Recensione
Tenui bagliori
10.0/10
Recensione di Sorella_Alberta80
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L’approdo in Italia di Tenui Bagliori (Talk to My Back) rappresenta un autentico colpo editoriale da parte di Einaudi, che seleziona un’opera perfettamente in linea con il proprio DNA: un grande classico contemporaneo di pregio e "sostanza", capace di unire l'impegno intellettuale a una straordinaria godibilità, lontano dalle derive volatili della narrativa più modaiola. Da lettore con gusti a loro modo tradizionali, temevo di trovarmi di fronte a un manga eccessivamente evanescente o indecifrabile; mi sono imbattuto, al contrario, in un capolavoro a fumetti sulla maternità e sull'essere donna in senso lato.
La protagonista, Chiharu, è una figura straordinaria che affronta un intimo percorso di consapevolezza ed emancipazione nel suo stratificato ruolo di casalinga, lavoratrice, moglie e madre. La narrazione procede in modo straordinariamente unitario pur adottando una struttura frammentata: il manga si compone di brevi episodi focalizzati su piccoli grandi temi, quadretti di vita quotidiana tra le mura domestiche, scanditi dal rapporto con il marito, le figlie e il gatto. Questa dimensione episodica e impressionistica va progressivamente a comporre un unico, grande mosaico. La forza dell'opera risiede nel mostrare un'emancipazione ragionata, che non punta a scardinare il nucleo familiare, ma lo trasforma dall'interno, rendendolo più giusto e autentico per tutti, ma soprattutto per se stessa. Emblematica, in tal senso, è la sequenza iniziale in cui la protagonista sperimenta un rarissimo giorno di libertà da sola: l'allontanamento temporaneo dalle figlie e dalle incombenze domestiche le restituisce una libertà mentale che si fa immediatamente corporea, spezzando quella simbiosi fisica ormai interiorizzata con le buste della spesa o le manine delle bimbe.
Dal punto di vista grafico e formale, la cifra stilistica di Yamada Murasaki è strabiliante. Il disegno, pur nella sua delicatezza quasi acquarellosa, rivela un tratto corposo e di grande impatto. La mangaka opera una drastica e consapevole rinuncia agli stilemi dello shōjo classico dell'epoca, rifiutando luccichii oculari o superflue decorazioni floreali attorno ai personaggi. Al loro posto, l'autrice impone una composizione geometrica, bilanciata e rigorosamente lineare della vignetta, più vicina alla tradizione del fumetto alternativo maschile e del gekiga. Questa precisione geometrica dialoga perfettamente con il tono sussurrato, quasi trattenuto, delle situazioni narrate: il pathos non esplode mai in tagli diagonali estremi, ma scorre sotterraneo, modulando con grazia il furore, l'umiliazione e, infine, la riconciliazione con se stessa. Resta sottotraccia, tuttavia, la consapevolezza di una fragilità di fondo: quella libertà mentale appena acquisita è delicata e sottile tanto quanto le linee che la disegnano, esponendo la protagonista al rischio costante di nuove ricadute nella dipendenza affettiva. Un'opera eccezionale che spero spinga l'editore a proseguire il recupero di altre opera manga affini.
La protagonista, Chiharu, è una figura straordinaria che affronta un intimo percorso di consapevolezza ed emancipazione nel suo stratificato ruolo di casalinga, lavoratrice, moglie e madre. La narrazione procede in modo straordinariamente unitario pur adottando una struttura frammentata: il manga si compone di brevi episodi focalizzati su piccoli grandi temi, quadretti di vita quotidiana tra le mura domestiche, scanditi dal rapporto con il marito, le figlie e il gatto. Questa dimensione episodica e impressionistica va progressivamente a comporre un unico, grande mosaico. La forza dell'opera risiede nel mostrare un'emancipazione ragionata, che non punta a scardinare il nucleo familiare, ma lo trasforma dall'interno, rendendolo più giusto e autentico per tutti, ma soprattutto per se stessa. Emblematica, in tal senso, è la sequenza iniziale in cui la protagonista sperimenta un rarissimo giorno di libertà da sola: l'allontanamento temporaneo dalle figlie e dalle incombenze domestiche le restituisce una libertà mentale che si fa immediatamente corporea, spezzando quella simbiosi fisica ormai interiorizzata con le buste della spesa o le manine delle bimbe.
Dal punto di vista grafico e formale, la cifra stilistica di Yamada Murasaki è strabiliante. Il disegno, pur nella sua delicatezza quasi acquarellosa, rivela un tratto corposo e di grande impatto. La mangaka opera una drastica e consapevole rinuncia agli stilemi dello shōjo classico dell'epoca, rifiutando luccichii oculari o superflue decorazioni floreali attorno ai personaggi. Al loro posto, l'autrice impone una composizione geometrica, bilanciata e rigorosamente lineare della vignetta, più vicina alla tradizione del fumetto alternativo maschile e del gekiga. Questa precisione geometrica dialoga perfettamente con il tono sussurrato, quasi trattenuto, delle situazioni narrate: il pathos non esplode mai in tagli diagonali estremi, ma scorre sotterraneo, modulando con grazia il furore, l'umiliazione e, infine, la riconciliazione con se stessa. Resta sottotraccia, tuttavia, la consapevolezza di una fragilità di fondo: quella libertà mentale appena acquisita è delicata e sottile tanto quanto le linee che la disegnano, esponendo la protagonista al rischio costante di nuove ricadute nella dipendenza affettiva. Un'opera eccezionale che spero spinga l'editore a proseguire il recupero di altre opera manga affini.