Fiore
La fiaba grigia e la malinconia delle stagioni: Fiore di Taiyo Matsumoto
Accostarsi a una nuova opera di Taiyo Matsumoto è una certezza: che ci si muova nei territori del realismo dello slice of life, nella fantasia più sbrigliata o nelle visioni metropolitane, la delusione è un'ipotesi remota. Eppure, con Fiore (proposto in un’edizione cartonata di grande impatto, anche se forse secondo me quasi "penalizzata" da un formato un po' eccessivo rispetto alle esigenze reali della tavola), l’autore riesce a trovare una via del tutto peculiare, collocandosi a metà strada tra le sue anime narrative più celebri. Non siamo dalle parti del racconto di vita di Tokyo Higoro, né nel territorio del "fantascientifico malinconico" di Tekkon Kinkreet. Pubblicato in una fase già pienamente matura della sua carriera, questo volume del 2002 si offre al lettore come una sorta di straordinaria, forse irripetibile, "fiaba grigia".
La struttura della fiaba e l'ombra della malinconia
Perché per me di fiaba si tratta, fin dalle movenze e dalle atmosfere. La storia mette in scena due fratelli profondamente diversi tra loro, un padre e un villaggio avvolto in un alone di mistero, in cui le maschere non recano però la magia dei racconti fantastici, ma sono oggetti tangibili di una vita rituale precisa e radicata. È una fiaba che sa essere rarefatta nella costruzione delle tavole, pur conservando un disegno marcatamente ruvido, chiaroscurato e robusto, che rifugge qualsiasi evanescenza estetizzante.
Non è una fiaba truculenta alla maniera dei fratelli Grimm, ma non è nemmeno una storia edulcorata. Si muove piuttosto in un territorio "grigio", dove tra le pieghe del tranquillo scorrere del tempo in un villaggio isolato emerge la cifra stilistica in cui Matsumoto per me si dimostra maestro assoluto: la malinconia e la profonda caducità insita in ogni gesto quotidiano. Non a caso, il ritmo del racconto è scandito dallo scorrere delle stagioni, prendendo le mosse da quell'autunno che è per antonomasia il mese del declino, preludio di una rinascita che porta sempre con sé il peso ineludibile della nostalgia.
Il respiro di un palcoscenico naturale e mai fittizio
Il volume, relativamente breve e privo di eccessivi indugi descrittivi, si legge d'un fiato, come un soffio. Questa compattezza narrativa e formale preserva l'opera da qualsiasi passo falso, riconsegnandoci un Matsumoto capace di catturare il senso della transitorietà e della crescita con una sensibilità fuori dal comune.
Un elemento di grande interesse risiede nella genesi dell'opera, nata originariamente come sceneggiatura per una rappresentazione teatrale. Da qui deriva probabilmente quel senso di unità spazio-temporale "fiabesca" che governa le interazioni tra i personaggi; tuttavia, l'abilità dell'autore sta nel fatto che la narrazione non risulta mai "ingabbiata" sul palco. Al contrario, la storia respira pienamente all'interno di un paesaggio naturale di cui Matsumoto - in questo caso - non lesina affatto in dettagli panoramici e primissimi piani, regalandoci l'ennesimo saggio di un talento che non finisce mai di stupire.
Accostarsi a una nuova opera di Taiyo Matsumoto è una certezza: che ci si muova nei territori del realismo dello slice of life, nella fantasia più sbrigliata o nelle visioni metropolitane, la delusione è un'ipotesi remota. Eppure, con Fiore (proposto in un’edizione cartonata di grande impatto, anche se forse secondo me quasi "penalizzata" da un formato un po' eccessivo rispetto alle esigenze reali della tavola), l’autore riesce a trovare una via del tutto peculiare, collocandosi a metà strada tra le sue anime narrative più celebri. Non siamo dalle parti del racconto di vita di Tokyo Higoro, né nel territorio del "fantascientifico malinconico" di Tekkon Kinkreet. Pubblicato in una fase già pienamente matura della sua carriera, questo volume del 2002 si offre al lettore come una sorta di straordinaria, forse irripetibile, "fiaba grigia".
La struttura della fiaba e l'ombra della malinconia
Perché per me di fiaba si tratta, fin dalle movenze e dalle atmosfere. La storia mette in scena due fratelli profondamente diversi tra loro, un padre e un villaggio avvolto in un alone di mistero, in cui le maschere non recano però la magia dei racconti fantastici, ma sono oggetti tangibili di una vita rituale precisa e radicata. È una fiaba che sa essere rarefatta nella costruzione delle tavole, pur conservando un disegno marcatamente ruvido, chiaroscurato e robusto, che rifugge qualsiasi evanescenza estetizzante.
Non è una fiaba truculenta alla maniera dei fratelli Grimm, ma non è nemmeno una storia edulcorata. Si muove piuttosto in un territorio "grigio", dove tra le pieghe del tranquillo scorrere del tempo in un villaggio isolato emerge la cifra stilistica in cui Matsumoto per me si dimostra maestro assoluto: la malinconia e la profonda caducità insita in ogni gesto quotidiano. Non a caso, il ritmo del racconto è scandito dallo scorrere delle stagioni, prendendo le mosse da quell'autunno che è per antonomasia il mese del declino, preludio di una rinascita che porta sempre con sé il peso ineludibile della nostalgia.
Il respiro di un palcoscenico naturale e mai fittizio
Il volume, relativamente breve e privo di eccessivi indugi descrittivi, si legge d'un fiato, come un soffio. Questa compattezza narrativa e formale preserva l'opera da qualsiasi passo falso, riconsegnandoci un Matsumoto capace di catturare il senso della transitorietà e della crescita con una sensibilità fuori dal comune.
Un elemento di grande interesse risiede nella genesi dell'opera, nata originariamente come sceneggiatura per una rappresentazione teatrale. Da qui deriva probabilmente quel senso di unità spazio-temporale "fiabesca" che governa le interazioni tra i personaggi; tuttavia, l'abilità dell'autore sta nel fatto che la narrazione non risulta mai "ingabbiata" sul palco. Al contrario, la storia respira pienamente all'interno di un paesaggio naturale di cui Matsumoto - in questo caso - non lesina affatto in dettagli panoramici e primissimi piani, regalandoci l'ennesimo saggio di un talento che non finisce mai di stupire.