Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Oggi ci dedichiamo a titoli del 2013, con gli anime Strike the Blood, Golden Time e Uchouten Kazoku.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.


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Con ogni probabilità, "Strike the Blood" è una delle serie che ho maggiormente apprezzato nell'ottima stagione autunnale 2013. Una serie che mi ha stupito positivamente per la notevole mole d'azione, per i combattimenti splendidamente realizzati e per la mole di rivelazioni ed evoluzioni nella trama che hanno saputo mantenere alto il mio interesse.

"Strike the Blood" è una serie della stagione autunnale 2013 composta da ventiquattro episodi di durata canonica. L'opera trae origine dall'omonima light novel del 2011, la quale ha dato origine a un manga nel 2012.

Trama: si narra che il più potente tra i vampiri detenga il titolo di "Quarto Progenitore", un individuo tale da dominare ben dodici famigli e possedere poteri tali da scatenare devastazione e calamità naturali. Il Quarto Progenitore si manifesta in Giappone, precisamente nell'isola artificiale di Itogami, luogo creato apposta per gestire le varie creature non umane in relativa pace e armonia. Tale isola è alimentata da una potente forma di energia magica. Il Quarto Progenitore altri non è che Kojō Akatsuki, un apparentemente normale studente liceale, il quale rischia di perdere la ragione alla vista del sangue (e di altre situazioni stimolanti, come il collo nudo di una ragazza). Il ragazzo non sa in che modo ha ottenuto il titolo di Quarto Progenitore, poiché ogni volta che tenta di ricordare l'accaduto è colpito da violenti attacchi di emicrania. Affinché il Quarto Progenitore non si scateni e rechi devastazione, l'Organizzazione del Re Leone invia una sciamana guerriera, Yukino Himeragi, col ruolo d'osservatrice. Yukino possiede Sekkarō, un'arma in grado di poter contrastare i poteri vampireschi di Kojō. Da questo punto avrà inizio una serie di eventi tali da risvegliare gradualmente i poteri del Quarto Progenitore e coinvolgere gli altri abitanti dell'isola (e non solo).

Grafica: dovendo trovare un difetto in questa serie, lo sottolineerei sul comparto grafico. Le ambientazioni non sono molto varie (poiché quasi tutta la serie è ambientata nell'isola artificiale di Itogami), tuttavia sono realizzate ottimamente, con una grande attenzione per il dettaglio. Eccelse le animazioni, dotate di rapidità e una grande fluidità, le quali massimizzano ed esaltano ogni scena d'azione. Bellissimo il character design, il quale riceve notevoli opere di cosmesi rispetto al manga e alle illustrazioni presenti nella light novel. Ottimo il monster design. Il difetto grafico risiede nel fatto che spesso vi è una sfocatura globale, la quale separa le linee, i profili, le ombreggiature; gli stessi colori paiono distaccati dal loro contesto naturale, creando uno sgradevole effetto di bassa risoluzione. Ignoro se tale effetto sia voluto o se sia dovuto a limitazioni grafiche, tuttavia attendo il Blu-ray per accertarmi di tale difetto.

Sonoro: davvero splendido. Forse si è investito di più sul comparto sonoro che su quello grafico. Le opening sono un concentrato energico di dinamismo, splendidi gli arrangiamenti. Le ending tendono a essere più dolci, ma ugualmente ben realizzate. Le OST sono magnifiche, ed enfatizzano splendidamente le varie scene d'azione, così come le parti più dolci e delicate della serie. Ottimi gli effetti sonori. Doppiaggio pressoché perfetto.

Personaggi: ottimi e ben fatti. Ottima la loro caratterizzazione, approfondito e ben sviluppato il fattore introspettivo (nonostante sia una serie d'azione); è presente anche un buon fattore evolutivo di ciascun personaggio (sia in termini di maturazione individuale, sia in termini di abilità nel combattimento), l'interazione non può che essere eccellente.

Sceneggiatura: "Strike the Blood" presenta una struttura composita, costituita da una serie di archi narrativi che nascono e si concludono all'interno della serie. In tal modo si massimizza la fruibilità e la chiarezza narrativa, così da focalizzare maggiormente l'attenzione dello spettatore su ciascuna saga piuttosto che su una visione globale dell'opera. La gestione temporale risulta lineare e progressiva, in un crescendo di avvenimenti e saghe. Ciascun episodio sembra ripercorrere uno schema narrativo ricorrente. La prima parte è dedicata alla componente di vita quotidiana/sentimentale/scolastica con alcuni elementi ecchi. Terminata tale parte (solitamente breve) ci si fionda sull'elemento scatenante delle scene d'azione e dei combattimenti. Il ritmo s'attesta su livelli medio/veloci. Sono presenti rari flashback e flashforward. Le scene di azione sono abbondanti, così come sono presenti diversi combattimenti in cui non manca la violenza e la morte, mai inappropriate e gratuite. È presente un discreto quantitativo di fanservice (mai esagerato o fastidioso). I dialoghi s'attestano su ottimi livelli.

Finale: occorre spendere qualche parola sugli ultimi due archi narrativi (composti rispettivamente da tre e due episodi), i quali sono più brevi rispetto agli archi narrativi precedenti (solitamente composti da quattro episodi ciascuno). Ciò dà un senso di "compressione" rispetto ai ritmi leggermente più distesi delle saghe precedenti, ragion per cui avvengono molti più fatti rispetto al solito e tutto pare più frenetico. Non che questo sia un male di per sé, tuttavia è percepibile una differenza di gestione degli avvenimenti, e questo può non piacere. In ogni caso la conclusione dell'ultimo arco narrativo è molto bella, in particolar modo ciò che accade dopo l'ending sembra preannunciare importanti sviluppi per un'eventuale seconda serie.

In sintesi, "Strike the Blood" è un più che degno rappresentante dell'ottima stagione autunnale 2013. Un'opera fresca, intrigante, coinvolgente, piacevolissima e dal notevole quantitativo di azione e colpi di scena che sa cogliere l'attenzione dello spettatore e la sa mantenere alta fino alla fine, offrendo azione e dinamismo. Mi sarebbe piaciuto un formato da ventisei episodi (così da approfondire meglio gli ultimi due archi narrativi), tuttavia non è possibile incolpare la serie per questo. Confido in una seconda stagione. Consigliata a chiunque ami le serie d'azione con combattimenti d'alto livello e non si scandalizza per la presenza di elementi di natura ecchi.


5.0/10
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Trasferitosi dalla campagna nella grande metropoli di Tōkyō per frequentare l'università, Tada Banri si presenta ai suoi colleghi come un ragazzo normale che vuole godersi al meglio la sua vita da studente, non lasciando nulla al caso ma vivendo appieno l'esperienza della capitale. Richiamando alla mente quei venerdì pomeriggio delle scuole elementari inglesi, definiti per l'appunto Golden Time, nei quali i bambini si divertono, giocano, scambiano una chiacchiera e si rilassano in compagnia dei loro amichetti, gli universitari protagonisti di questa serie non prendono mai un libro in mano e passano il loro tempo fra attività ludiche, club, gite in spiaggia, tra la casa di uno e quella di un altro, in bar, karaoke, discoteche, ecc. La commedia romantica incentrata su un ragazzo affetto da amnesia, in seguito alla caduta da un ponte dovuta ad un pirata della strada, e un'eccentrica figura femminile che con un mazzo di fiori schiaffeggia il fidanzato perché non l'ha avvertita del suo trasferimento, si esplica in 24 episodi divisi fra puntate in puro stile slice of life, che narrano la quotidianità universitaria di quei giapponesi che dopo le sofferenze del liceo e degli esami di ammissione vogliono godersi la società nel microcosmo accademico, e continua in passaggi drammatici che vedono coinvolto lo scandagliamento della psiche di Tada Banri, in un percorso alla ricerca del sé perduto.

Tada Banri, da me ribattezzato Tada Balla o Balle Gratis (in giapponese tada vuol dire appunto "gratis"), data la sua spiccata indole bugiarda che lo obbliga a mentire per quasi tutto l'anime fondando la sua relazione amorosa e le amicizie su una serie di menzogne, è la vergogna del genere maschile. Con la scusa dello spaesamento dovuto all'amnesia, che faceva riaffiorare sentimenti passati e ricordi che travolgevano il personaggio privandolo della sua individualità, Banri compiva scelte dettate dalla paura e da emozioni contrastanti che non sono condivisibili se non dalla categoria degli "stronzi". Da fidanzato accetta il corteggiamento spudorato di un'altra ragazza, che non ha eventuali interpretazioni al di fuori del cercare una tresca; dice di amare una, dice di voler bene all'altra; ha bisogno della luce di una, ricerca nelle tenebre di una discoteca una "limonata" con l'altra; mente sulla sua salute ad una, ricerca l'altra per farsi aiutare con le crisi di personalità. Per quanto abbia voluto capirlo, compartirlo, simpatizzare per un povero ragazzo che è affetto da una grossa amnesia e dal terrore di non essere chi realmente dovrebbe essere, non sono riuscita a passare sopra a determinate scelte che ha compiuto e alla sua maleducazione e mancanza di rispetto: mano a mano che procedeva la storia, ai miei occhi Tada Banri diveniva sempre più saitei, come lo chiama Oka Chinami verso uno degli episodi finali, ossia "lo schifo".
Salvo una leggera empatia con l'otaku 2D-kun e un apprezzamento fisico per il biondino Mitsuo, gli altri personaggi maschili fanno solo da contorno al protagonista, su cui purtroppo ruota l'intero apparato della trama. Lo scettro del potere è invece consegnato alle donne. La fidanzata di Banri, Kaga Kouko, conosciuta anche come la stalker per la sua eccessiva gelosia, che la porta a pedinare il suo boyfriend per sentirsi sicura o a sbucargli sempre in casa, per strada, dietro le spalle, ovunque - nemmeno gli avesse attaccato addosso un rilevatore satellitare-, è una ragazza che dietro la maschera di forza, emancipazione, decisione, di donna fatta e finita, nasconde un animo molto fragile e insicuro. In più di un'occasione ci si può ben immedesimare in lei, che chiede scusa per il suo essere eccentrica, ma che non riesce poi a farne a meno perché è fatta com'è fatta, e che piange, si arrabbia, si dispera, urla, e al contempo sorride, va avanti, combattiva e ferma sulle sue volontà. Kouko dà il 100% di sé nelle cose che fa, è così seria da spaventare a volte chi le sta affianco, com'è accaduto col suo ex Mitsuo, che la vedeva tale e quale al demonio invasore della privacy, una maledizione lanciata da qualche strega quand'era bambino. Purtroppo Kouko condivide il palcoscenico con Linda, la sua rivale in amore, senpai, e novella Maria Goretti, con la quale sarà costretta a dividere tutto, perfino il fidanzato! Linda è uno di quei personaggi femminili che mi fanno più ripugnanza, perché col fare da santarellina e i modi da crocerossina, si insinua come una serpe fra Banri e Kouko, senza un minimo d'accortezza, lasciando il pudore ad altri. Non nego che la sua posizione sia purtroppo difficile e tremenda, vedersi dimenticate dal ragazzo che si ama è orribile e mai lo augurerei a qualcuna; tuttavia non accetto la pretesa di volergli rimanere accanto in modi discutibili e invadenti, che fuorviano Banri più che incanalarlo. E' vero che a differenza di Kouko e delle sue nefaste pensate, Linda è sempre lì presente, disposta ad aiutarlo, a caricarsi in spalla le sue confidenze, dubbi, amarezze, finché non avesse visto la sua felicità; ma proprio perché ha ben dichiarato ciò che prova per lui, è ingenuo credere che dietro tutte queste premure non ci fossero secondi fini o speranze di un eventuale ritorno di fiamma. Ciò me l'ha fatta apparire falsa, arrivista e subdola.

Insomma il quadro dei personaggi non è il massimo, eppure da uno slice of life qual è Golden Time, che si incentra e concentra sulla psicologia dei personaggi e sulle loro interrelazioni, ci si sarebbe aspettati una caratterizzazione più forte, ma soprattutto più corretta, meno vile, per far sì che la storia lanciasse imput positivi e non si perdesse negli intrighi e tradimenti da telenovela spagnola. Inoltre la realtà che ci viene presentata in maniera piuttosto particolareggiata è contaminata da elementi sovrannaturali, nel puro genere del realismo magico, tanto caro alla letteratura giapponese contemporanea (per esempio, Yoshimoto Banana e Murakami Haruki). Questa crisi del vero non solo sposta l'attenzione del lettore e gli insinua il dubbio, ma fa anche perdere aderenza ai fatti narrati, poiché più li presenta come eventi che accadono sul serio, più una volta inserito il fantasma di Banri, che dal passato cerca di impossessarsi del corpo del ragazzo e ritornare a vestire i suoi panni, crolla quel reale che si è messo in scena.

L'apparato tecnico di Golden Time purtroppo non mantiene per tutti e 24 gli episodi e per tutta la durata degli stessi. Se da un lato il chara design è bello e accattivante, sposandosi bene coi gusti sia degli uomini sia delle donne, dall'altro l'animazione non sempre lo risalta e anzi lo imbruttisce, con movimenti poco fluidi e macchinosi, disegni manchevoli di prospettiva, superficialità nella cura del dettaglio. Lo stesso vale per l'OST, che se da un lato si avvale di una prima opening e una prima ending piacevoli e orecchiabili, canzoni che ti fanno venir voglia di riascoltarle, nella seconda parte della serie cambia l'intro e outro con due nuove melodie che non reggono il confronto con le precedenti. Il doppiaggio è invece di buona qualità.

Golden Time è un anime partito bene, che si perde per strada e si conclude in maniera abbastanza becera. Per la prima parte segue la novel di Takemiya Yuyuko, la stessa autrice di Toradora!, per poi prendere una strada diversa verso la fine. Forse la mancata aderenza all'opera dalla quale è tratta non ha giovato a questa serie, che inizialmente era davvero carina, simpatica, spumeggiante, piacevole da vedere. Mi dispiace che abbia preso la piega che ha preso, forse anche per questo il mio giudizio, pari ad un 5, resta più una mancata sufficienza che una sonora insufficienza.


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Yasaburo Shimogamo si mescola nella città dove vive, ma che poco gli appartiene. Passa inosservato tra gli uomini riversati nei locali a cielo aperto che si trovano lungo il fiume che fa da specchio alle luminarie del luogo. Brindano e chiacchierano gli umani, ignari della realtà che convive con loro: i tengu che solcano il cielo, e i tanuki relegati sulla terra; tutti accanto a loro, assumendo le loro stesse sembianze umane. Un equilibrio di cui tengu e tanuki sono consapevoli, e che portano avanti celandolo ai comuni esseri umani invischiati nel traffico quotidiano e nelle chiacchiere tra conoscenti. Anche i tengu e i tanuki, una volta mescolati, difficilmente sanno riconoscersi attraverso le proprie vesti camaleontiche. E, dunque, ci addentriamo nella vita di ogni giorno di queste creature straordinarie, ascoltando la voce narrante del protagonista, Yasaburo, che racconta la storia della propria famiglia.
Yasaburo è il terzo dei quattro figli maschi cresciuti da Souichiro e Haha, due tanuki: minuscoli esseri simili a dei procioni, capaci di cambiare forma a seconda delle proprie abilità. Il primogenito della famiglia sembra essere il duro di cuore dai sani e concreti principi, Yaichiro. Yajiro, invece, è lo sfaccendato di casa, travolto dai dissidi interiori e rifugiatosi nell'inerme forma di una rana relegata all'interno di un pozzo che gli regala una vita monotona e riflessiva (dalle tante parole spese su di lui, vi confermo che è il personaggio che mi è risultato più interessante fra tutti). Infine, il piccolo Yashiro non vede l'ora di crescere e di sfuggire al bullismo dei cugini con le proprie forze. Ma la famiglia non è al completo, una grave ombra incombe sull'amorevole mamma e i suoi quattro figli. L'ombra appartiene al padre venuto a mancare in seguito all'evento più temuto dalla razza dei tanuki: finire nella bocca degli umani.

La serie, Uchouten Kazoku, segue, a un ritmo lento, le vicende di vita quotidiana di una famiglia all'apparenza spensierata, ma che combatte nel rimanere unita nonostante la pesante perdita che torna nella mente di tutti loro. Eppure, quello di finire mangiati, è un destino a cui i tanuki sono preparati. Può capitare, e, anche se fa male, Yasaburo e la sua famiglia non sembrano percepire la sorte del padre come un'eccezionalità, al punto da riuscire a intrattenere dei rapporti con coloro che hanno goduto dello stufato il cui ingrediente principale era Souichiro!
Tralasciando questa particolare stranezza, che può anche starci, passo col criticare l'estrema lentezza e inconsistenza che ha caratterizzato la visione di questo prodotto animato dello scorso anno (2013), tanto ben reclamizzato. A dispetto dei pareri positivi, devo avvisare che la storia di Yasaburo e famiglia non è per niente dinamica, il che può anche starci. Ci sta più stretto, invece, il fatto che, seppure si tratti di una storia famigliare, non è detto che mi interessi osservare le giornate di Yasaburo alle terme col suo vecchio maestro (un tengu) o seguire lo sguardo di vecchietti infatuati della bella Benten. E già che ci siamo, è stato piuttosto deviante il fatto che Benten abbia monopolizzato l'attenzione per buona parte dell'anime, composto da tredici episodi, per poi risultare semplicemente una furbona con un bel visino, che si è pappata Souichiro, ma che è utile ai fini della trama molto meno di quanto lo siano gli effetti dell'alcol per tutti quanti i personaggi. Ma torniamo all'inconsistenza di buona metà di questa serie, i cui sentimenti, se c'erano, non mi sono giunti nelle lente e vacue scaramucce quotidiane raccontate nei primi episodi. Avvicinandosi alla fine, finalmente in Uchouten Kazoku si son decisi a rivelarci qualcosa in più sui personaggi, qualcosa che non sia inutile, ma che faccia sì che il pubblico si senta vicino alle vite di questi tanuki. Ed è nelle battute finali che scopriamo i sentimenti più profondi e potenti che si nascondono nei componenti nella famiglia. Sentimenti che dal passato si trascinano nel presente, determinando quello che sono diventati, come si sono allontanati, e perché sono fondamentalmente uniti. Perché sono uniti? Sono tutti idioti. A uno a uno, tutta la famiglia e anche i conoscenti glielo riconoscono.

A malincuore ho constatato che se si fosse giocato maggiormente sui sentimenti latenti all'interno della famiglia, Uchouten Kazoku sarebbe potuto essere un anime indimenticabile, un anime in cui il senso della famiglia è il fulcro. La famiglia che rinnega i propri legami, che convive con le proprie memorie e i propri rimpianti, con ciò che li accomuna e ciò che li allontana fra i componenti. Sarebbe valsa la pena se ci fosse stato maggior spazio dedicato a riflessioni che risultassero più consistenti di un semplice blaterare dello stufato di tanuki. Tant'è che sulla carta questo era un anime dalle doti considerevoli.

Al di là del chara che può sembrare semplice e abbozzato, quasi infantile, le figure si muovono su dei fondali a dir poco suggestivi dai quali si evince un tocco accurato nei dettagli. C'è un clima in cui si ha voglia di immergersi: l'autunno che incornicia la figura di Benten di foglie rosse, la famiglia quasi al completo investita dai fiocchi di neve mentre è riunita dinanzi ad un albero di Natale, la vegetazione incolta nei pressi del pozzo muschiato dove risiede Yajiro che contempla la magnifica luna dall'oblò che si apre sulla sua testa. Tutto questo e altri scenari, condensati in magnifici colori, sono accompagnati da semplici e orecchiabili musiche in stile tradizionale. Meno tradizionale è l'opening che involontariamente si insinua nella mente dello spettatore, mentre l'ending risulta graziosamente delicata con le sue dolci note molto meno pop. Un'atmosfera incantata, che strizza l'occhio a ciò che c'è di più affascinante nelle tradizioni culturali giapponesi, nelle immagini di luoghi che abbiamo potuto solo sognare e che pochi di noi hanno scoperto. Tutto questo convive con la storia di una famiglia mitica che da oltre 1200 anni convive con la realtà della moderna città. Eppure i tanuki non tengono il passo col ritmo cittadino, e non riescono a comunicare quanto sarebbe stato nelle loro possibilità.