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8.0/10
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Bromance o Boys Love? “Soul Mate” resta sospeso tra coraggio e prudenza

"Soul Mate", serie giapponese approdata su Netflix il 14 maggio 2026, è stata accolta con molta curiosità, soprattutto da chi si aspettava un Boys Love tradizionale o almeno un bromance più esplicito. In realtà non è né l’uno né l’altro, e proprio questa sua natura sospesa la rende particolare. La storia segue Ryu, un giovane giapponese che lascia il suo Paese per allontanarsi da una situazione emotiva che non riesce a gestire, e Johan, un pugile coreano segnato da un passato difficile e da responsabilità che lo hanno costretto a crescere troppo in fretta. Il loro incontro a Berlino dà vita a un legame che attraversa dieci anni e tre città, costruito più sugli sguardi, sui gesti e sulla presenza reciproca che su parole o dichiarazioni esplicite.

È evidente fin da subito che tra i due c’è qualcosa che supera la semplice amicizia, anche se la serie sceglie deliberatamente di non definirlo mai. Questa scelta narrativa crea un’atmosfera fatta di intuizioni e sottintesi, che può affascinare chi ama le storie raccontate per sottrazione. Allo stesso tempo, però, questa reticenza rischia di indebolire alcuni momenti chiave: ci sono passaggi emotivi che avrebbero avuto un impatto più forte se prima fosse stato chiarito, anche solo con un dialogo minimo, cosa provano davvero l’uno per l’altro. È come se la serie chiedesse a noi spettatori di colmare da soli un vuoto che, in certi frangenti, diventa troppo ampio.

Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui la serie gestisce il tempo nella prima parte. Si percepisce la crescita dei personaggi, il loro cambiare città, affrontare nuove fasi della vita, costruire relazioni e routine. È un ritmo che ci permette di accompagnarli passo dopo passo, quasi come se si vivesse insieme a loro. Più avanti, però, la narrazione compie un salto temporale molto ampio, concentrato tutto nell’ultimo episodio. È un balzo che fa capire che sono passati molti anni, ma senza mostrare davvero come i personaggi abbiano attraversato quel periodo. Dopo aver seguito così da vicino le loro difficoltà e le loro rinascite, questo tratto lasciato nell’ombra crea un senso di distanza e toglie un po’ di peso emotivo a ciò che accade nel finale. Non è un vero difetto strutturale, ma una scelta che lascia la sensazione di qualcosa di non del tutto esplorato.

A rendere più ricca la narrazione contribuiscono i personaggi secondari, dalla sorella di Johan all’amica d’infanzia di Ryu, figure che non restano mai sullo sfondo ma che partecipano attivamente alla crescita dei protagonisti. Anche le ambientazioni giocano un ruolo importante: Berlino, Seul e Tokyo non sono solo scenari, ma luoghi che riflettono i cambiamenti interiori dei personaggi. La scelta di mantenere le lingue originali — giapponese e coreano — aggiunge autenticità e profondità, e vale davvero la pena rinunciare al doppiaggio italiano per cogliere tutte le sfumature emotive.

Nonostante questi punti di forza, la serie presenta alcune fragilità. Una delle più evidenti è l’accumulo di eventi drammatici, che si susseguono con un ritmo talmente serrato da lasciare poco spazio alla loro elaborazione. La storia affronta temi pesanti e complessi, ma lo fa senza concedersi il tempo necessario per farli respirare. Il risultato è che alcune svolte narrative, soprattutto verso la fine, arrivano improvvise e vengono risolte troppo rapidamente, quasi come se la serie avesse più materiale emotivo di quanto gli otto episodi potessero contenere. È un peccato, perché con qualche episodio in più certe tematiche avrebbero potuto trovare una collocazione più equilibrata e un impatto più profondo.

Dal punto di vista visivo, la serie è curata con grande sensibilità. La regia utilizza i colori in modo narrativo: toni cupi accompagnano i momenti più duri, colori più tenui emergono nelle scene emotive e delicate, mentre tonalità calde avvolgono la quotidianità domestica, prima a due e poi a quattro, quando la vita dei protagonisti si intreccia con quella di altri personaggi importanti. Alcune scene colpiscono per intensità non tanto per ciò che mostrano, quanto per come lo mostrano: movimenti, luci, silenzi e piccoli gesti che raccontano più di mille parole. Sono momenti che non hanno bisogno di spiegazioni, perché parlano da soli.

Un altro elemento che merita di essere sottolineato è la recitazione, soprattutto quella dell’attore coreano che interpreta Johan. Per gran parte della serie recita in giapponese, e lo fa con una naturalezza sorprendente; ma è quando torna alla sua lingua madre, il coreano, che la sua emotività esplode davvero. Le scene in cui si riappropria della propria lingua sono anche quelle in cui il personaggio è più scosso, più fragile, più autentico. È un dettaglio che arricchisce moltissimo la percezione del suo percorso interiore e che rende il personaggio ancora più credibile.

Il finale arriva forse con un po’ di fretta, e alcune scelte narrative possono sembrare legate a un modo di raccontare che appartiene a un’altra epoca. Eppure, nonostante questo, la conclusione riesce comunque a emozionare. La forza del legame tra i protagonisti emerge con chiarezza, e la scelta di affrontare insieme ciò che resta è rappresentata con delicatezza e dignità. È un finale che, pur con qualche riserva, lascia un senso di compiutezza e chiude la storia in modo coerente con il tono emotivo della serie.

“Soul Mate” emoziona, ma lascia anche la sensazione di un freno tirato: avrebbe potuto osare di più.