Recensione
Cercando un film asiatico, purché doppiato in italiano, mi sono imbattuta per caso — o meglio, per fortuna — nel film Balzac e la piccola sarta cinese.
Co‑produzione tra Cina e Francia, la pellicola è l’adattamento dell’omonimo romanzo semiautobiografico di Dai Sijie, che ne è sia l’autore del libro sia il regista del film.
La storia si svolge nella montagna della Fenice, nella provincia di Sichuan, durante la Rivoluzione culturale cinese: durata dal 1966 al 1976 e fortemente voluta dal presidente Mao Zedong, aveva lo scopo di rafforzare e diffondere l’ideologia comunista; i libri occidentali vennero censurati perché il governo temeva potessero influenzare le persone con concetti e idee diversi da quelle comuniste, come la libertà individuale e il capitalismo.
Ma e il suo migliore amico Luo vengono mandati in un piccolo villaggio di montagna per essere rieducati, in quanto figli di medici considerati nemici del popolo.
Gli abitanti del villaggio rimangono subito stupiti dei bizzarri oggetti che i due ragazzi portano nelle loro valigie: un libro di cucina occidentale che viene immediatamente bruciato, un violino scambiato per un giocattolo e una sveglia di cui non riescono a comprendere il meccanismo.
Tutto questo sottolinea la differenza culturale tra Ma e Luo e gli abitanti del villaggio.
Tra questi c’è anche la Piccola Sarta, una giovane carina e curiosa, che ha sete di conoscenza.
Sarà proprio lei a svelare ai due giovani che un altro rieducando, ormai prossimo a lasciare il villaggio, possiede una valigia piena di libri occidentali censurati dal regime.
Luo e Ma riescono a impossessarsene e Luo inizia a leggere ad alta voce i libri di Balzac alla Piccola Sarta.
Tra i tre nasce un rapporto profondo, mentre tra Luo e la Piccola Sarta sboccia l’amore.
Più che la storia d’amore, ciò che mi ha colpito è il racconto dell’amicizia e della fedeltà fra Ma e Luo.
Ma prova un affetto sincero per l’amico: gli resta accanto in ogni momento di difficoltà ed è sempre pronto a sostenerlo.
Il loro legame è talmente profondo da suggerire — almeno a mio avviso — che Ma possa provare per Luo qualcosa che va oltre la semplice amicizia.
È difficile approfondire questo aspetto senza accennare al finale, per cui da questo momento potranno essere presenti alcune anticipazioni, anche se non contestualizzate del tutto.
Ma non ammette mai, se non nel finale, di amare la Piccola Sarta, e sottolinea che l’ha amata “a modo suo”.
Viene spontaneo chiedersi se il suo sia stato un sentimento autentico oppure un amore di riflesso, proprio perché è l’amico ad esserne innamorato.
Nel finale, mentre vediamo Luo accanto alla moglie e al figlio, Ma si dedica totalmente alla carriera.
Quando quest’ultimo rivede l’amico dopo molti anni, lo stringe in un abbraccio così intenso da stupire quasi Luo.
Ma torna nel villaggio in cui ha trascorso la giovinezza per cercare la Piccola Sarta, prima che questo venga sommerso dalle acque della diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze — un evento accaduto realmente — ma sembra più che altro un voler rivivere il tempo perduto.
Del resto, è lo stesso Ma, voce narrante della storia, a raccontare delle miniere di rame in cui erano costretti a lavorare con queste parole:
“Nell’anno 100 d.C., sotto la dinastia Han, un imperatore che preferiva i ragazzi alle belle ragazze donò questa montagna al suo eunuco preferito. Si può dire che questo è il primo accenno ufficiale all’omosessualità in Cina.”
Qualunque sia l’interpretazione del personaggio di Ma, poco importa: Balzac e la piccola sarta cinese è una piccola perla.
Grazie a un cast straordinario, splendidi paesaggi e una fotografia suggestiva, il film si rivela un’opera malinconica e intensa, che riflette sul valore della cultura, sulla crescita personale e sul prezzo dell’emancipazione — soprattutto quella femminile — ricordandoci come i libri possano cambiare profondamente la vita di chi li incontra.
Co‑produzione tra Cina e Francia, la pellicola è l’adattamento dell’omonimo romanzo semiautobiografico di Dai Sijie, che ne è sia l’autore del libro sia il regista del film.
La storia si svolge nella montagna della Fenice, nella provincia di Sichuan, durante la Rivoluzione culturale cinese: durata dal 1966 al 1976 e fortemente voluta dal presidente Mao Zedong, aveva lo scopo di rafforzare e diffondere l’ideologia comunista; i libri occidentali vennero censurati perché il governo temeva potessero influenzare le persone con concetti e idee diversi da quelle comuniste, come la libertà individuale e il capitalismo.
Ma e il suo migliore amico Luo vengono mandati in un piccolo villaggio di montagna per essere rieducati, in quanto figli di medici considerati nemici del popolo.
Gli abitanti del villaggio rimangono subito stupiti dei bizzarri oggetti che i due ragazzi portano nelle loro valigie: un libro di cucina occidentale che viene immediatamente bruciato, un violino scambiato per un giocattolo e una sveglia di cui non riescono a comprendere il meccanismo.
Tutto questo sottolinea la differenza culturale tra Ma e Luo e gli abitanti del villaggio.
Tra questi c’è anche la Piccola Sarta, una giovane carina e curiosa, che ha sete di conoscenza.
Sarà proprio lei a svelare ai due giovani che un altro rieducando, ormai prossimo a lasciare il villaggio, possiede una valigia piena di libri occidentali censurati dal regime.
Luo e Ma riescono a impossessarsene e Luo inizia a leggere ad alta voce i libri di Balzac alla Piccola Sarta.
Tra i tre nasce un rapporto profondo, mentre tra Luo e la Piccola Sarta sboccia l’amore.
Più che la storia d’amore, ciò che mi ha colpito è il racconto dell’amicizia e della fedeltà fra Ma e Luo.
Ma prova un affetto sincero per l’amico: gli resta accanto in ogni momento di difficoltà ed è sempre pronto a sostenerlo.
Il loro legame è talmente profondo da suggerire — almeno a mio avviso — che Ma possa provare per Luo qualcosa che va oltre la semplice amicizia.
È difficile approfondire questo aspetto senza accennare al finale, per cui da questo momento potranno essere presenti alcune anticipazioni, anche se non contestualizzate del tutto.
Ma non ammette mai, se non nel finale, di amare la Piccola Sarta, e sottolinea che l’ha amata “a modo suo”.
Viene spontaneo chiedersi se il suo sia stato un sentimento autentico oppure un amore di riflesso, proprio perché è l’amico ad esserne innamorato.
Nel finale, mentre vediamo Luo accanto alla moglie e al figlio, Ma si dedica totalmente alla carriera.
Quando quest’ultimo rivede l’amico dopo molti anni, lo stringe in un abbraccio così intenso da stupire quasi Luo.
Ma torna nel villaggio in cui ha trascorso la giovinezza per cercare la Piccola Sarta, prima che questo venga sommerso dalle acque della diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze — un evento accaduto realmente — ma sembra più che altro un voler rivivere il tempo perduto.
Del resto, è lo stesso Ma, voce narrante della storia, a raccontare delle miniere di rame in cui erano costretti a lavorare con queste parole:
“Nell’anno 100 d.C., sotto la dinastia Han, un imperatore che preferiva i ragazzi alle belle ragazze donò questa montagna al suo eunuco preferito. Si può dire che questo è il primo accenno ufficiale all’omosessualità in Cina.”
Qualunque sia l’interpretazione del personaggio di Ma, poco importa: Balzac e la piccola sarta cinese è una piccola perla.
Grazie a un cast straordinario, splendidi paesaggi e una fotografia suggestiva, il film si rivela un’opera malinconica e intensa, che riflette sul valore della cultura, sulla crescita personale e sul prezzo dell’emancipazione — soprattutto quella femminile — ricordandoci come i libri possano cambiare profondamente la vita di chi li incontra.