Recensione
Il castello errante di Howl
10.0/10
ATTENZIONE: LA RECENSIONE PUÒ CONTENERE SPOILER:
Avvolto dalla nebbia, nelle lande montane, si aggira un misterioso castello semovente abitato da un avvenente stregone, il quale si vocifera ghermisca il cuore delle belle giovani che hanno la sfortuna di incrociare il suo sguardo.
È questo l’incipit del film Il castello errante di Howl, uscito nel 2004 come adattamento cinematografico del libro omonimo, scritto dall’autrice inglese Diana Wynne Jones. Il progetto era stato inizialmente affidato a Mamoru Hosoda, un regista emergente, che lo abbandonò per divergenze creative con lo studio. Perciò il film riportò al lavoro, dal suo ritiro, il maestro Hayao Miyazaki.
La produzione dell’opera comincia quindi nel settembre 2002: il team di sviluppo compie un viaggio di dodici giorni in diverse città europee, come Colmar ed Heidelberg, per fare ricerche sulle ambientazioni del film. Ritornati in patria, cominciano a produrre i primi character design e concept art, dedicandosi anche ai test preliminari per i movimenti in computer grafica del castello, mentre il regista avvia la creazione dello storyboard, che verrà completato nel gennaio del 2004. In seguito al processo di pulizia delle animazioni e di registrazione della musica, effetti sonori e voci, il primo screen test del film avviene in agosto, evento che segna il completamento ufficiale del progetto, con la distribuzione nei cinema giapponesi che parte dal 20 novembre 2004.
Il castello errante di Howl è un’opera colma di simbolismi, con una narrazione fortemente stratificata che va a toccare diverse tematiche ricorrenti nei prodotti dell’autore e dello studio, come la guerra, le donne dallo spirito forte e la vecchiaia.
Il film segue le vicende di due figure principali: Sophie e Howl. La prima si presenta come una ragazza dalla bassa autostima, rassegnata all’idea di dover trascorrere la vita occupandosi dell'attività di famiglia, dopo la dipartita del padre, in quanto figlia maggiore. La mancanza di fiducia in sé stessa è principalmente dovuta al suo aspetto fisico. Sophie non si vede bella e si sente fuori posto, circondata da persone che danno all’apparenza grande importanza, come la matrigna, con i suoi vestiti appariscenti, o la sorella minore, ben pettinata, truccata e sempre corteggiata da uomini. Sophie comunque si dimostra una ragazza dal carattere deciso e solo apparentemente sottomesso. La vediamo infatti rispondere con fermezza ai soldati che la importunano all’inizio del film e, qualche scena dopo, non si fa mettere i piedi in testa nemmeno dalla Strega delle Lande, quando questa entra nella sua bottega insultando prima il negozio e poi la ragazza. Inoltre, una volta colpita dalla maledizione e trovandosi improvvisamente invecchiata, Sophie reagisce con forza e decisione, scoprendosi inaspettatamente più a suo agio in queste nuove vesti, finalmente libera dai canoni estetici che prima la perseguitavano.
Oltre a Sophie, deuteragonista dell’opera è lo stregone Howl. Questo viene inizialmente presentato come un ragazzo affabile ed affascinante anche se estremamente vanitoso, ma questa si rivelerà solo una facciata. Egli è la figura più complessa psicologicamente nell’opera e rappresenta l’opposto ideologico di Sophie. Se lei è arresa a una vita incentrata sulle responsabilità familiari, lui invece vuole vivere libero da ogni obbligo sociale e praticare la magia come desidera, facendo di tutto per perseguire questo scopo. Tuttavia, Howl è talmente impegnato a scappare da non pensare mai a chi davvero voglia essere, non focalizzandosi su sé stesso e arrivando a creare molteplici identità, per sfuggire alla chiamata alle armi del suo paese, con diverse basi nel regno raggiungibili attraverso la porta magica del castello. Lo stregone spiegherà a Sophie che lui ha quanti nomi gli servono per poter vivere libero, ma questa libertà è solo apparente e Howl sta soltanto inseguendo quel concetto con disperazione. L’unica certezza che ha è la sua bellezza, alla quale si aggrappa con tutto sé stesso. La sua estetica è una delle poche cose su cui pensa di avere il controllo ma, quando questa viene stravolta, Howl perde quel singolo tratto in cui riesce a riconoscersi, reagendo con violenza e sconforto, arrivando quasi a lasciarsi morire.
Oltre all’incantatore, nel castello errante sono presenti il demone del fuoco Calcifer, letteralmente il cuore della struttura, e il giovane apprendista Markl, che rappresenta il bambino interiore di Howl, il quale, tuttavia, per poter essere socialmente accettato, si traveste da adulto per lavorare. Lo stregone è rimasto fortemente legato alla sua infanzia, un eterno fanciullo che si ostina a voler scappare dai suoi problemi, questi personificati da due donne: l’austera maestra Suliman, che lo richiama ai doveri verso la corona (quindi verso la società), e la spaventosa Strega delle Lande, che rappresenta per lo stregone il futuro mostruoso a cui può andare incontro nell’uso scorretto della magia.
Continuando a parlare della figura di Howl, è importante soffermarsi su cosa rappresenta la sua abitazione. Il castello è infatti considerabile il protagonista allegorico dell’opera, essendo una proiezione dell’identità di chi lo occupa. Tale espediente narrativo è un topos letterario tipico delle fiabe ed è un concetto ancora più estremizzato in questo film, visto che la struttura è tenuta insieme dal cuore di Howl stesso. Il castello, dal punto di vista estetico, si presenta come un enorme ammasso di cianfrusaglie, dando forma a tutte le futili e superficiali esperienze vissute dal mago, nelle quali questo si rifugia come in una corazza. Da tale collage disordinato si capisce come Howl non abbia mai preso una vera decisione sul come vivere, costruendosi semplicemente una difesa resistente e in grado di muoversi. Quest’ultimo è un fattore fondamentale: il castello infatti non è "errante" solo per simboleggiare l’escapismo del protagonista ma anche il suo bisogno di essere ovunque. Howl non ha ancora deciso dove sistemarsi, proprio come non ha ancora capito chi voglia realmente essere. All’interno il castello, disordinato e sporco, simboleggia la psiche del protagonista. Qui Sophie, nelle vesti di donna delle pulizie, porterà un letterale e metaforico ordine, nell’abitazione così come nei sentimenti dello stregone, facendo in questo modo emergere il cuore di quest’ultimo, fragile e colmo di bontà. Nel finale, infatti, si vede come il vecchio castello inizi a distruggersi, perdendo tutte le sovrastrutture inutili, per poi essere ricostruito interamente, con l’ultima sequenza del film che mostra i due protagonisti e il resto della famiglia nel giardino del nuovo castello, il quale, al posto di camminare goffamente, vola, finalmente libero, nel cielo.
Il concetto secondo il quale l’aspetto esteriore non riflette quello interiore è uno dei punti cardine dell’opera di Miyazaki. La maga Suliman, apparentemente amichevole e rassicurante, è in realtà crudele e autoritaria. La Strega delle Lande, spaventosa e sinistra, una volta persi i poteri, si rivela essere un’innocua vecchietta, che si rendeva giovane con la magia. Al contrario, Sophie è una ragazza giovane che si comporta però come un’anziana, come se non avesse più possibilità di scegliere della sua vita. Perciò, quando viene maledetta, il suo aspetto rispecchia il suo carattere e la vediamo invecchiare, ma l’età di Sophie nel corso del film è volatile e muta a seconda della sua autostima, passando da anziana a giovane e viceversa. Howl, infine, è incredibilmente bello ma con l’animo corrotto dal demone, che si manifesta nella trasformazione mostruosa che assume quando combatte.
Altro tema cardine è il carattere profondamente antibellicista del film. Se la guerra è sempre stato un elemento presente nelle opere dell’autore, solitamente risolta dall’intervento di un giovane protagonista dall’animo buono, da questo film Miyazaki arriva alla conclusione dell'inutilità del conflitto e che nelle guerre non ci sono buoni e cattivi. Infatti, anche se lo scontro fa da sfondo all’opera fin dai primi minuti, resta indefinito fino alla fine. Non vengono specificati gli schieramenti e neanche per quali motivazioni si stia combattendo. Il punto non è rappresentare una guerra specifica ma il concetto stesso di essa. Il conflitto, per l’autore, trasforma le persone in mostri e, a testimonianza di ciò, tutti i combattenti che vediamo negli scontri sono creature che dimenticheranno anche di essere state umane, come dice il protagonista. La guerra rappresenta inoltre il conflitto interiore di Howl: egli si unisce alla battaglia ma non combatte scegliendo uno schieramento, entra in scena come una sorta di divinità venuta a portare un elemento di disturbo al di sopra dello scontro, interferendo solo per l’odio che prova verso la violenza inutile della guerra. Ma, se all’inizio Howl lo fa senza uno scopo preciso, dopo aver conosciuto Sophie, deciderà di combattere tutti per proteggerla e mettere fine lui stesso allo scontro, sobbarcandosi la responsabilità di difendere qualcuno all’infuori di sé stesso, tramutandosi però sempre più in un mostro.
Caratterizzante per la filmografia dell’autore è la dicotomia tra arte e arma. Il messaggio che vuole comunicare Miyazaki è che ciò che si ama fare può diventare una fonte di dolore e rammarico. Se di solito il regista rappresenta tale messaggio con gli aerei, divisi tra quelli per volare e quelli per la guerra, in questo film invece è la magia per sé stessi e la magia per combattere a portare questo concetto. Howl rinuncia a sé stesso per perseguire il suo desiderio, per la sua arte, decidendo così di dare via il suo cuore in cambio di un potere magico che più usa e più lo corrompe.
Oltre alle varie tematiche della narrazione è da osservare anche come l’opera abbia avuto un grandissimo impatto dal punto di vista tecnico e produttivo. L'uso della computer grafica è molto più presente rispetto ai film precedenti, anche se ben integrato. È infatti impiegato per dare movimento alle bandiere, alle ombre e soprattutto per animare il castello, con le sue zampe sgangherate e l'aspetto traballante. Inoltre, l’opera esce in un periodo in cui l'industria dell'animazione giapponese subiva un cambiamento radicale. Per decenni il finanziamento per i film era stato affidato ai comitati di produzione, ovvero gruppi di aziende, canali TV, editori e distributori che condividevano i rischi e i diritti sui film, con ognuno che investiva una quota, sperando di rientrare con le vendite di DVD, i passaggi televisivi o le proiezioni in sala. Tuttavia, da dopo La città incantata (2001), si affermò un nuovo modello. Il governo giapponese lanciò il progetto “Cool Japan”, un'iniziativa volta a promuovere l'immagine del Giappone all'estero come un paese affascinante, creativo e tecnologico. Al centro di questo piano propagandistico erano anime e manga, ritenuti i principali veicoli culturali in grado di suscitare interesse nel pubblico internazionale. Nacquero così nuovi fondi pubblici e privati a sostegno dell'animazione, con l'ingresso di banche come investitori, che, a differenza dei comitati tradizionali, non hanno interessi editoriali e puntano semplicemente a finanziare progetti redditizi. Il castello errante di Howl fu uno dei primi film a essere sostenuto da questo nuovo sistema, che puntava a esportare l'animazione giapponese nel mondo e a trasformare lo Studio Ghibli in un marchio globale. L’opera segna infatti la prima volta che un film di Miyazaki ricevette una distribuzione paragonabile a quella di un blockbuster americano. L’opera ebbe un grande successo sia in Giappone che all’estero: uscì in un momento perfetto per il genere fantasy, che in quel periodo era al massimo della popolarità grazie al successo di saghe come Harry Potter e Il Signore degli Anelli. Inoltre, la storia d'amore tra Sophie e Howl conquistò il pubblico adolescente e l'ambientazione europea lo rese accessibile anche all’audience occidentale.
Questo film rappresenta un punto di svolta nella carriera di Miyazaki e nella storia dello studio. Il castello errante di Howl è un’opera di fortissimo impatto culturale e artistico, che unisce l’affascinante estetica dei disegni e delle animazioni a una narrazione magnetica per il suo modo di raccontarsi unico, trattando argomenti significativi con una apparente leggerezza fiabesca. Il film rapisce il cuore dello spettatore per la semplicità della trama e lo strega con la sua profondità. Una stupenda storia d’amore che mostra come la gentilezza e forza d’animo riescano a vincere anche in un mondo di guerre, esteriori e interiori.
Avvolto dalla nebbia, nelle lande montane, si aggira un misterioso castello semovente abitato da un avvenente stregone, il quale si vocifera ghermisca il cuore delle belle giovani che hanno la sfortuna di incrociare il suo sguardo.
È questo l’incipit del film Il castello errante di Howl, uscito nel 2004 come adattamento cinematografico del libro omonimo, scritto dall’autrice inglese Diana Wynne Jones. Il progetto era stato inizialmente affidato a Mamoru Hosoda, un regista emergente, che lo abbandonò per divergenze creative con lo studio. Perciò il film riportò al lavoro, dal suo ritiro, il maestro Hayao Miyazaki.
La produzione dell’opera comincia quindi nel settembre 2002: il team di sviluppo compie un viaggio di dodici giorni in diverse città europee, come Colmar ed Heidelberg, per fare ricerche sulle ambientazioni del film. Ritornati in patria, cominciano a produrre i primi character design e concept art, dedicandosi anche ai test preliminari per i movimenti in computer grafica del castello, mentre il regista avvia la creazione dello storyboard, che verrà completato nel gennaio del 2004. In seguito al processo di pulizia delle animazioni e di registrazione della musica, effetti sonori e voci, il primo screen test del film avviene in agosto, evento che segna il completamento ufficiale del progetto, con la distribuzione nei cinema giapponesi che parte dal 20 novembre 2004.
Il castello errante di Howl è un’opera colma di simbolismi, con una narrazione fortemente stratificata che va a toccare diverse tematiche ricorrenti nei prodotti dell’autore e dello studio, come la guerra, le donne dallo spirito forte e la vecchiaia.
Il film segue le vicende di due figure principali: Sophie e Howl. La prima si presenta come una ragazza dalla bassa autostima, rassegnata all’idea di dover trascorrere la vita occupandosi dell'attività di famiglia, dopo la dipartita del padre, in quanto figlia maggiore. La mancanza di fiducia in sé stessa è principalmente dovuta al suo aspetto fisico. Sophie non si vede bella e si sente fuori posto, circondata da persone che danno all’apparenza grande importanza, come la matrigna, con i suoi vestiti appariscenti, o la sorella minore, ben pettinata, truccata e sempre corteggiata da uomini. Sophie comunque si dimostra una ragazza dal carattere deciso e solo apparentemente sottomesso. La vediamo infatti rispondere con fermezza ai soldati che la importunano all’inizio del film e, qualche scena dopo, non si fa mettere i piedi in testa nemmeno dalla Strega delle Lande, quando questa entra nella sua bottega insultando prima il negozio e poi la ragazza. Inoltre, una volta colpita dalla maledizione e trovandosi improvvisamente invecchiata, Sophie reagisce con forza e decisione, scoprendosi inaspettatamente più a suo agio in queste nuove vesti, finalmente libera dai canoni estetici che prima la perseguitavano.
Oltre a Sophie, deuteragonista dell’opera è lo stregone Howl. Questo viene inizialmente presentato come un ragazzo affabile ed affascinante anche se estremamente vanitoso, ma questa si rivelerà solo una facciata. Egli è la figura più complessa psicologicamente nell’opera e rappresenta l’opposto ideologico di Sophie. Se lei è arresa a una vita incentrata sulle responsabilità familiari, lui invece vuole vivere libero da ogni obbligo sociale e praticare la magia come desidera, facendo di tutto per perseguire questo scopo. Tuttavia, Howl è talmente impegnato a scappare da non pensare mai a chi davvero voglia essere, non focalizzandosi su sé stesso e arrivando a creare molteplici identità, per sfuggire alla chiamata alle armi del suo paese, con diverse basi nel regno raggiungibili attraverso la porta magica del castello. Lo stregone spiegherà a Sophie che lui ha quanti nomi gli servono per poter vivere libero, ma questa libertà è solo apparente e Howl sta soltanto inseguendo quel concetto con disperazione. L’unica certezza che ha è la sua bellezza, alla quale si aggrappa con tutto sé stesso. La sua estetica è una delle poche cose su cui pensa di avere il controllo ma, quando questa viene stravolta, Howl perde quel singolo tratto in cui riesce a riconoscersi, reagendo con violenza e sconforto, arrivando quasi a lasciarsi morire.
Oltre all’incantatore, nel castello errante sono presenti il demone del fuoco Calcifer, letteralmente il cuore della struttura, e il giovane apprendista Markl, che rappresenta il bambino interiore di Howl, il quale, tuttavia, per poter essere socialmente accettato, si traveste da adulto per lavorare. Lo stregone è rimasto fortemente legato alla sua infanzia, un eterno fanciullo che si ostina a voler scappare dai suoi problemi, questi personificati da due donne: l’austera maestra Suliman, che lo richiama ai doveri verso la corona (quindi verso la società), e la spaventosa Strega delle Lande, che rappresenta per lo stregone il futuro mostruoso a cui può andare incontro nell’uso scorretto della magia.
Continuando a parlare della figura di Howl, è importante soffermarsi su cosa rappresenta la sua abitazione. Il castello è infatti considerabile il protagonista allegorico dell’opera, essendo una proiezione dell’identità di chi lo occupa. Tale espediente narrativo è un topos letterario tipico delle fiabe ed è un concetto ancora più estremizzato in questo film, visto che la struttura è tenuta insieme dal cuore di Howl stesso. Il castello, dal punto di vista estetico, si presenta come un enorme ammasso di cianfrusaglie, dando forma a tutte le futili e superficiali esperienze vissute dal mago, nelle quali questo si rifugia come in una corazza. Da tale collage disordinato si capisce come Howl non abbia mai preso una vera decisione sul come vivere, costruendosi semplicemente una difesa resistente e in grado di muoversi. Quest’ultimo è un fattore fondamentale: il castello infatti non è "errante" solo per simboleggiare l’escapismo del protagonista ma anche il suo bisogno di essere ovunque. Howl non ha ancora deciso dove sistemarsi, proprio come non ha ancora capito chi voglia realmente essere. All’interno il castello, disordinato e sporco, simboleggia la psiche del protagonista. Qui Sophie, nelle vesti di donna delle pulizie, porterà un letterale e metaforico ordine, nell’abitazione così come nei sentimenti dello stregone, facendo in questo modo emergere il cuore di quest’ultimo, fragile e colmo di bontà. Nel finale, infatti, si vede come il vecchio castello inizi a distruggersi, perdendo tutte le sovrastrutture inutili, per poi essere ricostruito interamente, con l’ultima sequenza del film che mostra i due protagonisti e il resto della famiglia nel giardino del nuovo castello, il quale, al posto di camminare goffamente, vola, finalmente libero, nel cielo.
Il concetto secondo il quale l’aspetto esteriore non riflette quello interiore è uno dei punti cardine dell’opera di Miyazaki. La maga Suliman, apparentemente amichevole e rassicurante, è in realtà crudele e autoritaria. La Strega delle Lande, spaventosa e sinistra, una volta persi i poteri, si rivela essere un’innocua vecchietta, che si rendeva giovane con la magia. Al contrario, Sophie è una ragazza giovane che si comporta però come un’anziana, come se non avesse più possibilità di scegliere della sua vita. Perciò, quando viene maledetta, il suo aspetto rispecchia il suo carattere e la vediamo invecchiare, ma l’età di Sophie nel corso del film è volatile e muta a seconda della sua autostima, passando da anziana a giovane e viceversa. Howl, infine, è incredibilmente bello ma con l’animo corrotto dal demone, che si manifesta nella trasformazione mostruosa che assume quando combatte.
Altro tema cardine è il carattere profondamente antibellicista del film. Se la guerra è sempre stato un elemento presente nelle opere dell’autore, solitamente risolta dall’intervento di un giovane protagonista dall’animo buono, da questo film Miyazaki arriva alla conclusione dell'inutilità del conflitto e che nelle guerre non ci sono buoni e cattivi. Infatti, anche se lo scontro fa da sfondo all’opera fin dai primi minuti, resta indefinito fino alla fine. Non vengono specificati gli schieramenti e neanche per quali motivazioni si stia combattendo. Il punto non è rappresentare una guerra specifica ma il concetto stesso di essa. Il conflitto, per l’autore, trasforma le persone in mostri e, a testimonianza di ciò, tutti i combattenti che vediamo negli scontri sono creature che dimenticheranno anche di essere state umane, come dice il protagonista. La guerra rappresenta inoltre il conflitto interiore di Howl: egli si unisce alla battaglia ma non combatte scegliendo uno schieramento, entra in scena come una sorta di divinità venuta a portare un elemento di disturbo al di sopra dello scontro, interferendo solo per l’odio che prova verso la violenza inutile della guerra. Ma, se all’inizio Howl lo fa senza uno scopo preciso, dopo aver conosciuto Sophie, deciderà di combattere tutti per proteggerla e mettere fine lui stesso allo scontro, sobbarcandosi la responsabilità di difendere qualcuno all’infuori di sé stesso, tramutandosi però sempre più in un mostro.
Caratterizzante per la filmografia dell’autore è la dicotomia tra arte e arma. Il messaggio che vuole comunicare Miyazaki è che ciò che si ama fare può diventare una fonte di dolore e rammarico. Se di solito il regista rappresenta tale messaggio con gli aerei, divisi tra quelli per volare e quelli per la guerra, in questo film invece è la magia per sé stessi e la magia per combattere a portare questo concetto. Howl rinuncia a sé stesso per perseguire il suo desiderio, per la sua arte, decidendo così di dare via il suo cuore in cambio di un potere magico che più usa e più lo corrompe.
Oltre alle varie tematiche della narrazione è da osservare anche come l’opera abbia avuto un grandissimo impatto dal punto di vista tecnico e produttivo. L'uso della computer grafica è molto più presente rispetto ai film precedenti, anche se ben integrato. È infatti impiegato per dare movimento alle bandiere, alle ombre e soprattutto per animare il castello, con le sue zampe sgangherate e l'aspetto traballante. Inoltre, l’opera esce in un periodo in cui l'industria dell'animazione giapponese subiva un cambiamento radicale. Per decenni il finanziamento per i film era stato affidato ai comitati di produzione, ovvero gruppi di aziende, canali TV, editori e distributori che condividevano i rischi e i diritti sui film, con ognuno che investiva una quota, sperando di rientrare con le vendite di DVD, i passaggi televisivi o le proiezioni in sala. Tuttavia, da dopo La città incantata (2001), si affermò un nuovo modello. Il governo giapponese lanciò il progetto “Cool Japan”, un'iniziativa volta a promuovere l'immagine del Giappone all'estero come un paese affascinante, creativo e tecnologico. Al centro di questo piano propagandistico erano anime e manga, ritenuti i principali veicoli culturali in grado di suscitare interesse nel pubblico internazionale. Nacquero così nuovi fondi pubblici e privati a sostegno dell'animazione, con l'ingresso di banche come investitori, che, a differenza dei comitati tradizionali, non hanno interessi editoriali e puntano semplicemente a finanziare progetti redditizi. Il castello errante di Howl fu uno dei primi film a essere sostenuto da questo nuovo sistema, che puntava a esportare l'animazione giapponese nel mondo e a trasformare lo Studio Ghibli in un marchio globale. L’opera segna infatti la prima volta che un film di Miyazaki ricevette una distribuzione paragonabile a quella di un blockbuster americano. L’opera ebbe un grande successo sia in Giappone che all’estero: uscì in un momento perfetto per il genere fantasy, che in quel periodo era al massimo della popolarità grazie al successo di saghe come Harry Potter e Il Signore degli Anelli. Inoltre, la storia d'amore tra Sophie e Howl conquistò il pubblico adolescente e l'ambientazione europea lo rese accessibile anche all’audience occidentale.
Questo film rappresenta un punto di svolta nella carriera di Miyazaki e nella storia dello studio. Il castello errante di Howl è un’opera di fortissimo impatto culturale e artistico, che unisce l’affascinante estetica dei disegni e delle animazioni a una narrazione magnetica per il suo modo di raccontarsi unico, trattando argomenti significativi con una apparente leggerezza fiabesca. Il film rapisce il cuore dello spettatore per la semplicità della trama e lo strega con la sua profondità. Una stupenda storia d’amore che mostra come la gentilezza e forza d’animo riescano a vincere anche in un mondo di guerre, esteriori e interiori.
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