Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
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365 Days to the Wedding
8.0/10
L'improbabile relazione romantica tra due autentici casi umani.
Nel mondo delle romcom non è facile inventare qualcosa di nuovo o, se non proprio nuovo, di insolito. Il canovaccio solitamente è quello che ti aspetti, la ship romantica la riconosci alla prima puntata, raramente si svolta verso direzioni inaspettate, e il lieto fine è assicurato. Se dovessimo valutarle da questo punto di vista, faremmo prima a non guardarne più, ma le guardiamo ugualmente, perché quel che importa in una romcom non è il punto di partenza e quello di arrivo bensì il percorso, la caratterizzazione dei personaggi, qualche bel momento di sentimento e (si spera) un po’ di divertimento. Da questo punto di vista non posso dirmi affatto deluso da “365 Days to the Wedding”, che anzi si è rivelato per me il confort show stagionale.
Il pretesto è un po’ forzato. Due colleghi di ufficio solitari che, per evitare la spada di Damocle di un trasferimento forzato in Alaska che sarebbe gravato esclusivamente su uno dei dipendenti single dell’azienda, decidono di fingere una relazione tra loro e di essere in procinto di sposarsi, per eludere tale minaccia.
Il punto di forza della serie sta nei personaggi principali, che sono due disagiati come se ne sono visti pochi. Takuya è un ragazzo apatico e introverso che vive una vita molto monotona, viaggia fermamente lungo un’immaginaria strada rettilinea che si perde all’infinito, badando solo a rimanere entro la sua corsia. Abita da solo col suo gatto, svolge mansioni standard per un’agenzia di viaggi, non lega rapporti di amicizia con nessuno e lascia che la vita gli scivoli addosso. Rika è una ragazza anch’essa introversa ma, rispetto a Takuya, molto più asociale, repressa, con bassissima autostima e altissima tendenza verso le masturbazioni mentali. Passa il suo tempo da sola a fare cose che il 99% delle persone troverebbe di una noia mortale.
La finta relazione tra questi due imbranati cronici, due casi umani socialmente incapaci oltre ogni umana immaginazione, porterà a delle situazioni al limite dell’assurdo, nel tentativo di rendere credibile la farsa agli occhi dell’azienda. Merito soprattutto di Rika, che è davvero un caso clinico, roba da manicomio proprio: le sue elucubrazioni mentali fanno continuamente a botte con le sue azioni, spinte dal sorgere di sentimenti a lei sconosciuti, dando vita a scenette buffissime, ben sottolineate da una colonna sonora semplice ma azzeccata. Le sue contraddizioni continue sono spiazzanti.
Il che mi porta al secondo punto di forza: la parte comedy è divertente per davvero. A differenza di tante altre romcom, qui non si tratta del sorrisino stentato strappato ogni tanto nel corso di una stagione. No, qua ci sono alcune scene che mi hanno fatto proprio rotolare dalle risate.
Non voglio fare spoiler, ma non posso evitare un commento a una delle scene più assurde che mi sia mai capitato di vedere in una romcom: parlo ovviamente della grottesca puntata a casa di Rika, in cui Takuya le propone di mettersi assieme per davvero, con lei che in una lunghissima ed estenuante scena rimane letteralmente ‘freezata’ per mezz’ora, internamente in preda a ottomila ‘seghe’ mentali ed esternamente una statua di sale, e il povero Takuya lì che non riceve nemmeno una risposta, devastato dalla tensione. Stavo davvero morendo dalle risate.
Un aspetto che ho apprezzato è la coerenza della loro caratterizzazione: mi è capitato spesso di vedere personaggi con evidenti disturbi della personalità che si normalizzano insensatamente appena trovano la “persona giusta”. È una cosa che trovo molto ipocrita, oltre che irrealistica: ognuno di noi ha delle particolarità, delle stranezze, qualcuno più di altri. Trovare la persona giusta non significa trovare qualcuno che con una magia azzeri le nostre particolarità, rendendoci “normali”, bensì qualcuno che le valorizzi, trasformandole in una risorsa.
Per questo apprezzo invece Takuta e Rika: loro nel corso della storia fanno certamente degli sforzi per uscire dalla loro zona di confort, ma rimangono coerenti fino alla fine, gli aspetti peculiari della loro personalità restano sempre lì, semplicemente sono talmente fatti l’uno per l’altra che, pur restando sé stessi, si completano come due pezzi di un puzzle.
Ci sono anche dei passi falsi nella storia, per carità.
Penso ad esempio a un paio di puntate anticlimatiche che, dopo un episodio topico in cui tutti quanti fremevamo per degli sviluppi, vanno a fare digressioni su altri personaggi secondari di cui non ci interessava nulla. Ne capisco l’intento, che era di far riflettere i nostri due impediti sui diversi lati del matrimonio, sulle difficoltà ad esso connesse, sulle responsabilità, ecc., però si poteva fare in modo diverso, diluito nelle puntate precedenti, invece di buttare lì una puntata intera sull’inutile collega mollato dalla moglie, spezzando bruscamente il ritmo della narrazione.
I personaggi secondari potevano essere sviluppati un po’ di più, soprattutto Nao, che aveva un certo potenziale.
Dal punto di vista tecnico, discreto, nulla più. La colonna sonora, come detto, l’ho trovata semplice e funzionale. Visivamente, nulla di eccezionale, i disegni sono giusto carini, fondali basic. Una nota di merito va però alla mitica Fiat Panda anni ’80 che in una puntata fa la sua comparsa in tutto il suo splendore, con dovizia di particolari. Mitica!
Il finale sembra conclusivo, e dunque non credo che vedremo una seconda stagione, ma un po’ mi dispiace, perché personalmente mi sono affezionato a questi due sciocchini e mi sarebbe piaciuto vedere un po’ il prosieguo della loro relazione.
Una visione molto piacevole e divertente. Se non avesse avuto un paio di passaggi a vuoto, avrei dato un voto anche maggiore.
Nel mondo delle romcom non è facile inventare qualcosa di nuovo o, se non proprio nuovo, di insolito. Il canovaccio solitamente è quello che ti aspetti, la ship romantica la riconosci alla prima puntata, raramente si svolta verso direzioni inaspettate, e il lieto fine è assicurato. Se dovessimo valutarle da questo punto di vista, faremmo prima a non guardarne più, ma le guardiamo ugualmente, perché quel che importa in una romcom non è il punto di partenza e quello di arrivo bensì il percorso, la caratterizzazione dei personaggi, qualche bel momento di sentimento e (si spera) un po’ di divertimento. Da questo punto di vista non posso dirmi affatto deluso da “365 Days to the Wedding”, che anzi si è rivelato per me il confort show stagionale.
Il pretesto è un po’ forzato. Due colleghi di ufficio solitari che, per evitare la spada di Damocle di un trasferimento forzato in Alaska che sarebbe gravato esclusivamente su uno dei dipendenti single dell’azienda, decidono di fingere una relazione tra loro e di essere in procinto di sposarsi, per eludere tale minaccia.
Il punto di forza della serie sta nei personaggi principali, che sono due disagiati come se ne sono visti pochi. Takuya è un ragazzo apatico e introverso che vive una vita molto monotona, viaggia fermamente lungo un’immaginaria strada rettilinea che si perde all’infinito, badando solo a rimanere entro la sua corsia. Abita da solo col suo gatto, svolge mansioni standard per un’agenzia di viaggi, non lega rapporti di amicizia con nessuno e lascia che la vita gli scivoli addosso. Rika è una ragazza anch’essa introversa ma, rispetto a Takuya, molto più asociale, repressa, con bassissima autostima e altissima tendenza verso le masturbazioni mentali. Passa il suo tempo da sola a fare cose che il 99% delle persone troverebbe di una noia mortale.
La finta relazione tra questi due imbranati cronici, due casi umani socialmente incapaci oltre ogni umana immaginazione, porterà a delle situazioni al limite dell’assurdo, nel tentativo di rendere credibile la farsa agli occhi dell’azienda. Merito soprattutto di Rika, che è davvero un caso clinico, roba da manicomio proprio: le sue elucubrazioni mentali fanno continuamente a botte con le sue azioni, spinte dal sorgere di sentimenti a lei sconosciuti, dando vita a scenette buffissime, ben sottolineate da una colonna sonora semplice ma azzeccata. Le sue contraddizioni continue sono spiazzanti.
Il che mi porta al secondo punto di forza: la parte comedy è divertente per davvero. A differenza di tante altre romcom, qui non si tratta del sorrisino stentato strappato ogni tanto nel corso di una stagione. No, qua ci sono alcune scene che mi hanno fatto proprio rotolare dalle risate.
Non voglio fare spoiler, ma non posso evitare un commento a una delle scene più assurde che mi sia mai capitato di vedere in una romcom: parlo ovviamente della grottesca puntata a casa di Rika, in cui Takuya le propone di mettersi assieme per davvero, con lei che in una lunghissima ed estenuante scena rimane letteralmente ‘freezata’ per mezz’ora, internamente in preda a ottomila ‘seghe’ mentali ed esternamente una statua di sale, e il povero Takuya lì che non riceve nemmeno una risposta, devastato dalla tensione. Stavo davvero morendo dalle risate.
Un aspetto che ho apprezzato è la coerenza della loro caratterizzazione: mi è capitato spesso di vedere personaggi con evidenti disturbi della personalità che si normalizzano insensatamente appena trovano la “persona giusta”. È una cosa che trovo molto ipocrita, oltre che irrealistica: ognuno di noi ha delle particolarità, delle stranezze, qualcuno più di altri. Trovare la persona giusta non significa trovare qualcuno che con una magia azzeri le nostre particolarità, rendendoci “normali”, bensì qualcuno che le valorizzi, trasformandole in una risorsa.
Per questo apprezzo invece Takuta e Rika: loro nel corso della storia fanno certamente degli sforzi per uscire dalla loro zona di confort, ma rimangono coerenti fino alla fine, gli aspetti peculiari della loro personalità restano sempre lì, semplicemente sono talmente fatti l’uno per l’altra che, pur restando sé stessi, si completano come due pezzi di un puzzle.
Ci sono anche dei passi falsi nella storia, per carità.
Penso ad esempio a un paio di puntate anticlimatiche che, dopo un episodio topico in cui tutti quanti fremevamo per degli sviluppi, vanno a fare digressioni su altri personaggi secondari di cui non ci interessava nulla. Ne capisco l’intento, che era di far riflettere i nostri due impediti sui diversi lati del matrimonio, sulle difficoltà ad esso connesse, sulle responsabilità, ecc., però si poteva fare in modo diverso, diluito nelle puntate precedenti, invece di buttare lì una puntata intera sull’inutile collega mollato dalla moglie, spezzando bruscamente il ritmo della narrazione.
I personaggi secondari potevano essere sviluppati un po’ di più, soprattutto Nao, che aveva un certo potenziale.
Dal punto di vista tecnico, discreto, nulla più. La colonna sonora, come detto, l’ho trovata semplice e funzionale. Visivamente, nulla di eccezionale, i disegni sono giusto carini, fondali basic. Una nota di merito va però alla mitica Fiat Panda anni ’80 che in una puntata fa la sua comparsa in tutto il suo splendore, con dovizia di particolari. Mitica!
Il finale sembra conclusivo, e dunque non credo che vedremo una seconda stagione, ma un po’ mi dispiace, perché personalmente mi sono affezionato a questi due sciocchini e mi sarebbe piaciuto vedere un po’ il prosieguo della loro relazione.
Una visione molto piacevole e divertente. Se non avesse avuto un paio di passaggi a vuoto, avrei dato un voto anche maggiore.
Parto dal presupposto che non conoscevo né avevo visto la serie originale del 2008, e quindi questo remake è stato ciò che mi ha fatto conoscere la serie da zero.
La prima cosa che ho pensato guardando i primi episodi è stata: “Guarda, questo anime assomiglia molto a “Frieren”, lo posso consigliare a chi ha apprezzato il medievale fantasy del 2023”. Ma mi devo ricredere. La narrazione, le ambientazioni e perfino l’opening stessa ci catapultano in un mondo medievale fatto e finito. Possiamo quindi ritrovare luoghi e personaggi tipici del Medioevo, come contadini, artigiani, mercanti, perfino chierici di diverso tipo. Tuttavia, ciò che distingue apertamente questa serie dalle classiche opere del genere è l’assenza di climax tipici o cliché ricorrenti. Quindi, niente cavalieri inferociti, niente invasioni da altri regni, niente problemi con mostri o creature fantasy di alcun tipo, niente magia o guerre incombenti (anche se la Chiesa rimane un ostacolo invalicabile e presente anche in questa storia).
Allora, cos’è che ci fa continuare a guardare “Spice & Wolf”? Per quanto mi riguarda, le vicende in cui finiscono avvinghiati i due personaggi principali, Lawrence e Holo, sono tutte estremamente interessanti perché fluide e naturali. Non vengono spinti improvvisamente in qualche faida losca, ma ci finiscono pian piano, dopo aver percepito il pericolo. Loro stessi sono due personaggi estremamente realistici e concreti.
Perché è questo il punto forte di quest’opera: Lawrence e Holo sono due personaggi dalle tante sfaccettature, non assumono un solo atteggiamento e non hanno un solo modo di fare. Mostrano maturità ma anche testardaggine, personalità ma anche svogliatezza. La cosa che mi ha colpito di più è stata la relazione fra loro due. Essi, come menzionato anche da Lawrence stesso, non vanno sempre d’accordo, ma discutono in un modo che ritengo molto più realistico e naturale di molti altri anime con due personaggi che viaggiano assieme. Risolvono i loro problemi esprimendo i loro sentimenti e discutendo con la ragione, arrivando a una conclusione semplice e concisa, ma senza esagerare e finire per creare la solita scena strappalacrime tipica dei romance.
Inoltre, sono molto fedeli a loro stessi, ma hanno la testa sulle spalle. Con questo intendo dire che, guardandoli nel corso della serie (spesso ma non sempre), ho notato che assumono reazioni molto ordinarie e giudiziose, senza perdere la calma, se non quando è necessario. Sono persone affidabili ma non santi. I vari personaggi secondari impareranno ad avere fiducia in loro e stimarli, perché questi se la meriteranno senza agire in qualche maniera speciale o straordinaria, ma facendo il massimo nell’ordinario. Lawrence è un mercante abile e costante, ma è ancora di più una persona straordinaria nelle situazioni di difficoltà ordinaria. Holo, dal canto suo, è un personaggio mitico con modi di pensare e abilità fuori dall’ordinario, ma finisce spesso anche lei per fare lo straordinario nell’ordinario, come scoprire un subdolo trucco durante un scambio fra mercanti o essere determinante in una contrattazione.
Voglio inoltre menzionare che all’inizio pensavo che questo anime fosse più vago, basato sulla vita di tutti i giorni e le interazioni fra persone in un contesto storico, magari anche con un finale triste, dato che stiamo parlando di una creatura mitica che vivrà per sempre che viaggia con un semplice uomo. Tuttavia, mi sono dovuto ricredere ancora. “Spice & Wolf” parla di romance. Non subito e non sempre. A volte i due ci regalano momenti di spensieratezza e momenti felici nel bel mezzo di una passeggiata, altre ancora effettivamente usano i tipici cliché della ragazza tsundere, ma mai in modo scontato. Le interazioni fra i due sono sempre così ricche e genuine, che spesso mi è sembrato di guardare due persone in carne e ossa dal mio schermo.
Mi ha colpito immensamente il rapporto che hanno i due, ma anche le varie vicende, di carattere economico e religioso, e come vengono presentate e affrontate, spesso e volentieri approfondite con cura, quasi in modo educativo. Non posso dire di aver capito ogni singola vicenda o compreso pienamente ogni risoluzione di ogni situazione in cui i due si trovavano, ma ho apprezzo molto anche questo lato complesso dell’anime.
Come ultimo, parlerei del reparto grafico, anche se non c’è molto da descrivere. Passione è uno studio abbastanza semplice, che sa raffigurare al meglio luoghi e momenti importanti con colori vivaci e sfumature, ma pecca un po’ in accuratezza e spesso alcune animazioni lasciano un po’ a desiderare. Nonostante ciò, la cosa non influisce sulla qualità della visione, e assieme alle colonne sonore trovo che nel complesso abbia fatto un ottimo lavoro con l’anime. Ci tengo a sottolineare che io non conosco né manga né light novel, quindi non posso giudicare l’accuratezza delle animazioni rispetto ai disegni originali né compararlo all’anime del 2008, in quanto io non ho mai preso visione di quest’ultimo.
Detto ciò, lo consiglio vivamente a chiunque cerchi un romance o medievale calmo, ma interessante abbastanza da farti rimanere dietro a ogni episodio fino alle fine.
P.S. La doppiatrice di Holo è troppo brava quando si tratta di presentare sé stessa, adoro quella parte.
La prima cosa che ho pensato guardando i primi episodi è stata: “Guarda, questo anime assomiglia molto a “Frieren”, lo posso consigliare a chi ha apprezzato il medievale fantasy del 2023”. Ma mi devo ricredere. La narrazione, le ambientazioni e perfino l’opening stessa ci catapultano in un mondo medievale fatto e finito. Possiamo quindi ritrovare luoghi e personaggi tipici del Medioevo, come contadini, artigiani, mercanti, perfino chierici di diverso tipo. Tuttavia, ciò che distingue apertamente questa serie dalle classiche opere del genere è l’assenza di climax tipici o cliché ricorrenti. Quindi, niente cavalieri inferociti, niente invasioni da altri regni, niente problemi con mostri o creature fantasy di alcun tipo, niente magia o guerre incombenti (anche se la Chiesa rimane un ostacolo invalicabile e presente anche in questa storia).
Allora, cos’è che ci fa continuare a guardare “Spice & Wolf”? Per quanto mi riguarda, le vicende in cui finiscono avvinghiati i due personaggi principali, Lawrence e Holo, sono tutte estremamente interessanti perché fluide e naturali. Non vengono spinti improvvisamente in qualche faida losca, ma ci finiscono pian piano, dopo aver percepito il pericolo. Loro stessi sono due personaggi estremamente realistici e concreti.
Perché è questo il punto forte di quest’opera: Lawrence e Holo sono due personaggi dalle tante sfaccettature, non assumono un solo atteggiamento e non hanno un solo modo di fare. Mostrano maturità ma anche testardaggine, personalità ma anche svogliatezza. La cosa che mi ha colpito di più è stata la relazione fra loro due. Essi, come menzionato anche da Lawrence stesso, non vanno sempre d’accordo, ma discutono in un modo che ritengo molto più realistico e naturale di molti altri anime con due personaggi che viaggiano assieme. Risolvono i loro problemi esprimendo i loro sentimenti e discutendo con la ragione, arrivando a una conclusione semplice e concisa, ma senza esagerare e finire per creare la solita scena strappalacrime tipica dei romance.
Inoltre, sono molto fedeli a loro stessi, ma hanno la testa sulle spalle. Con questo intendo dire che, guardandoli nel corso della serie (spesso ma non sempre), ho notato che assumono reazioni molto ordinarie e giudiziose, senza perdere la calma, se non quando è necessario. Sono persone affidabili ma non santi. I vari personaggi secondari impareranno ad avere fiducia in loro e stimarli, perché questi se la meriteranno senza agire in qualche maniera speciale o straordinaria, ma facendo il massimo nell’ordinario. Lawrence è un mercante abile e costante, ma è ancora di più una persona straordinaria nelle situazioni di difficoltà ordinaria. Holo, dal canto suo, è un personaggio mitico con modi di pensare e abilità fuori dall’ordinario, ma finisce spesso anche lei per fare lo straordinario nell’ordinario, come scoprire un subdolo trucco durante un scambio fra mercanti o essere determinante in una contrattazione.
Voglio inoltre menzionare che all’inizio pensavo che questo anime fosse più vago, basato sulla vita di tutti i giorni e le interazioni fra persone in un contesto storico, magari anche con un finale triste, dato che stiamo parlando di una creatura mitica che vivrà per sempre che viaggia con un semplice uomo. Tuttavia, mi sono dovuto ricredere ancora. “Spice & Wolf” parla di romance. Non subito e non sempre. A volte i due ci regalano momenti di spensieratezza e momenti felici nel bel mezzo di una passeggiata, altre ancora effettivamente usano i tipici cliché della ragazza tsundere, ma mai in modo scontato. Le interazioni fra i due sono sempre così ricche e genuine, che spesso mi è sembrato di guardare due persone in carne e ossa dal mio schermo.
Mi ha colpito immensamente il rapporto che hanno i due, ma anche le varie vicende, di carattere economico e religioso, e come vengono presentate e affrontate, spesso e volentieri approfondite con cura, quasi in modo educativo. Non posso dire di aver capito ogni singola vicenda o compreso pienamente ogni risoluzione di ogni situazione in cui i due si trovavano, ma ho apprezzo molto anche questo lato complesso dell’anime.
Come ultimo, parlerei del reparto grafico, anche se non c’è molto da descrivere. Passione è uno studio abbastanza semplice, che sa raffigurare al meglio luoghi e momenti importanti con colori vivaci e sfumature, ma pecca un po’ in accuratezza e spesso alcune animazioni lasciano un po’ a desiderare. Nonostante ciò, la cosa non influisce sulla qualità della visione, e assieme alle colonne sonore trovo che nel complesso abbia fatto un ottimo lavoro con l’anime. Ci tengo a sottolineare che io non conosco né manga né light novel, quindi non posso giudicare l’accuratezza delle animazioni rispetto ai disegni originali né compararlo all’anime del 2008, in quanto io non ho mai preso visione di quest’ultimo.
Detto ciò, lo consiglio vivamente a chiunque cerchi un romance o medievale calmo, ma interessante abbastanza da farti rimanere dietro a ogni episodio fino alle fine.
P.S. La doppiatrice di Holo è troppo brava quando si tratta di presentare sé stessa, adoro quella parte.
Sing "Yesterday" for Me
8.0/10
L'elegia della quotidianità. Questa è la sensazione che l'anime mi ha lasciato al termine della visione dei dodici episodi, assieme alla curiosità di reperire il manga per capire se l'anime ha realmente colto la vera essenza dell'opera di Kei Tome.
L'opera è uno slice of life all'ennesima potenza, in cui la componente sentimentale è il pretesto per dare sfoggio dell'incredibile tecnica di descrizione delle situazioni rappresentate e dei personaggi: l'apparente lentezza dei dialoghi, le lunghe pause tra una battuta e l'altra, i sospiri, il modo di incedere dei personaggi con i loro passi scanditi con lentezza e indolenza (che trasmettono tutto il travaglio interiore e le loro insicurezze su quello che stanno vivendo), la cura dell'espressività degli sguardi (fantastici quelli nell'episodio in cui le due protagoniste scoprono a casa di Rikuo la sua ex Chika o lo sguardo triste di Haru dal suo punto di vista che si annebbia progressivamente per le lacrime), un po' alla Sergio Leone, la minuziosa e ripetitiva descrizione delle azioni quotidiane più comuni e in apparenza insignificanti come i preparativi per cucinare...
Una impostazione molto buddista, contemplativa, che trae piacere dall'acquisizione della "consapevolezza" della semplicità e bellezza che caratterizza la narrazione... ma lo spettatore (con impostazione culturale "occidentale") è anche portato a focalizzarsi sulla ricerca e l'attribuzione di un significato o morale alla storia rappresentata, e in questo caso si fa un po' fatica ad immedesimarsi e comprendere i personaggi.
Rikuo e Shinako rientrano un po' nel classico cliché degli adulti incapaci di diventare tali dopo il perfezionamento del curriculum studiorum e l'ingresso nel mondo del lavoro.
L'indecisione, l'immaturità, l'insicurezza nell'esprimere i propri pensieri e sentimenti ma anche l'incapacità di capire realmente cosa si ha bisogno (anche in amore) caratterizzano con sfumature diverse Shinako e Rikuo che, sebbene siano i due i protagonisti dall'età anagrafica maggiore, contrastano con i due ragazzini Haru e Ruo (innamorati rispettivamente di Rikou e Shinako), che manifestano sia pur nella loro giovane età una decisione e una chiarezza di intenti (nonché una resilienza e una motivazione a prova di bomba) che stride con la "debosciaggine" mentale dei due presunti adulti.
Ne esce un affresco di vita delicato ma anche un po' inquietante in cui l'amore è un pretesto per un accenno di riflessione sulla vita e le sue sfaccettature, senza mai scadere nella proposizione di un giudizio o di una valutazione: il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, il confronto ciclico con il proprio passato, l'elaborazione del lutto per la perdita di una persona molto significativa... tutte esperienze che segnano indelebilmente la vita dei protagonisti e che li rendono così fragili, disillusi ma anche così veri... fin troppo, perché l'anime sembra più concentrato ad evidenziare e sottolineare continuativamente i loro punti deboli e le loro contraddizioni rispetto alla sfrontataggine dei due protagonisti giovani e alla loro capacità di non arrendersi mai (o quasi - Haru alla fine era "scoppiata"), atteso il loro entusiasmo quasi a senso unico e la loro tipicamente giovanile non accettazione del compromesso.
Il limite dell'anime forse è l'eccessiva compressione delle disquisizioni esistenziali, la mancanza di un vero sviluppo dei personaggi e la presenza di un finale solo in apparenza "insulso", un po' alla versione manga di "Domestic Girlfriend". (Evitando di 'spoilerare' il finale, a mio avviso il significato è comunque piuttosto evidente: vivere il presente per quello che è senza paranoie e non inseguire sogni o rimpianti più o meno irrealizzabili...)
Difetti che si possono tranquillamente superare se si è amanti del genere e si approccia alla visione in modo da apprezzarne i dettagli, i particolari, senza focalizzarsi sul semplice "perché" degli eventi narrati...
Comparto tecnico e musiche di livello, per un'opera che mi ha colpito favorevolmente anche per l'ambientazione "vintage" coerente con l'anno di pubblicazione del manga (fine anni '90 del secolo scorso - mentre l'anime è del 2020!): vedere i personaggi utilizzare musicassette, macchine fotografiche analogiche a rullino, telefoni normali nelle cabine pubbliche e non trovare smartphone e tablet è stato un vero tuffo nostalgico nel passato in cui il contatto umano era il modo più utilizzato per comunicare con gli altri...
L'opera è uno slice of life all'ennesima potenza, in cui la componente sentimentale è il pretesto per dare sfoggio dell'incredibile tecnica di descrizione delle situazioni rappresentate e dei personaggi: l'apparente lentezza dei dialoghi, le lunghe pause tra una battuta e l'altra, i sospiri, il modo di incedere dei personaggi con i loro passi scanditi con lentezza e indolenza (che trasmettono tutto il travaglio interiore e le loro insicurezze su quello che stanno vivendo), la cura dell'espressività degli sguardi (fantastici quelli nell'episodio in cui le due protagoniste scoprono a casa di Rikuo la sua ex Chika o lo sguardo triste di Haru dal suo punto di vista che si annebbia progressivamente per le lacrime), un po' alla Sergio Leone, la minuziosa e ripetitiva descrizione delle azioni quotidiane più comuni e in apparenza insignificanti come i preparativi per cucinare...
Una impostazione molto buddista, contemplativa, che trae piacere dall'acquisizione della "consapevolezza" della semplicità e bellezza che caratterizza la narrazione... ma lo spettatore (con impostazione culturale "occidentale") è anche portato a focalizzarsi sulla ricerca e l'attribuzione di un significato o morale alla storia rappresentata, e in questo caso si fa un po' fatica ad immedesimarsi e comprendere i personaggi.
Rikuo e Shinako rientrano un po' nel classico cliché degli adulti incapaci di diventare tali dopo il perfezionamento del curriculum studiorum e l'ingresso nel mondo del lavoro.
L'indecisione, l'immaturità, l'insicurezza nell'esprimere i propri pensieri e sentimenti ma anche l'incapacità di capire realmente cosa si ha bisogno (anche in amore) caratterizzano con sfumature diverse Shinako e Rikuo che, sebbene siano i due i protagonisti dall'età anagrafica maggiore, contrastano con i due ragazzini Haru e Ruo (innamorati rispettivamente di Rikou e Shinako), che manifestano sia pur nella loro giovane età una decisione e una chiarezza di intenti (nonché una resilienza e una motivazione a prova di bomba) che stride con la "debosciaggine" mentale dei due presunti adulti.
Ne esce un affresco di vita delicato ma anche un po' inquietante in cui l'amore è un pretesto per un accenno di riflessione sulla vita e le sue sfaccettature, senza mai scadere nella proposizione di un giudizio o di una valutazione: il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, il confronto ciclico con il proprio passato, l'elaborazione del lutto per la perdita di una persona molto significativa... tutte esperienze che segnano indelebilmente la vita dei protagonisti e che li rendono così fragili, disillusi ma anche così veri... fin troppo, perché l'anime sembra più concentrato ad evidenziare e sottolineare continuativamente i loro punti deboli e le loro contraddizioni rispetto alla sfrontataggine dei due protagonisti giovani e alla loro capacità di non arrendersi mai (o quasi - Haru alla fine era "scoppiata"), atteso il loro entusiasmo quasi a senso unico e la loro tipicamente giovanile non accettazione del compromesso.
Il limite dell'anime forse è l'eccessiva compressione delle disquisizioni esistenziali, la mancanza di un vero sviluppo dei personaggi e la presenza di un finale solo in apparenza "insulso", un po' alla versione manga di "Domestic Girlfriend". (Evitando di 'spoilerare' il finale, a mio avviso il significato è comunque piuttosto evidente: vivere il presente per quello che è senza paranoie e non inseguire sogni o rimpianti più o meno irrealizzabili...)
Difetti che si possono tranquillamente superare se si è amanti del genere e si approccia alla visione in modo da apprezzarne i dettagli, i particolari, senza focalizzarsi sul semplice "perché" degli eventi narrati...
Comparto tecnico e musiche di livello, per un'opera che mi ha colpito favorevolmente anche per l'ambientazione "vintage" coerente con l'anno di pubblicazione del manga (fine anni '90 del secolo scorso - mentre l'anime è del 2020!): vedere i personaggi utilizzare musicassette, macchine fotografiche analogiche a rullino, telefoni normali nelle cabine pubbliche e non trovare smartphone e tablet è stato un vero tuffo nostalgico nel passato in cui il contatto umano era il modo più utilizzato per comunicare con gli altri...
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Non posso fare paragoni, ma il remake di Spice mi è piaciuto. Vorrei vedere anche la vecchia serie se riesco.
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