Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

8.5/10
-

Makoto Shinkai torna in grande forma, e questa volta lo fa trattando un tema piuttosto complesso, ovvero la percezione dei viaggi nello spazio-tempo, letta nella chiave in cui riesce a identificarsi meglio, ovvero la rappresentazione adolescenziale-romantica. Ne scaturisce un lavoro davvero curato e intenso, probabilmente il suo migliore.
In passato questo autore “solista” ci aveva abituato a scenari caleidoscopici, coloratissimi e capaci di trasmettere una nostalgia sovrannaturale, ma, nel contempo, ognuno dei suoi prodotti appariva acerbo, incompleto, quasi incompiuto, potremmo dire. I protagonisti di Shinkai sono sempre stati un ragazzo e una ragazza adolescenti, immersi in scenari vasti, sconfinati, a cavallo fra il sogno e la malinconia, nel bel mezzo di avventure talvolta fantastiche, talvolta semplici, e in ogni caso dalla straordinaria intensità emotiva. Ma a fronte di un piacere visivo fatto “in casa” di grandissima qualità capitava che la struttura della trama risultasse fin troppo semplice, o fragile e incompleta.
In “Your Name.”, parte di questo “difetto” viene finalmente meno: Shinkai decide di tessere un racconto forse non originale, ma sicuramente molto più complesso e ragionato, che rende giustizia a dei disegni, dei colori, dei fondali, delle animazioni e a una colonna sonora davvero memorabili.

L’idea non è certo innovativa, anzi: riecco due protagonisti scontati, cioè una ragazza e un ragazzo, entrambi liceali, entrambi pieni di sogni e aspettative per il futuro. Ma, questa volta, la loro correlazione e le loro percezioni non saranno affatto scontate.
Il tutto parte come qualcosa di incomprensibile. La ragazza in questione è una giovane “di campagna” come tante altre, carina, allegra, intraprendente, di nome Mitsuha. Vive in un paesino sperduto fra le montagne, è una liceale, si occupa delle tradizioni del luogo, suo padre è il sindaco del paesino, ma a quanto pare non ama affatto lo stile di vita provinciale e “antiquato” del luogo; il suo sogno sarebbe quello di trasferirsi a Tokyo e cambiare finalmente vita. Una notte, però, Mitsuha fa un sogno veramente paradossale: si ritrova a vestire i panni di un ragazzo di città, un tipo di nome Taki, che vive proprio a Tokyo, e fa una vita simile alla sua, ma al tempo stesso completamente diversa in quanto a ritmi e abitudini giornaliere. È una situazione imbarazzante, ma alla fine si tratta soltanto di un sogno... che importa? Non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che quel ragazzo di nome Taki esiste davvero, e abita veramente a Tokyo, e una notte, senza nessun motivo, anch’egli sperimenta un sogno stranissimo in cui si ritrova nel corpo di una ragazza che vive in un paesino sperduto fra le montagne, una bella adolescente figlia del sindaco del paese...
Da qui scatta la scintilla del film: i sogni si ripetono, ed è chiaro che non si tratti soltanto di fantasie oniriche. I due imparano a conoscersi in modo parallelo ma distante, in un susseguirsi di eventi e situazioni che dapprima appariranno come coincidenze, ma con lo svolgimento della trama sveleranno un destino comune allineato da qualcosa di più che il semplice fato.

“Your Name.” brilla davvero come le stelle notturne, fulgide e romantiche che Shinkai ci ha illustrato negli anni passati. Non ha cambiato il suo modo di proporre arte, né ha cambiato la sua struttura classica, e forse questo può far apparire il tema di fondo un po’ monotono, soprattutto se ci si aspettava qualcosa di totalmente innovativo. Ma, a conti fatti, è stato questo proseguire con lo stesso tipo di impostazione a ricreare un’atmosfera a lui congeniale, accompagnata da una colonna sonora coinvolgente, capace di portarci nel cuore di una storia d’amore assolutamente non convenzionale; anzi, una storia che non è nemmeno possibile definirla “d’amore”, ma d’amore mai vissuto.
C’è del Giacomo Leopardi in questa malinconia astratta, ma solo in piccole dosi. Si focalizza l’Amore con la A maiuscola come potere sovrannaturale, più che “semplice” sentimento, una forza così grande e così intensa, se pura e sincera, da vincere ogni genere di distanza, oltre il tempo e lo spazio, quasi strizzando l’occhio a quell’incredibile e metafisico finale che ci regalò “Interstellar” di Christopher Nolan, da cui ne eredita quantomeno il concetto di unione sopra ogni altra legge fisica e quantistica.

In fondo anche questo tema non è certo qualcosa di originale, ma il regista e disegnatore capace di dispensare sogni tramite immagini ha questa volta fatto centro: la qualità dei disegni è aumentata rispetto ai suoi precedenti lavori; le animazioni sono un vero orgasmo visivo. Le luci, i colori, il susseguirsi di fotogrammi e l’impostazione in stile “anime seriale” dei primi venti minuti arricchiscono il film come mai visto prima.
Nella parte centrale, la storia accelera decisamente, coinvolgendo lo spettatore in modo più deciso e toccante; ogni punto interrogativo posto all’inizio viene lentamente risolto, ogni dubbio svelato. Il finale è a metà fra il malinconico e il lieto fine, ma senza ombra di dubbio aperto e struggente.
Considerandolo nella sua interezza, “Your Name.” non è certo vicino alla perfezione, ma risulta un viaggio emotivo a più livelli, e anche con ritmi differenti: compassato e gioviale all’inizio, tanto da strappare diversi sorrisi, concitato e sconcertante fino alla metà, sconvolgente verso la fine, malinconico ed emozionante sul finale, e al tempo stesso rivelatore dei suoi stessi enigmi, così da aprire letteralmente il cervello di chi si è immerso in questa apnea visiva. Forse una caratterizzazione maggiormente approfondita di alcuni personaggi avrebbe arricchito il tutto, ma possiamo accettarlo anche in questa forma.

A mio avviso, finalmente, il lavoro più completo di Shinkai, capace ora di confrontarsi coi più grandi maestri dell’animazione contemporanea senza nessuna remora, e non solo al botteghino, dove ha riscosso, com’era logico che fosse, grandi numeri: “Your Name.” parla al cuore con le parole giuste. Magari non è innovatore né rivoluziona, anche perché non ne ha alcuna necessità, ma emoziona come pochi altri film recenti riescono a fare. Ed è ciò che conta.

-

La teoria dell' "Homo faber" è nata nell'Antica Roma grazie al pensiero dello storico e politico latino Gaio Sallustio, il quale, all'interno delle sue "Epistulae ad Caesarem senem de re pubblica", utilizza l'espressione "faber est suae quisque fortunae", per descrivere il console romano Appio Claudio Cieco. Tale teoria è stata poi sviluppata durante il periodo rinascimentale attraverso la rivalutazione della figura dell'uomo, considerandolo intelligente, capace di utilizzare al meglio ciò che la natura gli offre, ed essere dunque artefice del proprio destino.
In effetti, la considerazione dell'uomo come artefice del proprio destino è la chiave di volta per l'interpretazione del prodotto di animazione "Uchiage Hanabi, Shita kara Miru ka? Yoko kara Miru ka?": prendere delle decisioni nel corso della nostra esistenza potrebbe avere degli effetti e delle conseguenze non solo su noi stessi, ma anche su chi ci circonda.

Il protagonista, Norimichi, ha avuto molteplici volte la possibilità di tornare indietro, attraverso quell'alone magico che caratterizza il film, per modificare il corso degli eventi e cercare in tutti i modi di migliorare la precaria condizione nella quale si trova la sua compagna di classe Nazuna. Nella realtà, invece, l'essere umano deve fare i conti con delle vicende che non può manipolare o modificare a suo piacimento, ecco perché diventano fondamentali le scelte che perseguiamo nel momento in cui si pongono dinanzi a noi. In altri termini, l'autore si è focalizzato principalmente sull'importanza dei processi di decision making e su quanto siano rilevanti abilità come la riflessione e la razionalità in tali processi. Tuttavia, si tratta di una triste e cruda contraddizione, in quanto l'essere umano stesso si trova nella maggior parte dei casi in situazioni imprevedibili e sulle quali non può riflettere all'istante, di conseguenza subentrano forze innate come l'impulsività e l'irrazionalità che alterano in maniera decisamente negativa i nostri modi di agire e pensare. Il lungometraggio stesso ne è una triste prova, in quanto Norimichi è dovuto tornare indietro nel tempo svariate volte prima che le cose potessero andare per il verso giusto, e ogni possibile realtà alternativa è caratterizzata dai personaggi che provano stati emotivi completamente diversi a seconda dei casi e della rilevanza che assumono all'interno della storia.

Sulla narrazione non ci sono molte cose da dire... è incentrata fondamentalmente sulla questione di Nazuna: la ragazza non vuole abbandonare la propria scuola a causa dell'ennesimo matrimonio in cui è coinvolta la madre. Il destino oramai segnato di Nazuna viene modificato molteplici volte da Norimichi e dai suoi costanti viaggi nel tempo. Al di fuori di questo singolo evento è difficile riferirsi a qualcos'altro, se non a un particolare dilemma che viene proposto decine e decine di volte durante il lungometraggio: i fuochi d'artificio sono piatti o rotondi? Inizialmente ritenevo potesse nascondersi una specifica simbologia dietro questo particolare evento, ma, dopo alcune ricerche andate a vuoto sul web, una possibile interpretazione potrebbe essere quella di un dualismo tra realtà e soprannaturale che si alternano continuamente nel corso della storia.

Lo Studio Shaft è una garanzia quando si parla di comparto grafico, riuscendo attraverso delle interessanti inquadrature ad esaltare anche gli aspetti più banali o meno interessanti di uno sfondo o di una sceneggiatura. Mentre guardavo il film mi è venuto subito da pensare a "Bakemonogatari", quando venivano proiettate particolari inquadrature e oggetti. Delle OST e del doppiaggio non ci si può affatto lamentare.

Complessivamente, "Fireworks" (titolo abbreviato) è un buon prodotto che si concentra solo ed esclusivamente sulla trasmissione di un unico messaggio. Il lungometraggio non si sofferma a dovere sulla trama, per non parlare poi della quasi assenza della caratterizzazione narrativa e psicologica dei vari protagonisti, di cui non sappiamo veramente nulla. Molto è stato lasciato alla libera interpretazione da parte dello spettatore e il finale ne rappresenta un chiaro esempio, troppi sono i punti interrogativi lasciati senza una minima spiegazione.
Dunque, se siete amanti del mistero e vi interessa dare una personale interpretazione a quasi tutto quello che vedete, questo lungometraggio fa proprio al caso vostro!
Il mio voto finale è 7.

-

Innanzitutto, cos’è "Colorful"? Un film del 2010, firmato Keichi Hara (famoso per il precedente “Un’estate con Coo”). La storia si apre in quella che sembra una rappresentazione astratta del purgatorio in cui varie anime, mere sagome grigie, si mettono in fila per compiere quell’ultimo salto verso l’aldilà. Tra le tante, una viene fermata da Purapura, un’entità astrale che, su comando di Dio, informa l’anima che ha vinto una lotteria celeste.
Lo spirito, di cui non conosciamo il volto, di cui non sentiamo la voce, di cui non sapremo mai il nome, appare però infelice della notizia; non sembra entusiasta dell’idea di tornare di nuovo sulla terra, preferirebbe scomparire per sempre, uscire dalla catena di reincarnazioni. Ma, obbligato, viene spedito nel corpo dello studente Makoto Kobayashi, morto suicida poco prima, dopo aver ingerito delle pillole.
Il patto per quest’angosciata anima, intrappolata in un corpo non suo, è quello di riuscire a scoprire quale sia stato il suo peccato, cosa l’abbia spinto al suo estremo gesto.
Già la trama dovrebbe farci intendere il tono drammatico che prenderà la vicenda, che ci catapulta in una realtà cruda, coperta da una mera facciata di ipocrisia.
Il primo pensiero di Makoto, infatti, è “Come si è potuto suicidare?”. La sua vita sembra perfetta, con genitori amorevoli che si occupano di lui, una buona dote nel disegno artistico e una cotta per una ragazza bellissima. Ma, appunto, si ferma a questo… Al sembrare perfetta. Perché non è che una facciata.
Il film è tutto filtrato attraverso lo sguardo di un ragazzo giovane, che vede il mondo in bianco e nero, che scopre e non perdona la falsa felicità della famiglia. Martirizza la madre fedifraga, sopporta a stento la boria del fratello, non accenna a voler comprendere la posizione di un padre sfruttato. Oltre a questo, Makoto si rende conto che tutto il mondo che lo circonda è falso, che la ragazza bellissima per cui ha una cotta va a letto con uomini più grandi in cambio di denaro; che i compagni di classe lo bullizzano… Incapace di perdonare questa realtà, si chiude in sé stesso, e addirittura gode nel far soffrire chi tenta di avvicinarlo.
La regia di Hara è riuscita a raccontare un dramma serio in maniera semplice, senza ridondanze o abbellimenti. Paradossalmente, se la storia parla di falsità ed ipocrisia, la regia con cui ci viene raccontata è al contrario genuina. Il regista si fa carico di mostrare diverse sfaccettature di trama e diverse tematiche. Non si parla solo di Makoto, ma anche della cultura giapponese (il tutto vista sempre dal punto di vista di un ragazzino), come ad esempio i ritmi estenuanti di lavoro in Giappone.
Il tema principale della pellicola ci viene fatto presente già da un titolo evocativo: l’accettazione delle varie sfumature che compongono l’animo umano, in cui non esiste un solo colore predominante. Tema, per altro, legato alla metafora della pittura di Makoto, il quale - insieme alle sue amiche - non sa dare una vera interpretazione al proprio quadro.
I dialoghi tra i vari personaggi, a questo proposito, sono molto realistici, lenti ma veri. Non ci si aspetta mai, viste le premesse, di vedere Makoto, per come è rappresentato, cadere in sentimentalismi tipici da film per famiglie holliwoodiani. Il suo modo di respingere o accettare le persone è quello tipico di un ragazzo della sua età che non accetta la realtà che lo circonda. Tutto il film è un lento processo che porterà il ragazzo a maturare quale deve essere il suo posto nel mondo.
Ho letto diverse lamentele sull’apatia di Makoto. Per chi ha esperienza con anime o film d’animazione drammatici, che affrontano questo genere di tematiche, potrebbe risultare un po’ noioso vedere lo stesso prototipo di protagonista. Un po’ come il più noto Shinji Ikari che, isolato dal mondo, si piange addosso incapace di accettarsi, anche Makoto sembra un adolescente portato all’estremo, il che per alcuni permette troppo poca empatia.
Oltre a ciò ho visto qualcuno lamentarsi per la lentezza.
Prima di tutto, penso che la lentezza sia il punto forte del film. I cosiddetti “punti morti”, che mostrano scene ripetitive, sono una scelta ben precisa del regista. Attraverso i personaggi, Hara presenta una società tutt'altro che idealizzata, anzi… esalta l'anaffettività, il bullismo, l’emarginazione dell’uomo, e in ultimo, ma non meno importante, il desiderio del singolo di sfuggire a questa prigionia. Non per niente, ci vengono fatte vedere tantissime sequenze di vita famigliare, soprattutto durante i pasti, che mostrano la quotidianità in tutte le sue sfaccettature, per restare legati al titolo del film.
Penso che l’empatia verso la vita e il dolore del protagonista sia soggettiva, nel senso che è normale che non tutti apprezzino questo tipo di personaggio, proprio perché - a meno che non sia siano vissute esperienze simili - non si riesce a simpatizzare completamente per lui. Ma il film non si pone come obiettivo quello di “apprezzare” il protagonista, ma quello di apprezzare le varie sfaccettature della vita.
Anche la scarsa caratterizzazione dei personaggi secondari non la vedo come un probabile difetto, visto che il film non si pone l’obiettivo di parlare di loro, ma li inserisce solo per permettere a Makoto la sua maturazione.
Sul lato tecnico c’è poco da dire. Per quanto poco abbia personalmente apprezzato il chara, c’è da dire che i dettagli sono ben curati, e ho enormemente apprezzato l’OST finale, che accompagna il culmine della vicenda, anche se di musiche ce ne sono davvero pochissime.