logo AnimeClick.it

9.0/10
-

"Adabana è un fiore che sboccia tardi nella stagione senza produrre frutti."

Adabana non è un semplice manga. È un inganno. Un ottimo thriller che sembra portarci nella tana del Bianconiglio, offrendoci una storia che può sembrarci così lontana e distorta, ma che poi in realtà si rivela essere uno scenario terribilmente vicino al mondo in cui viviamo.

Non ti accoglie, non ti spiega, non ti consola. Ti lascia cadere in un pozzo fatto di memorie distorte, visioni mute e un presente che si sgretola come carta bagnata. È la storia di una ragazza, della sua amica e della sua menzogna, ma la menzogna è solo la superficie: è tutto ciò che cresce sotto, tra le radici, a fare davvero male.

Appena inizi a leggerlo, ti ritrovi immerso in un bianco abbacinante, un bianco che non è purezza ma cancellazione. Ogni tavola è un colpo secco, ogni dettaglio un frammento tagliente.
Adabana non ti prende per mano, ti osserva. Aspetta che tu inciampi, che accetti le condizioni. E quando succede, ti mostra qualcosa di troppo umano e crudele per essere ignorato.

La trama, in apparenza semplice, è un labirinto fatto di ricordi. Una ragazza accusata di omicidio, un interrogatorio, una confessione che non sai mai se è vera o solo un’ombra proiettata sulla parete. Qui la verità non è un concetto concreto, ma un miraggio. Ciò che sembra limpido è già deformato. Ciò che credi di aver capito si rivela subito dopo una versione sbagliata della stessa storia.

Il vero cuore del manga è l’atmosfera.
Quell’equilibrio disturbante tra eleganza e crudeltà, tra fiaba e delitto, una delicatezza a dir poco velenosa. Le tavole sembrano respirare, o forse è solo la sensazione di essere di fianco alla protagonista.

Lo stile grafico è pulito, quasi fragile, ma sotto quella fragilità pulsa qualcosa di feroce. Ogni silenzio pesa più di mille parole. Ogni sorriso sembra un coltello nascosto. Adabana è stilisticamente una perla, scintillante e al contempo dura come un proiettile.
L’estetica è la vera trappola del manga: troppo elegante per respingerla, troppo inquietante per abbandonarti a essa senza provare disagio. Ogni tavola è una cornice perfetta, e proprio per questo fa male. È come guardare un fiore splendido sapendo che è cresciuto nel luogo sbagliato.

I temi attraversano il lettore come aghi sottili che sembrano tanto lontani dalle nostre realtà eppure possibili: identità che si sgretolano, memorie manipolate, innocenza corrotta, la linea sottilissima tra trauma e fantasia. Adabana ti costringe a chiederti se la realtà sia davvero qualcosa di solido o solo un racconto che ci ripetiamo per non impazzire. E quando tutto sembra trovare un senso, ecco che il terreno cede di nuovo.

I personaggi non si aprono mai del tutto.
Sono figure immerse nel loro stesso fumo, nei loro stessi ricordi e paure. Eppure, proprio per questo, restano addosso. La protagonista non è un enigma da risolvere: è una ferita che continua a sanguinare, una bellezza distorta che non riesci a ignorare e, al contempo, a comprendere.

È un’esperienza da subire.
Quando chiudi l’ultima pagina, non hai risposte giuste o sbagliate. Hai solo una sensazione: quella di esserti perso in una storia così bella e al contempo così triste.
Ma non lo è.
E forse è proprio questo il punto.

Una favola nera che ti resta addosso come un sogno sbagliato.

VOTO: 8.8