Recensione
Journal with Witch
9.0/10
"[...] Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita" ("Uno, nessuno e centomila" - La vita non conclude - Luigi Pirandello)
Inizio questa recensione con la mia solita "provocazione" dialettica ispirandomi ad un passo di una delle opere letterarie che preferisco e che utilizzo in modo un po' arbitrario e decontestualizzato come introduzione alla serie di impressioni che mi ha suscitato la visione di "Journal with witch".
In tutta onestà, non mi è mai capitato di vedere una serie o film di animazione simili a questa, non solo per il messaggio che sembra voler veicolare ma anche per il modo adottato per narrarlo.
Astraendomi un momento dal contesto della storia narrata e dei temi trattati, uno dei significati più profondi che l'opera mi è sembrato trasmettere è quello che l'esistenza è un flusso continuo, mutevole e inarrestabile, incompatibile con definizioni statiche, nomi fissi o identità cristallizzate per assurgere a libertà dalla "forma": le protagoniste, Asa e Makio, passando attraverso le vicissitudini più dolorose e difficili, cercano un loro modo di essere e di vivere per provare a superarle, vivendo non tanto assecondando le aspettative familiari, e sociali, ma nel superare ogni forma di incasellamento per arrivare ad un "divenire continuo" e senza una vera e propria conclusione, positiva o negativa che possa essere.
Eh già, perché questa serie "non conclude": sembra più una rappresentazione di un percorso di liberazione quasi mistica e nichilista al contempo, dove la ricerca dell'essere se stessi (agli occhi degli altri) diventa l'unica vera forma di libertà e di autodeterminazione, forse anche per il raggiungimento della propria felicità.
La serie non conclude, ed è il suo enorme pregio. "Journal with Witch" rappresenta una porzione del percorso esistenziale che le due protagoniste provano a intraprendere senza essere salvate da qualcuno o ispirandosi ai soliti principi retorici tanto cari a tante opere, in una sorta di inno dell’incompiuto e del rifiuto della "salvezza" a tutti i costi.
"Journal with Witch" (tratto dal manga concluso "Ikoku Nikki" di Tomoko Yamashita) non rappresenta una storia di guarigione, né un racconto di formazione in senso tradizionale.
È, piuttosto, un’opera che rifiuta il paradigma stesso secondo cui una storia deve condurre da uno stato di tensione, frattura a uno stato di completezza e senso positivo, magari anche morale.
In questo tipo di narrazioni, il valore non risiede tanto nella trasformazione più o meno completa della weltanschaaung dei personaggi, ma nella loro capacità di "convivere" continuamente col dolore, la sofferenza interiore, il disagio, il senso di inadeguatezza e di incapacità a non disattendere le aspettative altrui, le relazioni interpersonali imperfette, il quotidiano non appagante o deludente o disillusorio.
E, in un certo senso, "Journal with witch" persegue questa scelta impostazione spostando il leit motiv della narrazione dall’interiorità illustrata nelle sue minime sfaccettature al gesto minimo dell'esistenza senza sovrastrutture, chiavi di lettura esplicite e di facile assimilazione per lo spettatore.
In questa opera non si assiste alla classica "crescita" dei personaggi attraverso l'evento traumatico per eccellenza: il lutto inatteso e improvviso di persone care in cui il dolore diventa un facilitatore di una nuova consapevolezza, la crisi profonda l'occasione di maturazione verso una versione migliore del soggetto in una sorta di percorso teleologico morale.
"Journal with witch fortunatamente non propone un'alternativa salvifica per le protagoniste: Asa non “impara una lezione” dalla morte dei genitori né la zia Makio non supera l’odio verso la sorella defunta né il disagio nelle interazioni interpersonali.
Il loro rapporto, nato per senso di responsabilità di Makio come parente più stretta verso Asa, non si stabilizza in una forma armonica e completamente positiva. Makio e Asa sembrano due persone che fanno fatica a capirsi, a venirsi incontro: si tollerano, a tratti si apprezzano, ma non dialogano come ci si potrebbe attendere.
Il lutto, ossia la condizione scatenante della convivenza tra zia e nipote, non diventa una fase del loro percorso ma resta una condizione con cui entrambe cercano di convivere. Asa non elabora il lutto in modo lineare e sebbene ci sia una scena rivelatrice in cui dopo alcuni episodi realizza che i genitori non ci sono più con relativo culmine emotivo, il lutto resta una presenza intermittente ma sempre presente e perciò realistico. La rara bellezza di "Journal with Witch" risiede proprio nella negazione di trasformare il dolore in catarsi simbolica perché non per tutti la perdita di una persona cara nobilita, insegna, o rende migliori. È solo una grave lacuna con cui chi resta deve continuare a convivere senza che debba essere giustificata o superata.
L'originalità di quest'opera si palesa anche e soprattutto nel personaggio della zia dell'orfana Asa, Makio. La sua caratterizzazione è lontanissima dai soliti stereotipi che lo spettatore si attenderebbe in un'opera incentrata sul lutto. Rispetto ad una serie simile, alludo a "Usagi Drop" o "Wolf Children", il tenore della serie e tutt'altro che ispirato al buonismo, alla gentilezza, alla nobiltà d'animo, alla tenerezza, alla resilienza per amore, in un percorso in cui l'adulto e la bambina si affezionano sempre più.
Makio è un personaggio adulto femminile tra i più atarassici in modo radicale che mi sia capitato di incrociare nel mondo dell'animazione: salvo un paio di eccezioni, da l'impressione di essere anaffettiva, poco o per nulla empatica, talvolta incapace di dire la cosa giusta e sempre ossessionata dalla sua questione irrisolta con la sorella maggiore di cui ora si ritrova ad occuparsi della figlia rimasta orfana di entrambi i genitori.
La sua professione di scrittrice e il momento di scarsa ispirazione alla scrittura la rendono ulteriormente sgradevole in alcuni frangenti. Insomma, una specie di "istrice".
Eppure, pur essendo consapevole del suo carattere difficile non si astiene dal provare ad accudire Asa nel suo momento più difficile, non si sottrae ad una sorta di impegno quasi morale e a rappresentare per la nipote una sorta di punto di riferimento, non sempre comprensibile nel momento in cui elargisce i suoi pareri.
Chiaramente non si inspira alla bontà tout court, piuttosto a cercare di essere presente per quanto a lei possibile senza compiere gesti ad effetto. Un personaggio per me molto particolare nel panorama dell'animazione perché a differenza dei soliti adulti dediti a tutto tranne che alla cura della prole, lei rappresenta un personaggio consapevole della propria inadeguatezza ma capace di non essere assente come tanti genitori.
E quando le due non riescono a comunicare con le parole, viene in soccorso la scrittura: per entrambe sembra uno stratagemma per sopravvivere. Non per capire ma per sopravvivere in un lento percorso che potrebbe non portare alla guarigione. Ed è significativo che Makio scopra e poi faccia leggere ad Asa il diario scritto dalla sorella: una sorta di fil rouge che accomuna tutte e tre in una sorta di dramma della incomunicabilità di linguaggio cui cercano di porre rimedio con la scrittura.
"Journal with Witch" sembra pertanto ispirarsi ad una tradizione più minimalista che unita alla visione tipicamente orientale dell'esistenza rende il dramma cui si ispira non come un climax cui fa seguito un percorso di redenzione/crescita quanto come una sorta di presenza quotidiana perpetua del dramma stesso.
Il tutto, unità ad una sensibilità e punto di vista che potrei osare definire prettamente femminili, rende quest'opera emotivamente ambigua senza offrire nemmeno una morale chiara. Sembra quasi un'opera scomoda perché afferma che continuare a vivere è già la soluzione. Questa visione diventa meno criptica nel finale in cui Asa riesce a dimostrare il suo talento e a dimostrare ad una compagna (vittima di una ingiustizia) che nonostante la sua sofferenza per lei la vita continua.
L'apoteosi viene raggiunta quando Asa scopre un post di Makio sulla loro convivenza. Non spoilero nulla, mi limito solo ad osservare che riassume egregiamente la visione di Makio sul loro rapporto con una "personalissima" delicatezza in cui la scrittrice riesce a rivelare molto di sé proprio mentre cerca di fare di tutto per evitarlo.
"Journal with Witch" è un’opera che merita una visione e anche una lettura del manga da cui deriva. Offre un messaggio di fondo molto particolare: non si deve necessariamente crescere e quindi cambiare per superare le prove che la vita impone ma che il cambiamento può anche consistere nel non fare violenza su se stessi a tutti i costi.
E' una svolta di non poco conto: si passa dall’idea che “si deve o bisogna sempre stare meglio” all’accettazione che "si può vivere col dolore o l'imperfezione, metabolizzandoli".
E allora ci si rende conto che maturare non significa diventare perfetti, ma smettere di pretendere di esserlo.
Inizio questa recensione con la mia solita "provocazione" dialettica ispirandomi ad un passo di una delle opere letterarie che preferisco e che utilizzo in modo un po' arbitrario e decontestualizzato come introduzione alla serie di impressioni che mi ha suscitato la visione di "Journal with witch".
In tutta onestà, non mi è mai capitato di vedere una serie o film di animazione simili a questa, non solo per il messaggio che sembra voler veicolare ma anche per il modo adottato per narrarlo.
Astraendomi un momento dal contesto della storia narrata e dei temi trattati, uno dei significati più profondi che l'opera mi è sembrato trasmettere è quello che l'esistenza è un flusso continuo, mutevole e inarrestabile, incompatibile con definizioni statiche, nomi fissi o identità cristallizzate per assurgere a libertà dalla "forma": le protagoniste, Asa e Makio, passando attraverso le vicissitudini più dolorose e difficili, cercano un loro modo di essere e di vivere per provare a superarle, vivendo non tanto assecondando le aspettative familiari, e sociali, ma nel superare ogni forma di incasellamento per arrivare ad un "divenire continuo" e senza una vera e propria conclusione, positiva o negativa che possa essere.
Eh già, perché questa serie "non conclude": sembra più una rappresentazione di un percorso di liberazione quasi mistica e nichilista al contempo, dove la ricerca dell'essere se stessi (agli occhi degli altri) diventa l'unica vera forma di libertà e di autodeterminazione, forse anche per il raggiungimento della propria felicità.
La serie non conclude, ed è il suo enorme pregio. "Journal with Witch" rappresenta una porzione del percorso esistenziale che le due protagoniste provano a intraprendere senza essere salvate da qualcuno o ispirandosi ai soliti principi retorici tanto cari a tante opere, in una sorta di inno dell’incompiuto e del rifiuto della "salvezza" a tutti i costi.
"Journal with Witch" (tratto dal manga concluso "Ikoku Nikki" di Tomoko Yamashita) non rappresenta una storia di guarigione, né un racconto di formazione in senso tradizionale.
È, piuttosto, un’opera che rifiuta il paradigma stesso secondo cui una storia deve condurre da uno stato di tensione, frattura a uno stato di completezza e senso positivo, magari anche morale.
In questo tipo di narrazioni, il valore non risiede tanto nella trasformazione più o meno completa della weltanschaaung dei personaggi, ma nella loro capacità di "convivere" continuamente col dolore, la sofferenza interiore, il disagio, il senso di inadeguatezza e di incapacità a non disattendere le aspettative altrui, le relazioni interpersonali imperfette, il quotidiano non appagante o deludente o disillusorio.
E, in un certo senso, "Journal with witch" persegue questa scelta impostazione spostando il leit motiv della narrazione dall’interiorità illustrata nelle sue minime sfaccettature al gesto minimo dell'esistenza senza sovrastrutture, chiavi di lettura esplicite e di facile assimilazione per lo spettatore.
In questa opera non si assiste alla classica "crescita" dei personaggi attraverso l'evento traumatico per eccellenza: il lutto inatteso e improvviso di persone care in cui il dolore diventa un facilitatore di una nuova consapevolezza, la crisi profonda l'occasione di maturazione verso una versione migliore del soggetto in una sorta di percorso teleologico morale.
"Journal with witch fortunatamente non propone un'alternativa salvifica per le protagoniste: Asa non “impara una lezione” dalla morte dei genitori né la zia Makio non supera l’odio verso la sorella defunta né il disagio nelle interazioni interpersonali.
Il loro rapporto, nato per senso di responsabilità di Makio come parente più stretta verso Asa, non si stabilizza in una forma armonica e completamente positiva. Makio e Asa sembrano due persone che fanno fatica a capirsi, a venirsi incontro: si tollerano, a tratti si apprezzano, ma non dialogano come ci si potrebbe attendere.
Il lutto, ossia la condizione scatenante della convivenza tra zia e nipote, non diventa una fase del loro percorso ma resta una condizione con cui entrambe cercano di convivere. Asa non elabora il lutto in modo lineare e sebbene ci sia una scena rivelatrice in cui dopo alcuni episodi realizza che i genitori non ci sono più con relativo culmine emotivo, il lutto resta una presenza intermittente ma sempre presente e perciò realistico. La rara bellezza di "Journal with Witch" risiede proprio nella negazione di trasformare il dolore in catarsi simbolica perché non per tutti la perdita di una persona cara nobilita, insegna, o rende migliori. È solo una grave lacuna con cui chi resta deve continuare a convivere senza che debba essere giustificata o superata.
L'originalità di quest'opera si palesa anche e soprattutto nel personaggio della zia dell'orfana Asa, Makio. La sua caratterizzazione è lontanissima dai soliti stereotipi che lo spettatore si attenderebbe in un'opera incentrata sul lutto. Rispetto ad una serie simile, alludo a "Usagi Drop" o "Wolf Children", il tenore della serie e tutt'altro che ispirato al buonismo, alla gentilezza, alla nobiltà d'animo, alla tenerezza, alla resilienza per amore, in un percorso in cui l'adulto e la bambina si affezionano sempre più.
Makio è un personaggio adulto femminile tra i più atarassici in modo radicale che mi sia capitato di incrociare nel mondo dell'animazione: salvo un paio di eccezioni, da l'impressione di essere anaffettiva, poco o per nulla empatica, talvolta incapace di dire la cosa giusta e sempre ossessionata dalla sua questione irrisolta con la sorella maggiore di cui ora si ritrova ad occuparsi della figlia rimasta orfana di entrambi i genitori.
La sua professione di scrittrice e il momento di scarsa ispirazione alla scrittura la rendono ulteriormente sgradevole in alcuni frangenti. Insomma, una specie di "istrice".
Eppure, pur essendo consapevole del suo carattere difficile non si astiene dal provare ad accudire Asa nel suo momento più difficile, non si sottrae ad una sorta di impegno quasi morale e a rappresentare per la nipote una sorta di punto di riferimento, non sempre comprensibile nel momento in cui elargisce i suoi pareri.
Chiaramente non si inspira alla bontà tout court, piuttosto a cercare di essere presente per quanto a lei possibile senza compiere gesti ad effetto. Un personaggio per me molto particolare nel panorama dell'animazione perché a differenza dei soliti adulti dediti a tutto tranne che alla cura della prole, lei rappresenta un personaggio consapevole della propria inadeguatezza ma capace di non essere assente come tanti genitori.
E quando le due non riescono a comunicare con le parole, viene in soccorso la scrittura: per entrambe sembra uno stratagemma per sopravvivere. Non per capire ma per sopravvivere in un lento percorso che potrebbe non portare alla guarigione. Ed è significativo che Makio scopra e poi faccia leggere ad Asa il diario scritto dalla sorella: una sorta di fil rouge che accomuna tutte e tre in una sorta di dramma della incomunicabilità di linguaggio cui cercano di porre rimedio con la scrittura.
"Journal with Witch" sembra pertanto ispirarsi ad una tradizione più minimalista che unita alla visione tipicamente orientale dell'esistenza rende il dramma cui si ispira non come un climax cui fa seguito un percorso di redenzione/crescita quanto come una sorta di presenza quotidiana perpetua del dramma stesso.
Il tutto, unità ad una sensibilità e punto di vista che potrei osare definire prettamente femminili, rende quest'opera emotivamente ambigua senza offrire nemmeno una morale chiara. Sembra quasi un'opera scomoda perché afferma che continuare a vivere è già la soluzione. Questa visione diventa meno criptica nel finale in cui Asa riesce a dimostrare il suo talento e a dimostrare ad una compagna (vittima di una ingiustizia) che nonostante la sua sofferenza per lei la vita continua.
L'apoteosi viene raggiunta quando Asa scopre un post di Makio sulla loro convivenza. Non spoilero nulla, mi limito solo ad osservare che riassume egregiamente la visione di Makio sul loro rapporto con una "personalissima" delicatezza in cui la scrittrice riesce a rivelare molto di sé proprio mentre cerca di fare di tutto per evitarlo.
"Journal with Witch" è un’opera che merita una visione e anche una lettura del manga da cui deriva. Offre un messaggio di fondo molto particolare: non si deve necessariamente crescere e quindi cambiare per superare le prove che la vita impone ma che il cambiamento può anche consistere nel non fare violenza su se stessi a tutti i costi.
E' una svolta di non poco conto: si passa dall’idea che “si deve o bisogna sempre stare meglio” all’accettazione che "si può vivere col dolore o l'imperfezione, metabolizzandoli".
E allora ci si rende conto che maturare non significa diventare perfetti, ma smettere di pretendere di esserlo.
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