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Ho apprezzato moltissimo “Shôwa Genroku Rakugo Shinjû”.
Adoro i titoli descrittivi dei Giapponesi! Mi ricordano in una certa misura un altro mio grande amore: la letteratura ispano-americana. Che dire dell’incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata di Gabriel García Márquez?

Parlando di “Shôwa Genroku Rakugo Shinjû”, tre cose mi hanno colpito favorevolmente: prima di tutto i disegni, che meriterebbero un bel 10. Puro stile josei pulito, lineare e maturo (spero che il manga esca anche in Italia, per poter apprezzare il tratto originale di Haruko Kumota, forse simile a “Our Little Sister”).
Poi devo valutare positivamente l’ambientazione storica (l’epoca Shôwa va dal 1926 al 1989): sono una fan dei period drama e degli anime storici - anche se non di quelli di samurai. Inoltre è eccellente il modo in cui l’anime segue cronologicamente le vicende dei personaggi, mostrandoceli bambini, poi giovani e persino anziani. E su questo devo aggiungere che le figure anziane non sono mai caricaturali, come spesso avviene nei manga e negli anime (pensiamo ai vecchietti di “Ranma ½”), ma anzi esse acquisiscono la profondità dell’esperienza, mostrando una gamma di sentimenti particolare. In terzo luogo bisogna dire che la serie raggiunge picchi drammatici sublimi, senza per questo essere pesante.

Si analizza un mondo che sta cambiando e il bisogno di traghettare un’arte antica come il genere comico del rakugo nella nuova epoca: è necessario adattarlo ai gusti del nuovo pubblico o bisogna continuare a seguire la tradizione? È questa la domanda che si pongono i due protagonisti, Kikuhiro e Sukeroku. Il primo trova una sua forma di recitare in un modo che non si discosta dai classici; il secondo è più estroverso e vivace, ed è quest’ultimo ad alleggerire molto la vicenda. Tra i due si frappone una donna - Miyokichi -, che ha visto la guerra in Manciuria e ora lavora come geisha a Tôkyô.
Anche quest’allusione al conflitto mi è sembrata molto interessante e sintomo di una trama davvero matura, e la complessa psicologia della ragazza è delineata molto bene nel corso dei tredici episodi. Ovviamente non dirò nulla sul finale della storia né su come si risolve il triangolo amoroso, anche se il titolo dell’anime qui è fin troppo didascalico (vi invito a cercare il significato del termine “shinjû” 心中, che costituisce di per sé uno spoiler).
È interessante il fatto che nessuno dei protagonisti usi il suo vero nome: gli artisti di teatro e le geisha prendevano (e prendono) nomi d’arte fino ad ereditare il nome del proprio maestro, se meritevoli. Ecco allora che si profila il tema della “maschera”, ovvero del nascondere costantemente il proprio Io, qui strettamente legato a una questione puramente giapponese: il kotodama, ossia lo “spirito della parola”, il potere magico del linguaggio -, e quindi l’importanza del nome delle cosa e delle persone - che è centrale nella mitologia shintoista e riverbera in tantissimi anime e manga, da “La città incantata” a “Natsume degli Spiriti” fino a “Noragami”...

Devo però confessare la verità: non ho apprezzato il rakugo! Le parti recitare sono un po’ difficili da digerire, specie nel primo episodio che dura quarantasette minuti invece dei canonici ventiquattro. Si tratta probabilmente di un nuovo tentativo da parte del mondo del manga di rivalutare le arti classiche e le tradizioni in declino, come per esempio era avvenuto con “Hikaru no Go” (sul gioco del go) o “Yawara” (sul judô). Tuttavia, come spesso avviene in questi casi, l’esportazione all’estero diventa difficile e l’argomento resta un po’ ostico per il pubblico. Per questo penso che non sia semplice pianificare l’uscita italiana del fumetto.
Alcuni lo paragonano a “Sakamichi no Apollon”. Anche se la storia e le “motivazioni” di quest’anime/manga sul jazz sono molto diverse, si apprezza lo stesso tipo di atmosfera vintage.