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9.0/10
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Sei minuti.
Il tempo di prepararsi un tè, la durata di “Bohemian Rhapsody”, oppure quello che basta a “Shelter” per rivoltarti il cuore sottosopra ed entrarci dentro, mentre tu sei troppo occupato a capire come riprenderti.

“Anche quando mi sento sola,
e quando sto per perdere ogni speranza,
questi ricordi mi rendono forte.
Non sono sola.
Grazie a te.”

Fantasia, dolcezza e nostalgia si fondono assieme in questo corto, accompagnate dalla musica che, come spesso accade, sa comunicare molto meglio delle parole e ci racconta la storia dell’amore tra un padre e sua figlia, un amore capace di superare le barriere del tempo e dello spazio, incurante di qualsiasi ostacolo. È grazie a questo legame che una nuova realtà, fatta di colori ed emozioni, può prendere il posto di quella vecchia, cancellando il buio e la solitudine; allora vediamo sconfinate distese di erba, cristalli scintillanti e profondi canyon rocciosi prendere vita da disegni, il processo creativo che tiene viva la mente e risveglia i ricordi, la nostra essenza più profonda. D’altronde, cosa saremmo noi senza i ricordi? Tristi involucri privi di anima, pallide ombre prossime a sparire nel nulla. Ricordare ci salva dall’oblio e ci permette di tenere in vita anche chi non c’è più. Credo sia uno degli insegnamenti che questo corto può lasciarci.
O forse no.
Il bello di “Shelter” è racchiudere in sei minuti talmente tanti significati che, ogni volta che lo si riguarda, ci si accorge di una sfumatura nuova, uno spunto di riflessione inedito rimasto nascosto per tutto il tempo, in attesa che qualcuno lo notasse.

Un’opera che non stanca mai e rinasce ogni volta diversa da prima. Per me è qualcosa di fantastico.
Arrivati a questo punto, direi che aggiungere altro sarebbe superfluo; sperando di avervi incuriosito quanto basta, non mi resta che augurarvi buona visione.