Negli ultimi tempi il cinema di Hirokazu Kore'eda è al centro dell’attenzione in Italia grazie all’iniziativa di BiM Distribuzione “Riflessi dell’invisibile: il primi capolavori di Kore-eda” che riporta nelle sale, dal 14 maggio al 1 luglio 2026, i primi quattro film del regista, offrendo l’occasione di riscoprire le origini di uno degli autori più influenti del cinema contemporaneo.
Un evento significativo, reso ancora più attuale dalla recente presenza del cineasta al Festival di Cannes con la sua ultima opera Sheep in the box, a conferma di una carriera che continua a interrogare con delicatezza e profondità i temi della memoria, della perdita e dei legami umani.

Rivedere oggi Maborosi - i bagliori dell'anima significa confrontarsi con un Kore'eda in parte diverso da quello che il pubblico ha imparato ad amare negli anni. Se opere come Shoplifters - Un affare di famiglia o Father and Son avevano privilegiato la vita interna alle famiglie e una riflessione dedicata ai rapporti affettivi, qui il regista costruisce un film austero e quasi metafisico, dominato da silenzi e spazi vuoti.
È un’opera rarefatta, in cui ogni immagine sembra custodire un significato nascosto e ogni gesto appare gravato da un peso invisibile.
Fin dalle prime sequenze il film introduce una dimensione sospesa, in cui sogno, morte e senso di colpa convivono in equilibrio precario.
La figura della nonna che ritorna a casa per morire apre una strada destinata a percorrere tutto il racconto: l’impossibilità di trattenere chi sente il bisogno di andarsene, o forse viene richiamato da qualcosa che sfugge alla comprensione umana. È una ferita che accompagna Yumiko sin dall’infanzia e che si riapre tragicamente con la morte improvvisa del marito Ikuo, interpretato da un giovane Tadanobu Asano.
Il mistero è racchiuso già nel titolo. “Maborosi” rimanda infatti a un’illusione luminosa, una sorta di luce spettrale che, secondo una leggenda popolare, apparirebbe sul mare attirando fatalmente verso la morte.
Kore'eda non trasforma mai questa suggestione in una spiegazione narrativa esplicita; preferisce lasciarla sospesa come metafora di una forza insondabile che sembra trascinare gli esseri umani verso l’assenza.
In questo senso il film rifiuta qualsiasi rassicurazione psicologica: la morte irrompe senza motivazioni chiare e lascia chi resta imprigionato in uno spazio emotivo fatto di domande irrisolte.

La fotografia (Premio Osella d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1995) di Masao Nakabori è l’elemento che più rende tangibile questa condizione interiore con un controllo rigoroso della composizione.
Non esiste un’inquadratura casuale in Maborosi. I campi lunghissimi, le figure umane ridotte a presenze fragili all’interno del paesaggio e l’uso della luce naturale costruiscono un cinema di grande rigore formale.
Il mare, i sentieri battuti dal vento, gli interni attraversati da una luminosità lattiginosa non sono semplici scenografie, ma luoghi pregni di memoria e di lutto. Alcune immagini hanno una qualità pittorica e contemplativa, quadri capaci di trasformare il vuoto in presenza narrativa.
La regia segue la stessa logica minimale, limitando i movimenti di macchina e preferendo lasciare che il tempo scorra dentro l’inquadratura. La formazione documentaristica di Kore'eda emerge soprattutto nell’attenzione per i dettagli apparentemente marginali e per i cosiddetti tempi morti, che in realtà diventano il cuore emotivo del film.
Un esempio emblematico è il campanello della bicicletta di Ikuo, che ritorna come leit motiv fantasmagorico, riverbero di una presenza che continua a occupare lo spazio anche dopo la scomparsa.
Allo stesso modo, il film lavora attraverso ripetizioni e piccoli ritorni: figure che si dissolvono nel paesaggio, porte che si aprono improvvisamente, gesti quotidiani che sembrano replicarsi in una malinconica circolarità.

La prova dell’attrice protagonista è fondamentale. Makiko Esumi costruisce una Yumiko davvero convincente, sospesa tra fragilità e distacco. La sua presenza, elegante e malinconica, diventa il volto stesso dello smarrimento esistenziale che attraversa il film. Kore'eda la riprende spesso mentre avanza lentamente nello spazio o mentre il suo sguardo sembra cercare oltre l’inquadratura una risposta impossibile. Le emozioni non vengono mai espresse apertamente, ma emergono attraverso pause ed esitazioni.
Ed è proprio questa sottrazione a rendere Maborosi un film ancora oggi molto interessante. Kore'eda non cerca di spiegare il dolore né di trasformarlo in melò strappalacrime; preferisce osservarne le tracce invisibili lasciate nelle persone e nei luoghi.
Il risultato è un’opera di rara intensità visiva ed emotiva, capace di trasformare il silenzio e l’assenza in materia cinematografica.

.
Con la rassegna “Riflessi dell’invisibile: il primi capolavori di Kore-eda”, dal 14 maggio al 1 luglio, BiM Distribuzione porta sul grande schermo: Maborosi - I bagliori dell’anima (dal 14 maggio), Nobody knows - Come si diventa adulti (evento 25, 26, 27 maggio), Still walking - Camminando un giorno d’estate (evento 15, 16, 17 giugno), After life - Qual è il tuo ricordo più bello? (29, 30 giugno e 1 luglio).
Un evento significativo, reso ancora più attuale dalla recente presenza del cineasta al Festival di Cannes con la sua ultima opera Sheep in the box, a conferma di una carriera che continua a interrogare con delicatezza e profondità i temi della memoria, della perdita e dei legami umani.

Rivedere oggi Maborosi - i bagliori dell'anima significa confrontarsi con un Kore'eda in parte diverso da quello che il pubblico ha imparato ad amare negli anni. Se opere come Shoplifters - Un affare di famiglia o Father and Son avevano privilegiato la vita interna alle famiglie e una riflessione dedicata ai rapporti affettivi, qui il regista costruisce un film austero e quasi metafisico, dominato da silenzi e spazi vuoti.
È un’opera rarefatta, in cui ogni immagine sembra custodire un significato nascosto e ogni gesto appare gravato da un peso invisibile.
A Osaka la giovane Yumiko è tormentata dal ricordo di un sogno ricorrente legato alla nonna, fuggita di casa per morire nel proprio villaggio natale. Nel sogno compare anche un ragazzo in bicicletta: anni dopo quel ragazzo diventa suo marito, Ikuo, con cui costruisce una vita semplice e serena. Ma la morte improvvisa e inspiegabile dell’uomo getta Yumiko in un dolore profondo. Trasferitasi in un villaggio sul mare insieme al nuovo marito Tamio, la donna tenta di ricominciare, senza però riuscire a liberarsi dall’ombra del passato.
Fin dalle prime sequenze il film introduce una dimensione sospesa, in cui sogno, morte e senso di colpa convivono in equilibrio precario.
La figura della nonna che ritorna a casa per morire apre una strada destinata a percorrere tutto il racconto: l’impossibilità di trattenere chi sente il bisogno di andarsene, o forse viene richiamato da qualcosa che sfugge alla comprensione umana. È una ferita che accompagna Yumiko sin dall’infanzia e che si riapre tragicamente con la morte improvvisa del marito Ikuo, interpretato da un giovane Tadanobu Asano.
Il mistero è racchiuso già nel titolo. “Maborosi” rimanda infatti a un’illusione luminosa, una sorta di luce spettrale che, secondo una leggenda popolare, apparirebbe sul mare attirando fatalmente verso la morte.
Kore'eda non trasforma mai questa suggestione in una spiegazione narrativa esplicita; preferisce lasciarla sospesa come metafora di una forza insondabile che sembra trascinare gli esseri umani verso l’assenza.
In questo senso il film rifiuta qualsiasi rassicurazione psicologica: la morte irrompe senza motivazioni chiare e lascia chi resta imprigionato in uno spazio emotivo fatto di domande irrisolte.

La fotografia (Premio Osella d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1995) di Masao Nakabori è l’elemento che più rende tangibile questa condizione interiore con un controllo rigoroso della composizione.
Non esiste un’inquadratura casuale in Maborosi. I campi lunghissimi, le figure umane ridotte a presenze fragili all’interno del paesaggio e l’uso della luce naturale costruiscono un cinema di grande rigore formale.
Il mare, i sentieri battuti dal vento, gli interni attraversati da una luminosità lattiginosa non sono semplici scenografie, ma luoghi pregni di memoria e di lutto. Alcune immagini hanno una qualità pittorica e contemplativa, quadri capaci di trasformare il vuoto in presenza narrativa.
La regia segue la stessa logica minimale, limitando i movimenti di macchina e preferendo lasciare che il tempo scorra dentro l’inquadratura. La formazione documentaristica di Kore'eda emerge soprattutto nell’attenzione per i dettagli apparentemente marginali e per i cosiddetti tempi morti, che in realtà diventano il cuore emotivo del film.
Un esempio emblematico è il campanello della bicicletta di Ikuo, che ritorna come leit motiv fantasmagorico, riverbero di una presenza che continua a occupare lo spazio anche dopo la scomparsa.
Allo stesso modo, il film lavora attraverso ripetizioni e piccoli ritorni: figure che si dissolvono nel paesaggio, porte che si aprono improvvisamente, gesti quotidiani che sembrano replicarsi in una malinconica circolarità.

La prova dell’attrice protagonista è fondamentale. Makiko Esumi costruisce una Yumiko davvero convincente, sospesa tra fragilità e distacco. La sua presenza, elegante e malinconica, diventa il volto stesso dello smarrimento esistenziale che attraversa il film. Kore'eda la riprende spesso mentre avanza lentamente nello spazio o mentre il suo sguardo sembra cercare oltre l’inquadratura una risposta impossibile. Le emozioni non vengono mai espresse apertamente, ma emergono attraverso pause ed esitazioni.
Ed è proprio questa sottrazione a rendere Maborosi un film ancora oggi molto interessante. Kore'eda non cerca di spiegare il dolore né di trasformarlo in melò strappalacrime; preferisce osservarne le tracce invisibili lasciate nelle persone e nei luoghi.
Il risultato è un’opera di rara intensità visiva ed emotiva, capace di trasformare il silenzio e l’assenza in materia cinematografica.

.
Nato a Tokyo, Hirokazu Kore'eda si è laureato all'Università di Waseda nel 1987. Ha iniziato la sua carriera dirigendo diversi documentari televisivi.
I suoi film sono stati selezionati nei principali festival mondiali ottenendo i premi più prestigiosi:
- Nobody knows (Premio per il miglior attore al Festival di Cannes nel 2004);
- Little Sister (in concorso al Festival di Cannes nel 2005 e vincitore tra gli altri del Premio dell'Accademia Giapponese e del Premio della Giuria al Festival del Cinema di San Sebastián);
- I wish (Premio per la Miglior Sceneggiatura al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastian nel 2011);
- Father and Son (Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2013);
- Un affare di famiglia (Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 2018 e candidato ai premi Oscar come miglior film straniero);
- L'innocenza (Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes nel 2023).
I suoi film sono stati selezionati nei principali festival mondiali ottenendo i premi più prestigiosi:
- Nobody knows (Premio per il miglior attore al Festival di Cannes nel 2004);
- Little Sister (in concorso al Festival di Cannes nel 2005 e vincitore tra gli altri del Premio dell'Accademia Giapponese e del Premio della Giuria al Festival del Cinema di San Sebastián);
- I wish (Premio per la Miglior Sceneggiatura al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastian nel 2011);
- Father and Son (Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2013);
- Un affare di famiglia (Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 2018 e candidato ai premi Oscar come miglior film straniero);
- L'innocenza (Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes nel 2023).
Con la rassegna “Riflessi dell’invisibile: il primi capolavori di Kore-eda”, dal 14 maggio al 1 luglio, BiM Distribuzione porta sul grande schermo: Maborosi - I bagliori dell’anima (dal 14 maggio), Nobody knows - Come si diventa adulti (evento 25, 26, 27 maggio), Still walking - Camminando un giorno d’estate (evento 15, 16, 17 giugno), After life - Qual è il tuo ricordo più bello? (29, 30 giugno e 1 luglio).
Pro
- Fotografia straordinaria: ogni inquadratura è costruita con grande rigore visivo
- Regia raffinata e minimalista basata su silenzi e tempi dilatati
- Interpretazioni intense, misurate e autentiche.
- Riflessione profonda sul lutto senza retorica né melodramma.
- Atmosfera unica, sospesa e ipnotica, capace di lasciare sensazioni persistenti.
Contro
- Il ritmo lento, le lunghe pause e le inquadrature statiche possono risultare pesanti per lo spettatore occasionale.
- Narrazione rarefatta: alcuni passaggi possono apparire troppo enigmatici o astratti.
- L'emotività trattenuta potrebbe apparire come freddezza a chi cerca scene drammatiche più forti.









Vabbè che sono andata post-lavoro quindi ero decisamente stanca, ma è stato molto difficile mantenere alta l'attenzione... Ci sono pochissimi momenti climatici, ma per lo più vediamo stralci si vita semplice, bambini che giocano, la donna che si prende cura della casa, riprese infinite di paesaggi... Insomma, non mi ha convinto moltissimo.
Poi non capisco perché si chiami "Maborosi" quando il termine corrispettivo giapponese dovrebbe essere "Maboroshi", mi fa andare fuori di testa 🫠
Perché anche nel 2026 ai giapponesi non è ancora chiaro che il kunrei non debba essere usato per prodotti da distribuire all'estero, figuriamoci quando è stato portato il film in occidente (credo 1997) (rilevante nel discorso e probabilmente in ritardo di almeno una decina di anni).
Ovviamente il film è distribuito col culo e non mi faccio 1h di andata e 1h di ritorno per vederlo quindi ciaone.
Ho invece odiato la mini intervista iniziale, ma chi ha pensato fosse una buona idea? Solite domande banali e dopo 10 minuti di pubblicità ho ancora dovuto sopportare sta roba, assurdo.
Sono semplicemente due modi diversi di romanizzare la parola giapponese, non ce n'è uno corretto e uno sbagliato. E' chiaro che l'Hepburn aiuta la pronuncia per chi non lo conosce, infatti quando ho preso il biglietto ho detto "Maborosi" (con la s di "scia") e la commessa mi ha detto "intendi Maborosi?" (s dura)
Anche io ho pensato ad una traslitterazione con un sistema diverso, anche data l'età del film. Ma non saprei se attribuirla ai giapponesi o al distributore. Comunque non me lo spiego: possibile che per l'uscita in Italia nessuno abbia usato il sistema più comunemente usato? Anche perché il film viene presentato con il titolo originale nella versione VO, quindi Maboroshi no Hikari, da cui poi si sono inventati di sana pianta un sottotitolo italiano che usa parole a caso, e così per i film successivi. Quindi la traslitterazione "corretta" volendo l'avevano. A meno che sia stata mantenuta magari qualche versione di quando il film è giunto in Europa, o comunque si volesse preservare la locandina, non ho trovato altra spiegazione. Però speravo meglio, ben conscio di come anche oggi su film nuovi si diano nomi sciocchi ai film.
Io sono riuscito a vederlo domenica scorsa a Milano (che comunque è 1h andata e ritorno per me, ma sono abituato) e sia distribuzione che programmazione lì non è stata male (lo tengono fino a metà di settimana prossima con diversi spettacoli al giorno). La proiezione che ho visto io era pure preceduta ad un'introduzione in sala di circa una mezz'ora alle opere del regista.
Per i successivi sarà un problema perché, inspiegabilmente, sono proposti nella modalità evento come per diversi anime. Ho già chiesto ad alcuni cinema se magari proporranno una loro programmazione, ma mi è stato detto che estenderanno la proposta se andrà bene nei primi tre giorni: per me è un controsenso, significa vincolare una programmazione più comoda alla riuscita di una più scomoda e limitante che aumenta il rischio in se di non prolungarsi.
Per altro non capisco perché fare programmazione estesa solo per il primo film e non i successivi.
Il film in se mi è piaciuto ma l'ho trovato estremamente lento e non viene data allo spettatore una chiave di lettura: è proprio uno stralcio di vita senza un epilogo e su cui si può solo fare le proprie riflessioni. Si capisce il senso: il dramma e il lutto non abbandonano, sono pronti a riemergere e saranno una costante della vita da affrontare di volta in volta. Non viene dato un sollievo o un'accettazione.
Si nota chiaramente il background del regista nel girare documentari, il film sembra davvero il risultato di aver seguito una telecamera la vita di una persona, con i suoi tempi lunghi e la sua immobilità.
Non per tutti.
Devi eseguire l'accesso per lasciare un commento.