Recensione
La città delle bestie incantatrici è un'opera capace di mescolare sesso, violenza e orrore in un noir-fantasy tanto sorprendente nei temi quanto unico nell'estetica. È proprio quest'ultima a rappresentare il maggiore punto di forza del film: l'ambientazione notturna in una Tokyo praticamente deserta, caratterizzata da un magnifico bicromatismo rosso-blu, regala alla pellicola una componente visiva indimenticabile e riconoscibile, capace di mantenere intatto il proprio fascino anche a quarant'anni dalla sua uscita.
Oltre a ciò, Kawajiri pone al centro della narrazione l'aspetto erotico e sessuale, non solo per quanto concerne il minutaggio concesso a tali sequenze, ma per la rilevanza strutturale che questi temi assumono nel racconto: la lussuria viene mostrata come la principale debolezza dell'essere umano, un limite che accomuna personaggi come Maiato e Taki. Per le creature del "Lato Oscuro", al contrario, il sesso diventa lo strumento principale per imporre il proprio potere, attraverso momenti di pura violenza carnale accostati sistematicamente al combattimento e alla sottomissione dell'altro.
In tal senso, il film non propone mai scene erotiche classiche, ma tende a mostrare sequenze in cui dal desiderio e dalla pulsione iniziale si passa rapidamente all'orrore e alla repulsione. Il sesso rappresentato è vuoto, finalizzato esclusivamente al piacere personale o alla riaffermazione del proprio status – e ciò non vale solo per i demoni ma anche per gli umani, protagonista compreso. L'unica eccezione è l'unione – sia fisica che sentimentale – tra Taki e Makie: privata della carica erotica presente nelle altre scene a favore di una rappresentazione decisamente più pura e romantica.
Se sotto questi punti di vista l'opera funziona molto bene, non si può dire altrettanto della componente poliziesca: la narrazione soffre, infatti, di una sceneggiatura messa fin troppo in secondo piano, che dà l'impressione di essere stata conclusa frettolosamente a lavoro già in corso. Questa fragilità si avverte chiaramente nel colpo di scena finale, che risulta decisamente forzato rispetto allo sviluppo della storia. Un epilogo che indebolisce parzialmente la coerenza di un film altrimenti straordinario per audacia visiva e tematica.
Oltre a ciò, Kawajiri pone al centro della narrazione l'aspetto erotico e sessuale, non solo per quanto concerne il minutaggio concesso a tali sequenze, ma per la rilevanza strutturale che questi temi assumono nel racconto: la lussuria viene mostrata come la principale debolezza dell'essere umano, un limite che accomuna personaggi come Maiato e Taki. Per le creature del "Lato Oscuro", al contrario, il sesso diventa lo strumento principale per imporre il proprio potere, attraverso momenti di pura violenza carnale accostati sistematicamente al combattimento e alla sottomissione dell'altro.
In tal senso, il film non propone mai scene erotiche classiche, ma tende a mostrare sequenze in cui dal desiderio e dalla pulsione iniziale si passa rapidamente all'orrore e alla repulsione. Il sesso rappresentato è vuoto, finalizzato esclusivamente al piacere personale o alla riaffermazione del proprio status – e ciò non vale solo per i demoni ma anche per gli umani, protagonista compreso. L'unica eccezione è l'unione – sia fisica che sentimentale – tra Taki e Makie: privata della carica erotica presente nelle altre scene a favore di una rappresentazione decisamente più pura e romantica.
Se sotto questi punti di vista l'opera funziona molto bene, non si può dire altrettanto della componente poliziesca: la narrazione soffre, infatti, di una sceneggiatura messa fin troppo in secondo piano, che dà l'impressione di essere stata conclusa frettolosamente a lavoro già in corso. Questa fragilità si avverte chiaramente nel colpo di scena finale, che risulta decisamente forzato rispetto allo sviluppo della storia. Un epilogo che indebolisce parzialmente la coerenza di un film altrimenti straordinario per audacia visiva e tematica.