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Nel 1981 viene prodotto il sequel del film del 1979. Matsumoto ne crea il soggetto in continuità con il primo lungometraggio, segnando allo stesso tempo uno stacco tra i due lavori. Scenari di distruzione contrappongono adesso una città fantasma e distrutta dalla guerra all’ipertecnologica città che ci era stata presentata nel prequel del 1979. Così agli splendidi grattacieli che si innalzavano alla luce dorata del tramonto, in un brulicare di innovazioni tecnologiche e scientifiche, si sostituisce una città fatiscente, i cui scenari sono dominati dalle macerie degli stessi grattacieli; una città in preda allo scontro tra meccanoidi seriali e spersonalizzati come un esercito e i pochi e sparuti gruppi umani.

Fa qui la sua comparsa un Tetsuro più cresciuto, più disilluso, che non ha più la voglia di combattere e di andare avanti, che ha perso ormai ogni fiducia nel futuro. Allo stesso ragazzo che nel film-prequel del 1979 aveva intrapreso un fantasioso viaggio a bordo della locomotiva intergalattica 999 adesso quello stesso viaggio sembra un sogno, così come non reale, ma situata a metà tra sogno e ricordo indistinto è la bella figura di Maetel. Neanche i compagni di guerra di Tetsuro credono ormai più all’esistenza del famoso espresso spaziale, il cui nome è solo leggenda. Le parole di Tetsuro, i ricordi delle sue avventure non sono più plausibili, tanto sono cambiate le cose da allora, tanto un evento sconvolgente può portare all’obnubilamento della memoria, perfino di quella più preziosa.
La svolta nella trama ci sarà, e i destini di Tetsuro e di Maetel si incroceranno di nuovo; incontro simboleggiato dal ritorno del Galaxy Express, per l’occasione oggetto di un nuovo restyling.
Il viaggio toccherà questa volta mete alternative, spaziando da un misterioso pianeta di nome Lamethal, in cui Tetsuro verrà a conoscenza di verità sconvolgenti, alla misteriosa base di Faust, in cui Tetsuro potrà ulteriormente affinare il suo percorso evolutivo, già cominciato in maniera evidente nell’opera del 1979.

Proprio il carattere di Tetsuro viene qui esplorato nelle sue pieghe più sottili. I sentimenti, le aspirazioni, le paure, i rancori tipici di un’età giovanile si concretizzano nell’audacia del protagonista, il cui distacco rispetto a quello della serie televisiva è davvero evidente, tant’è che si potrebbe parlare senza rischio di equivoci di due protagonisti omonimi ma distinti per il mondo di Galaxy Express 999.
La maturazione di Tetsuro qui è ancora più spiccata. La sua ricerca angosciata dei motivi che hanno spinto Maetel a tradirlo, la ricerca del passato della stessa, lo pongono di fronte a eventi che con la loro drammaticità consentono al ragazzo di diventare un vero guerriero dello spazio. La sua decisione e la sua determinazione risultano dunque evidenti. Di sicuro Tetsuro è il personaggio meglio caratterizzato dell’intera opera.

Maetel purtroppo è ancora un personaggio quasi secondario, seppure qui troviamo un maggiore approfondimento degli aspetti del suo passato, che emergono però non dalla stessa protagonista, ma dalla difficoltosa ricerca di Tetsuro sul pianeta Lamethal. Fili invisibili legano Maetel e la madre Promethium a un misterioso castello che si erge nell’azzurro degli splendidi e ancora rigogliosi panorami di questo pianeta. Storie di tradimenti, di abbandono, di partenze, vengono accennate, ma mai raccontate del tutto. È per questo che Maetel qui, sebbene non ancora perfettamente caratterizzata, acquisisce agli occhi degli spettatori il fascino di una figura complessa e divisa tra un senso del dovere impostole dall’esterno e un’interiore condizione morale opposta a esso.

Personaggio inedito, ma simbolo di profonda caratterizzazione è Faust, i cui legami con il tempo, con il passato e con il futuro sono evidenti. Il fascino che deriva dalla sua figura è profondo, legato a un alone di mistero che lo circonda e lo avvolge nelle sue grandiose apparizioni dal nulla, che lo rendono simile a un fantasma, ma allo stesso tempo a qualcosa di più. La personalità che lo contraddistingue si mescola ai favolosi scenari in cui compare, facendone uno dei nemici più temibili mai creati da Matsumoto.
Faust, un essere meccanico tra i più potenti, è dotato di uno charme sinistro, che ne fa in qualche modo un alter ego negativo di Harlock. La sua somiglianza al coevo Darth Vader di StarWars, nel carattere come nell’aspetto, oltre che nel ruolo da lui ricoperto, è indiscutibile.

I camei delle figure dell’universo-Matsumoto risultano qui un po’ superflui, e se nel film del '79 il loro impiego risultava giustificato dalla volontà di compiacimento dei fan, qui essa diventa ancora più evidente visto che la strumentalità delle loro azioni e dei loro interventi è quasi nulla. Gli avvenimenti degni di nota si riducono infatti agli interventi dell’Arcadia negli scontri a fuoco con le milizie del pianeta Grande Andromeda e all’affascinante patto stretto tra Harlock e Faust, sotto il testimone di un’antica e profonda amicizia tra due grandi uomini.
Ancora più ingiustificata è la presenza di Emeraldas che, se nel primo lungometraggio aveva una ragione nella complementare presenza di Tochiro, qui si riduce solo alla figura fraterna che ricorda a Maetel il suo destino e il suo ruolo di viaggiatrice perenne, senza essere ancora legata a lei come lo sarà in seguito.

Gli aspetti più affascinanti della trama, che di suo non apporta quasi nessuna novità allo schema della storia nota, riguardano soprattutto il misterioso treno fantasma, la cui realizzazione tecnica è avvincente. Il treno misterioso supera in corsa il Galaxy Express, lasciando i passeggeri atterriti per la sua potenza tecnologica. L’oscuro treno spaziale è significativa controfigura dell’espresso intergalattico: un 999 alla rovescia, il cui carico e i cui passeggeri restano nel mistero, come sconosciuta ne resta la destinazione finale. Il sordo rumore dei suoi motori e l’oscurità che lo avvolge generano terrore e angoscia in chiunque lo incroci.

La carenza della trama è compensata da un comparto tecnico di alto livello. L’anzianità dell’opera non ne pregiudica la perfezione in certi frangenti.
Il chara è ancora più raffinato che nel primo lungometraggio, soprattutto nella resa di Tetsuro. Linee più morbide migliorano un già piacevole disegno. Purtroppo si registra una linea discendente rispetto al film del '79 in Maetel, i cui tratti spigolosi tornano purtroppo a ricordare quelli della serie anime.
I colori, opera di Murata Kuniko, sono di altrettanta bellezza: vividi nei fondali, sfumati nelle scene più intense, contribuiscono a enfatizzare la carica emotiva di certi episodi. Vi si accompagnano animazioni fluide, alla cui direzione ritroviamo Kazuo Komatsubara, in un costante miglioramento rispetto alla tappa del 1979.
Katsumi Itabashi finalmente ci regala un mecha degno del lato tecnico dell’opera, migliorandone il livello rispetto ai risultati poco soddisfacenti dell’opera del '79.

La fotografia è opera di Yoichi Takanashi, che si muove in continuità con il primo lungometraggio, continuando a darci intense emozioni: la resa di certi fondali è unica. Basti ricordare ad esempio la base di Faust, dominata da colori scuri e freddi, in cui si percepisce il fascino privo di vita della tecnologia. Basta citare i bellissimi fondali del pianeta Lamethal, caratterizzati da un’atmosfera evanescente, grazie alla predominanza di colori-pastello che ne denotano il clima fiabesco e di posto dallo splendore antico e ormai remoto.
La resa del pianeta Grande Andromeda, è stupefacente: colori accesi e contrapposti rendono l’idea di una città pulsante, al cui magnifico scenario collocato tra fantastico e scientifico si contrappone quello desolante e avveniristico della Fabbrica dell’Estrazione della Fiamma della Vita, una mostruosa industria del futuro dove l’umanità è la materia prima, un’industria dominata dai colori tetri degli avanzati congegni elettronici.

Alla regia si notano le pecche più evidenti del lungometraggio. Il nome di Rin Taro conferisce autorità soltanto alle migliori scelte registiche, come al montaggio di alcune scene di arrivo e partenza della locomotiva spaziale, caratterizzate dall’apertura delle scene su grandissimi spazi, che ne marcano dunque la maestosità ricorrente.
Come nel lungometraggio del 1979 i buchi della regia si osservano di nuovo nella lentezza, nella presenza di poco montaggio, in scene dove si prolunga per troppo tempo l’assenza di dialoghi per dare invece spazio a stanchi inseguimenti tra nemici. Altro punto a sfavore delle scelte di Rin Taro sta nella resa della distruzione del pianeta Grande Andromeda: l’effetto-confusione determinato dal risucchio gravitazionale della leggendaria Strega Sirene è fin troppo prolungato, e il ritorno ciclico degli stessi fotogrammi stanca lo spettatore, reduce da quasi due ore di visione.

Un picco davvero notevole è invece raggiunto dalle musiche, superbe nella composizione. Osamu Shooji è artefice di note sinfoniche e orchestrali che accompagnano l’apertura del film su una città dominata dalla distruzione della guerra; le trombe conferiscono maestosità e potenza comunicativa a queste immagini. È un grande impatto sonoro, che diventa la nota costante dello svolgimento del film, dando una grandiosità che spesso manca al montaggio di alcune scene. I motivi convulsi dei violini che accompagnano la scoperta dell’impressionante Fabbrica dell’Estrazione delle Fiamme della Vita conferiscono pathos a uno scenario che già di per sé stupirà lo spettatore per la potenza delle immagini. L’eclettismo delle composizioni è superbo. Notevole è inoltre per la bellezza e il romanticismo delicato l’ending, <i>Sayonara</i>, le cui note scorrono sullo sfondo di una malinconica Maetel che guarda un tramonto, il tramonto della giovinezza di Tetsuro.

Il sette va dunque non tanto alla trama e all’organizzazione della sequenza degli eventi, che qui registra una curva discendente rispetto ai livelli del film del '79, ma agli aspetti tecnici, in grado di lasciarci davvero stupiti per gli anni di cui l’opera è figlia. Va inoltre alla potenza comunicativa, tramite il canale visivo e uditivo, più degna di opere ben posteriori.
Il sette va alla simbologia complessa e affascinante, ancora più accentuata che nel primo lungometraggio. La metafora che nel film del 1979 era appena accennata e incarnata dalla figura del treno intergalattico qui si apre nel suo significato più profondo alla mente di ogni spettatore:<i> “I giovani costruiscono il futuro superando le ambizioni dei loro padri. Lo stesso sangue scorre di padre in figlio. Io credo sia questa la vera vita eterna”</i>. Il voto si sarebbe sicuramente innalzato se questa tematica fosse stata approfondita come meritava, ricca com’è di spunti di riflessione.