Recensione
Fire!
7.5/10
Recensione di Sorella_Alberta80
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La pubblicazione italiana di Fire! di Hideko Mizuno è un evento editoriale di indiscutibile rilevanza storica, un'operazione coraggiosa per la quale va riconosciuto un profondo merito alla casa editrice Toshokan. Eppure, l'importanza documentaristica di questa pietra miliare del 1969 non è stata una semplice "patina" accademica capace di giustificare un impianto narrativo datato o superato. Al contrario, l'opera ha saputo offrire una ricezione critica complessa e stratificata, divisa tra la folgorante modernità del primo volume e il parziale ripiegamento formale del secondo.
L'approccio iniziale al titolo era accompagnato da aspettative volutamente caute, dettate sia dal soggetto in sé – l'America degli anni '60, la controcultura della contestazione giovanile e il rock – sia dall'assenza di precedenti letture personali relative allo shōjo degli anni '60. Avendo posto il proprio baricentro culturale a partire dal Gruppo 24 negli anni '70, lo scenario arcaico del genere appariva, erroneamente, come un territorio dominato da ingenuità narrative sulla falsariga della produzione tezukiana pre-anni '70. La lettura della prima metà dell'opera ha tuttavia scardinato questo pregiudizio, rivelando una vibrante ed energica modernità. Invece di mostrare il fianco al peso degli anni, Fire! si è dimostrato un manga rivoluzionario nei ritmi e nella carica trascinante, capace di trasmettere un autentico fuoco espressivo attraverso oltre quattrocento pagine vissute d'un fiato.
In questo segmento emerge tutta la forza precorritrice di Hideko Mizuno, una figura chiaramente capace di anticipare i tempi e alla quale maestre successive del calibro di Moto Hagio, Keiko Takemiya e Riyoko Ikeda devono moltissimo. Laddove gran parte dello shōjo successivo avrebbe talvolta imboccato la strada di forme manieristiche o leziose, il primo volume di Fire! conserva una freschezza genuina e autentica. Questa cifra stilistica si riflette anche nel comparto grafico, straordinariamente distante dall'apparenza vetusta o abbozzata che poteva trasparire dalle tavole digitali. La gestione fisica della pagina anticipa già quelle finezze che sarebbero state canonizzate negli anni '70: dal taglio dinamico delle vignette alle silhouette, fino al gusto impeccabile della linea. Il disegno possiede una presenza tattile e un'organicità materica d'altri tempi, una corporeità e una rotondezza del tratto robusto che si integrano magnificamente con l'eleganza floreale dell'epoca, sancendo l'ingresso monumentale del fumetto in una nuova era espressiva.
La seconda metà dell'opera, fruita a distanza di mesi, ha tuttavia parzialmente ridimensionato l'entusiasmo iniziale, agendo come una parziale negazione della carica rivoluzionaria della Mizuno. Nel secondo volume viene a galla il rovescio della medaglia della madre dello shōjo: l'opera rientra progressivamente nell'alveo degli stilemi più classicistici e parossistici del melodramma d'epoca. L'evoluzione delle relazioni sentimentali scivola verso schemi tragici e parossistici decisamente più convenzionali, accompagnandosi a una visibile involuzione nella scrittura dei personaggi.
Il mutamento più penalizzante riguarda il protagonista maschile, Aaron Browning. Se nella prima parte la narrazione si era concentrata in modo originale sul suo personale percorso di crescita artistico e musicale, nel secondo volume il personaggio viene scolpito quasi esclusivamente attraverso il susseguirsi di dinamiche sentimentali effimere e poco incisive. Aaron sperimenta una mutazione caratteriale problematica, figlia del suo tempo – si vedano gli schiaffi alle ragazze e una generale indifferenza verso le loro sorti –, trasformandosi da giovane dolce e autentico in una figura superficiale e a tratti odiosa. Questa transizione da eroe a figura quasi respingente, sebbene mantenga una sua indubbia originalità strutturale nell'ottica del castigo finale, finisce per spezzare l'empatia del lettore, appiattendo il fascino e il magnetismo che i comprimari esercitavano all'inizio della vicenda.
In conclusione, lo sviluppo e la risoluzione melodrammatica di Fire! impediscono di considerarlo quel capolavoro assoluto e privo di macchie che il folgorante inizio lasciava presagire. Resta l'assoluto valore di una testimonianza storica imprescindibile, che conferma l'importanza di perseverare nel recupero di opere vintage fondamentali. L'auspicio per il futuro del mercato editoriale italiano, pur ringraziando la preziosa scommessa di Toshokan, è che si continui a esplorare lo shōjo classico proponendo opere più mature e cesellate, esempi perfetti in cui le grandi allieve degli anni '70 siano riuscite, infine, a superare la lezione della maestra.
L'approccio iniziale al titolo era accompagnato da aspettative volutamente caute, dettate sia dal soggetto in sé – l'America degli anni '60, la controcultura della contestazione giovanile e il rock – sia dall'assenza di precedenti letture personali relative allo shōjo degli anni '60. Avendo posto il proprio baricentro culturale a partire dal Gruppo 24 negli anni '70, lo scenario arcaico del genere appariva, erroneamente, come un territorio dominato da ingenuità narrative sulla falsariga della produzione tezukiana pre-anni '70. La lettura della prima metà dell'opera ha tuttavia scardinato questo pregiudizio, rivelando una vibrante ed energica modernità. Invece di mostrare il fianco al peso degli anni, Fire! si è dimostrato un manga rivoluzionario nei ritmi e nella carica trascinante, capace di trasmettere un autentico fuoco espressivo attraverso oltre quattrocento pagine vissute d'un fiato.
In questo segmento emerge tutta la forza precorritrice di Hideko Mizuno, una figura chiaramente capace di anticipare i tempi e alla quale maestre successive del calibro di Moto Hagio, Keiko Takemiya e Riyoko Ikeda devono moltissimo. Laddove gran parte dello shōjo successivo avrebbe talvolta imboccato la strada di forme manieristiche o leziose, il primo volume di Fire! conserva una freschezza genuina e autentica. Questa cifra stilistica si riflette anche nel comparto grafico, straordinariamente distante dall'apparenza vetusta o abbozzata che poteva trasparire dalle tavole digitali. La gestione fisica della pagina anticipa già quelle finezze che sarebbero state canonizzate negli anni '70: dal taglio dinamico delle vignette alle silhouette, fino al gusto impeccabile della linea. Il disegno possiede una presenza tattile e un'organicità materica d'altri tempi, una corporeità e una rotondezza del tratto robusto che si integrano magnificamente con l'eleganza floreale dell'epoca, sancendo l'ingresso monumentale del fumetto in una nuova era espressiva.
La seconda metà dell'opera, fruita a distanza di mesi, ha tuttavia parzialmente ridimensionato l'entusiasmo iniziale, agendo come una parziale negazione della carica rivoluzionaria della Mizuno. Nel secondo volume viene a galla il rovescio della medaglia della madre dello shōjo: l'opera rientra progressivamente nell'alveo degli stilemi più classicistici e parossistici del melodramma d'epoca. L'evoluzione delle relazioni sentimentali scivola verso schemi tragici e parossistici decisamente più convenzionali, accompagnandosi a una visibile involuzione nella scrittura dei personaggi.
Il mutamento più penalizzante riguarda il protagonista maschile, Aaron Browning. Se nella prima parte la narrazione si era concentrata in modo originale sul suo personale percorso di crescita artistico e musicale, nel secondo volume il personaggio viene scolpito quasi esclusivamente attraverso il susseguirsi di dinamiche sentimentali effimere e poco incisive. Aaron sperimenta una mutazione caratteriale problematica, figlia del suo tempo – si vedano gli schiaffi alle ragazze e una generale indifferenza verso le loro sorti –, trasformandosi da giovane dolce e autentico in una figura superficiale e a tratti odiosa. Questa transizione da eroe a figura quasi respingente, sebbene mantenga una sua indubbia originalità strutturale nell'ottica del castigo finale, finisce per spezzare l'empatia del lettore, appiattendo il fascino e il magnetismo che i comprimari esercitavano all'inizio della vicenda.
In conclusione, lo sviluppo e la risoluzione melodrammatica di Fire! impediscono di considerarlo quel capolavoro assoluto e privo di macchie che il folgorante inizio lasciava presagire. Resta l'assoluto valore di una testimonianza storica imprescindibile, che conferma l'importanza di perseverare nel recupero di opere vintage fondamentali. L'auspicio per il futuro del mercato editoriale italiano, pur ringraziando la preziosa scommessa di Toshokan, è che si continui a esplorare lo shōjo classico proponendo opere più mature e cesellate, esempi perfetti in cui le grandi allieve degli anni '70 siano riuscite, infine, a superare la lezione della maestra.