Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su drama e live action, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
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Vivere
9.0/10
Recensione di AkiraSakura
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Le giornate scorrono tutte uguali per l'impiegato Watanabe. Circondato da centinaia di migliaia di fogli giallastri, se ne sta curvo su se stesso, con la faccia inespressiva, a timbrare documenti su documenti. Timbrare e timbrare. Tutta la vita. Per più di trent'anni, in un ufficio comunale come tanti altri, nel caotico Giappone in fase di industrializzazione, Watanabe ripete continuamente lo stesso gesto. Timbrare e timbrare. Tutti i giorni. Al di là di quel movimento meccanico, grigio, degno d'un orologio rotto, c'è l'indifferenza del figlio e dei colleghi di lavoro. C'è il nulla. Tuttavia, un giorno come tanti altri, arriva l'incombenza della morte. A causa di una malattia incurabile, a Watanabe restano sei mesi di vita. Cosa farà adesso, dato che solamente ora si è reso conto di non aver mai vissuto? Come potrà dare in soli sei mesi un senso alla sua non‑vita?
Come suggerisce il titolo, "Vivere", alias "Ikiru", è una grande metafora della condizione dell'uomo moderno. Non si applica solamente al Giappone del dopoguerra, frenetico, competitivo, in cui si doveva ricostruire tutto partendo da zero; quella di Kurosawa è un'analisi più ampia, che riguarda anche noi e la nostra società: quella dei giochi di potere, dell'indifferenza, nella quale le istituzioni sono sommerse da un apparato burocratico dalle sembianze mostruose, che soffoca le iniziative dei singoli e avvantaggia i soliti uomini di potere — che vogliono conservare il loro posto, direbbe Kurosawa. La riflessione del regista avviene in modo diretto, attraverso l'analisi della presa di coscienza di Watanabe e delle azioni che quest’ultimo compirà in seguito ad essa: in un primo momento capirà che il figlio non l'ha mai amato, e che l'ha sempre visto come un conto in banca vivente, non come un padre; dopo aver fatto conoscenza di uno scrittore fallito, il morituro verrà guidato, come un novello Dante, nell'inferno dei divertimenti urbani fino ad allora ignorati: prostitute, sobborghi sovrappopolati in decadenza, alcool, pachinko... Che sia questo il vero valore della vita? Kurosawa si spinge ben oltre la semplice retorica o morale buonista. Colpisce direttamente la società giapponese (e non solo) al suo nocciolo, dimostrando che anche dei piccoli gesti, delle piccole imprese, possono in qualche modo galvanizzare degli automi assuefatti dalla carriera e dal consumismo. L'uomo deve maturare una volontà, deve avere il coraggio di cambiare le cose, altrimenti c'è il nulla — quel vuoto peggiore della morte; quella morte che nel film ha valenza positiva, in quanto è l'unica cosa che riesce a indurre un cambiamento, seppure minimo, in Watanabe e nelle persone che lo circondano.
Forse Watanabe, con la sua improvvisa presa di coscienza, riesce a recuperare l'idealità dell'infanzia perduta: “Quando sto con te mi sento come se fossi tornato bambino”, dice a una sua collega con la quale, finalmente, si decide a prendere un appuntamento. Anche il suo commovente gesto finale in qualche modo lo raffigura come un novello bambino che, iniziando a vedere le cose ordinarie con meraviglia, è riuscito — almeno nella morte — a sconfiggere il grigiore opprimente che l'aveva reso un automa. Un bambino dall’infantile, pura, incontaminata innocenza.
Il film è basato per la maggior parte sui dialoghi. La regia utilizza tecniche di ripresa opprimenti, momenti di silenzio e inquadrature di spazi ristretti, trasmettendo efficacemente allo spettatore le sensazioni provate dal povero, disilluso e afflitto protagonista. Ci si chiede se veramente, un giorno, i freddi meccanismi di cui egli è vittima non imprigionino anche noi; e se essi, sempre quel maledetto giorno, non ci facciano diventare delle marionette incapaci di uscire dalla loro condizione di non‑felicità.
In definitiva, "Ikiru" è un film molto profondo, che racconta un dramma attualissimo in modo assolutamente semplice, con riflessioni, sguardi, gesti: grande cinema che chiama in causa anche lo spettatore con i suoi contenuti di indubbio spessore. Al di là della grandezza dell'opera in questione, devo ammettere che alcuni passaggi nella sceneggiatura sono eccessivamente lenti e prolissi. Questa è una cosa tipica di molti film impegnati, che più che mere opere di intrattenimento sono veri e propri moniti autoriali verso determinati disagi esistenziali figli della modernità. Detto questo, a mio avviso "Ikiru" rimane uno dei migliori Kurosawa di sempre.
Come suggerisce il titolo, "Vivere", alias "Ikiru", è una grande metafora della condizione dell'uomo moderno. Non si applica solamente al Giappone del dopoguerra, frenetico, competitivo, in cui si doveva ricostruire tutto partendo da zero; quella di Kurosawa è un'analisi più ampia, che riguarda anche noi e la nostra società: quella dei giochi di potere, dell'indifferenza, nella quale le istituzioni sono sommerse da un apparato burocratico dalle sembianze mostruose, che soffoca le iniziative dei singoli e avvantaggia i soliti uomini di potere — che vogliono conservare il loro posto, direbbe Kurosawa. La riflessione del regista avviene in modo diretto, attraverso l'analisi della presa di coscienza di Watanabe e delle azioni che quest’ultimo compirà in seguito ad essa: in un primo momento capirà che il figlio non l'ha mai amato, e che l'ha sempre visto come un conto in banca vivente, non come un padre; dopo aver fatto conoscenza di uno scrittore fallito, il morituro verrà guidato, come un novello Dante, nell'inferno dei divertimenti urbani fino ad allora ignorati: prostitute, sobborghi sovrappopolati in decadenza, alcool, pachinko... Che sia questo il vero valore della vita? Kurosawa si spinge ben oltre la semplice retorica o morale buonista. Colpisce direttamente la società giapponese (e non solo) al suo nocciolo, dimostrando che anche dei piccoli gesti, delle piccole imprese, possono in qualche modo galvanizzare degli automi assuefatti dalla carriera e dal consumismo. L'uomo deve maturare una volontà, deve avere il coraggio di cambiare le cose, altrimenti c'è il nulla — quel vuoto peggiore della morte; quella morte che nel film ha valenza positiva, in quanto è l'unica cosa che riesce a indurre un cambiamento, seppure minimo, in Watanabe e nelle persone che lo circondano.
Forse Watanabe, con la sua improvvisa presa di coscienza, riesce a recuperare l'idealità dell'infanzia perduta: “Quando sto con te mi sento come se fossi tornato bambino”, dice a una sua collega con la quale, finalmente, si decide a prendere un appuntamento. Anche il suo commovente gesto finale in qualche modo lo raffigura come un novello bambino che, iniziando a vedere le cose ordinarie con meraviglia, è riuscito — almeno nella morte — a sconfiggere il grigiore opprimente che l'aveva reso un automa. Un bambino dall’infantile, pura, incontaminata innocenza.
Il film è basato per la maggior parte sui dialoghi. La regia utilizza tecniche di ripresa opprimenti, momenti di silenzio e inquadrature di spazi ristretti, trasmettendo efficacemente allo spettatore le sensazioni provate dal povero, disilluso e afflitto protagonista. Ci si chiede se veramente, un giorno, i freddi meccanismi di cui egli è vittima non imprigionino anche noi; e se essi, sempre quel maledetto giorno, non ci facciano diventare delle marionette incapaci di uscire dalla loro condizione di non‑felicità.
In definitiva, "Ikiru" è un film molto profondo, che racconta un dramma attualissimo in modo assolutamente semplice, con riflessioni, sguardi, gesti: grande cinema che chiama in causa anche lo spettatore con i suoi contenuti di indubbio spessore. Al di là della grandezza dell'opera in questione, devo ammettere che alcuni passaggi nella sceneggiatura sono eccessivamente lenti e prolissi. Questa è una cosa tipica di molti film impegnati, che più che mere opere di intrattenimento sono veri e propri moniti autoriali verso determinati disagi esistenziali figli della modernità. Detto questo, a mio avviso "Ikiru" rimane uno dei migliori Kurosawa di sempre.
"I racconti della luna pallida d'agosto" (in originale Ugetsu monogatari) è un film di Kenji Mizoguchi del 1953, che fu presentato per la prima volta in Italia alla Mostra del Cinema di Venezia, ottenendo il Leone d’Argento. È tratto da due racconti dell’autore del XVIII secolo Akinari Ueda.
Il film è ambientato alla fine del XVI secolo, nel periodo degli “Stati Combattenti”, in cui il Giappone fu dilaniato da guerre e lotte intestine tra i vari feudatari dell’arcipelago. I protagonisti sono Genjuro e Tobei, vasai e ceramisti molto apprezzati (in particolare il primo) che, per sottrarsi alla guerra che minaccia le loro case e la loro officina, si trasferiscono dall’altra parte del Lago Biwa (nelle vicinanze di Kyoto), separandosi al contempo anche dalle mogli e dai figli. Ma la grande ambizione di Tobei è la gloria militare: per questo, con i proventi del suo lavoro si compra un’armatura e una lancia da samurai e volge a suo favore un caso fortuito, facendosi passare per un grande condottiero. Nel frattempo Genjuro viene sedotto da una sua ricca cliente, una bellissima giovane unica superstite di un clan sterminato dalla guerra, e ne diviene lo sposo, celando il fatto di avere già famiglia. Ma dietro di essa c’è un segreto agghiacciante, che sarà causa di cadute e risalite.
Il soprannaturale ha una parte rilevante nell’economia della storia (che sarebbe comunque riduttivo classificare tra i “racconti di fantasmi”), ma viene introdotto quasi “in sordina”, sotto forma di singoli elementi in un contesto apparentemente realistico; ne è esempio la voce del padre defunto della fanciulla nella scena dello sposalizio. La ricostruzione del periodo Sengoku è affascinante, ma d’altra parte, all’epoca in cui il film fu girato, in certe zone rurali del Giappone non erano intervenuti cambiamenti drastici rispetto al tempo storico dell’ambientazione. Lo svolgimento della vicenda non è esattamente lineare: si salta spesso da un personaggio all’altro e questo può rendere un po’ più difficile seguire la storia, soprattutto per chi non è avvezzo ai nomi giapponesi (ma non si tratta sicuramente dell’utenza di questo sito).
In ogni caso, si tratta di un prodotto espressione del periodo di massimo splendore del cinema giapponese, in cui Yasujiro Ozu girava "Viaggio a Tokyo" e Kon Ichikawa "L’arpa birmana", per non parlare dei molti capolavori sfornati da Akira Kurosawa.
Il film è ambientato alla fine del XVI secolo, nel periodo degli “Stati Combattenti”, in cui il Giappone fu dilaniato da guerre e lotte intestine tra i vari feudatari dell’arcipelago. I protagonisti sono Genjuro e Tobei, vasai e ceramisti molto apprezzati (in particolare il primo) che, per sottrarsi alla guerra che minaccia le loro case e la loro officina, si trasferiscono dall’altra parte del Lago Biwa (nelle vicinanze di Kyoto), separandosi al contempo anche dalle mogli e dai figli. Ma la grande ambizione di Tobei è la gloria militare: per questo, con i proventi del suo lavoro si compra un’armatura e una lancia da samurai e volge a suo favore un caso fortuito, facendosi passare per un grande condottiero. Nel frattempo Genjuro viene sedotto da una sua ricca cliente, una bellissima giovane unica superstite di un clan sterminato dalla guerra, e ne diviene lo sposo, celando il fatto di avere già famiglia. Ma dietro di essa c’è un segreto agghiacciante, che sarà causa di cadute e risalite.
Il soprannaturale ha una parte rilevante nell’economia della storia (che sarebbe comunque riduttivo classificare tra i “racconti di fantasmi”), ma viene introdotto quasi “in sordina”, sotto forma di singoli elementi in un contesto apparentemente realistico; ne è esempio la voce del padre defunto della fanciulla nella scena dello sposalizio. La ricostruzione del periodo Sengoku è affascinante, ma d’altra parte, all’epoca in cui il film fu girato, in certe zone rurali del Giappone non erano intervenuti cambiamenti drastici rispetto al tempo storico dell’ambientazione. Lo svolgimento della vicenda non è esattamente lineare: si salta spesso da un personaggio all’altro e questo può rendere un po’ più difficile seguire la storia, soprattutto per chi non è avvezzo ai nomi giapponesi (ma non si tratta sicuramente dell’utenza di questo sito).
In ogni caso, si tratta di un prodotto espressione del periodo di massimo splendore del cinema giapponese, in cui Yasujiro Ozu girava "Viaggio a Tokyo" e Kon Ichikawa "L’arpa birmana", per non parlare dei molti capolavori sfornati da Akira Kurosawa.
Tarda primavera
9.5/10
Il film che inaugura lo stile e le tematiche distintive di Ozu nel dopoguerra, quelli per cui oggi viene ricordato come uno dei registi più influenti della scena internazionale, è "Tarda primavera" (Banshun, 1949), che segna anche l'incontro con la sua musa d’elezione, Setsuko Hara. La purezza incontaminata del volto della Hara e la visuale al livello dei tatami rappresentano la quintessenza dell'estetica di Ozu. Il film conquisterà il pubblico giapponese e il regista ripeterà lo stesso stile e gli stessi temi (con poche varianti) anche negli anni a venire, in un manifesto poetico che fa di questo autore una delle voci più alte tra quanti raccontano l’universo familiare al cinema.
Dal 1949 al 1963 (anno della sua morte) Ozu realizza tredici film, tutti sceneggiati dallo stesso regista e dal suo fedele collaboratore Kogo Noda, con una formula stilistica quasi immutata nel tempo e con tutti quei codici che rendono universali i suoi film: i dialoghi asciutti ed essenziali tratti dalla vita quotidiana, la semplicità degli ambienti, le rigorose geometrie delle inquadrature, un insieme di “quadri” che si succedono ordinatamente. I suoi personaggi non mirano a chissà quali chimeriche aspirazioni: cercano solo di conservare il delicato equilibrio del proprio nucleo familiare contro gli attacchi del tempo e le vicissitudini della vita.
"Tarda primavera" narra di una giovane donna (Setsuko Hara) decisa a non sposarsi per non lasciare solo suo padre (Ryū Chishū, attore ricorrente nei ruoli di padre). Pur di convincerla a intraprendere la propria strada, il padre finge di volersi a sua volta risposare. Ozu applica tutte le componenti della sua regia con una tale sicurezza da evitare di mettere in scena i momenti salienti della vicenda narrata: per esempio, non vediamo mai il futuro sposo, non assistiamo né alla richiesta di matrimonio né alla cerimonia nuziale, situazioni centrali che restano relegate ai margini del racconto, tutto concentrato sul rapporto padre/figlia. In questo caso il conflitto tra modernità e tradizione è bilanciato in modo inusuale tra i due protagonisti: la modernità è rappresentata dall’apertura mentale che induce il padre a rinunciare alla figlia purché sia felice; tradizione è l'ottusa ostinazione della figlia nel ruolo atavico di chi deve accudire il genitore rinunciando alla propria felicità.
Dal 1949 al 1963 (anno della sua morte) Ozu realizza tredici film, tutti sceneggiati dallo stesso regista e dal suo fedele collaboratore Kogo Noda, con una formula stilistica quasi immutata nel tempo e con tutti quei codici che rendono universali i suoi film: i dialoghi asciutti ed essenziali tratti dalla vita quotidiana, la semplicità degli ambienti, le rigorose geometrie delle inquadrature, un insieme di “quadri” che si succedono ordinatamente. I suoi personaggi non mirano a chissà quali chimeriche aspirazioni: cercano solo di conservare il delicato equilibrio del proprio nucleo familiare contro gli attacchi del tempo e le vicissitudini della vita.
"Tarda primavera" narra di una giovane donna (Setsuko Hara) decisa a non sposarsi per non lasciare solo suo padre (Ryū Chishū, attore ricorrente nei ruoli di padre). Pur di convincerla a intraprendere la propria strada, il padre finge di volersi a sua volta risposare. Ozu applica tutte le componenti della sua regia con una tale sicurezza da evitare di mettere in scena i momenti salienti della vicenda narrata: per esempio, non vediamo mai il futuro sposo, non assistiamo né alla richiesta di matrimonio né alla cerimonia nuziale, situazioni centrali che restano relegate ai margini del racconto, tutto concentrato sul rapporto padre/figlia. In questo caso il conflitto tra modernità e tradizione è bilanciato in modo inusuale tra i due protagonisti: la modernità è rappresentata dall’apertura mentale che induce il padre a rinunciare alla figlia purché sia felice; tradizione è l'ottusa ostinazione della figlia nel ruolo atavico di chi deve accudire il genitore rinunciando alla propria felicità.
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I racconti della luna pallida d'agosto è un film in costume che ho visto solo una volta se non sbaglio è preso da racconti diversi il film è di Mizoguchi considerato uno dei padri fondatori del cinema giapponese il suo primo film è degli anni 20
Tarda primavera è di ozu primo film della trilogia di noriko di cui fanno parte il tempo della raccolta del grano e viaggio a tokyo e sono tutti è 3 legati alla vita e le relazioni famigliari da vedere assolutamente tutti e 3
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