Scarlet
"Il problema delle aspettative non è che vengono puntualmente disilluse, ma che vengono puntualmente create" (Fabrizio Caramagna)
Mamoru Hosoda non si smentisce e con "Scarlet" prova a riproporre una lettura creativa e metaforica dell'Amleto di Shakespeare per proseguire il suo percorso artistico sempre volto all'esplorazione della identità, della memoria, degli affetti più stretti e dei rapporti tra individui all'interno di una comunità con quel mix di fantasy, viaggi nel tempo e trovate anche geniali per raccontare in modo molto originale una storia in modo poetico e introspettivo.
Del famoso regista mi mancano le opere più recenti come "Belle", "Mirai" e "The boy and the beast", mentre ho visto "Wolf Children", "Summer wars" e "La ragazza che saltava nel tempo".
Rispetto a quelle viste, l'impressione che mi ha suscitato Scarlet è quella di un film dai toni più cupi, latamente introspettivi e forse anche ambigui: un film in cui la ricerca della verità da intendersi come ricerca di se stessi è un po' un labirinto fantastico in cui la vendetta non è altro che uno stratagemma per arrivare a comprendersi e a intuire ciò che realmente si vuole essere.
Dell'Amleto di Shakespeare, Hosoda ne fa una riscrittura contemporanea cui conferisce un imprinting che sembra anche il suo c.d. marchio di fabbrica che "derubrica" la tragedia shakesperiana in un percorso di redenzione e riconciliazione.
L'Amleto/Scarlet intraprende un viaggio onirico in cui la vendetta sfuma da obiettivo ad una sorta di scelta che inizialmente sembra inevitabile ad una specie di tentazione dalla quale rifuggire man mano che la protagonista matura una propria crescita emotiva in cui la figura del padre, ucciso dallo zio che ne usurpa il trono, da idealizzata diventa poi sempre più sfumata fino a trasformarsi in una specie di quesito in cui Scarlett arriva a dubitarne il senso di quanto si è costruita in sovrastrutture che probabilmente per primo il padre le avrebbe negate.
E in ciò Hosoda riprende la classica tensione e sfasatura tra la memoria e la realtà dei drammi shakesperiani ma trasforma l'odio in qualcosa di positivo, in una possibilità di cambiamento e miglioramento: non distruggere ma costruire.
Tutto bello, per carità, in linea di principio e coerente con la weltanschauung del regista già sperimentata nelle sue opere meno recenti che ho avuto modo di visionare.
Tuttavia, "Scarlet" mi è sembrata un'opera ambiziosa, discontinua dal punto di vista narrativo, con qualche lampo di buon cinema.
Hosoda ha spinto molto sulla metafora delle immagini e abbandona la struttura piuttosto lineare di opere come "Wolf Children" o "La ragazza che saltava nel tempo" per virare su una rappresentazione frammentata, psicologica e anche più cupa. Sotto le mentite spoglie di una specie di fiaba a lieto fine, Hosoda prova a offrire un'opera in apparenza (e non solo...) più complessa e stratificata.
Personalmente non sono riuscito ad apprezzarla appieno, soprattutto per la scelta di ambientare gran parte della trama in un contesto metafisico ("metaversico") in cui la sceneggiatura si carica di simboli, flashback, sottotesti che fanno chiaramente intuire che non vanno letti nell'ottica di un fantasy puro ma che poi fanno oscillare il film tra il genere thriller e quello del dramma psicologico ma senza compiere una scelta definitiva, con un mistero che si dilata (ma non si spiega), una protagonista tutto sommato intensa ma poco sfaccettata che subisce un'evoluzione fin troppo banale in cui il conflitto interiore tra vendetta e perdono perde di mordente man mano che il film procede verso la sua conclusione fin troppo prevedibile.
Sicuramente il film gioca ampiamente con momenti di particolare suggestione che tocca a mio avviso il suo apice con la scena del balletto. Non voglio spoilerare nulla ma quello che potrebbe sembrare prima facie una sequenza senza senso e poco omogenea con ciò che precede e poi segue nel film, potrebbe essere invece visto come una scelta di linguaggio "emotivo", una opzione audace e spiazzante in cui la protagonista "subisce" una evoluzione e in cui il film per un momento smette di narrare e mostra il talento di Hosoda nell'utilizzare il movimento del balletto in un crescendo di armonia in cui Scarlet sembra evolvere da cupa e iraconda ad una persona che inizia ad aprirsi agli altri e ai sentimenti positivi che Hijiri (il medico giapponese contemporaneo) cerca di trasmetterle fin dal primo incontro nel limbo in cui entrambi si ritrovano a vivere nel loro comune percorso verso l'aldilà.
In "Scarlet" mi pare altresì di ritrovare un altro classico punto di forza di Hosoda: la considerazione piuttosto disincantata e pessimistica della realtà, anche quella rarefatta del mondo di corte del regno di Danimarca, in cui il male prevale ma anche in cui alcuni si distinguono per la loro capacità di comprendere il dramma della protagonista e di sostenerla nel suo percorso di crescita verso l'illuminazione e nella comprensione, nell'eterna lotta tra bene e male. Una visione comunque positiva anche nel disincanto, e di una fiducia a dir poco "granitica" verso il prossimo anche nei momenti di maggior disperazione e sconforto.
La vendetta in "Scarlet" sembra diventare una tentazione "estetica", seducente. Non è rabbia cieca: è un’idea, quasi artistica e idealizzata. E proprio questa estetizzazione della vendetta
che rende il film di Hosoda un po' ambiguo e controverso: l'odio di Scarlet oscilla tra l'essere un modo per dare forma al caos interiore e una sorta di abisso che rischia di inghiottirla.
E in questo contesto, Scarlet non arriverà a perdonare nel senso morale o religioso del termine. Il suo sembra un perdono che trasforma il dolore che continua a provare, lo sublima. In altre parole non cancella la colpa, ma la trasforma in qualcosa di meno doloroso con cui convivere, trovando in pratica una via di uscita. Un modo come un altro per risolvere la sua più grande questione irrisolta: la figura idealizzata del padre.
In "Scarlet", il padre non è un personaggio, ma una "presenza" psicologica della protagonista, un’ombra e una ossessione che incombe sempre come un’immagine filtrata dalla memoria, dalla nostalgia, dal bisogno di avere un punto di riferimento fino ad assurgere quasi ad un enigma.
In questo contesto, la idealizzazione per Scarlet è divenuta una forma di autoinganno e la vendetta non è altro che un naturale corollario e scorciatoia emotiva per affrontare la complessità dell'esistenza, trasformando il dolore in un obiettivo semplice e lineare.
Scarlet, nel momento della rinuncia alla vendetta, non perdona il colpevole ma probabilmente realizza la vacuità di quanto l'ha animata fino al quel momento, per aver desiderato una soluzione di fuga da se stessa e da ciò che la circonda.
"Scarlet" ha nel comparto tecnico un'altra connotazione peculiare: la computer grafica. Visivamente è a tratti strabiliante e il world building del "mondo di mezzo" è stupefacente per colori e dettagli. Pur con qualche disomogeneità evidente, la CG nelle sequenze coreografiche è e resta un punto di forza, al pari della fluidità dei movimenti, la luce che scivola sui corpi donando una discreta tridimesionalità.
"Scarlet" si rivela pertanto come un’opera molto più complessa di quanto sembri a una prima visione, molto e forse troppo sfaccettata in cui il racconto non è rappresentato unicamente dai dialoghi e dalle immagini. E' un film piuttosto ricco ma di primo acchito in apparenza banale.
Sembra che il regista abbia voluto virare sull'autoriale più metaforico e meno sul suo stile per cui è divenuto famoso nella sua veste di narratore della purezza emotiva, più diretta e meno cerebrale.
Resta comunque un film capace di dimostrare una maturità ormai sempre più rara nel panorama dell’animazione contemporanea, a patto che lo spettatore riesca a far proprio l'approccio del regista alla narrazione quasi allegorica. E allora non si rischierà di restare delusi.
Mamoru Hosoda non si smentisce e con "Scarlet" prova a riproporre una lettura creativa e metaforica dell'Amleto di Shakespeare per proseguire il suo percorso artistico sempre volto all'esplorazione della identità, della memoria, degli affetti più stretti e dei rapporti tra individui all'interno di una comunità con quel mix di fantasy, viaggi nel tempo e trovate anche geniali per raccontare in modo molto originale una storia in modo poetico e introspettivo.
Del famoso regista mi mancano le opere più recenti come "Belle", "Mirai" e "The boy and the beast", mentre ho visto "Wolf Children", "Summer wars" e "La ragazza che saltava nel tempo".
Rispetto a quelle viste, l'impressione che mi ha suscitato Scarlet è quella di un film dai toni più cupi, latamente introspettivi e forse anche ambigui: un film in cui la ricerca della verità da intendersi come ricerca di se stessi è un po' un labirinto fantastico in cui la vendetta non è altro che uno stratagemma per arrivare a comprendersi e a intuire ciò che realmente si vuole essere.
Dell'Amleto di Shakespeare, Hosoda ne fa una riscrittura contemporanea cui conferisce un imprinting che sembra anche il suo c.d. marchio di fabbrica che "derubrica" la tragedia shakesperiana in un percorso di redenzione e riconciliazione.
L'Amleto/Scarlet intraprende un viaggio onirico in cui la vendetta sfuma da obiettivo ad una sorta di scelta che inizialmente sembra inevitabile ad una specie di tentazione dalla quale rifuggire man mano che la protagonista matura una propria crescita emotiva in cui la figura del padre, ucciso dallo zio che ne usurpa il trono, da idealizzata diventa poi sempre più sfumata fino a trasformarsi in una specie di quesito in cui Scarlett arriva a dubitarne il senso di quanto si è costruita in sovrastrutture che probabilmente per primo il padre le avrebbe negate.
E in ciò Hosoda riprende la classica tensione e sfasatura tra la memoria e la realtà dei drammi shakesperiani ma trasforma l'odio in qualcosa di positivo, in una possibilità di cambiamento e miglioramento: non distruggere ma costruire.
Tutto bello, per carità, in linea di principio e coerente con la weltanschauung del regista già sperimentata nelle sue opere meno recenti che ho avuto modo di visionare.
Tuttavia, "Scarlet" mi è sembrata un'opera ambiziosa, discontinua dal punto di vista narrativo, con qualche lampo di buon cinema.
Hosoda ha spinto molto sulla metafora delle immagini e abbandona la struttura piuttosto lineare di opere come "Wolf Children" o "La ragazza che saltava nel tempo" per virare su una rappresentazione frammentata, psicologica e anche più cupa. Sotto le mentite spoglie di una specie di fiaba a lieto fine, Hosoda prova a offrire un'opera in apparenza (e non solo...) più complessa e stratificata.
Personalmente non sono riuscito ad apprezzarla appieno, soprattutto per la scelta di ambientare gran parte della trama in un contesto metafisico ("metaversico") in cui la sceneggiatura si carica di simboli, flashback, sottotesti che fanno chiaramente intuire che non vanno letti nell'ottica di un fantasy puro ma che poi fanno oscillare il film tra il genere thriller e quello del dramma psicologico ma senza compiere una scelta definitiva, con un mistero che si dilata (ma non si spiega), una protagonista tutto sommato intensa ma poco sfaccettata che subisce un'evoluzione fin troppo banale in cui il conflitto interiore tra vendetta e perdono perde di mordente man mano che il film procede verso la sua conclusione fin troppo prevedibile.
Sicuramente il film gioca ampiamente con momenti di particolare suggestione che tocca a mio avviso il suo apice con la scena del balletto. Non voglio spoilerare nulla ma quello che potrebbe sembrare prima facie una sequenza senza senso e poco omogenea con ciò che precede e poi segue nel film, potrebbe essere invece visto come una scelta di linguaggio "emotivo", una opzione audace e spiazzante in cui la protagonista "subisce" una evoluzione e in cui il film per un momento smette di narrare e mostra il talento di Hosoda nell'utilizzare il movimento del balletto in un crescendo di armonia in cui Scarlet sembra evolvere da cupa e iraconda ad una persona che inizia ad aprirsi agli altri e ai sentimenti positivi che Hijiri (il medico giapponese contemporaneo) cerca di trasmetterle fin dal primo incontro nel limbo in cui entrambi si ritrovano a vivere nel loro comune percorso verso l'aldilà.
In "Scarlet" mi pare altresì di ritrovare un altro classico punto di forza di Hosoda: la considerazione piuttosto disincantata e pessimistica della realtà, anche quella rarefatta del mondo di corte del regno di Danimarca, in cui il male prevale ma anche in cui alcuni si distinguono per la loro capacità di comprendere il dramma della protagonista e di sostenerla nel suo percorso di crescita verso l'illuminazione e nella comprensione, nell'eterna lotta tra bene e male. Una visione comunque positiva anche nel disincanto, e di una fiducia a dir poco "granitica" verso il prossimo anche nei momenti di maggior disperazione e sconforto.
La vendetta in "Scarlet" sembra diventare una tentazione "estetica", seducente. Non è rabbia cieca: è un’idea, quasi artistica e idealizzata. E proprio questa estetizzazione della vendetta
che rende il film di Hosoda un po' ambiguo e controverso: l'odio di Scarlet oscilla tra l'essere un modo per dare forma al caos interiore e una sorta di abisso che rischia di inghiottirla.
E in questo contesto, Scarlet non arriverà a perdonare nel senso morale o religioso del termine. Il suo sembra un perdono che trasforma il dolore che continua a provare, lo sublima. In altre parole non cancella la colpa, ma la trasforma in qualcosa di meno doloroso con cui convivere, trovando in pratica una via di uscita. Un modo come un altro per risolvere la sua più grande questione irrisolta: la figura idealizzata del padre.
In "Scarlet", il padre non è un personaggio, ma una "presenza" psicologica della protagonista, un’ombra e una ossessione che incombe sempre come un’immagine filtrata dalla memoria, dalla nostalgia, dal bisogno di avere un punto di riferimento fino ad assurgere quasi ad un enigma.
In questo contesto, la idealizzazione per Scarlet è divenuta una forma di autoinganno e la vendetta non è altro che un naturale corollario e scorciatoia emotiva per affrontare la complessità dell'esistenza, trasformando il dolore in un obiettivo semplice e lineare.
Scarlet, nel momento della rinuncia alla vendetta, non perdona il colpevole ma probabilmente realizza la vacuità di quanto l'ha animata fino al quel momento, per aver desiderato una soluzione di fuga da se stessa e da ciò che la circonda.
"Scarlet" ha nel comparto tecnico un'altra connotazione peculiare: la computer grafica. Visivamente è a tratti strabiliante e il world building del "mondo di mezzo" è stupefacente per colori e dettagli. Pur con qualche disomogeneità evidente, la CG nelle sequenze coreografiche è e resta un punto di forza, al pari della fluidità dei movimenti, la luce che scivola sui corpi donando una discreta tridimesionalità.
"Scarlet" si rivela pertanto come un’opera molto più complessa di quanto sembri a una prima visione, molto e forse troppo sfaccettata in cui il racconto non è rappresentato unicamente dai dialoghi e dalle immagini. E' un film piuttosto ricco ma di primo acchito in apparenza banale.
Sembra che il regista abbia voluto virare sull'autoriale più metaforico e meno sul suo stile per cui è divenuto famoso nella sua veste di narratore della purezza emotiva, più diretta e meno cerebrale.
Resta comunque un film capace di dimostrare una maturità ormai sempre più rara nel panorama dell’animazione contemporanea, a patto che lo spettatore riesca a far proprio l'approccio del regista alla narrazione quasi allegorica. E allora non si rischierà di restare delusi.
Sarò sincero, quando annunciarono che questo film sarebbe stato tutto in CGI avevo una fifa matta che sarebbe venuto orribile perché la CGI negli anime non mi è mai piaciuta. Fortunatamente, al pari di Belle, Hosoda inserisce un fine narrativo che giustifica la presenza della CGI e il fatto che il film conservi comunque l'animazione tradizionale e venga usata per il mondo reale, fa sì che, proprio come in Belle, la cosa non risulti forzata. Oltretutto, graficamente mi è piaciuta. Sinceramente più della tanto acclamata finta animazione tradizionale che tutti osannano ultimamente.
Per il resto, Hosoda non mi delude mai soprattutto quando si parla della scrittura dei personaggi: per quanto semplice o "poco originale" (metto le virgolette perché si parte sempre dal presupposto che questo sarebbe un difetto quando in realtà non lo è) i suoi personaggi riescono sempre a colpirti, a connettersi al tuo cuore, sì che non puoi fare a meno di sentire le loro emozioni, ridere con loro o, come è molto più comune in questo caso, soffrire con loro. Come già avvenuto in Wolf Children, Hosoda risulta uno dei pochi autori che riesce a colpirmi e entusiasmarmi anche consapevole di trovarmi di fronte a una storia triste. Di solito le evito sempre, non mi è mai piaciuto soffrire in un opera di finzione, ma Hosoda ha quella maestria unica per la quale non posso fare a meno di trovare le sue storie potenti, emozionanti, spettacolari e nel complesso bellissime nonostante la sofferenza che mi infliggono.
Il messaggio del film non potrebbe essere più chiaro o attuale: realizzato in un tempo in cui l'umanità si trova ancora una volta circondata di guerre e conflitti, in cui l'odio e la rabbia prevalicano sulla ragione tanto nella politica quanto nella vita di tutti i giorni, Hosoda punta a riflettere su quello che tutti si chiedono: "Sarà mai possibile fermarsi? Esisterà mai un mondo senza conflitti?". Per farlo, sceglie giustamente di partire dall'Amleto, l'opera popolare più famosa quando si parla di vendetta e di "sangue chiama sangue" e decide di dare la sua opinione, o meglio la sua speranza, con un twist "E se Amleto fosse persuaso a non vendicarsi? E se decidessimo di perdonare?". Il film non da una risposta ai problemi del mondo, Hosoda non è né un propagandista né un insegnante di vita. Scarlet si impegna a far sì che le cose cambino in meglio: che la sua nazione non affronti conflitti, che per quando Hijiri nascerà le cose saranno diverse e lui non dovrà morire... ma il film non ti mostra questi propositi avverarsi. Il film, così come del resto Hosoda, può darti solo un suggerimento, una speranza al più: se poi può funzionare, non lo possiamo sapere senza provarci.
Uno dei punti di forza di Hosoda rispetto a Miyazaki è che lui non ha alcuna difficoltà ad inserire dei veri cattivi marci fino al midollo e terribilmente crudeli nelle sue opere. Dai tempi di Laputa, Miyazaki non ha più voluto farlo, temendo che i cattivi sviliscano artisticamente le sue opere, che le facciano sembrare più "semplici". Ma, come dimostra nuovamente Hosoda con Scarlet, una storia profonda carica di messaggi importanti rimane profonda e importante anche se l'antagonista non è un uomo che cerca di fare la cosa giusta per il proprio popolo o un amico mancato. Claudio e la sua assoluta mancanza di scrupoli o coscienza (come di chiunque lo segua) rappresentano semmai un fulcro narrativo fondamentale per il film (nonché responsabili per alcuni dei momenti emotivi più scioccanti) e, checché ne dica certa gente, sono assai realistici. Sì, perché nella realtà la gente responsabile dei conflitti e delle miserie dell'umanità assomiglia decisamente più a Claudio che al Re Parrocchetto del Ragazzo e l'Airone o Salima, la maestra di Howl.
Comunque l'altra recensione si sbaglia, viene spiegato perché Claudio si trova nel limbo: quando Scarlet alla fine torna in vita e scopre che è morto, le sue damigelle le dicono esplicitamente "ha bevuto da un calice avvelenato destinato a qualcuno che voleva assassinare". Riguardo al drago lanciasaette, il suo ruolo appare abbastanza chiaro: in tutte le scene in cui appare, vediamo chiaramente che si manifesta ogni volta che qualcuno nel limbo agisce in modo malvagio e li colpisce col suo fulmine facendoli morire definitivamente. L'unica volta in cui si placa è quando Hijiri interrompe la battaglia per curare Scarlet ferita e, quando quest'ultima, per la prima volta, smette di pensare ad uccidere e a vendicarsi, il drago se ne va. Il drago rappresenta il giudizio divino che punisce i malvagi e risparmia gli innocenti. Non viene mai fatta chiarezza sulla sua natura perché in questo tipo di storie non succede mai XD
Per il resto, Hosoda non mi delude mai soprattutto quando si parla della scrittura dei personaggi: per quanto semplice o "poco originale" (metto le virgolette perché si parte sempre dal presupposto che questo sarebbe un difetto quando in realtà non lo è) i suoi personaggi riescono sempre a colpirti, a connettersi al tuo cuore, sì che non puoi fare a meno di sentire le loro emozioni, ridere con loro o, come è molto più comune in questo caso, soffrire con loro. Come già avvenuto in Wolf Children, Hosoda risulta uno dei pochi autori che riesce a colpirmi e entusiasmarmi anche consapevole di trovarmi di fronte a una storia triste. Di solito le evito sempre, non mi è mai piaciuto soffrire in un opera di finzione, ma Hosoda ha quella maestria unica per la quale non posso fare a meno di trovare le sue storie potenti, emozionanti, spettacolari e nel complesso bellissime nonostante la sofferenza che mi infliggono.
Il messaggio del film non potrebbe essere più chiaro o attuale: realizzato in un tempo in cui l'umanità si trova ancora una volta circondata di guerre e conflitti, in cui l'odio e la rabbia prevalicano sulla ragione tanto nella politica quanto nella vita di tutti i giorni, Hosoda punta a riflettere su quello che tutti si chiedono: "Sarà mai possibile fermarsi? Esisterà mai un mondo senza conflitti?". Per farlo, sceglie giustamente di partire dall'Amleto, l'opera popolare più famosa quando si parla di vendetta e di "sangue chiama sangue" e decide di dare la sua opinione, o meglio la sua speranza, con un twist "E se Amleto fosse persuaso a non vendicarsi? E se decidessimo di perdonare?". Il film non da una risposta ai problemi del mondo, Hosoda non è né un propagandista né un insegnante di vita. Scarlet si impegna a far sì che le cose cambino in meglio: che la sua nazione non affronti conflitti, che per quando Hijiri nascerà le cose saranno diverse e lui non dovrà morire... ma il film non ti mostra questi propositi avverarsi. Il film, così come del resto Hosoda, può darti solo un suggerimento, una speranza al più: se poi può funzionare, non lo possiamo sapere senza provarci.
Uno dei punti di forza di Hosoda rispetto a Miyazaki è che lui non ha alcuna difficoltà ad inserire dei veri cattivi marci fino al midollo e terribilmente crudeli nelle sue opere. Dai tempi di Laputa, Miyazaki non ha più voluto farlo, temendo che i cattivi sviliscano artisticamente le sue opere, che le facciano sembrare più "semplici". Ma, come dimostra nuovamente Hosoda con Scarlet, una storia profonda carica di messaggi importanti rimane profonda e importante anche se l'antagonista non è un uomo che cerca di fare la cosa giusta per il proprio popolo o un amico mancato. Claudio e la sua assoluta mancanza di scrupoli o coscienza (come di chiunque lo segua) rappresentano semmai un fulcro narrativo fondamentale per il film (nonché responsabili per alcuni dei momenti emotivi più scioccanti) e, checché ne dica certa gente, sono assai realistici. Sì, perché nella realtà la gente responsabile dei conflitti e delle miserie dell'umanità assomiglia decisamente più a Claudio che al Re Parrocchetto del Ragazzo e l'Airone o Salima, la maestra di Howl.
Comunque l'altra recensione si sbaglia, viene spiegato perché Claudio si trova nel limbo: quando Scarlet alla fine torna in vita e scopre che è morto, le sue damigelle le dicono esplicitamente "ha bevuto da un calice avvelenato destinato a qualcuno che voleva assassinare". Riguardo al drago lanciasaette, il suo ruolo appare abbastanza chiaro: in tutte le scene in cui appare, vediamo chiaramente che si manifesta ogni volta che qualcuno nel limbo agisce in modo malvagio e li colpisce col suo fulmine facendoli morire definitivamente. L'unica volta in cui si placa è quando Hijiri interrompe la battaglia per curare Scarlet ferita e, quando quest'ultima, per la prima volta, smette di pensare ad uccidere e a vendicarsi, il drago se ne va. Il drago rappresenta il giudizio divino che punisce i malvagi e risparmia gli innocenti. Non viene mai fatta chiarezza sulla sua natura perché in questo tipo di storie non succede mai XD
L’ho trovato davvero molto interessante e coinvolgente, così come il mondo in cui si svolge la storia, dove si radunano persone di epoche diverse. Mi è piaciuta anche la struttura della storia e come si evolve, anche se alcune parti le ho trovate un po’ stravaganti.
I personaggi sono piacevoli e ho apprezzato i due protagonisti e la loro crescita. Il design di Scarlet è veramente bellissimo. I personaggi della carovana li ho trovati simpaticissimi e riescono ad alleggerire la narrazione con momenti divertenti. Il villain e i suoi pretesti sono abbastanza standard, però il dragone gigante che spara fulmini l’ho trovato davvero fico, anche se alla fine non si capisce qual è il suo vero ruolo nella storia.
Ho apprezzato il cambio di grafica nei flashback, da CGI a disegno. In generale graficamente mi è piaciuto molto, anche lo stile della CGI; l’unico problema è che quest'ultima risulta un po’ legnosetta nelle animazioni, ma nel complesso rimangono più che buone. Le atmosfere e gli ambienti sono davvero stupendi. Il doppiaggio italiano mi è piaciuto parecchio, si vede che c’è stata cura nella scelta delle voci. Anche il doppiaggio giapponese ovviamente è stato impeccabile. Bellissime anche le colonne sonore.
Riguardo al finale, l’ho trovato emozionante e non del tutto scontato, con anche delle belle morali e qualche scena toccante. C’è giusto un buco di trama abbastanza grosso secondo me: non viene spiegato perché Claudius si trovi nell’altro mondo (tra l’altro con castello e sudditi), considerando che poco prima aveva avvelenato la principessa.
Ricapitolando, è un film molto bello da seguire con delle metafore interessante che non sfigura con gli ultimi film di Hosoda e ha un ottimo comparto tecnico. L’unico punto a sfavore sono le animazioni in CGI, a tratti un po’ legnose, che non sempre sono una gioia per gli occhi.
I personaggi sono piacevoli e ho apprezzato i due protagonisti e la loro crescita. Il design di Scarlet è veramente bellissimo. I personaggi della carovana li ho trovati simpaticissimi e riescono ad alleggerire la narrazione con momenti divertenti. Il villain e i suoi pretesti sono abbastanza standard, però il dragone gigante che spara fulmini l’ho trovato davvero fico, anche se alla fine non si capisce qual è il suo vero ruolo nella storia.
Ho apprezzato il cambio di grafica nei flashback, da CGI a disegno. In generale graficamente mi è piaciuto molto, anche lo stile della CGI; l’unico problema è che quest'ultima risulta un po’ legnosetta nelle animazioni, ma nel complesso rimangono più che buone. Le atmosfere e gli ambienti sono davvero stupendi. Il doppiaggio italiano mi è piaciuto parecchio, si vede che c’è stata cura nella scelta delle voci. Anche il doppiaggio giapponese ovviamente è stato impeccabile. Bellissime anche le colonne sonore.
Riguardo al finale, l’ho trovato emozionante e non del tutto scontato, con anche delle belle morali e qualche scena toccante. C’è giusto un buco di trama abbastanza grosso secondo me: non viene spiegato perché Claudius si trovi nell’altro mondo (tra l’altro con castello e sudditi), considerando che poco prima aveva avvelenato la principessa.
Ricapitolando, è un film molto bello da seguire con delle metafore interessante che non sfigura con gli ultimi film di Hosoda e ha un ottimo comparto tecnico. L’unico punto a sfavore sono le animazioni in CGI, a tratti un po’ legnose, che non sempre sono una gioia per gli occhi.