Demokratia
Negli ultimi anni il mondo è cambiato a una velocità incalcolabile. L’avvento di Internet e dei social network ha trasformato radicalmente le nostre abitudini, il modo in cui comunichiamo e persino il modo in cui costruiamo la nostra identità. Tecnologie che fino a pochi decenni fa appartenevano alla fantascienza sono oggi parte integrante della quotidianità, offrendo agli autori la possibilità di esplorare scenari un tempo considerati soltanto utopie futuristiche e che oggi appaiono sempre più concreti.
Eppure, nonostante la loro presenza pervasiva, letteratura e cinema hanno ancora raccontato relativamente poco questa nuova realtà. È curioso quanto sia ancora raro imbattersi in personaggi che vivano i social con la stessa naturalezza con cui li viviamo noi: che pubblichino una storia su Instagram, scorrano distrattamente i reel o controllino il numero dei propri follower. Opere come “Eddington” di Ari Aster rimangono ancora eccezioni alla regola.
Motoro Mase, talentuoso mangaka già autore del celebre “Ikigami”, prova a sondare proprio questo terreno con “Dēmokratia”, un’opera che esplora il rapporto tra tecnologia, progresso e società, interrogandosi su cosa potrebbe accadere quando le decisioni di una macchina vengono affidate non a un singolo individuo, ma alla volontà collettiva.
Maezawa e Iguma sono due giovani ricercatori universitari che decidono di mettere insieme le proprie conoscenze per realizzare Mai, un androide dalle sembianze femminili. La particolarità del progetto risiede nel modo in cui vengono gestite le sue azioni: attraverso un’applicazione chiamata Dēmokratía, tremila utenti scelti casualmente possono esprimere in tempo reale la propria preferenza, lasciando che sia la maggioranza a stabilire come Mai debba comportarsi. Nessun individuo possiede il controllo assoluto della macchina, ma ogni decisione nasce dalla somma delle volontà degli utenti. A ogni votazione, alle tre opzioni maggiormente proposte se ne aggiungono altre due suggerite da un singolo utente, per un totale di cinque possibilità tra cui scegliere l’azione da far compiere all’androide. In questo modo il sistema non si affida esclusivamente alla volontà della maggioranza, ma lascia spazio anche alle intuizioni individuali, nella convinzione che spesso un’idea brillante possa nascere proprio da un lampo di genio a cui nessun altro aveva pensato.
Gli utenti non contribuiscono però soltanto alle decisioni: Mai può infatti apprendere dalle loro conoscenze e competenze, assimilando abilità che spaziano dalle arti marziali alle manovre di rianimazione.
Dietro questo ambizioso progetto si nasconde un obiettivo ancora più grande: arrivare alla creazione dell’essere perfetto, sfruttando la tecnologia per superare i limiti della natura.
La cinica penna di Motoro Mase danza disinvolta nell’oscurità del Matrix, tra identità digitale e cyberbullismo, affrontando ideologie radicali ed estremiste che sfociano nel razzismo e nel terrorismo, per confezionare un thriller tecnologico d’autore carico di brio e suspense, degno dei migliori episodi di “Black Mirror”.
Tra i temi portanti dell’opera spicca una lucida riflessione sulla democrazia e sulle sue intrinseche fragilità: un sistema che, pur fondandosi sulla volontà della maggioranza, non è necessariamente sinonimo di giustizia, buon senso o verità. Mase mette così in discussione i limiti della decisione collettiva, mostrando quanto facilmente il consenso possa trasformarsi in conformismo, quanto l’opinione della maggioranza possa essere manipolata e quanto sia labile il confine tra libertà individuale e responsabilità collettiva.
Ed è proprio sul terreno della responsabilità che la riflessione del mangaka si fa particolarmente interessante: quando il peso di una decisione viene distribuito tra tremila persone, la colpa individuale sembra inevitabilmente attenuarsi, anche di fronte ad azioni terribili. Sapere di non essere l’unico responsabile rende infatti più facile compiere scelte che, prese individualmente, risulterebbero molto più difficili da accettare.
È un meccanismo che richiama inevitabilmente il celebre dilemma del carrello: se un treno sta per travolgere cinque persone e azionando una leva è possibile deviarlo su un altro binario, dove ne morirà soltanto una, il calcolo utilitaristico suggerirebbe di intervenire e salvare quattro vite. Eppure, azionando quella leva, si diventa direttamente responsabili della morte di quella singola persona; lasciando invece che il treno prosegua, si sceglie di non intervenire, demandando l’esito a un evento già in corso. È proprio questa ambiguità morale a essere particolarmente interessante in “Dēmokratia”: quando una decisione viene presa collettivamente, il confine tra responsabilità individuale e responsabilità condivisa diventa molto più sfumato, fino al punto in cui nessuno sembra sentirsi davvero colpevole.
Ciò in cui eccelle indubbiamente l’autore è nella costruzione dei suoi plot. “Heads” e soprattutto “Ikigami” partivano da premesse geniali e da incipit folgoranti, capaci di alimentare grandi aspettative, che gli sviluppi e soprattutto le risoluzioni finali non riuscivano però sempre a soddisfare pienamente. Anche “Dēmokratia” parte da un’idea di grande forza e da un incipit capace di catturare immediatamente l’attenzione, ma, con il procedere della storia, la brillantezza delle premesse tende in parte ad affievolirsi, fino a una risoluzione finale che, pur coerente con quanto costruito, risulta piuttosto prevedibile rispetto alle potenzialità dell’idea di partenza. Non mancano i cliffhanger, né alcune side story gestite in maniera del tutto imprevedibile, ma, per un lettore smaliziato, il cuore della vicenda e soprattutto la direzione dell’epilogo finiscono per risultare piuttosto telefonati.
Un epilogo che, peraltro, tende a calcare fin troppo la mano, spingendo gli eventi verso esiti tanto spettacolari quanto sopra le righe. La brevità del manga rappresenta inoltre un’arma a doppio taglio: se da un lato contribuisce a mantenere serrato il ritmo della narrazione, dall’altro non concede a tutti i personaggi lo spazio necessario per svilupparsi compiutamente, lasciando alcune figure inevitabilmente più abbozzate di altre. A incrinare ulteriormente la sospensione dell’incredulità è poi il meccanismo stesso attraverso cui vengono impartiti i comandi all’androide. Le decisioni devono essere formulate e votate mentre l’azione procede in tempo reale, e la velocità con cui si susseguono questi passaggi finisce per risultare poco plausibile: più che una folla chiamata a prendere decisioni collettive, sembra quasi che migliaia di persone stiano pilotando manualmente lo stesso corpo robotico.
Sul piano grafico, Mase non sembra aver compiuto particolari passi avanti rispetto a “Ikigami”. Il tratto rimane piuttosto funzionale e poco ricercato, ma si dimostra efficace nel sostenere una narrazione ben ritmata. A compensare una certa staticità stilistica intervengono gli sfondi, realizzati a partire da fotografie e capaci di restituire ambientazioni credibili e immersive. Le tavole sono inoltre dinamiche, pulite e sempre facilmente leggibili, anche nelle sequenze più concitate, grazie a una regia agile che permette di seguire senza difficoltà l’azione e i movimenti dei personaggi.
Nel secondo volume trovano spazio anche due racconti autoconclusivi, “Robot” e “Smoke”, entrambi particolarmente ispirati e capaci di dimostrare ancora una volta l’estro creativo dell’autore. Due brevi digressioni che, pur distaccandosi dalla vicenda principale, ne condividono le inquietudini e l’interesse per il rapporto tra tecnologia e natura umana.
È in questa dimensione che “Dēmokratia” richiama alla mente Philip K. Dick, soprattutto per la capacità di utilizzare la fantascienza come lente deformante attraverso cui osservare il presente. Al centro non c’è tanto la tecnologia in sé, quanto il modo in cui essa finisce per mettere in crisi le nostre certezze, alterando la percezione della realtà e il concetto stesso di identità. Mase raccoglie queste suggestioni e le trasporta nell’era dei social network e della partecipazione digitale. Pubblicato nel 2013, il manga assume una sorprendente valenza anticipatoria: l’idea di un’intelligenza artificiale alimentata dalle conoscenze e dalle decisioni di migliaia di persone appare oggi molto meno fantascientifica di quanto potesse sembrare tredici anni fa. È proprio la lungimiranza dell’autore, nel prefigurare un futuro che, sotto molti aspetti, ha già iniziato a bussare alla nostra porta, a rendere “Dēmokratia” un’opera avanguardistica, capace di inquietare e far riflettere sulle trasformazioni tecnologiche e sociali che stanno ridisegnando il nostro presente.
“Veniamo quotidianamente investiti da una quantità infinita di informazioni, ma non ci bastano mai. Continuiamo a desiderarne altre e le cerchiamo avidamente. Le usiamo per compensare le conoscenze e le esperienze che ci mancano. In base ad esse decidiamo il comportamento da tenere, senza controllare se quelle informazioni siano giuste o meno. Forse, fin dall’inizio, l’idea di poter creare l’essere umano definitivo mettendo insieme, attraverso il voto di maggioranza, la coscienza collettiva di un gruppo di persone era soltanto un sogno irrealizzabile. In fondo, l’esistenza di ogni singola persona è già un miracolo, è già definitiva. Forse l’umanoide non era l’essere umano definitivo. Forse noi, che viviamo ognuno la propria vita, siamo il robot umanoide definitivo.”
Eppure, nonostante la loro presenza pervasiva, letteratura e cinema hanno ancora raccontato relativamente poco questa nuova realtà. È curioso quanto sia ancora raro imbattersi in personaggi che vivano i social con la stessa naturalezza con cui li viviamo noi: che pubblichino una storia su Instagram, scorrano distrattamente i reel o controllino il numero dei propri follower. Opere come “Eddington” di Ari Aster rimangono ancora eccezioni alla regola.
Motoro Mase, talentuoso mangaka già autore del celebre “Ikigami”, prova a sondare proprio questo terreno con “Dēmokratia”, un’opera che esplora il rapporto tra tecnologia, progresso e società, interrogandosi su cosa potrebbe accadere quando le decisioni di una macchina vengono affidate non a un singolo individuo, ma alla volontà collettiva.
Maezawa e Iguma sono due giovani ricercatori universitari che decidono di mettere insieme le proprie conoscenze per realizzare Mai, un androide dalle sembianze femminili. La particolarità del progetto risiede nel modo in cui vengono gestite le sue azioni: attraverso un’applicazione chiamata Dēmokratía, tremila utenti scelti casualmente possono esprimere in tempo reale la propria preferenza, lasciando che sia la maggioranza a stabilire come Mai debba comportarsi. Nessun individuo possiede il controllo assoluto della macchina, ma ogni decisione nasce dalla somma delle volontà degli utenti. A ogni votazione, alle tre opzioni maggiormente proposte se ne aggiungono altre due suggerite da un singolo utente, per un totale di cinque possibilità tra cui scegliere l’azione da far compiere all’androide. In questo modo il sistema non si affida esclusivamente alla volontà della maggioranza, ma lascia spazio anche alle intuizioni individuali, nella convinzione che spesso un’idea brillante possa nascere proprio da un lampo di genio a cui nessun altro aveva pensato.
Gli utenti non contribuiscono però soltanto alle decisioni: Mai può infatti apprendere dalle loro conoscenze e competenze, assimilando abilità che spaziano dalle arti marziali alle manovre di rianimazione.
Dietro questo ambizioso progetto si nasconde un obiettivo ancora più grande: arrivare alla creazione dell’essere perfetto, sfruttando la tecnologia per superare i limiti della natura.
La cinica penna di Motoro Mase danza disinvolta nell’oscurità del Matrix, tra identità digitale e cyberbullismo, affrontando ideologie radicali ed estremiste che sfociano nel razzismo e nel terrorismo, per confezionare un thriller tecnologico d’autore carico di brio e suspense, degno dei migliori episodi di “Black Mirror”.
Tra i temi portanti dell’opera spicca una lucida riflessione sulla democrazia e sulle sue intrinseche fragilità: un sistema che, pur fondandosi sulla volontà della maggioranza, non è necessariamente sinonimo di giustizia, buon senso o verità. Mase mette così in discussione i limiti della decisione collettiva, mostrando quanto facilmente il consenso possa trasformarsi in conformismo, quanto l’opinione della maggioranza possa essere manipolata e quanto sia labile il confine tra libertà individuale e responsabilità collettiva.
Ed è proprio sul terreno della responsabilità che la riflessione del mangaka si fa particolarmente interessante: quando il peso di una decisione viene distribuito tra tremila persone, la colpa individuale sembra inevitabilmente attenuarsi, anche di fronte ad azioni terribili. Sapere di non essere l’unico responsabile rende infatti più facile compiere scelte che, prese individualmente, risulterebbero molto più difficili da accettare.
È un meccanismo che richiama inevitabilmente il celebre dilemma del carrello: se un treno sta per travolgere cinque persone e azionando una leva è possibile deviarlo su un altro binario, dove ne morirà soltanto una, il calcolo utilitaristico suggerirebbe di intervenire e salvare quattro vite. Eppure, azionando quella leva, si diventa direttamente responsabili della morte di quella singola persona; lasciando invece che il treno prosegua, si sceglie di non intervenire, demandando l’esito a un evento già in corso. È proprio questa ambiguità morale a essere particolarmente interessante in “Dēmokratia”: quando una decisione viene presa collettivamente, il confine tra responsabilità individuale e responsabilità condivisa diventa molto più sfumato, fino al punto in cui nessuno sembra sentirsi davvero colpevole.
Ciò in cui eccelle indubbiamente l’autore è nella costruzione dei suoi plot. “Heads” e soprattutto “Ikigami” partivano da premesse geniali e da incipit folgoranti, capaci di alimentare grandi aspettative, che gli sviluppi e soprattutto le risoluzioni finali non riuscivano però sempre a soddisfare pienamente. Anche “Dēmokratia” parte da un’idea di grande forza e da un incipit capace di catturare immediatamente l’attenzione, ma, con il procedere della storia, la brillantezza delle premesse tende in parte ad affievolirsi, fino a una risoluzione finale che, pur coerente con quanto costruito, risulta piuttosto prevedibile rispetto alle potenzialità dell’idea di partenza. Non mancano i cliffhanger, né alcune side story gestite in maniera del tutto imprevedibile, ma, per un lettore smaliziato, il cuore della vicenda e soprattutto la direzione dell’epilogo finiscono per risultare piuttosto telefonati.
Un epilogo che, peraltro, tende a calcare fin troppo la mano, spingendo gli eventi verso esiti tanto spettacolari quanto sopra le righe. La brevità del manga rappresenta inoltre un’arma a doppio taglio: se da un lato contribuisce a mantenere serrato il ritmo della narrazione, dall’altro non concede a tutti i personaggi lo spazio necessario per svilupparsi compiutamente, lasciando alcune figure inevitabilmente più abbozzate di altre. A incrinare ulteriormente la sospensione dell’incredulità è poi il meccanismo stesso attraverso cui vengono impartiti i comandi all’androide. Le decisioni devono essere formulate e votate mentre l’azione procede in tempo reale, e la velocità con cui si susseguono questi passaggi finisce per risultare poco plausibile: più che una folla chiamata a prendere decisioni collettive, sembra quasi che migliaia di persone stiano pilotando manualmente lo stesso corpo robotico.
Sul piano grafico, Mase non sembra aver compiuto particolari passi avanti rispetto a “Ikigami”. Il tratto rimane piuttosto funzionale e poco ricercato, ma si dimostra efficace nel sostenere una narrazione ben ritmata. A compensare una certa staticità stilistica intervengono gli sfondi, realizzati a partire da fotografie e capaci di restituire ambientazioni credibili e immersive. Le tavole sono inoltre dinamiche, pulite e sempre facilmente leggibili, anche nelle sequenze più concitate, grazie a una regia agile che permette di seguire senza difficoltà l’azione e i movimenti dei personaggi.
Nel secondo volume trovano spazio anche due racconti autoconclusivi, “Robot” e “Smoke”, entrambi particolarmente ispirati e capaci di dimostrare ancora una volta l’estro creativo dell’autore. Due brevi digressioni che, pur distaccandosi dalla vicenda principale, ne condividono le inquietudini e l’interesse per il rapporto tra tecnologia e natura umana.
È in questa dimensione che “Dēmokratia” richiama alla mente Philip K. Dick, soprattutto per la capacità di utilizzare la fantascienza come lente deformante attraverso cui osservare il presente. Al centro non c’è tanto la tecnologia in sé, quanto il modo in cui essa finisce per mettere in crisi le nostre certezze, alterando la percezione della realtà e il concetto stesso di identità. Mase raccoglie queste suggestioni e le trasporta nell’era dei social network e della partecipazione digitale. Pubblicato nel 2013, il manga assume una sorprendente valenza anticipatoria: l’idea di un’intelligenza artificiale alimentata dalle conoscenze e dalle decisioni di migliaia di persone appare oggi molto meno fantascientifica di quanto potesse sembrare tredici anni fa. È proprio la lungimiranza dell’autore, nel prefigurare un futuro che, sotto molti aspetti, ha già iniziato a bussare alla nostra porta, a rendere “Dēmokratia” un’opera avanguardistica, capace di inquietare e far riflettere sulle trasformazioni tecnologiche e sociali che stanno ridisegnando il nostro presente.
“Veniamo quotidianamente investiti da una quantità infinita di informazioni, ma non ci bastano mai. Continuiamo a desiderarne altre e le cerchiamo avidamente. Le usiamo per compensare le conoscenze e le esperienze che ci mancano. In base ad esse decidiamo il comportamento da tenere, senza controllare se quelle informazioni siano giuste o meno. Forse, fin dall’inizio, l’idea di poter creare l’essere umano definitivo mettendo insieme, attraverso il voto di maggioranza, la coscienza collettiva di un gruppo di persone era soltanto un sogno irrealizzabile. In fondo, l’esistenza di ogni singola persona è già un miracolo, è già definitiva. Forse l’umanoide non era l’essere umano definitivo. Forse noi, che viviamo ognuno la propria vita, siamo il robot umanoide definitivo.”
La storia di "Demokratia" tratta di due scienziati - un giovane informatico che ha inventato un nuovo metodo di voto di gruppo e un appassionato di robotica - che decidono di creare un androide unendo le proprie competenze. Tale androide, vale a dire il progetto Demokratia, avrà il compito di rappresentare l'essere umano definitivo, dal momento che le sue scelte e azioni saranno determinate da un pubblico attraverso il sistema di voto inventato dal primo scienziato (il che spiega il senso del nome datogli).
Ciò che inizialmente ho molto apprezzato del manga è stato il connubio tra il disegno e la narrazione: il primo ha dei tratti molto semplici, puliti e morbidi, che quasi mi ricordava un fumetto di Topolino; mentre la seconda procede, specie nei primi volumi, con molta leggerezza e discreta celerità: non nascono discussioni sulle scelte da compiere o comunque si risolvono pacificamente. Tant'è vero che inizialmente pensavo di recensirlo evidenziando il fatto che questo manga fosse una sorta di evergreen: quel genere di fumetto che, nonostante le proprie preferenze, possa piacere un po' a tutti senza troppi problemi in virtù della propria atmosfera tranquilla, nonché quell'assenza di personaggi e vicende oltremodo sopra le righe (soprattutto, l'ho ritenuto e lo ritengo tuttora quel genere di fumetto che uno possa tranquillamente rileggere a distanza di tempo in virtù dei pochi volumi a comporlo).
Se però, inizialmente, questa sua caratteristica rischia solo di mancare di carattere (poiché privo di elementi incisivi o dal forte impatto), il tutto tende dopo un po' a peggiorare. Intorno al terzo volume la vicenda inizia a farsi più seria, tingendosi di aspetti parecchio più violenti delle premesse iniziali, il che ci può anche stare, ma quando un'opera parte con uno stile e finisce con un altro tenderà sempre a lasciare il lettore un po' spiazzato. Sta proprio qui, a mio avviso, il suo difetto principale: questo suo essere ibrido, né caldo né freddo; che mi ha portato tra il terzo e il quarto volume a non percepire più il senso della lettura (e provando, quindi, ben poco interesse nel terminarla). Ringraziando il cielo, quello che temevo potesse rivelarsi un fallimento che non andasse da nessuna parte è riuscito a farmi ricredere, con una fase finale dal tono più serio e riflessivo.
Nonostante gli alti e bassi è stata una lettura in fin dei conti piacevole, specie considerato quello che riesce a dare con i suoi 5 volumi ricchi di contenuto. Consigliato a chi ha voglia di una lettura diversa dal solito.
Ciò che inizialmente ho molto apprezzato del manga è stato il connubio tra il disegno e la narrazione: il primo ha dei tratti molto semplici, puliti e morbidi, che quasi mi ricordava un fumetto di Topolino; mentre la seconda procede, specie nei primi volumi, con molta leggerezza e discreta celerità: non nascono discussioni sulle scelte da compiere o comunque si risolvono pacificamente. Tant'è vero che inizialmente pensavo di recensirlo evidenziando il fatto che questo manga fosse una sorta di evergreen: quel genere di fumetto che, nonostante le proprie preferenze, possa piacere un po' a tutti senza troppi problemi in virtù della propria atmosfera tranquilla, nonché quell'assenza di personaggi e vicende oltremodo sopra le righe (soprattutto, l'ho ritenuto e lo ritengo tuttora quel genere di fumetto che uno possa tranquillamente rileggere a distanza di tempo in virtù dei pochi volumi a comporlo).
Se però, inizialmente, questa sua caratteristica rischia solo di mancare di carattere (poiché privo di elementi incisivi o dal forte impatto), il tutto tende dopo un po' a peggiorare. Intorno al terzo volume la vicenda inizia a farsi più seria, tingendosi di aspetti parecchio più violenti delle premesse iniziali, il che ci può anche stare, ma quando un'opera parte con uno stile e finisce con un altro tenderà sempre a lasciare il lettore un po' spiazzato. Sta proprio qui, a mio avviso, il suo difetto principale: questo suo essere ibrido, né caldo né freddo; che mi ha portato tra il terzo e il quarto volume a non percepire più il senso della lettura (e provando, quindi, ben poco interesse nel terminarla). Ringraziando il cielo, quello che temevo potesse rivelarsi un fallimento che non andasse da nessuna parte è riuscito a farmi ricredere, con una fase finale dal tono più serio e riflessivo.
Nonostante gli alti e bassi è stata una lettura in fin dei conti piacevole, specie considerato quello che riesce a dare con i suoi 5 volumi ricchi di contenuto. Consigliato a chi ha voglia di una lettura diversa dal solito.
Serie manga che, nonostante la brevità in termini di volumetti, mette in luce tematiche attuali e di sensibilità pubblica tipiche del popolo giapponese, ma non solo. Nonostante un'idea, forse, un po' troppo utopica, la trama nel complesso regge bene dall'inizio alla fine con picchi più adrenalinici, specie nell'ultima parte. Nel corso dell'intera narrazione non mancheranno spunti di riflessione da parte del lettore, dato che chiunque può trovarsi nelle situazioni del robot umanoide Mai. Si tratta infatti di storie quotidiane in cui la robot, con il voto del popolo, deve decidere cosa fare, a volte con scelte frettolose, a volte più meditate attraverso il forum di Demokratia in base alle scelte della maggioranza dei partecipanti all'esperienza "Demokratia".
Un finale che a me è piaciuto, che si può intravedere dalle ultime pagine del volume ma non proprio così scontato.
Volumetti che scorrono via bene, senza dialogo esagerato e non troppo impegnativo. Disegni con un tratto molto realistico sui toni scuri.
Che dire: una breve opera che merita una lettura.
Un finale che a me è piaciuto, che si può intravedere dalle ultime pagine del volume ma non proprio così scontato.
Volumetti che scorrono via bene, senza dialogo esagerato e non troppo impegnativo. Disegni con un tratto molto realistico sui toni scuri.
Che dire: una breve opera che merita una lettura.
Fra gli esponenti della scena contemporanea del manga sci-fi che più si distinguono per estro creativo e acume critico, spicca senz’altro il maestro del giallo tecnologico, Motoro Mase, autore pubblicato in Italia da Panini Comics che già si era fatto notare con due opere di successo: il neurochirurgico Heads e il distopico Ikigami, quest’ultimo inserito nella selezione ufficiale del Festival di Angouleme e vincitore del Japan Expo Award come miglior seinen.
Se Ikigami metteva a fuoco le derive di un regime tecnocratico e totalitario, con marcate influenze orwelliane, in questa nuova serie di cinque volumi, dall’emblematico titolo Dēmokratía (trascritto filologicamente dal greco), il talentuoso mangaka ci spinge a riflettere sui limiti della cosiddetta democrazia diretta architettando una sofisticata distopia e ricreando nei minimi particolari un futuro credibile e inquietante, non troppo distante dal nostro presente, i cui sottili risvolti filosofici si insinueranno nei nostri pensieri anche dopo la lettura.
Due promettenti giovani ricercatori universitari, Maezawa e Igume, realizzano Mai, un sofisticato androide dalle sembianze femminili, la cui principale caratteristica consiste nell’agire su direttive fornite in tempo reale da un campione di tremila utenti casuali che interagiscono grazie ad un'applicazione creata ad hoc e denominata Dēmokratía. Il software, diffuso in rete tramite virus, gestisce le votazioni a maggioranza che si traducono nella decisione finale sul comportamento da far intraprendere all’androide. Lo scopo ultimo del progetto è il conseguimento dell’essere umano definitivo, inteso come massima espressione di cultura e saggezza democratica. Ben presto però il sistema evidenzierà delle falle e l'esperimento prenderà una piega imprevista.
La condotta di Mai non risulterà sempre espressione di buon senso, ma sarà dettata talora dal senso di frustrazione (sessuale, professionale, motivazionale) degli utenti, talaltra dal sentimento di alienazione verso una società oppressiva.
Il concetto alla base dell’intuizione di Maezawa e Igume è semplice: plasmare un’entità “telecomandata” le cui azioni risultino non già da un’unica volontà libera, bensì da una somma di opinioni, atteggiamenti ed esperienze diverse, al fine di definire un comportamento esemplare, costruttivo e in ultima analisi giusto, che faccia da guida all'umanità. Il sistema di voto telematico è innovativo e insolito: nel rispetto del principio della maggioranza democratica, esso permette altresì alla minoranza di esprimersi attraverso “proposte uniche”, opzioni intuitive e fuori dagli schemi che valorizzino i lampi di genio e tendano a evitare così la cosiddetta dittatura della maggioranza (come è stata definita per la prima volta dal famoso sociologo J.S.Mill). L’idea rivela tutto il potenziale del manga che ci presenta uno scenario ipotetico plausibile e al contempo mette a nudo le contraddizioni e le derive della nostra società informatizzata, con un forte accento critico verso l’uso dei social network.
La trama, immersa in un'atmosfera da thriller psicologico con tanto di indagine poliziesca, è ben congegnata, imprevedibile e non lesina colpi di scena e momenti topici che rinnovano di continuo l’interesse del lettore. I capitoli sono scanditi in scene e stagioni, mutuando i termini dalla serialità televisiva e tradendo una certa contaminazione della tecnica e del linguaggio narrativo. Nonostante alcuni passaggi verbosi a base di terminologie specialistiche di robotica, il ritmo del racconto è vivace e incalzante. La regia passa senza soluzione di continuità dalla descrizione delle azioni dell’automa alle schermate fisse dell’instant messaging e ancora alla suggestiva rappresentazione degli utenti nell’ambiente virtuale, con vignette dinamiche e funzionali che mantengono sempre alta la tensione. Le scene clou si aprono su imponenti doppie tavole panoramiche di forte impatto visivo.
Volume dopo volume assistiamo a una dettagliata evoluzione di questo moderno Prometeo dall’aspetto di un aggraziato Terminator, che con la sua intelligenza artificiale imparerà una serie di abilità (dalle arti marziali per l’autodifesa alle pratiche di pronto soccorso) in linea con gli input forniti dagli utenti che lo guidano instillandogli la scintilla "divina" della conoscenza. L’autore si sforza di rimanere in una posizione neutrale ma non esita a proporre questioni concrete e di attualità come il triste fenomeno dei kodokushi (persone che, abbandonate a sé stesse, muoiono in solitudine nelle loro case), la violenza sulle donne, l’immigrazione e il cyberbullismo, che donano all’opera un tono socio-filosofico affatto banale. Senza giudizi etici di sorta, ma con un filo di amaro sarcasmo, le contraddizioni della moderna società descritta in Dēmokratía si concentrano paradossalmente nell'umanoide sintetico, privo di coscienza e di proprietà decisionale.
Il tema della fragilità e della volubilità della struttura sociale è centrale ed emerge soprattutto nella gestione di Mai in rapporto agli individui reietti della società. Viene fuori una coscienza collettiva sostanzialmente debole, in balia degli umori e della conflittualità dei singoli. Se da un lato i principi di sincerità e solidarietà influenzano positivamente sia l'evoluzione di Mai che il vissuto degli stessi utenti, dall’altro creano attriti e rancori che finiscono per disintegrare l’armonia della community, minandone la capacità di discernimento. I “giocatori” più emotivi iniziano così a cedere a reazioni istintive e scomposte, tanto che a un certo punto uno degli utenti si ritroverà suo malgrado isolato e costretto ad abbandonare la simulazione. Gli stessi programmatori di Dēmokratía, lungi dall’essere immuni dagli sviluppi imprevisti dell’esperimento, verranno sopraffatti dagli eventi ormai fuori controllo.
Nel corso della lettura incontriamo una nutrita gamma di tipi psicologici e i frequenti cambi di prospettiva ci spingono a sondare le dinamiche di una fitta rete di relazioni a vari livelli: abbiamo al centro i due protagonisti e la loro creatura, a loro volta interconnessi alla folta platea di utenti di Dēmokratía seduti davanti al loro computer; poi abbiamo i vari comprimari che a mano a mano interagiscono con Mai, fra i quali spiccano un giovane emarginato vittima di bullismo e un anziano all’ultimo stadio di una grave malattia, entrambi davanti a un vicolo cieco della loro esistenza; infine entrano in scena i due poliziotti che iniziano a indagare quando la situazione sfugge di mano e ci scappa il morto.
Per quanto riguarda i disegni, l’approccio è realistico, soprattutto nella composizione dei set che sono ricavati direttamente da fotografie manipolate ad arte. Ne risultano scenari dal carattere freddo e didascalico che però riescono nell’intento di calare il lettore in una realtà convincente, concreta e tangibile. Il tratto pulito e netto del character design si sviluppa in una nutrita galleria di ritratti e in questa moltitudine Mai si distingue per la sua mimica vacua e glaciale. I personaggi principali invece sono più sfumati, a caratterizzarne lo spessore psicologico e la personalità, con un'espressività enfatizzata dal sapiente uso dei primi e primissimi piani. Il resto dei personaggi della rete è rappresentato per lo più da sagome indistinte a sottolineare l'anonimato e la mancanza dei volti crea un certo senso di disagio e spaesamento.
Unico vero limite dell’opera può essere intravisto nella brevità; visti i numerosi risvolti delle sotto trame legate ai singoli personaggi e la complessità delle tematiche, forse il plot avrebbe meritato un più largo respiro. Ne risulta che alcune situazioni sembrano effettivamente risolte in modo un po troppo sbrigativo o quanto meno artificioso, soprattutto in riferimento al finale “catartico” che mette troppa carne al fuoco tirando in ballo, fra l'altro, l'abusata idea di IA che prende coscienza di sé, nonché la minaccia all'ennesima apocalisse nucleare, topos cardine della narrazione a fumetti nipponica che qui sembra ormai ridotta a poco più che uno spauracchio. D’altro canto, uno dei principali pregi di Dēmokratía non è tanto quello di fornire risposte quanto quello di porre domande, di infondere dubbi e stimolare la riflessione e la curiosità del lettore.
In definitiva, si consiglia vivamente la lettura di Dēmokratía in quanto opera intelligente e intrigante che si inserisce a pieno titolo nella migliore tradizione della fantascienza (con un occhio di riguardo a Philip K. Dick) e appare come una sottile metafora della nostra stessa società contemporanea post capitalistica, dove la libertà democratica, il diritto di voto e il potere politico individuale ne escono sviliti e svuotati del loro valore intrinseco. Alcuni passaggi potrebbero risultare cervellotici e pesanti da digerire, tuttavia il soggetto è così accattivante nel proporci riferimenti continui alla contemporaneità e a una visione verosimile di un futuro prossimo che non si può non apprezzare il lavoro svolto complessivamente da Motoro Mase e dal suo staff.
Lasciatevi tentare dalla lettura!
Se Ikigami metteva a fuoco le derive di un regime tecnocratico e totalitario, con marcate influenze orwelliane, in questa nuova serie di cinque volumi, dall’emblematico titolo Dēmokratía (trascritto filologicamente dal greco), il talentuoso mangaka ci spinge a riflettere sui limiti della cosiddetta democrazia diretta architettando una sofisticata distopia e ricreando nei minimi particolari un futuro credibile e inquietante, non troppo distante dal nostro presente, i cui sottili risvolti filosofici si insinueranno nei nostri pensieri anche dopo la lettura.
Due promettenti giovani ricercatori universitari, Maezawa e Igume, realizzano Mai, un sofisticato androide dalle sembianze femminili, la cui principale caratteristica consiste nell’agire su direttive fornite in tempo reale da un campione di tremila utenti casuali che interagiscono grazie ad un'applicazione creata ad hoc e denominata Dēmokratía. Il software, diffuso in rete tramite virus, gestisce le votazioni a maggioranza che si traducono nella decisione finale sul comportamento da far intraprendere all’androide. Lo scopo ultimo del progetto è il conseguimento dell’essere umano definitivo, inteso come massima espressione di cultura e saggezza democratica. Ben presto però il sistema evidenzierà delle falle e l'esperimento prenderà una piega imprevista.
La condotta di Mai non risulterà sempre espressione di buon senso, ma sarà dettata talora dal senso di frustrazione (sessuale, professionale, motivazionale) degli utenti, talaltra dal sentimento di alienazione verso una società oppressiva.
Il concetto alla base dell’intuizione di Maezawa e Igume è semplice: plasmare un’entità “telecomandata” le cui azioni risultino non già da un’unica volontà libera, bensì da una somma di opinioni, atteggiamenti ed esperienze diverse, al fine di definire un comportamento esemplare, costruttivo e in ultima analisi giusto, che faccia da guida all'umanità. Il sistema di voto telematico è innovativo e insolito: nel rispetto del principio della maggioranza democratica, esso permette altresì alla minoranza di esprimersi attraverso “proposte uniche”, opzioni intuitive e fuori dagli schemi che valorizzino i lampi di genio e tendano a evitare così la cosiddetta dittatura della maggioranza (come è stata definita per la prima volta dal famoso sociologo J.S.Mill). L’idea rivela tutto il potenziale del manga che ci presenta uno scenario ipotetico plausibile e al contempo mette a nudo le contraddizioni e le derive della nostra società informatizzata, con un forte accento critico verso l’uso dei social network.
La trama, immersa in un'atmosfera da thriller psicologico con tanto di indagine poliziesca, è ben congegnata, imprevedibile e non lesina colpi di scena e momenti topici che rinnovano di continuo l’interesse del lettore. I capitoli sono scanditi in scene e stagioni, mutuando i termini dalla serialità televisiva e tradendo una certa contaminazione della tecnica e del linguaggio narrativo. Nonostante alcuni passaggi verbosi a base di terminologie specialistiche di robotica, il ritmo del racconto è vivace e incalzante. La regia passa senza soluzione di continuità dalla descrizione delle azioni dell’automa alle schermate fisse dell’instant messaging e ancora alla suggestiva rappresentazione degli utenti nell’ambiente virtuale, con vignette dinamiche e funzionali che mantengono sempre alta la tensione. Le scene clou si aprono su imponenti doppie tavole panoramiche di forte impatto visivo.
Volume dopo volume assistiamo a una dettagliata evoluzione di questo moderno Prometeo dall’aspetto di un aggraziato Terminator, che con la sua intelligenza artificiale imparerà una serie di abilità (dalle arti marziali per l’autodifesa alle pratiche di pronto soccorso) in linea con gli input forniti dagli utenti che lo guidano instillandogli la scintilla "divina" della conoscenza. L’autore si sforza di rimanere in una posizione neutrale ma non esita a proporre questioni concrete e di attualità come il triste fenomeno dei kodokushi (persone che, abbandonate a sé stesse, muoiono in solitudine nelle loro case), la violenza sulle donne, l’immigrazione e il cyberbullismo, che donano all’opera un tono socio-filosofico affatto banale. Senza giudizi etici di sorta, ma con un filo di amaro sarcasmo, le contraddizioni della moderna società descritta in Dēmokratía si concentrano paradossalmente nell'umanoide sintetico, privo di coscienza e di proprietà decisionale.
Il tema della fragilità e della volubilità della struttura sociale è centrale ed emerge soprattutto nella gestione di Mai in rapporto agli individui reietti della società. Viene fuori una coscienza collettiva sostanzialmente debole, in balia degli umori e della conflittualità dei singoli. Se da un lato i principi di sincerità e solidarietà influenzano positivamente sia l'evoluzione di Mai che il vissuto degli stessi utenti, dall’altro creano attriti e rancori che finiscono per disintegrare l’armonia della community, minandone la capacità di discernimento. I “giocatori” più emotivi iniziano così a cedere a reazioni istintive e scomposte, tanto che a un certo punto uno degli utenti si ritroverà suo malgrado isolato e costretto ad abbandonare la simulazione. Gli stessi programmatori di Dēmokratía, lungi dall’essere immuni dagli sviluppi imprevisti dell’esperimento, verranno sopraffatti dagli eventi ormai fuori controllo.
Nel corso della lettura incontriamo una nutrita gamma di tipi psicologici e i frequenti cambi di prospettiva ci spingono a sondare le dinamiche di una fitta rete di relazioni a vari livelli: abbiamo al centro i due protagonisti e la loro creatura, a loro volta interconnessi alla folta platea di utenti di Dēmokratía seduti davanti al loro computer; poi abbiamo i vari comprimari che a mano a mano interagiscono con Mai, fra i quali spiccano un giovane emarginato vittima di bullismo e un anziano all’ultimo stadio di una grave malattia, entrambi davanti a un vicolo cieco della loro esistenza; infine entrano in scena i due poliziotti che iniziano a indagare quando la situazione sfugge di mano e ci scappa il morto.
Per quanto riguarda i disegni, l’approccio è realistico, soprattutto nella composizione dei set che sono ricavati direttamente da fotografie manipolate ad arte. Ne risultano scenari dal carattere freddo e didascalico che però riescono nell’intento di calare il lettore in una realtà convincente, concreta e tangibile. Il tratto pulito e netto del character design si sviluppa in una nutrita galleria di ritratti e in questa moltitudine Mai si distingue per la sua mimica vacua e glaciale. I personaggi principali invece sono più sfumati, a caratterizzarne lo spessore psicologico e la personalità, con un'espressività enfatizzata dal sapiente uso dei primi e primissimi piani. Il resto dei personaggi della rete è rappresentato per lo più da sagome indistinte a sottolineare l'anonimato e la mancanza dei volti crea un certo senso di disagio e spaesamento.
Unico vero limite dell’opera può essere intravisto nella brevità; visti i numerosi risvolti delle sotto trame legate ai singoli personaggi e la complessità delle tematiche, forse il plot avrebbe meritato un più largo respiro. Ne risulta che alcune situazioni sembrano effettivamente risolte in modo un po troppo sbrigativo o quanto meno artificioso, soprattutto in riferimento al finale “catartico” che mette troppa carne al fuoco tirando in ballo, fra l'altro, l'abusata idea di IA che prende coscienza di sé, nonché la minaccia all'ennesima apocalisse nucleare, topos cardine della narrazione a fumetti nipponica che qui sembra ormai ridotta a poco più che uno spauracchio. D’altro canto, uno dei principali pregi di Dēmokratía non è tanto quello di fornire risposte quanto quello di porre domande, di infondere dubbi e stimolare la riflessione e la curiosità del lettore.
In definitiva, si consiglia vivamente la lettura di Dēmokratía in quanto opera intelligente e intrigante che si inserisce a pieno titolo nella migliore tradizione della fantascienza (con un occhio di riguardo a Philip K. Dick) e appare come una sottile metafora della nostra stessa società contemporanea post capitalistica, dove la libertà democratica, il diritto di voto e il potere politico individuale ne escono sviliti e svuotati del loro valore intrinseco. Alcuni passaggi potrebbero risultare cervellotici e pesanti da digerire, tuttavia il soggetto è così accattivante nel proporci riferimenti continui alla contemporaneità e a una visione verosimile di un futuro prossimo che non si può non apprezzare il lavoro svolto complessivamente da Motoro Mase e dal suo staff.
Lasciatevi tentare dalla lettura!
Ultima uscita