da un minerale diverso. Quindi, per intenderci, è presente la Gemma fatta interamente di giada, oppure di ambra, o diamante (pertanto se avete un minerale preferito potreste essere avvantaggiati nel scegliere la vostra waifu in quattro e quattr'otto).
Protagonista della storia è Phos, Gemma fatta interamente di fosfofillite... carina, sciocchina, imbranatina... e quindi assolutamente adorabile per tutti noi.
A parte lei, anche le altre Gemme possiedono il proprio fascino. Oltre loro, però, il vero personaggio di spicco della serie è sicuramente il "Sensei" altra Gemma che fa da guida (se non da padre) a tutte le altre gemme, e fin dall'inizio, pare essere un personaggio con qualcosa da nascondere.
Insomma, la situazione sembra idilliaca. Le Gemme hanno una casa, vivono insieme, si creano i loro vestiti, sanno provvedere a se stesse. Se non fosse che anche i guai non sono assenti dal paradiso.
Fin dall'inizio infatti ci verranno mostrati i nemici delle nostre simpatiche protagoniste, gli abitanti della Luna; esseri che paiono come dei spiriti il cui scopo sembra essere quello di rapire le Gemme e portarle sul satellite.
Ovviamente (come vera protagonista), Phos si rivela essere il soggetto più a rischio. Essendo del colore preferito dei lunari, incapace di combattere, e molto fragile, naturalmente il sensei insieme alle altre Gemme, la tengono costantemente d'occhio. Nonostante la nostra cara Phos voglia combattere, loro non glielo fanno fare.
Scritto così, la trama potrebbe sembrare quella di un semplice sci-fi condito in malo modo di elementi di geologia, tanto per fare. Quindi qual è mai la bellezza di quest'opera che sempre mi porterò nel cuore? e come posso farvela comprendere senza anticiparvi nulla di realmente importante sulla trama?
La risposta è abbastanza semplice. Posso riuscire concentrandomi sul vero punto di forza dell'opera... Phos e la sua caratterizzazione.
Ebbene sì, il modo in cui dal suo stato infantile si avvia verso una maturità sempre più consapevole e laconica, riflettendosi persino sul stesso fisico. Le esperienze di vita che subisce, tra cui traumi e perdite importantissime. La sua continua crescita di diffidenza nei confronti del sensei. E la somma di tutto questo che conduce allo scaturire delle battute finali dell'opera... sono tutti elementi che costituiscono uno studio del personaggio protagonista che non ha nulla da invidiare ai più alti esempi di letteratura.
Se esiste una parola unica per poter descrivere "Houseki no Kuni" non può che essere "catastrofe". Intesa nel suo senso originario, cioè di cambiamento generato da un qualcosa precedentemente distrutto. Poiché questo è Phos. E Phos è l'intera opera. Pian piano veniamo catapultati in un universo narrativo che si trasforma fin da subito come "Phoscentrico". Seguiamo Phos nella sua metamorfosi catastrofica che lentamente la trascina nella follia come un personaggio di una tragedia classica.
Immedesimarsi in Phos è una scelta, una scelta che viene compiuta sempre. Siccome essa è la rappresentazione totale del genere umano. Di sentimenti negativi coltivati nel tempo con l'esperienza che conducono all'auto distruzione. Con Phos vediamo l'eredità dell'istintività umana che porta su un brutto sentiero una nuova specie che cammina sul nostro pianeta.
Guerra, odio, distruzione, in un percorso narrativo che ha qualcosa di poema epico.
La vera domanda è "fine a se stesso?". Come scrisse Manzoni "ai posteri l'arduo giudizio". Ciò su cui posso davvero pronunciarmi è consigliarvi caldamente di leggervi quest'opera quanto prima.
"Houseki no kuni" è un'opera di genere fantascientifico che narra delle vicende di nuove forme di vita sul nostro pianeta, a seguito di quello che sembra un gran periodo di tempo dopo la presumibile scomparsa di noi terrestri e di quasi tutte le altre specie. Questa nuove forme di vita prendono il nome di "Gemme"... e per un motivo ben preciso; infatti il loro "organismo" è costituito da specifici minerali, ciascuna da un minerale diverso. Quindi, per intenderci, è presente la Gemma fatta interamente di giada, oppure di ambra, o diamante (pertanto se avete un minerale preferito potreste essere avvantaggiati nel scegliere la vostra waifu in quattro e quattr'otto).
Protagonista della storia è Phos, Gemma fatta interamente di fosfofillite... carina, sciocchina, imbranatina... e quindi assolutamente adorabile per tutti noi.
A parte lei, anche le altre Gemme possiedono il proprio fascino. Oltre loro, però, il vero personaggio di spicco della serie è sicuramente il "Sensei" altra Gemma che fa da guida (se non da padre) a tutte le altre gemme, e fin dall'inizio, pare essere un personaggio con qualcosa da nascondere.
Insomma, la situazione sembra idilliaca. Le Gemme hanno una casa, vivono insieme, si creano i loro vestiti, sanno provvedere a se stesse. Se non fosse che anche i guai non sono assenti dal paradiso.
Fin dall'inizio infatti ci verranno mostrati i nemici delle nostre simpatiche protagoniste, gli abitanti della Luna; esseri che paiono come dei spiriti il cui scopo sembra essere quello di rapire le Gemme e portarle sul satellite.
Ovviamente (come vera protagonista), Phos si rivela essere il soggetto più a rischio. Essendo del colore preferito dei lunari, incapace di combattere, e molto fragile, naturalmente il sensei insieme alle altre Gemme, la tengono costantemente d'occhio. Nonostante la nostra cara Phos voglia combattere, loro non glielo fanno fare.
Scritto così, la trama potrebbe sembrare quella di un semplice sci-fi condito in malo modo di elementi di geologia, tanto per fare. Quindi qual è mai la bellezza di quest'opera che sempre mi porterò nel cuore? e come posso farvela comprendere senza anticiparvi nulla di realmente importante sulla trama?
La risposta è abbastanza semplice. Posso riuscire concentrandomi sul vero punto di forza dell'opera... Phos e la sua caratterizzazione.
Ebbene sì, il modo in cui dal suo stato infantile si avvia verso una maturità sempre più consapevole e laconica, riflettendosi persino sul stesso fisico. Le esperienze di vita che subisce, tra cui traumi e perdite importantissime. La sua continua crescita di diffidenza nei confronti del sensei. E la somma di tutto questo che conduce allo scaturire delle battute finali dell'opera... sono tutti elementi che costituiscono uno studio del personaggio protagonista che non ha nulla da invidiare ai più alti esempi di letteratura.
Se esiste una parola unica per poter descrivere "Houseki no Kuni" non può che essere "catastrofe". Intesa nel suo senso originario, cioè di cambiamento generato da un qualcosa precedentemente distrutto. Poiché questo è Phos. E Phos è l'intera opera. Pian piano veniamo catapultati in un universo narrativo che si trasforma fin da subito come "Phoscentrico". Seguiamo Phos nella sua metamorfosi catastrofica che lentamente la trascina nella follia come un personaggio di una tragedia classica.
Immedesimarsi in Phos è una scelta, una scelta che viene compiuta sempre. Siccome essa è la rappresentazione totale del genere umano. Di sentimenti negativi coltivati nel tempo con l'esperienza che conducono all'auto distruzione. Con Phos vediamo l'eredità dell'istintività umana che porta su un brutto sentiero una nuova specie che cammina sul nostro pianeta.
Guerra, odio, distruzione, in un percorso narrativo che ha qualcosa di poema epico.
La vera domanda è "fine a se stesso?". Come scrisse Manzoni "ai posteri l'arduo giudizio". Ciò su cui posso davvero pronunciarmi è consigliarvi caldamente di leggervi quest'opera quanto prima.
News