Ci sono registi che si portano sulle spalle il peso delle proprie opere migliori come un mantello dorato, bellissimo da indossare, ma sempre più difficile da reggere. Mamoru Hosoda è uno di questi.
Chi di noi è cresciuto con La ragazza che saltava nel tempo (2006) o si è innamorato della malinconica dolcezza di Wolf Children (2012) sa bene cosa vuol dire aspettarsi qualcosa di preciso da un suo film: quella particolare alchimia tra fantastico e quotidiano, tra sentimentalismo sincero e invenzione visiva folgorante. Un equilibrio che, negli ultimi anni. sembrava essersi incrinato.

Perché diciamocelo: Mirai   (2018), pur candidato agli Oscar, aveva diviso il pubblico di riferimento, e Belle  (2021), nonostante la sua acclamazione a Cannes, aveva lasciato molti spettatori con la sensazione di un'opera incompiuta, troppo grande nelle ambizioni e troppo fragile nell'esecuzione. I risultati al botteghino avevano rispecchiato questa ambivalenza. Così quando è arrivata la notizia di Scarlet — titolo originale Hateshi naki Scarlet — le mie aspettative erano, francamente, basse.

 

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Presentato fuori concorso all'82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (con cinque proiezioni tra il 4 e il 5 settembre 2025) e uscito nelle sale giapponesi il 21 novembre dello stesso anno, Scarlet è il primo film invernale di Hosoda, una rottura anche simbolica con la tradizione estiva che aveva contraddistinto tutti i suoi titoli precedenti. In Italia arriva domani, 19 febbraio 2026, distribuito da Eagle Pictures, purtroppo a quanto pare privo di doppiaggio: anche la presentazione stampa a cui ho avuto modo di partecipare era in versione sottotitolata, il che la dice lunga su quanto la distribuzione italiana stia (o non stia) scommettendo sul film.

Tornando al film e alla sua trama, l'ispirazione dichiarata, già evidente dalla sola lettura dei nomi dei personaggi, è l'Amleto di Shakespeare, e Hosoda non lo nasconde affatto: anzi, ci costruisce sopra buona parte dell'impalcatura narrativa e tematica. La protagonista è Scarlet (doppiata da Mana Ashida), una principessa nella Danimarca del XVI secolo che fallisce nel suo tentativo di vendicare l'assassinio del padre, il re Amleto, e si risveglia nelle "lande dei morti", un aldilà inquieto popolato di anime erranti. Qui continuerà la sua caccia allo zio Claudius, il traditore responsabile della rovina della sua famiglia. Al suo fianco — o meglio, trascinato suo malgrado in questa odissea — si trova Hijiri (Masaki Okada), un infermiere del Giappone contemporaneo misteriosamente catapultato nell'aldilà, che diventerà il contraltare umano e pacifista alla sete di vendetta di Scarlet.

 

Hosoda ha spiegato in più occasioni che per lui Amleto non è solo una storia di vendetta, ma il racconto di un giovane che impara a vivere. "La vendetta può essere il punto di partenza per riflettere sul modo in cui viviamo", ha detto. Ed è proprio da questa lettura che nasce Scarlet: non un adattamento fedele, ma una rilettura personale che usa Shakespeare come mito fondativo per parlare di qualcosa di più universale.

Un esperimento visivo coraggioso, ma non del tutto riuscito

Il vero banco di prova di Scarlet, quello su cui Hosoda ha insistito più di ogni altra cosa,  è la sua estetica ibrida. Lo Studio Chizu abbandona qui il registro visivo luminoso e familiare dei film precedenti per tentare qualcosa di radicalmente diverso: una fusione tra animazione 2D tradizionale e CGI tridimensionale, applicata in modo asimmetrico ai due mondi della storia. Nel mondo dei vivi, il 2D; nelle lande dei morti, il 3D. Un'estensione concettuale di quanto già esplorato in Belle, dove il virtuale era reso con la computer grafica e il reale con il disegno a mano.

 


In linea teorica, l'idea è affascinante. E in certi momenti funziona davvero: nelle scene ravvicinate, sui volti dei personaggi, in alcune sequenze di grande impatto emotivo, si intuisce cosa stesse inseguendo Hosoda — una sintesi tra la calore espressivo del disegno giapponese e la volumetria della CGI. Gli sfondi, in particolare, sono spettacolari: deserti che sembrano oceani rovesciati, draghi colossali che planano su dune ardenti, cieli che ribollono come tempeste perpetue. È una terra dei morti che ha la grandiosità visiva di un sogno lucido.
 

 

Eppure — e qui devo essere onesto — l'esperimento non mi ha convinto pienamente. Il problema emerge soprattutto nelle scene a campo largo, quando i personaggi si muovono all'interno di quegli ambienti fotorealistici: i movimenti diventano legnosi, meccanici, con quella rigidità tipica della CGI non ancora domata. E il contrasto tra la fluidità artigianale dei volti e la recitazione corporea impacciata diventa, in certi passaggi, quasi grottesco. Chi arriva a Scarlet con in mente le animazioni fluide e cariche di umanità dei primi film di Hosoda — la corsa leggera di Makoto in La ragazza che saltava nel tempo, il movimento animale e potente (molto ghibliano) di Wolf Children — probabilmente resterà deluso.

Hosoda stesso ha ammesso di non aver ancora trovato la risposta definitiva: "Non so ancora cosa sia corretto. Cosa costituisce un nuovo stile? E tutti lo accetteranno?" È una dichiarazione di onestà ammirevole, ma anche una spia di qualcosa che si sente sullo schermo: la sensazione di assistere a un cantiere ancora aperto, non a un'opera compiuta.

 

La storia: lenta, poi commovente

Dal punto di vista narrativo, Scarlet è un film che si fa attendere — forse troppo. La prima parte, pur stabilendo le coordinate dell'universo con una certa efficacia visiva, scorre lentamente, con un ritmo che tende alla fiacchezza e una costruzione del mondo delle lande dei morti che lascia molti interrogativi irrisolti. Perché le anime buone che muoiono nell'aldilà non possono comunque accedere alla vita eterna? Quali sono, esattamente, le regole di questo purgatorio? Alcune scelte restano opache anche a visione ultimata.

Il personaggio di Hijiri è il punto più debole della sceneggiatura: pensato come finestra emotiva sul mondo contemporaneo e come voce pacifista che mette in crisi la protagonista, finisce per risultare insipido, privo di vera sostanza. La sua presenza rallenta più che arricchire, e la storia romantica che si sviluppa tra lui e Scarlet suona forzata, quasi meccanica — il minimo sindacale di un arco narrativo che Hosoda di solito sa rendere invece vivo e necessario.

 

Eppure, e qui sta la sorpresa che non mi aspettavo, nella seconda parte il film cambia passo. La storia acquisisce peso, la tensione si accumula, le scene si fanno più epiche e, lo ammetto,  alcuni momenti mi hanno genuinamente commosso. Il confronto con il tema shakespeariano della vendetta, dell'inutilità di consumare la propria esistenza in funzione di un odio, viene portato avanti con una certa forza emotiva, anche se il film non riesce sempre a evitare il didascalismo, specie nel finale, che assume toni quasi predicatori.
 

 

L'idea di fondo resta però interessante: un aldilà che riproduce le ingiustizie del mondo terreno, dove chi ha potere ce l'ha ancora e chi non l'aveva continua a soffrire, e dove la definitiva sparizione nel "nulla" è una morte ancora più assoluta di qualsiasi morte precedente. C'è qualcosa di genuinamente inquietante e originale in questa cosmologia, che meritava forse più coraggio nell'essere esplorata fino in fondo.

Scarlet è un film di alti e bassi, esattamente come mi aspettavo, ma alla fine non ho la sensazione di aver sprecato il mio tempo guardandolo, il timore che avevo dopo aver letto le prime recensioni internazionali. Certo, non è il grande ritorno che i fan di Hosoda speravano, ma a mio avviso nemmeno il disastro che alcuni avevano preannunciato. È un'opera ambiziosa e imperfetta, visivamente audace ma narrativamente e tecnicamente lacunosa, con una prima metà che stanca e una seconda che riesce, almeno in parte, a rimettere le cose in carreggiata.

Chi ama Hosoda lo vedrà comunque, nonostante i limiti, poichè  questo film porta con sé quella tensione verso qualcosa di nuovo che ha sempre caratterizzato il suo cinema, anche quando non tutto quadra. Chi invece si avvicina per la prima volta al regista di Wolf Children, forse farebbe meglio a cominciare da lì — e poi arrivare a Scarlet con la consapevolezza che si tratta di un capitolo di transizione, di un autore che sta ancora cercando la sua prossima forma.

Scarlet è in sala in Italia dal 19 febbraio 2026.