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Sin dai primi episodi ho avuto l’impressione di assistere ad un vero e proprio mashup tra due prodotti completamente differenti. Praticamente, Cruel Intentions che incontra Shoshimin. Scuola d’elite, gruppetto di ragazzi e ragazze che intrecciano rapporti provocatori, ironici quasi manipolatori: elementi che richiamano inevitabilmente la celebre serie cinematografica di Roger Kumble, capace di affascinare un’intera generazione di adolescenti a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000.

Al centro della storia c’è Saku Chitose, un protagonista che vive la propria adolescenza senza freni, seguendo il suo personale motto: “Se una vita non è degna di essere vissuta, tanto meglio morire.” Dietro quest’atteggiamento apparentemente superficiale, però, si nasconde un ragazzo estremamente acuto, che utilizza intelligenza e astuzia per aiutare i compagni ad affrontare problemi non solo adolescenziali, ma anche molto più maturi e assolutamente attuali. Aspetto ques’ultimo che lo lega a Jogoro Kobato di Shoshimin. La differenza sta che Kobato è più improntato ad una sorta di investigazione quotidiana, mentre Saku affronta soprattutto dinamiche emotive e relazionali.

Saku Chitose si presenta inizialmente come il classico protagonista pieno di sé: brillante in tutto ciò che fa, sempre pronto a risolvere qualsiasi situazione. E’ sempre circondato dalle ragazze più popolari della scuola che gli fanno la corte incessantemente e lui ironizza sempre tutto con una battuta. Beh, ad un primo impatto è questa la sensazione che suscita, ma episodio dopo episodio emerge una realtà ben diversa. Dietro quell’atteggiamento sicuro e provocatorio si nasconde probabilmente il personaggio più fragile dell’intera serie. Saku è profondamente insicuro, ma ha la capacità di trasformare l’energia positiva e il sostegno dei compagni nella forza necessaria per andare avanti. Possiamo definirlo la reincarnazione di uno studente fragile ma allo stesso tempo capace di rialzarsi e vedere il mondo da una prospettiva ogni giorno sempre diversa. Lo si evince molto dalle frasi dette fuori campo dalla sua stessa voce, quei pensieri un po' poetici e un po' malinconici sintomi di una fragilità interiore costante da dover in qualche modo sfogare. Momenti di sfogo silenzioso, quasi confessioni interiori, che gli permettono di liberarsi di quel peso emotivo per poi riprendere fiato e affrontare le nuove sfide che gli si presentano davanti.

Le tematiche affrotate, come accennato, sono estremamente attuali e profonde: il rinchiudersi in sè stessi, i traumi legati a episodi spregevoli del passato e la difficoltà di imporsi per il proprio futuro. Temi, questi, osservati dal punto di vista di un gruppo di liceali che provano di affrontarli e risolverli a modo loro, con una spigliatezza e un’astuzia che molti adulti difficilmente assocerebbero a dei ragazzi delle superiori, cadendo spesso nell’errore di sottovalutare la complessità dell’età adolescenziale. Il modo in cui vengono affrontate queste situazioni delicate rappresenta un mix di sconsideratezza giovanile e una sorte di maturità quasi adulta, lucida e calcolatrice, capace di non lasciare nulla al caso e di prevedere sempre una possibile via d’uscita. C’è però una tematica in particolare che viene trattata con estrema cautela, quasi con i guanti, dove un approccio sbagliato avrebbe potuto compromettere l’efficacia del messaggio che si voleva trasmettere.

Le uniche pecche che ho riscontrato sono, allo stesso tempo, trascurabili ma determinanti per questo tipo di serie. Saku, come già detto precedentemente, è circondato da tante amiche che lo corteggiano, mentre vengono trascurati del tutto gli altri ragazzi del gruppo e non solo. Praticamente è come se esistesse solo lui: parlano e interagiscono solo con lui. Questo fa incrinare l’atmosfera realistica che la serie sembra voler costruire, riportando il tutto coi piedi per terra attraverso i cliché più classici delle romcom. Inoltre, nonostante le tantissime attenzioni sentimentali rivolte a Saku, alcune anche piuttosto serie, la romance viene solo e sempre sfiorata senza mai arrivare ad un vero sviluppo. Non risultano mai chiare per chi prova qualcosa Saku e le sue vere intenzioni. E forse, se la storia avesse sviluppato almeno una relazione in modo più concreto, avrebbe potuto colpire maggiormente il lato sentimentale dello spettatore. Resta però il dubbio se questa scelta sia intenzionale e magari risponda a un obiettivo ben preciso ancora da sviluppare.

La regia si rivela particolarmente curata e riuscita. È calma e composta nei momenti più introspettivi ed empatici, mentre diventa più decisa e dinamica nelle scene di tensione, centrando pienamente l’obiettivo di coinvolgere ed emozionare il pubblico. I momenti di riflessione di Saku sono spesso accompagnati da inquadrature suggestive dell’ambiente circostante, scelte che non si limitano a fare da sfondo ma contribuiscono attivamente a trasmettere il suo stato d’animo e a rendere più chiaro il flusso dei suoi pensieri.

La produzione è stata affidata allo studio Feel, già esperto in opere romcom più introspettive, come nel caso di Summer Pockets. Si nota subito lo stampo da romcom sia nella palette cromatica tipica del genere, sia nella cura degli sfondi, che creano un’atmosfera subito riconoscibile. Particolarmente riuscito è invece il character design dei personaggi, realizzato con una maggiore attenzione nei confronti delle figure femminili, che risultano più curate e dettagliate rispetto al resto del cast.

In conclusione, si tratta di un prodotto che avrebbe potuto esprimere molto più di quanto messo in campo. Con alcuni accorgimenti nella gestione delle trame personali dei personaggi, l’inserimento di nuove tematiche più incisive e, infine, con un comparto tecnico più curato (vedi Blue Box), potrebbe diventare a mio avviso uno dei progetti più interessanti del genere. La seconda stagione annunciata rappresenta un’ottima occasione.

In bocca al lupo!!!