Parlare della popolarità di Dragon Ball, ormai, sembra quasi rimarcare l’ovvio: il manga di Akira Toriyama e relativo anime cult anni ‘80 e ‘90 sono sempre ai primi posti di ogni classifica, al centro dell’attenzione a ogni nuovo annuncio ufficiale, e in alcuni angoli di internet si parla quasi esclusivamente di lui.
Tutte le leggende hanno un inizio e un percorso, però, e oggi Dragon Ball, l’anime che adatta la prima parte del manga, compie 40 anni, e non c’è occasione migliore per raccontare fatti, aneddoti e vicissitudini di questa serie sempre amatissima e molto seguita.
Come col manga, così con l’anime, in principio fu Dr. Slump e Arale, che andava in onda nello slot preserale del mercoledì che sarebbe stato poi ereditato da Dragon Ball subito dopo la sua conclusione: uno slot estremamente fortunato, che apparterrà quasi esclusivamente ad Akira Toriyama e alle sue opere (condividendo lo spazio con Lamù, Maison Ikkoku e Rurouni Kenshin tra gli altri) fino all’avvento di One Piece.
Ovviamente, mantenere alto il livello di audience della fascia oraria, così come replicare il successo di Arale, era l’obiettivo primario e fondamentale, ma raggiungerlo non era facile come potesse sembrare, visto che, nonostante tutto, si trattava di due opere dall’atmosfera e dagli intenti molto diversi.

L’avventura parte il 26 febbraio 1986 (come facilmente intuibile), a sette giorni esatti dalla data di trasmissione dell’ultimo episodio di Dr. Slump e Arale.
Lo staff dell’anime rimane pressoché lo stesso di Dr. Slump, fatta eccezione per il nuovo art designer Tadanao Tsuji, e tutto viene sempre guidato da Toei Animation.
Gli inizi furono più che promettenti in fatto di successo di pubblico: l’episodio 47, appartenente alla saga del Red Ribbon, raggiunse il 29,5% di share, con l’episodio 56, che vede co-protagonista una robottina a cui i fan di Toriyama sono molto affezionati, che si posiziona al secondo posto con il 29,2%, anche se non si raggiungono i fasti del 36,7% di Dr. Slump, ma va anche detto che anche Maison Ikkoku, anime in onda subito dopo Dragon Ball nella medesima fascia oraria e canale, raggiunse un picco del 22,1% contro il 24,7% del suo predecessore, Lamù, e anche i loro ascolti medi hanno un grado di differenza simile.
Tuttavia, con il passare del tempo cominciarono a farsi sentire diverse problematiche: gli ascolti iniziarono a calare, e il merchandise, ad eccezione del gioco per Famicom/NES Shenron no Nazo, arrivato in Nord America come Dragon Power, che aveva venduto bene, non riuscì a ripetere la “febbre di Arale” che aveva travolto la prima metà del decennio nipponico.
Cosa stava andando storto?
Stava andando, in realtà, tutto troppo dritto.
Essendo lo staff dell’anime praticamente lo stesso, l’orario e il canale di trasmissione gli stessi, la casa di produzione la stessa e l’autore originale lo stesso, tutto assomigliava troppo a Dr. Slump, nonostante Dragon Ball sia comunque una serie più incentrata sull’azione, sin dall’inizio.
E nonostante, a detta dello stesso Toriyama, a molti piacesse comunque così, più “dolce” e simile a Dr. Slump, il problema principale è che il suo pubblico di riferimento era molto diverso rispetto a quello di Dr. Slump, che era più giovane e più “femminile”: molte ragazze dell’epoca (ricordiamo che il nostro riferimento è il Giappone di metà anni ‘80, e non l’Italia del 1989/1998) comprarono e fieramente esibirono materiale per la scuola dedicato ad Arale, ma non fecero lo stesso con Dragon Ball, che aveva delle premesse (e un protagonista) ben più orientate verso il pubblico maschile.
Non a caso, ad avere successo fu, per l'appunto, un videogioco per console da casa.
D’altronde, per noi italiani è normale pensare a ragazze appassionate del genere shonen, ma all’epoca l’interesse femminile per serie nate su riviste a target maschile stava appena appena nascendo (con Dr. Slump e soprattutto con Captain Tsubasa e Saint Seiya, che tra l'altro stava vendendo molto più merchandise di Dragon Ball, in questo stesso periodo, dimostrandosi maggiormente "trasversale" come appeal di pubblico).
Il tentativo di ripetere la “febbre di Arale” che si era scatenata nella prima metà del decennio stava fallendo miseramente, perché Toei si affidò troppo (e in effetti è un errore che ripete spesso) al detto “squadra che vince non si cambia”, quando invece la serie era cambiata eccome.
Toriyama non aveva intenzione di mettere troppo becco nell’adattamento anime, a parte la creazione di qualche personaggio (tra cui il look casual dello Stregone del Toro che poi verrà adottato anche nel manga), ma dopo un po’ si rese conto che l’adattamento animato era troppo animato, e consigliò a Toei di usare una tavolozza di colori meno ricca, e meno simile a quella di Dr. Slump e Arale.
Come sempre nella storia di questi due personaggi, se Toriyama fu piuttosto comprensivo ben meno accomodante fu l’editor della serie Kazuhiko Torishima, estremamente scontento sia delle vendite del merchandise sia della resa dell’anime, troppo “dolce” e ancora troppo simile a Dr. Slump arrivati alla saga del Mago Piccolo, quando ormai l’azione aveva preso il sopravvento e gli ascolti una piega drammaticamente calante.
La scena della sconfitta del demone, decisamente intensa e violenta, venne giudicata comunque resa in maniera troppo morbida, e Torishima telefonò a Toei, chiedendo al produttore di dimettersi, di “ereditare” parte dello staff di Saint Seiya (adattamento animato che decisamente rendeva molto meglio il climax di un combattimento) e di creare una nuova serie: si avvicina Dragon Ball Z.
Se nel 1989 la corsa dell’anime di Dragon Ball giunge al termine in Giappone, quello stesso anno comincia in Italia, con un primo doppiaggio romano e una trasmissione nella fascia in syndication Junior TV: purtroppo, la maledizione della Casa del Leone colpì anche Dragon Ball, e vennero doppiati solo i primi 54 episodi, cioè fino alla fuga di Goku, Bulma e Crilin dalla base sottomarina dei pirati, e interrompersi qui è veramente crudele ironia, visto che l’episodio 55 è il primo che vede Goku arrivare al Villaggio Pinguino.
Tuttavia, Dragon Ball non sarebbe rimasto interrotto troppo a lungo: tra il 1992 e il 1994 Fininvest acquista i diritti della serie, affidando la direzione del doppiaggio a Maurizio Torresan, l’indimenticabile Paolo Torrisi.
In realtà, Torrisi venne inizialmente scelto dai piani alti di Merak Film per doppiare solamente Goku bambino, ma, siccome poi Goku sarebbe cresciuto e sarebbe servita la sua voce anche per quella parte della storia, venne deciso di affidare Goku bambino a Patrizia Scianca, e Goku adulto a Paolo Torrisi; solo poi venne deciso di affidargli anche la direzione.
Paolo Torrisi si innamorò profondamente di Dragon Ball, credendo fin da subito nel potenziale dell’opera e facendo un lavoro di direzione e doppiaggio che aveva del viscerale; correzione continua dei dialoghi per farli sembrare il meno cartooneschi possibile, lettura preventiva e accurata dei copioni per essere sempre sicuri di cosa sta succedendo e di come spiegare al meglio come sta procedendo la trama ai vari doppiatori coinvolti, anche perdendo più di metà turno ad affrontare questi argomenti.
Persino le urla venivano affrontate in maniera accurata e “studiata”, cosa che in effetti in Dragon Ball è fondamentale, mentre anche per i nomi si è cercato il più possibile di non allontanarsi troppo dall’originale come suono, o come significato, e considerando come venivano adattati gli anime in Fininvest tra il ‘92 e il ‘98 (quando Dragon Ball venne effettivamente ridoppiato), la differenza si vede.
I risultati non tardarono ad arrivare: dopo un primo passaggio su Junior TV, Dragon Ball approda su Mediaset in chiusura di decennio con ascolti altissimi (spesso era il programma più visto della giornata) e diventando un culto e un appuntamento imprescindibile per chiunque pranzasse a casa dopo la scuola.
Torrisi l’aveva previsto: anche quando altri guardavano alla lavorazione di Dragon Ball con sospetto o, quantomeno, pensando che non fosse troppo dissimile dagli altri anime doppiati in Merak in quel periodo, Torrisi era fermamente convinto che si trattasse di una lunga, epica saga che avrebbe accattivato gli spettatori tanto quanto accattivò lui.
E aveva ragione.
Che lo si preferisca allo Z o che si sia più orientati verso la parte prettamente “action”, che lo si sia seguito sulle TV private o su Italia 1, Dragon Ball resta Dragon Ball, anche se ha “ereditato” moltissimo, secondo gli autori originali anche troppo, da Dr. Slump e Arale, e anche se inizialmente non ha avuto il successo sperato, in patria; indipendentemente da tutto, e dal fatto che spesso venga lasciato indietro (anche perché molto del merchandise è indirizzato al pubblico, vastissimo, americano, che ha avuto Dragon Ball molto più tardi dello Z, per quanto assurdo possa suonare, ma sui pasticci fatti negli USA con Dragon Ball e non solo si potrebbe scrivere un articolo a parte ben più lungo di questo), la prima serie animata ha e avrà per sempre un fascino tutto suo, anche perché siamo stati abbastanza fortunati da fruirne in una forma decisamente meno “fantasiosa” di altre opere animate giapponesi contemporanee (o posteriori) arrivate in Italia in quel periodo.
Tutte le leggende hanno un inizio e un percorso, però, e oggi Dragon Ball, l’anime che adatta la prima parte del manga, compie 40 anni, e non c’è occasione migliore per raccontare fatti, aneddoti e vicissitudini di questa serie sempre amatissima e molto seguita.
Come col manga, così con l’anime, in principio fu Dr. Slump e Arale, che andava in onda nello slot preserale del mercoledì che sarebbe stato poi ereditato da Dragon Ball subito dopo la sua conclusione: uno slot estremamente fortunato, che apparterrà quasi esclusivamente ad Akira Toriyama e alle sue opere (condividendo lo spazio con Lamù, Maison Ikkoku e Rurouni Kenshin tra gli altri) fino all’avvento di One Piece.
Ovviamente, mantenere alto il livello di audience della fascia oraria, così come replicare il successo di Arale, era l’obiettivo primario e fondamentale, ma raggiungerlo non era facile come potesse sembrare, visto che, nonostante tutto, si trattava di due opere dall’atmosfera e dagli intenti molto diversi.

L’avventura parte il 26 febbraio 1986 (come facilmente intuibile), a sette giorni esatti dalla data di trasmissione dell’ultimo episodio di Dr. Slump e Arale.
Lo staff dell’anime rimane pressoché lo stesso di Dr. Slump, fatta eccezione per il nuovo art designer Tadanao Tsuji, e tutto viene sempre guidato da Toei Animation.
Gli inizi furono più che promettenti in fatto di successo di pubblico: l’episodio 47, appartenente alla saga del Red Ribbon, raggiunse il 29,5% di share, con l’episodio 56, che vede co-protagonista una robottina a cui i fan di Toriyama sono molto affezionati, che si posiziona al secondo posto con il 29,2%, anche se non si raggiungono i fasti del 36,7% di Dr. Slump, ma va anche detto che anche Maison Ikkoku, anime in onda subito dopo Dragon Ball nella medesima fascia oraria e canale, raggiunse un picco del 22,1% contro il 24,7% del suo predecessore, Lamù, e anche i loro ascolti medi hanno un grado di differenza simile.
Tuttavia, con il passare del tempo cominciarono a farsi sentire diverse problematiche: gli ascolti iniziarono a calare, e il merchandise, ad eccezione del gioco per Famicom/NES Shenron no Nazo, arrivato in Nord America come Dragon Power, che aveva venduto bene, non riuscì a ripetere la “febbre di Arale” che aveva travolto la prima metà del decennio nipponico.
Cosa stava andando storto?
Stava andando, in realtà, tutto troppo dritto.
Essendo lo staff dell’anime praticamente lo stesso, l’orario e il canale di trasmissione gli stessi, la casa di produzione la stessa e l’autore originale lo stesso, tutto assomigliava troppo a Dr. Slump, nonostante Dragon Ball sia comunque una serie più incentrata sull’azione, sin dall’inizio.
E nonostante, a detta dello stesso Toriyama, a molti piacesse comunque così, più “dolce” e simile a Dr. Slump, il problema principale è che il suo pubblico di riferimento era molto diverso rispetto a quello di Dr. Slump, che era più giovane e più “femminile”: molte ragazze dell’epoca (ricordiamo che il nostro riferimento è il Giappone di metà anni ‘80, e non l’Italia del 1989/1998) comprarono e fieramente esibirono materiale per la scuola dedicato ad Arale, ma non fecero lo stesso con Dragon Ball, che aveva delle premesse (e un protagonista) ben più orientate verso il pubblico maschile.
Non a caso, ad avere successo fu, per l'appunto, un videogioco per console da casa.
D’altronde, per noi italiani è normale pensare a ragazze appassionate del genere shonen, ma all’epoca l’interesse femminile per serie nate su riviste a target maschile stava appena appena nascendo (con Dr. Slump e soprattutto con Captain Tsubasa e Saint Seiya, che tra l'altro stava vendendo molto più merchandise di Dragon Ball, in questo stesso periodo, dimostrandosi maggiormente "trasversale" come appeal di pubblico).
Il tentativo di ripetere la “febbre di Arale” che si era scatenata nella prima metà del decennio stava fallendo miseramente, perché Toei si affidò troppo (e in effetti è un errore che ripete spesso) al detto “squadra che vince non si cambia”, quando invece la serie era cambiata eccome.
Toriyama non aveva intenzione di mettere troppo becco nell’adattamento anime, a parte la creazione di qualche personaggio (tra cui il look casual dello Stregone del Toro che poi verrà adottato anche nel manga), ma dopo un po’ si rese conto che l’adattamento animato era troppo animato, e consigliò a Toei di usare una tavolozza di colori meno ricca, e meno simile a quella di Dr. Slump e Arale.
Come sempre nella storia di questi due personaggi, se Toriyama fu piuttosto comprensivo ben meno accomodante fu l’editor della serie Kazuhiko Torishima, estremamente scontento sia delle vendite del merchandise sia della resa dell’anime, troppo “dolce” e ancora troppo simile a Dr. Slump arrivati alla saga del Mago Piccolo, quando ormai l’azione aveva preso il sopravvento e gli ascolti una piega drammaticamente calante.
La scena della sconfitta del demone, decisamente intensa e violenta, venne giudicata comunque resa in maniera troppo morbida, e Torishima telefonò a Toei, chiedendo al produttore di dimettersi, di “ereditare” parte dello staff di Saint Seiya (adattamento animato che decisamente rendeva molto meglio il climax di un combattimento) e di creare una nuova serie: si avvicina Dragon Ball Z.
Se nel 1989 la corsa dell’anime di Dragon Ball giunge al termine in Giappone, quello stesso anno comincia in Italia, con un primo doppiaggio romano e una trasmissione nella fascia in syndication Junior TV: purtroppo, la maledizione della Casa del Leone colpì anche Dragon Ball, e vennero doppiati solo i primi 54 episodi, cioè fino alla fuga di Goku, Bulma e Crilin dalla base sottomarina dei pirati, e interrompersi qui è veramente crudele ironia, visto che l’episodio 55 è il primo che vede Goku arrivare al Villaggio Pinguino.
Tuttavia, Dragon Ball non sarebbe rimasto interrotto troppo a lungo: tra il 1992 e il 1994 Fininvest acquista i diritti della serie, affidando la direzione del doppiaggio a Maurizio Torresan, l’indimenticabile Paolo Torrisi.
In realtà, Torrisi venne inizialmente scelto dai piani alti di Merak Film per doppiare solamente Goku bambino, ma, siccome poi Goku sarebbe cresciuto e sarebbe servita la sua voce anche per quella parte della storia, venne deciso di affidare Goku bambino a Patrizia Scianca, e Goku adulto a Paolo Torrisi; solo poi venne deciso di affidargli anche la direzione.
Paolo Torrisi si innamorò profondamente di Dragon Ball, credendo fin da subito nel potenziale dell’opera e facendo un lavoro di direzione e doppiaggio che aveva del viscerale; correzione continua dei dialoghi per farli sembrare il meno cartooneschi possibile, lettura preventiva e accurata dei copioni per essere sempre sicuri di cosa sta succedendo e di come spiegare al meglio come sta procedendo la trama ai vari doppiatori coinvolti, anche perdendo più di metà turno ad affrontare questi argomenti.
Persino le urla venivano affrontate in maniera accurata e “studiata”, cosa che in effetti in Dragon Ball è fondamentale, mentre anche per i nomi si è cercato il più possibile di non allontanarsi troppo dall’originale come suono, o come significato, e considerando come venivano adattati gli anime in Fininvest tra il ‘92 e il ‘98 (quando Dragon Ball venne effettivamente ridoppiato), la differenza si vede.
I risultati non tardarono ad arrivare: dopo un primo passaggio su Junior TV, Dragon Ball approda su Mediaset in chiusura di decennio con ascolti altissimi (spesso era il programma più visto della giornata) e diventando un culto e un appuntamento imprescindibile per chiunque pranzasse a casa dopo la scuola.
Torrisi l’aveva previsto: anche quando altri guardavano alla lavorazione di Dragon Ball con sospetto o, quantomeno, pensando che non fosse troppo dissimile dagli altri anime doppiati in Merak in quel periodo, Torrisi era fermamente convinto che si trattasse di una lunga, epica saga che avrebbe accattivato gli spettatori tanto quanto accattivò lui.
E aveva ragione.
Che lo si preferisca allo Z o che si sia più orientati verso la parte prettamente “action”, che lo si sia seguito sulle TV private o su Italia 1, Dragon Ball resta Dragon Ball, anche se ha “ereditato” moltissimo, secondo gli autori originali anche troppo, da Dr. Slump e Arale, e anche se inizialmente non ha avuto il successo sperato, in patria; indipendentemente da tutto, e dal fatto che spesso venga lasciato indietro (anche perché molto del merchandise è indirizzato al pubblico, vastissimo, americano, che ha avuto Dragon Ball molto più tardi dello Z, per quanto assurdo possa suonare, ma sui pasticci fatti negli USA con Dragon Ball e non solo si potrebbe scrivere un articolo a parte ben più lungo di questo), la prima serie animata ha e avrà per sempre un fascino tutto suo, anche perché siamo stati abbastanza fortunati da fruirne in una forma decisamente meno “fantasiosa” di altre opere animate giapponesi contemporanee (o posteriori) arrivate in Italia in quel periodo.
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