Recensione
A Family
8.5/10
SPOILER – La recensione contiene anticipazioni importanti sul finale del film.
Un film profondamente triste, malinconico, ma capace di emozionare davvero.
La storia parte da un concetto di famiglia ben preciso: quella gerarchica e distorta della yakuza, nella quale Kenji, rimasto senza un padre, trova un'appartenenza e una figura paterna. È una famiglia che gli dà un'identità, ma che finisce per condizionare e distruggere la sua vita.
Il film è diviso nettamente in due grandi parti, ma il percorso di Kenji attraversa tre momenti fondamentali — 1999, 2005 e 2019 — che ne segnano la progressiva trasformazione.
La prima racconta la formazione di Kenji all'interno della yakuza e il legame quasi filiale con il suo capo; la seconda, dopo un salto temporale di quattordici anni, assume un tono ancora più malinconico ed emotivo. Cambia persino il formato dell'immagine: dal 16:9 della prima parte si passa al più quadrato 4:3. Una scelta curiosa, perché proprio quando Kenji dovrebbe finalmente avere davanti a sé un mondo nuovo e una possibilità di vita diversa, l'immagine si restringe, quasi a rendere visivamente più claustrofobica e solitaria la sua esistenza. È come se il film facesse l’opposto di ciò che ci aspetteremmo: il futuro non viene mostrato attraverso un'immagine più ampia, ma attraverso una cornice più stretta. E per un personaggio che cerca disperatamente di uscire dalla gabbia della sua "famiglia", è una scelta visivamente molto suggestiva.
Dopo quattordici anni di carcere, Kenji si ritrova infatti in un mondo completamente diverso. Non è cambiata soltanto la yakuza: è cambiata la città, sono cambiate le persone e anche il modo in cui viene percepito. Ritrova i suoi "fratelli", il suo capo, ma tutto ciò che conosceva è ormai cambiato e ben presto capisce che anche chi un tempo gli era vicino e lo rispettava ora lo teme. Essere visto accanto a un ex membro della yakuza può compromettere la propria reputazione e la propria vita, e così, uno dopo l'altro, molti finiscono per allontanarsi da lui. Kenji si ritrova ancora una volta solo, proprio quando cerca disperatamente di lasciarsi alle spalle quel mondo.
Ritrova persino Tsubasa, il ragazzino a cui si era affezionato anni prima e che aveva cercato di proteggere: ora è cresciuto ed è diventato parte di quella stessa famiglia criminale da cui Kenji sta cercando di liberarsi.
Kenji vorrebbe finalmente costruire una famiglia vera, normale, con Yuka (la donna con cui ebbe una relazione prima di entrare in carcere) e Aya, la figlia. È il passaggio dall'idea di famiglia che gli ha dato appartenenza a quella che avrebbe davvero voluto costruire. E per un momento sembra quasi riuscire a sfiorare quella vita che, in fondo, aveva sempre desiderato. Ma il passato non gli concede una seconda possibilità. Per lui non sembra esserci davvero una via di fuga.
La parte più dolorosa è proprio questa: Kenji muore solo dopo aver compreso cosa desiderava veramente. Lo capisce, lo assapora appena e poi gli viene strappato via. E che sia un "fratello" della famiglia criminale a ucciderlo rende la conclusione ancora più tragicamente circolare.
La scena finale mi ha colpita molto. In realtà, fin dall'inizio avevo avuto la sensazione che per Kenji non ci sarebbe stata una vera possibilità di salvezza. La sua vita sembrava una continua lotta contro qualcosa di troppo grande e, a un certo punto, avevo persino pensato che potesse arrivare a togliersi la vita. Troppa fatica, troppa sofferenza, troppo poco spazio per una via d'uscita. In qualche modo, la fine mi era sembrata quasi inevitabile.
Alla fine Kenji muore per mano di un "fratello" della sua stessa famiglia criminale, ma la sensazione che mi lascia è paradossalmente quella che avevo già intuito: nel suo volto, davanti alla morte, si legge quasi un senso di sollievo, come se finalmente potesse smettere di lottare. Dopo una vita trascorsa a cercare un posto nel mondo, la morte diventa la fine di ogni sofferenza.
Gō Ayano è straordinario. Regge praticamente l'intero film sulle spalle e riesce a raccontare Kenji anche senza parole, attraverso gli sguardi, le espressioni e persino la postura. Il suo corpo cambia insieme al personaggio, accompagnandone tutte le trasformazioni: dal giovane impulsivo e sfrontato, all'uomo sicuro del proprio ruolo nella yakuza, fino all'uomo svuotato e rassegnato dopo il carcere. Anche il resto del cast non è da meno, ma è lui a rimanere decisamente impresso.
E poi c'è la fotografia, che contribuisce enormemente alle sensazioni che il film trasmette. I toni bluastri, le ambientazioni al crepuscolo, le scene nella luce della tarda sera e quei cieli magnifici e malinconici sembrano riflettere continuamente lo stato d'animo di Kenji. La malinconia non è quindi soltanto nella storia: sembra essere incorporata nelle immagini, nei silenzi e nella luce.
L'ultimissima scena del film l'ho trovata particolarmente significativa: l'incontro tra Tsubasa e Aya è brevissimo, quasi insignificante rispetto alla tragedia appena consumata. Eppure potrebbe essere l'unico vero spiraglio di futuro lasciato dal film. O perlomeno mi piace credere che sia così.
Tsubasa, che abbiamo conosciuto bambino accanto a Kenji e ritroviamo adulto dentro la yakuza, e Aya, la figlia che Kenji aveva appena iniziato a conoscere, mettono finalmente in contatto i due mondi che hanno segnato la sua vita: la famiglia che aveva scelto e quella che avrebbe voluto costruire.
Non sappiamo cosa nascerà da quell'incontro, ma il film lascia volutamente aperta una possibilità.
Ed è forse la cosa più bella: la speranza non viene affidata a Kenji, perché per lui ormai è troppo tardi. Viene affidata alla generazione successiva.
Un film consigliato soprattutto a chi apprezza storie dolorose e personaggi complessi, più che a chi cerca nella yakuza azione e scontri. Perché, al di là del mondo criminale che fa da sfondo, "A Family" non punta tanto sulla malavita quanto sulle persone, sulle loro scelte e sulle conseguenze. È dunque una storia amara, senza una vera possibilità di redenzione per il protagonista, ma proprio per questo capace di lasciare addosso una malinconia che continua anche dopo i titoli di coda.
Un film profondamente triste, malinconico, ma capace di emozionare davvero.
La storia parte da un concetto di famiglia ben preciso: quella gerarchica e distorta della yakuza, nella quale Kenji, rimasto senza un padre, trova un'appartenenza e una figura paterna. È una famiglia che gli dà un'identità, ma che finisce per condizionare e distruggere la sua vita.
Il film è diviso nettamente in due grandi parti, ma il percorso di Kenji attraversa tre momenti fondamentali — 1999, 2005 e 2019 — che ne segnano la progressiva trasformazione.
La prima racconta la formazione di Kenji all'interno della yakuza e il legame quasi filiale con il suo capo; la seconda, dopo un salto temporale di quattordici anni, assume un tono ancora più malinconico ed emotivo. Cambia persino il formato dell'immagine: dal 16:9 della prima parte si passa al più quadrato 4:3. Una scelta curiosa, perché proprio quando Kenji dovrebbe finalmente avere davanti a sé un mondo nuovo e una possibilità di vita diversa, l'immagine si restringe, quasi a rendere visivamente più claustrofobica e solitaria la sua esistenza. È come se il film facesse l’opposto di ciò che ci aspetteremmo: il futuro non viene mostrato attraverso un'immagine più ampia, ma attraverso una cornice più stretta. E per un personaggio che cerca disperatamente di uscire dalla gabbia della sua "famiglia", è una scelta visivamente molto suggestiva.
Dopo quattordici anni di carcere, Kenji si ritrova infatti in un mondo completamente diverso. Non è cambiata soltanto la yakuza: è cambiata la città, sono cambiate le persone e anche il modo in cui viene percepito. Ritrova i suoi "fratelli", il suo capo, ma tutto ciò che conosceva è ormai cambiato e ben presto capisce che anche chi un tempo gli era vicino e lo rispettava ora lo teme. Essere visto accanto a un ex membro della yakuza può compromettere la propria reputazione e la propria vita, e così, uno dopo l'altro, molti finiscono per allontanarsi da lui. Kenji si ritrova ancora una volta solo, proprio quando cerca disperatamente di lasciarsi alle spalle quel mondo.
Ritrova persino Tsubasa, il ragazzino a cui si era affezionato anni prima e che aveva cercato di proteggere: ora è cresciuto ed è diventato parte di quella stessa famiglia criminale da cui Kenji sta cercando di liberarsi.
Kenji vorrebbe finalmente costruire una famiglia vera, normale, con Yuka (la donna con cui ebbe una relazione prima di entrare in carcere) e Aya, la figlia. È il passaggio dall'idea di famiglia che gli ha dato appartenenza a quella che avrebbe davvero voluto costruire. E per un momento sembra quasi riuscire a sfiorare quella vita che, in fondo, aveva sempre desiderato. Ma il passato non gli concede una seconda possibilità. Per lui non sembra esserci davvero una via di fuga.
La parte più dolorosa è proprio questa: Kenji muore solo dopo aver compreso cosa desiderava veramente. Lo capisce, lo assapora appena e poi gli viene strappato via. E che sia un "fratello" della famiglia criminale a ucciderlo rende la conclusione ancora più tragicamente circolare.
La scena finale mi ha colpita molto. In realtà, fin dall'inizio avevo avuto la sensazione che per Kenji non ci sarebbe stata una vera possibilità di salvezza. La sua vita sembrava una continua lotta contro qualcosa di troppo grande e, a un certo punto, avevo persino pensato che potesse arrivare a togliersi la vita. Troppa fatica, troppa sofferenza, troppo poco spazio per una via d'uscita. In qualche modo, la fine mi era sembrata quasi inevitabile.
Alla fine Kenji muore per mano di un "fratello" della sua stessa famiglia criminale, ma la sensazione che mi lascia è paradossalmente quella che avevo già intuito: nel suo volto, davanti alla morte, si legge quasi un senso di sollievo, come se finalmente potesse smettere di lottare. Dopo una vita trascorsa a cercare un posto nel mondo, la morte diventa la fine di ogni sofferenza.
Gō Ayano è straordinario. Regge praticamente l'intero film sulle spalle e riesce a raccontare Kenji anche senza parole, attraverso gli sguardi, le espressioni e persino la postura. Il suo corpo cambia insieme al personaggio, accompagnandone tutte le trasformazioni: dal giovane impulsivo e sfrontato, all'uomo sicuro del proprio ruolo nella yakuza, fino all'uomo svuotato e rassegnato dopo il carcere. Anche il resto del cast non è da meno, ma è lui a rimanere decisamente impresso.
E poi c'è la fotografia, che contribuisce enormemente alle sensazioni che il film trasmette. I toni bluastri, le ambientazioni al crepuscolo, le scene nella luce della tarda sera e quei cieli magnifici e malinconici sembrano riflettere continuamente lo stato d'animo di Kenji. La malinconia non è quindi soltanto nella storia: sembra essere incorporata nelle immagini, nei silenzi e nella luce.
L'ultimissima scena del film l'ho trovata particolarmente significativa: l'incontro tra Tsubasa e Aya è brevissimo, quasi insignificante rispetto alla tragedia appena consumata. Eppure potrebbe essere l'unico vero spiraglio di futuro lasciato dal film. O perlomeno mi piace credere che sia così.
Tsubasa, che abbiamo conosciuto bambino accanto a Kenji e ritroviamo adulto dentro la yakuza, e Aya, la figlia che Kenji aveva appena iniziato a conoscere, mettono finalmente in contatto i due mondi che hanno segnato la sua vita: la famiglia che aveva scelto e quella che avrebbe voluto costruire.
Non sappiamo cosa nascerà da quell'incontro, ma il film lascia volutamente aperta una possibilità.
Ed è forse la cosa più bella: la speranza non viene affidata a Kenji, perché per lui ormai è troppo tardi. Viene affidata alla generazione successiva.
Un film consigliato soprattutto a chi apprezza storie dolorose e personaggi complessi, più che a chi cerca nella yakuza azione e scontri. Perché, al di là del mondo criminale che fa da sfondo, "A Family" non punta tanto sulla malavita quanto sulle persone, sulle loro scelte e sulle conseguenze. È dunque una storia amara, senza una vera possibilità di redenzione per il protagonista, ma proprio per questo capace di lasciare addosso una malinconia che continua anche dopo i titoli di coda.