Natsuko no Sake
Natsuko no Sake di Akira Oze è un esempio luminoso e cristallino di fumetto originale, autoriale e robusto, un'opera che incarna il senso più puro e mai vanesio del termine "classico". La lettura di questo manga-fiume si è rivelata un'esperienza artistica unica nel mio bagaglio culturale: un viaggio totalizzante nel Giappone agreste e rurale che, nonostante una fisiologica flessione centrale, si è concluso confermandosi come un autentico capolavoro d'altri tempi.
L'impatto iniziale con i primi volumi è stato travolgente, capace di trasmettere sensazioni calde, familiari e avvolgenti che richiamano le atmosfere di Our Little Sister, ma sostenute da un dialogato fluido ed estremamente fruibile, nonostante i fitti tecnicismi legati alla produzione artigianale e industriale del sake. La forza sotterranea dell'opera risiede nel suo valore intrinsecamente e autenticamente "green". Oze affronta il tema dell'agricoltura biologica, organica al 100% e non industriale, offrendo una visione ecologista genuina, radicalmente opposta alle narrazioni commerciali e di facciata che oggi vengono promosse a vantaggio di specifiche élite industriali.
Se le prime suggestioni visive potevano erroneamente suggerire un accostamento formale a Mitsuru Adachi, la prosecuzione della lettura cancella progressivamente questa affinità. Lo stile di disegno di Oze si afferma come assolutamente distintivo, traducendosi in un character design meno plastificato, più poetico e raffinato. I paesaggi campestri, le vedute agresti e le architetture delle case rurali sono di una bellezza strabiliante, tanto da giustificare la presenza dell'opera nella propria libreria anche solo per il puro piacere visivo. Con Adachi, tuttavia, Oze condivide una profonda radice nazional-popolare e quel senso caloroso che regola la descrizione dei rapporti umani.
La tenuta strutturale del manga sperimenta tuttavia un sensibile appesantimento nella sua parte centrale, tra il quinto e l'ottavo volume. In questa fase, la narrazione subisce una forte virata e assume qausi le caratteristiche di uno spokon (un manga sportivo/agonistico) applicato alla terra: i personaggi appaiono fanaticamente assorbiti dal proprio obiettivo – non la vittoria di un torneo, ma la coltivazione del riso perfetto – e le dinamiche relazionali e sentimentali finiscono per essere quasi del tutto sacrificate sull'altare di una monomania ossessiva per il "dio sake". Questo sviluppo a senso unico ha inevitabilmente raffreddato il mio entusiasmo iniziale di lettore, facendo emergere la stanchezza per una formula che appariva ridondante e che avrebbe giovato di una maggiore sintesi o di una più generosa concessione al romanticismo. Splendido e illuminante rimane, in questo frangente, il talk dell'autore a fine quinto volume, in cui denuncia il junk food sperimentato negli Stati Uniti alla fine degli anni '80, anticipando di decenni una spiccata sensibilità occidentale per la salute alimentare.
La svolta decisiva, che ha risollevato l'opera riportandola alle vette liriche dell'inizio, si compie a partire dal nono volume. L'allontanamento temporaneo dai campi per la visita a una distilleria concorrente restituisce il sapore evocativo del viaggio, aprendo la strada a una mescolanza riuscitissima di nostalgia e malinconia. Il ritorno del ricordo del fratello scomparso e il mistero legato a una vecchia bottiglia di sake infondono alla narrazione un realismo magico a fumetti di straordinaria efficacia, preludio a uno sprint finale magnifico. Una volta accettata la reale natura dell'opera – un dramma umano e lavorativo che si muove attorno al senso quasi mistico della produzione del sake –, ogni tassello va al suo posto, comprese le vicende sentimentali, che trovano la perfetta e agognata risoluzione.
Sul fronte editoriale, la collocazione di un'opera simile sul mercato occidentale appare estremamente complessa e di difficile ricezione per il pubblico generalista. Sarebbe un titolo perfetto su cui puntare con una promozione mirata, ma la sua pubblicazione in Italia resta un'ipotesi remota.
Natsuko no Sake è un'opera stupefacente, capace di coniugare delicatezza e robustezza in un affresco umano indimenticabile.
L'impatto iniziale con i primi volumi è stato travolgente, capace di trasmettere sensazioni calde, familiari e avvolgenti che richiamano le atmosfere di Our Little Sister, ma sostenute da un dialogato fluido ed estremamente fruibile, nonostante i fitti tecnicismi legati alla produzione artigianale e industriale del sake. La forza sotterranea dell'opera risiede nel suo valore intrinsecamente e autenticamente "green". Oze affronta il tema dell'agricoltura biologica, organica al 100% e non industriale, offrendo una visione ecologista genuina, radicalmente opposta alle narrazioni commerciali e di facciata che oggi vengono promosse a vantaggio di specifiche élite industriali.
Se le prime suggestioni visive potevano erroneamente suggerire un accostamento formale a Mitsuru Adachi, la prosecuzione della lettura cancella progressivamente questa affinità. Lo stile di disegno di Oze si afferma come assolutamente distintivo, traducendosi in un character design meno plastificato, più poetico e raffinato. I paesaggi campestri, le vedute agresti e le architetture delle case rurali sono di una bellezza strabiliante, tanto da giustificare la presenza dell'opera nella propria libreria anche solo per il puro piacere visivo. Con Adachi, tuttavia, Oze condivide una profonda radice nazional-popolare e quel senso caloroso che regola la descrizione dei rapporti umani.
La tenuta strutturale del manga sperimenta tuttavia un sensibile appesantimento nella sua parte centrale, tra il quinto e l'ottavo volume. In questa fase, la narrazione subisce una forte virata e assume qausi le caratteristiche di uno spokon (un manga sportivo/agonistico) applicato alla terra: i personaggi appaiono fanaticamente assorbiti dal proprio obiettivo – non la vittoria di un torneo, ma la coltivazione del riso perfetto – e le dinamiche relazionali e sentimentali finiscono per essere quasi del tutto sacrificate sull'altare di una monomania ossessiva per il "dio sake". Questo sviluppo a senso unico ha inevitabilmente raffreddato il mio entusiasmo iniziale di lettore, facendo emergere la stanchezza per una formula che appariva ridondante e che avrebbe giovato di una maggiore sintesi o di una più generosa concessione al romanticismo. Splendido e illuminante rimane, in questo frangente, il talk dell'autore a fine quinto volume, in cui denuncia il junk food sperimentato negli Stati Uniti alla fine degli anni '80, anticipando di decenni una spiccata sensibilità occidentale per la salute alimentare.
La svolta decisiva, che ha risollevato l'opera riportandola alle vette liriche dell'inizio, si compie a partire dal nono volume. L'allontanamento temporaneo dai campi per la visita a una distilleria concorrente restituisce il sapore evocativo del viaggio, aprendo la strada a una mescolanza riuscitissima di nostalgia e malinconia. Il ritorno del ricordo del fratello scomparso e il mistero legato a una vecchia bottiglia di sake infondono alla narrazione un realismo magico a fumetti di straordinaria efficacia, preludio a uno sprint finale magnifico. Una volta accettata la reale natura dell'opera – un dramma umano e lavorativo che si muove attorno al senso quasi mistico della produzione del sake –, ogni tassello va al suo posto, comprese le vicende sentimentali, che trovano la perfetta e agognata risoluzione.
Sul fronte editoriale, la collocazione di un'opera simile sul mercato occidentale appare estremamente complessa e di difficile ricezione per il pubblico generalista. Sarebbe un titolo perfetto su cui puntare con una promozione mirata, ma la sua pubblicazione in Italia resta un'ipotesi remota.
Natsuko no Sake è un'opera stupefacente, capace di coniugare delicatezza e robustezza in un affresco umano indimenticabile.
Di questo autore ho già recensito un’opera ma adesso per celbrare l’arrivo del suo "Kosetsu Jeeg" mi sforzerò di recensirne un’ altra cioè questo “Il sake di Natsuko”.
Innanzi tutto diciamo che come autore Akira Oze si è formato lavorando con maestri come Shotaro Ishinomori (la lettura di un fumetto del re del manga dirà in seguito Oze gli ha fatto capire cosa volesse fare nella vita) e Go Nagai.
Oze lavora con vari editori e pubblica su svariati magazine: con Hatsukoi Scandal vince il premio Shogakukan passato alla Kodansha pubblica nel 1988 questo seinen uscito su Morning: questa opera vede Oze parlare di qualcosa che lo appassiona, la vita delle piccole comunità agricole e il proseguire delle tradizioni.
Nella storia la ventenne Natsuko decide alla morte del fratello di dedicarsi al sogno di questi: creare il più buon sake del Giappone e per farlo si dedica al coltivare il riso biologico combattendo anche contro la maggior parte dei suoi compaesani che vorrebbe continuare ad usare pesticidi chimici.
La storia ha il difetto di essere troppo lineare. In quanto come figlio di contadini so che passare da un prodotto all’altro (qui da un tipo di riso ad uno più pregiato) e da un tipo di metodo di coltivazione ad un altro può essere molto problematico.
Poi l’autore usa uno dei topoi usuali del fumetto: la protagonista vuole una cosa, trova un ostacolo ma il suo entusiasmo vincerà le avversità convincendo tutti a fare come vuole.
Per chi vuole invece imparare qualcosa sul sake di riso giapponese qui troverà citati un mucchio di tipi con specifiche tipo il tipo X ha tanti gradi, il tipo Y ha tot alcool e viene mostrato come si fa il sake, si impara guardando Natsuko e i suoi uomini uno dei tanti metodi con la spiegazione di cosa si usa: riso, lievito ecc. e tutto questo senza annoiare.
Insomma penso che questo manga sia molto carino e i disegni sono nella media: lo stile di Oze non vi stupirà per essere bello o particolarmente dettagliato ma non vi troverete neanche davanti a brutti disegni o scelte di impaginazione “strane”.
Per quanto mi riguarda sento di poter dare a quest’opera un otto.
Innanzi tutto diciamo che come autore Akira Oze si è formato lavorando con maestri come Shotaro Ishinomori (la lettura di un fumetto del re del manga dirà in seguito Oze gli ha fatto capire cosa volesse fare nella vita) e Go Nagai.
Oze lavora con vari editori e pubblica su svariati magazine: con Hatsukoi Scandal vince il premio Shogakukan passato alla Kodansha pubblica nel 1988 questo seinen uscito su Morning: questa opera vede Oze parlare di qualcosa che lo appassiona, la vita delle piccole comunità agricole e il proseguire delle tradizioni.
Nella storia la ventenne Natsuko decide alla morte del fratello di dedicarsi al sogno di questi: creare il più buon sake del Giappone e per farlo si dedica al coltivare il riso biologico combattendo anche contro la maggior parte dei suoi compaesani che vorrebbe continuare ad usare pesticidi chimici.
La storia ha il difetto di essere troppo lineare. In quanto come figlio di contadini so che passare da un prodotto all’altro (qui da un tipo di riso ad uno più pregiato) e da un tipo di metodo di coltivazione ad un altro può essere molto problematico.
Poi l’autore usa uno dei topoi usuali del fumetto: la protagonista vuole una cosa, trova un ostacolo ma il suo entusiasmo vincerà le avversità convincendo tutti a fare come vuole.
Per chi vuole invece imparare qualcosa sul sake di riso giapponese qui troverà citati un mucchio di tipi con specifiche tipo il tipo X ha tanti gradi, il tipo Y ha tot alcool e viene mostrato come si fa il sake, si impara guardando Natsuko e i suoi uomini uno dei tanti metodi con la spiegazione di cosa si usa: riso, lievito ecc. e tutto questo senza annoiare.
Insomma penso che questo manga sia molto carino e i disegni sono nella media: lo stile di Oze non vi stupirà per essere bello o particolarmente dettagliato ma non vi troverete neanche davanti a brutti disegni o scelte di impaginazione “strane”.
Per quanto mi riguarda sento di poter dare a quest’opera un otto.