Amore di seconda mano
Con l'arrivo in Italia di Amore di seconda mano (Second Hand Love) grazie a Minimum Fax, si arricchisce finalmente il quadro editoriale attorno a Yamada Murasaki, una mangaka straordinaria che negli anni '80 ha saputo firmare tra le più belle e lucide pagine sulla complessità dell'universo femminile. Il prezioso volume si compone di due storie distinte (A Blue Flame e la title track), impreziosite da una galleria di splendide illustrazioni realizzate per un romanzo e da una fondamentale postfazione con un'intervista che illumina la rigorosa poetica dell'autrice.
Se in Tenui Bagliori la figura centrale era quella di una moglie e madre alle prese con le crepe del matrimonio e della routine, la prima storia di questo volume, A Blue Flame, si pone come uno specchio ideale e complementare, analizzando la condizione della donna nel ruolo di amante. Anche in questo caso la figura maschile si configura come un elemento limitante, a tratti soffocante e soverchiante, da cui la protagonista, Emi, deve difendersi per scavare a fatica il proprio spazio vitale senza farsi annullare. Emi è un personaggio splendido nella sua simultanea fragilità e fermezza; attraverso capitoli brevi, essenziali e concisi che compongono un quadro d'insieme simile a un mosaico, la donna sperimenta una profonda presa di coscienza e un cambio di identità anche visivo. Permane, come in tutta la produzione della Murasaki, quel delicato alone di fragilità intrinseca, che rende le sue donne sempre suscettibili di un ritorno alla dipendenza dall'uomo, a dimostrazione di come la libertà conquistata sia tanto sottile quanto le linee grafiche dell'autrice.
La seconda storia, Amore di seconda mano, rappresenta invece una deviazione stilistica e tematica inaspettata che ho finito per preferire alla prima. Qui la mangaka abbandona parzialmente il frammentismo impressionistico delle opere precedenti per abbracciare modalità narrative più estese, un racconto di stampo più tradizionale e un disegno nettamente più chiaroscurale. La consueta dinamica relazionale si sposta dal piano di coppia a quello filiale: il nucleo del racconto è lo scontro e la successiva conciliazione tra la protagonista e la figura paterna, mediata dalla presenza discreta e spirituale della madre scomparsa da tempo. Il rapporto transitorio con l'uomo del momento diventa solo uno strumento narrativo per risolvere il vero, autentico nodo emotivo legato al genitore. Anche in questo racconto più lungo, caratterizzato da dialoghi più distesi ma sempre sintetici ed essenziali, emerge la preferenza strutturale dell'autrice per la forma breve. Una narrazione eccessivamente dilatata avrebbe inevitabilmente annacquato la resa, mentre la Murasaki ha la necessità assoluta di raccontare sfruttando la pura forza della sintesi.
L'intervista finale esplicita i punti di riferimento culturali dell'autrice, a partire dal legame con il Seiichi Hayashi di Elegia in Rosso, del quale la Murasaki supera i limiti per posizionarsi, a mio avviso, accanto a giganti del calibro di Yoshihiro Tatsumi e Yoshiharu Tsuge. Emerge con chiarezza la sua radicale allergia verso i codici dello shōjo manga tradizionale: il netto rifiuto di occhi luccicanti o reticolati floreali si traduce in una costruzione della tavola rigorosamente geometrica e bilanciata. Questo rigore formale e lineare è essenziale per dare corpo a un pathos che non cerca la spettacolarizzazione drammatica, ma preferisce esprimersi sottovoce, trasmettendo trattenuto tutto il carico di rabbia, umiliazione, rancore e, infine, necessario perdono. Un volume davvero sensazionale, la cui pubblicazione italiana rende finalmente giustizia a un'autrice immensa.
Se in Tenui Bagliori la figura centrale era quella di una moglie e madre alle prese con le crepe del matrimonio e della routine, la prima storia di questo volume, A Blue Flame, si pone come uno specchio ideale e complementare, analizzando la condizione della donna nel ruolo di amante. Anche in questo caso la figura maschile si configura come un elemento limitante, a tratti soffocante e soverchiante, da cui la protagonista, Emi, deve difendersi per scavare a fatica il proprio spazio vitale senza farsi annullare. Emi è un personaggio splendido nella sua simultanea fragilità e fermezza; attraverso capitoli brevi, essenziali e concisi che compongono un quadro d'insieme simile a un mosaico, la donna sperimenta una profonda presa di coscienza e un cambio di identità anche visivo. Permane, come in tutta la produzione della Murasaki, quel delicato alone di fragilità intrinseca, che rende le sue donne sempre suscettibili di un ritorno alla dipendenza dall'uomo, a dimostrazione di come la libertà conquistata sia tanto sottile quanto le linee grafiche dell'autrice.
La seconda storia, Amore di seconda mano, rappresenta invece una deviazione stilistica e tematica inaspettata che ho finito per preferire alla prima. Qui la mangaka abbandona parzialmente il frammentismo impressionistico delle opere precedenti per abbracciare modalità narrative più estese, un racconto di stampo più tradizionale e un disegno nettamente più chiaroscurale. La consueta dinamica relazionale si sposta dal piano di coppia a quello filiale: il nucleo del racconto è lo scontro e la successiva conciliazione tra la protagonista e la figura paterna, mediata dalla presenza discreta e spirituale della madre scomparsa da tempo. Il rapporto transitorio con l'uomo del momento diventa solo uno strumento narrativo per risolvere il vero, autentico nodo emotivo legato al genitore. Anche in questo racconto più lungo, caratterizzato da dialoghi più distesi ma sempre sintetici ed essenziali, emerge la preferenza strutturale dell'autrice per la forma breve. Una narrazione eccessivamente dilatata avrebbe inevitabilmente annacquato la resa, mentre la Murasaki ha la necessità assoluta di raccontare sfruttando la pura forza della sintesi.
L'intervista finale esplicita i punti di riferimento culturali dell'autrice, a partire dal legame con il Seiichi Hayashi di Elegia in Rosso, del quale la Murasaki supera i limiti per posizionarsi, a mio avviso, accanto a giganti del calibro di Yoshihiro Tatsumi e Yoshiharu Tsuge. Emerge con chiarezza la sua radicale allergia verso i codici dello shōjo manga tradizionale: il netto rifiuto di occhi luccicanti o reticolati floreali si traduce in una costruzione della tavola rigorosamente geometrica e bilanciata. Questo rigore formale e lineare è essenziale per dare corpo a un pathos che non cerca la spettacolarizzazione drammatica, ma preferisce esprimersi sottovoce, trasmettendo trattenuto tutto il carico di rabbia, umiliazione, rancore e, infine, necessario perdono. Un volume davvero sensazionale, la cui pubblicazione italiana rende finalmente giustizia a un'autrice immensa.