Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
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Dopo che l’attivazione della rete 7G ha gettato il mondo nel caos, un gruppo di quattro ragazze parte alla ricerca di un’amica da tempo scomparsa, ma che sembrerebbe trovarsi nel quartiere di Ikebukuro, a Tokyo. A portarle fino a lì, sarà il treno della linea Seibu Ikebukuro, che collega la stazione di Agano a quella della capitale. Comincerà così un viaggio a tappe durante il quale le nostre scopriranno tanto il nuovo mondo post-7G quanto, e soprattutto, loro stesse.
La struttura della storia è semplice e sfrutta quello che è forse il tòpos narrativo più famoso e immediato di tutti: il viaggio. Non per questo tuttavia risulta banale, anzi riesce a unire in maniera originale e divertente il viaggio come itinerario fisico, al viaggio come percorso di crescita personale e di scoperta di sé. Perché alla fine è di questo che si tratta: di scoperta, di cambiamento e di accettazione reciproca. Il paesaggio assurdo, imprevedibile, talvolta spaventoso, che le ragazze di Agano si trovano ad attraversare stazione dopo stazione, non è solo quello esteriore, ma anche quello interiore, che muta radicalmente quando si cresce e può far paura proprio perché presenta qualcosa di sconosciuto.
Ecco quindi un secondo elemento intorno a cui ruota questa storia e che la rende forse così speciale: l’inaspettato, il sorprendente. Gli incontri che le nostre protagoniste faranno nel corso del viaggio avranno sempre un risvolto imprevedibile, tale da sovvertire le aspettative tanto delle ragazze quanto dello spettatore. Questo perché l’incontro con il mondo e con gli altri spesso mette di fronte all’incomprensibile, che ci sfida ad andare oltre le apparenze, oltre i nostri pregiudizi e le nostre pretese.
“Train to the End of the World” è quindi una piccola storia, semplice e divertente, senza pretese più grandi di sé, che racconta dell’imparare ad accettare sé stessi e gli altri, del non aver paura di crescere, di cambiare e di affrontare ciò che riserva il futuro.
L’unico difetto che potrei citare della serie è forse l’asimmetria nello sviluppo dei personaggi, dove Shizuru e Yoka sono particolarmente sfaccettate, mentre le altre ragazze del gruppo risultano meno approfondite. Tuttavia è una scelta che reputo comprensibile per questa storia, la quale forse non vuole mettere troppa carne al fuoco, per non risultare pretenziosa.
Il ritmo della serie è gestito bene, non ci si perde in sequenze esageratamente lunghe, né si affrettano gli sviluppi della trama, quasi come se ci si mantenesse in equilibrio tra lo slice of life e una storia d’avventura. Insomma, a mio parere una visione sicuramente piacevole, leggera e adatta a chi cerca una serie con cui passare un po’ di tempo in serenità. Nota di merito per le musiche che riflettono appieno il tono dell’anime.
P.S. Ora voglio assaggiare queste famose zucche amare di Agano.
La struttura della storia è semplice e sfrutta quello che è forse il tòpos narrativo più famoso e immediato di tutti: il viaggio. Non per questo tuttavia risulta banale, anzi riesce a unire in maniera originale e divertente il viaggio come itinerario fisico, al viaggio come percorso di crescita personale e di scoperta di sé. Perché alla fine è di questo che si tratta: di scoperta, di cambiamento e di accettazione reciproca. Il paesaggio assurdo, imprevedibile, talvolta spaventoso, che le ragazze di Agano si trovano ad attraversare stazione dopo stazione, non è solo quello esteriore, ma anche quello interiore, che muta radicalmente quando si cresce e può far paura proprio perché presenta qualcosa di sconosciuto.
Ecco quindi un secondo elemento intorno a cui ruota questa storia e che la rende forse così speciale: l’inaspettato, il sorprendente. Gli incontri che le nostre protagoniste faranno nel corso del viaggio avranno sempre un risvolto imprevedibile, tale da sovvertire le aspettative tanto delle ragazze quanto dello spettatore. Questo perché l’incontro con il mondo e con gli altri spesso mette di fronte all’incomprensibile, che ci sfida ad andare oltre le apparenze, oltre i nostri pregiudizi e le nostre pretese.
“Train to the End of the World” è quindi una piccola storia, semplice e divertente, senza pretese più grandi di sé, che racconta dell’imparare ad accettare sé stessi e gli altri, del non aver paura di crescere, di cambiare e di affrontare ciò che riserva il futuro.
L’unico difetto che potrei citare della serie è forse l’asimmetria nello sviluppo dei personaggi, dove Shizuru e Yoka sono particolarmente sfaccettate, mentre le altre ragazze del gruppo risultano meno approfondite. Tuttavia è una scelta che reputo comprensibile per questa storia, la quale forse non vuole mettere troppa carne al fuoco, per non risultare pretenziosa.
Il ritmo della serie è gestito bene, non ci si perde in sequenze esageratamente lunghe, né si affrettano gli sviluppi della trama, quasi come se ci si mantenesse in equilibrio tra lo slice of life e una storia d’avventura. Insomma, a mio parere una visione sicuramente piacevole, leggera e adatta a chi cerca una serie con cui passare un po’ di tempo in serenità. Nota di merito per le musiche che riflettono appieno il tono dell’anime.
P.S. Ora voglio assaggiare queste famose zucche amare di Agano.
Eden of the East
7.5/10
Un tassista giapponese domanda a un onesto cittadino: “Signore, se qualcuno le desse dieci miliardi di yen e le chiedesse di migliorare questo Paese, come li userebbe?”. Il cittadino lo guarda con aria sbigottita, ci pensa su per qualche secondo e risponde…
“Higashi no Eden”, anche noto col titolo di “Eden of the East”, è una serie animata di undici episodi, trasmessa in Giappone nella primavera del 2009. Ideata, scritta e diretta da Kenji Kamiyama, con musiche di Kenji Kawai e character design di Chika Umino, l’autrice di “Un Marzo da Leoni”, la serie animata, prodotta dallo studio Production I.G., si conclude con due film usciti rispettivamente nel 2009 e nel 2010, dal titolo “Eden of the East – The King of Eden” e “Eden of the East – Paradise Lost”.
Lunedì 22 novembre 2010: undici missili colpiscono il Giappone, senza mietere alcuna vittima. Questa giornata, che verrà in seguito ricordata come lo "Sconsiderato Lunedì", genera stupore e panico nei cittadini giapponesi, che cercano presto di dimenticarla. Tre mesi dopo, Saki Morimi, una studentessa giapponese in viaggio a Washington, si imbatte, davanti alla Casa Bianca, in un ragazzo dall'identità sconosciuta, nudo e in possesso solo di un cellulare e una pistola, che la salva da un'incomprensione con la polizia. I due sono subito in sintonia e, dopo aver fatto l’uno la conoscenza dell’altra, rientrano in Giappone, dove il ragazzo si mette ben presto alla ricerca della sua identità e del motivo per cui nel suo cellulare sono contenuti più di otto miliardi di yen.
La visione del primo episodio di “Eden of the East” è paragonabile ad un’esperienza bizzarra e surreale, d'altronde, non è cosa da tutti i giorni imbattersi in un uomo nudo armato di pistola. Nonostante ciò, la serie mi ha ispirato sin da subito grande familiarità, merito del character design inconfondibile di Chika Umino. Gli episodi si susseguono mantenendo un ritmo discreto, mai serrato, ma neanche troppo blando. C’è un mistero da risolvere e la sua risoluzione richiede l’aiuto di persone fidate, gli amici e colleghi universitari di Saki, che si scopriranno essere gli ideatori del motore di ricerca delle immagini denominato Eden of the East, da cui la serie prende il nome. I personaggi coinvolti nella risoluzione di quello che finisce per diventare un autentico caso di cronaca sono tanti, soprattutto considerando la brevità della serie, ma ognuno di loro si distingue per un tratto caratteristico, finendo col farsi apprezzare al pari dei protagonisti. Poco alla volta, come accade in tutte le storie di questo tipo, il mistero inizia a dipanarsi. Ogni episodio riserva allo spettatore una nuova rivelazione, anche se molto viene detto, o meglio, lasciato intendere dagli enigmatici dialoghi caratteristici della serie. Fino all’ultimo episodio, “Eden of the East” si tiene su un buon livello, ma senza mai far saltare lo spettatore dalla sedia. Il finale ha un che di poetico, ma lascia un forte senso di insoddisfazione. A conti fatti, per quanto l’ultimo episodio si possa considerare conclusivo, la serie animata non fornisce una risposta a tutti i quesiti sollevati nel corso delle puntate, richiedendo una necessaria integrazione con i due film successivi. La serie in sé è buona, merito soprattutto della storia originale e fresca, ma il finale è troppo incompleto per lasciare veramente appagato lo spettatore, che avrà la sensazione, al termine delle undici puntate, di essere rimasto con un pugno di mosche in mano.
La serie tratta discretamente bene temi politici e sociali, meglio approfonditi nei due film conclusivi. In particolar modo, “Eden of the East” cerca di fornire una risposta alla domanda iniziale e lo fa affrontando un problema tanto diffuso in Giappone, allora come adesso, quello dell’aumento dei NEET nel Paese. Alla difficile domanda, la serie non fornisce una risposta unica e definitiva, perché probabilmente neanche c’è, ma ne propone una più approssimativa, indicando quale sarebbe un buon punto di partenza per un Paese che voglia migliorarsi. Piuttosto che investire nelle armi o in un qualsivoglia settore del terziario, bisogna prima creare una nazione unita e compatta e ciò è possibile reintegrando nella società quegli individui visti etichettati come inetti. Anche i NEET hanno la propria dignità e il loro stare chiusi in casa non li rende meno intelligenti del laureato di turno già ben inserito nel mondo del lavoro. Tutti quanti noi possediamo un potenziale inespresso ed è compito della società riuscire a farlo emergere, ma fino a quando esisterà il pregiudizio e ci saranno sempre due pesi per due misure, questo non sarà mai possibile e la società continuerà a recludere potenziali menti brillanti nelle proprie misere “case” da quattro tatami e mezzo.
Molto buono il comparto tecnico ed estremamente suggestivo quello musicale, con l’opening degli Oasis a introdurre ogni puntata. Belle le musiche, ma usate in modo inadeguato, in alcune situazioni.
A mio modesto parere, “Eden of the East” non è uno di quegli anime che ti cambia la vita, ma ispira certamente interessanti riflessioni e, per questo motivo, da vedere.
“Higashi no Eden”, anche noto col titolo di “Eden of the East”, è una serie animata di undici episodi, trasmessa in Giappone nella primavera del 2009. Ideata, scritta e diretta da Kenji Kamiyama, con musiche di Kenji Kawai e character design di Chika Umino, l’autrice di “Un Marzo da Leoni”, la serie animata, prodotta dallo studio Production I.G., si conclude con due film usciti rispettivamente nel 2009 e nel 2010, dal titolo “Eden of the East – The King of Eden” e “Eden of the East – Paradise Lost”.
Lunedì 22 novembre 2010: undici missili colpiscono il Giappone, senza mietere alcuna vittima. Questa giornata, che verrà in seguito ricordata come lo "Sconsiderato Lunedì", genera stupore e panico nei cittadini giapponesi, che cercano presto di dimenticarla. Tre mesi dopo, Saki Morimi, una studentessa giapponese in viaggio a Washington, si imbatte, davanti alla Casa Bianca, in un ragazzo dall'identità sconosciuta, nudo e in possesso solo di un cellulare e una pistola, che la salva da un'incomprensione con la polizia. I due sono subito in sintonia e, dopo aver fatto l’uno la conoscenza dell’altra, rientrano in Giappone, dove il ragazzo si mette ben presto alla ricerca della sua identità e del motivo per cui nel suo cellulare sono contenuti più di otto miliardi di yen.
La visione del primo episodio di “Eden of the East” è paragonabile ad un’esperienza bizzarra e surreale, d'altronde, non è cosa da tutti i giorni imbattersi in un uomo nudo armato di pistola. Nonostante ciò, la serie mi ha ispirato sin da subito grande familiarità, merito del character design inconfondibile di Chika Umino. Gli episodi si susseguono mantenendo un ritmo discreto, mai serrato, ma neanche troppo blando. C’è un mistero da risolvere e la sua risoluzione richiede l’aiuto di persone fidate, gli amici e colleghi universitari di Saki, che si scopriranno essere gli ideatori del motore di ricerca delle immagini denominato Eden of the East, da cui la serie prende il nome. I personaggi coinvolti nella risoluzione di quello che finisce per diventare un autentico caso di cronaca sono tanti, soprattutto considerando la brevità della serie, ma ognuno di loro si distingue per un tratto caratteristico, finendo col farsi apprezzare al pari dei protagonisti. Poco alla volta, come accade in tutte le storie di questo tipo, il mistero inizia a dipanarsi. Ogni episodio riserva allo spettatore una nuova rivelazione, anche se molto viene detto, o meglio, lasciato intendere dagli enigmatici dialoghi caratteristici della serie. Fino all’ultimo episodio, “Eden of the East” si tiene su un buon livello, ma senza mai far saltare lo spettatore dalla sedia. Il finale ha un che di poetico, ma lascia un forte senso di insoddisfazione. A conti fatti, per quanto l’ultimo episodio si possa considerare conclusivo, la serie animata non fornisce una risposta a tutti i quesiti sollevati nel corso delle puntate, richiedendo una necessaria integrazione con i due film successivi. La serie in sé è buona, merito soprattutto della storia originale e fresca, ma il finale è troppo incompleto per lasciare veramente appagato lo spettatore, che avrà la sensazione, al termine delle undici puntate, di essere rimasto con un pugno di mosche in mano.
La serie tratta discretamente bene temi politici e sociali, meglio approfonditi nei due film conclusivi. In particolar modo, “Eden of the East” cerca di fornire una risposta alla domanda iniziale e lo fa affrontando un problema tanto diffuso in Giappone, allora come adesso, quello dell’aumento dei NEET nel Paese. Alla difficile domanda, la serie non fornisce una risposta unica e definitiva, perché probabilmente neanche c’è, ma ne propone una più approssimativa, indicando quale sarebbe un buon punto di partenza per un Paese che voglia migliorarsi. Piuttosto che investire nelle armi o in un qualsivoglia settore del terziario, bisogna prima creare una nazione unita e compatta e ciò è possibile reintegrando nella società quegli individui visti etichettati come inetti. Anche i NEET hanno la propria dignità e il loro stare chiusi in casa non li rende meno intelligenti del laureato di turno già ben inserito nel mondo del lavoro. Tutti quanti noi possediamo un potenziale inespresso ed è compito della società riuscire a farlo emergere, ma fino a quando esisterà il pregiudizio e ci saranno sempre due pesi per due misure, questo non sarà mai possibile e la società continuerà a recludere potenziali menti brillanti nelle proprie misere “case” da quattro tatami e mezzo.
Molto buono il comparto tecnico ed estremamente suggestivo quello musicale, con l’opening degli Oasis a introdurre ogni puntata. Belle le musiche, ma usate in modo inadeguato, in alcune situazioni.
A mio modesto parere, “Eden of the East” non è uno di quegli anime che ti cambia la vita, ma ispira certamente interessanti riflessioni e, per questo motivo, da vedere.
Kaiju No. 8
6.5/10
Sheelva
-
Allora, cosa potrei dire di questa serie?
Ah, che è stata pompata come la venuta del nuovo messia. Mi ricordo ancora quando il manga veniva spalmato dappertutto, persino nelle metropolitane. E penso che nella fumetteria della mia città abbiano ancora qualche cofanetto "limited edition". E con l'anime non si sono certo contenuti, mobilitando anche artisti statunitensi per le sigle, bellissime - me le ascolto ancora. E tutto questo per il nuovo... shonen standard che ti capita di vedere un po' per curiosità, un po' per caso, e che ti scorderai in neanche due giorni.
"Kaiju No. 8" è la fusione tra "Attack on Titan" e "Scuola di Polizia", con però un incipit piuttosto interessante, che tra l'altro è il motivo per cui ho iniziato a guardarlo. Uno shonen che ha come protagonista non il classico quindicenne ultra-potente ma un trentaduenne un po' rassegnato; infatti, è piuttosto anomalo e si sarebbero potute creare interazioni con i personaggi ed eventi veramente interessanti. Peccato che il caro Kafka Hibiki, il protagonista, si comporti esattamente come un quindicenne, al pari di quasi tutti gli altri personaggi che appaiono nella serie. Tranne nelle prime due puntate, infatti, in cui Kafka si domanda se sia giusto rinunciare alle proprie aspirazioni o meno, la sua età e tutto quello che ne deriva emergono solo in piccolissime cose, come la sua esperienza maturata con il suo lavoro oppure il fatto che gli altri lo chiamino "vecchietto". Ma nelle gag, per carità simpatiche, che mostrano, la sua età mentale si aggira tra i tredici e i sedici anni, cosa che cozza tantissimo con tutto quello che ci viene presentato. Il problema della differenza di età non è mai mostrato in maniera naturale: so che è un anime di dodici puntate e che quindi si deve andare di fretta, ma mi sarebbe piaciuto vedere un po' di diffidenza e, perché no, anche un po' di stizza degli altri personaggi nei confronti di Kafka proprio per la differenza di età, per poi vedere questo rapporto crescere e rasserenarsi. Un po' come quando in classe, al liceo, capitava il compagno bocciato. Ci impieghi un po' di tempo prima di abituarti.
E già che ci siamo, parliamo un po' degli altri personaggi.
In realtà, non c'è molto da dire, dato che in dodici episodi non si possono presentare approfonditamente dieci personaggi, ma da quello che ho visto posso dire che sono piuttosto sempliciotti. C'è la tipa fortissima ma con la puzza sotto al naso e daddy issues, c'è quello che vuole per forza primeggiare, c'è quello serio e silenzioso... insomma, un po' stereotipati. Uniche eccezioni, un po' tirate per i capelli, sono Ichikawa, la spalla di Kafka, che ironicamente è la parte matura del duo, sebbene abbia almeno dieci anni in meno di lui, e il vicecapitano Hoshina, personaggio da scoprire, abbastanza interessante. Una cosa che però mi è piaciuta molto è il rapporto tra Kafka e il capitano della squadra: questo sì che è verosimile, due amici di infanzia che, ormai adulti e vaccinati, vorrebbero riallacciare i rapporti, ma che per via di tanti fattori, tra cui anche la differenza di rango, fanno molta fatica, soprattutto Ashiro.
Passando alla trama, non scherzavo quando prima ho detto che è la fusione tra "Attack on Titan" e "Scuola di Polizia": il primo per il concept della serie, il secondo per le gag e l'atmosfera che si respira. Storia molto, molto lineare, che fa davvero fatica a presentare dei colpi di scena riusciti, ma che, e non so per quale motivo, si lascia guardare.
Per concludere, la grafica. Posso dire che mi aspettavo di più da un anime tanto pubblicizzato? I disegni sono davvero semplici e i colori mi sembrano molto piatti, tranne per le parti dove ci sono i kaiju, in cui la situazione migliora. Ho dato un'occhiata a qualche tavola del manga e la differenza tra il tratto dell'autore e lo stile dell'anime è abissale. Magari dovevano spendere un po' meno per tutta quell'animazione 3D della sigla (che tra l'altro mi ha ricordato molto Windows Media Player) e un po' di più per i colori, ma tant'è.
Tirando le somme, non penso che guarderò la seconda stagione: trama prevedibile e personaggi troppo semplici non sono il massimo; aggiungendo anche lo stile un po' troppo semplice, non mi fa provare quella sensazione di aspettativa che dovrebbe trascinarmi ad aspettare altri dodici episodi. Ma se volete qualcosa da guardare senza nessuna pretesa, dateci un occhio. In qualche modo, per motivi ancora per me incomprensibili, è piacevole.
Ah, che è stata pompata come la venuta del nuovo messia. Mi ricordo ancora quando il manga veniva spalmato dappertutto, persino nelle metropolitane. E penso che nella fumetteria della mia città abbiano ancora qualche cofanetto "limited edition". E con l'anime non si sono certo contenuti, mobilitando anche artisti statunitensi per le sigle, bellissime - me le ascolto ancora. E tutto questo per il nuovo... shonen standard che ti capita di vedere un po' per curiosità, un po' per caso, e che ti scorderai in neanche due giorni.
"Kaiju No. 8" è la fusione tra "Attack on Titan" e "Scuola di Polizia", con però un incipit piuttosto interessante, che tra l'altro è il motivo per cui ho iniziato a guardarlo. Uno shonen che ha come protagonista non il classico quindicenne ultra-potente ma un trentaduenne un po' rassegnato; infatti, è piuttosto anomalo e si sarebbero potute creare interazioni con i personaggi ed eventi veramente interessanti. Peccato che il caro Kafka Hibiki, il protagonista, si comporti esattamente come un quindicenne, al pari di quasi tutti gli altri personaggi che appaiono nella serie. Tranne nelle prime due puntate, infatti, in cui Kafka si domanda se sia giusto rinunciare alle proprie aspirazioni o meno, la sua età e tutto quello che ne deriva emergono solo in piccolissime cose, come la sua esperienza maturata con il suo lavoro oppure il fatto che gli altri lo chiamino "vecchietto". Ma nelle gag, per carità simpatiche, che mostrano, la sua età mentale si aggira tra i tredici e i sedici anni, cosa che cozza tantissimo con tutto quello che ci viene presentato. Il problema della differenza di età non è mai mostrato in maniera naturale: so che è un anime di dodici puntate e che quindi si deve andare di fretta, ma mi sarebbe piaciuto vedere un po' di diffidenza e, perché no, anche un po' di stizza degli altri personaggi nei confronti di Kafka proprio per la differenza di età, per poi vedere questo rapporto crescere e rasserenarsi. Un po' come quando in classe, al liceo, capitava il compagno bocciato. Ci impieghi un po' di tempo prima di abituarti.
E già che ci siamo, parliamo un po' degli altri personaggi.
In realtà, non c'è molto da dire, dato che in dodici episodi non si possono presentare approfonditamente dieci personaggi, ma da quello che ho visto posso dire che sono piuttosto sempliciotti. C'è la tipa fortissima ma con la puzza sotto al naso e daddy issues, c'è quello che vuole per forza primeggiare, c'è quello serio e silenzioso... insomma, un po' stereotipati. Uniche eccezioni, un po' tirate per i capelli, sono Ichikawa, la spalla di Kafka, che ironicamente è la parte matura del duo, sebbene abbia almeno dieci anni in meno di lui, e il vicecapitano Hoshina, personaggio da scoprire, abbastanza interessante. Una cosa che però mi è piaciuta molto è il rapporto tra Kafka e il capitano della squadra: questo sì che è verosimile, due amici di infanzia che, ormai adulti e vaccinati, vorrebbero riallacciare i rapporti, ma che per via di tanti fattori, tra cui anche la differenza di rango, fanno molta fatica, soprattutto Ashiro.
Passando alla trama, non scherzavo quando prima ho detto che è la fusione tra "Attack on Titan" e "Scuola di Polizia": il primo per il concept della serie, il secondo per le gag e l'atmosfera che si respira. Storia molto, molto lineare, che fa davvero fatica a presentare dei colpi di scena riusciti, ma che, e non so per quale motivo, si lascia guardare.
Per concludere, la grafica. Posso dire che mi aspettavo di più da un anime tanto pubblicizzato? I disegni sono davvero semplici e i colori mi sembrano molto piatti, tranne per le parti dove ci sono i kaiju, in cui la situazione migliora. Ho dato un'occhiata a qualche tavola del manga e la differenza tra il tratto dell'autore e lo stile dell'anime è abissale. Magari dovevano spendere un po' meno per tutta quell'animazione 3D della sigla (che tra l'altro mi ha ricordato molto Windows Media Player) e un po' di più per i colori, ma tant'è.
Tirando le somme, non penso che guarderò la seconda stagione: trama prevedibile e personaggi troppo semplici non sono il massimo; aggiungendo anche lo stile un po' troppo semplice, non mi fa provare quella sensazione di aspettativa che dovrebbe trascinarmi ad aspettare altri dodici episodi. Ma se volete qualcosa da guardare senza nessuna pretesa, dateci un occhio. In qualche modo, per motivi ancora per me incomprensibili, è piacevole.
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Train to the End of the World non era male. La storia è bizzarra e interessante, un viaggio magico. Il finale pure era buono. Comunque qualcosa di divertente e leggero, ma con quel qualcosa di profondo. Consigliato.
A differenza dei primi due che sono degli original, di Kaiju invece lessi il manga, carino. L'anime non l'ho ancora recuperato, anche perché lo stile grafico totalmente diverso dall'originale, che era molto più marcato e prepotente ci perde tantissimo e inoltre il character design è quello di Naruto Shippuden, cosa che mi disturba non poco.
non perchè brutte ma perchè sono mediocrate e mediocre non vuol dire brutte vuol dire mediocre
con film e serie che siano animati o live action sono molto selettivo oggi. perchè il tempo è sempre poco e non voglio sprecarlo
coi manga è già diverso perchè leggere anche un manga nella norma ti porta via molto meno tempo
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