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ALUCARD80

Episodi visti: 1/1 --- Voto 6,5
“Fireworks”
“Se”.
Se ci fossimo incontrati prima.
Se soltanto le cose fossero andate diversamente.
Se ci fossimo decisi in tempo.
Se non avessi, se potessi, se lui, se lei.
Nell’immaginario lessicale, la parola “se” indica spesso rimpianto, talvolta un rimorso, quasi sempre rammarico, di tanto in tanto semplici riflessioni riguardo eventuali passati anteriori.
Con un avvio fra il misterioso e una misticità quasi ovattata, l’immediato impatto con gli splendidi disegni dello Studio Shaft ci sembra suggerire, tramite animazioni luminose, scorci sfavillanti e sovente iridescenti, un viaggio al limite dell’extrasensoriale, che però si concluderà con inaspettata e deludente incompletezza.

Camuffata da classica vicenda a sfondo scolastico ecco che scopriamo, fra riverberi cristallini, spiagge e giornate soleggiate, una cittadina moderna, dinamica, luminosa, dallo skyline amalgamato alla natura che, distante, indirettamente la possiede. Qui vive Norimichi, un adolescente che in compagnia degli amici di sempre si sta preparando per il periodo estivo, alle prese con gli istinti, i sentimenti e le emozioni di quella giovane età piena di vigore e desideri. Personaggio fin troppo banale e imbranato come ne abbiamo visti a centinaia, sembra essersi invaghito di una sua compagna di classe, la giovane, bella e distante Nazuna, ovvero il vero traino di tutto il film: un’intrigante sagoma, figura dagli sguardi magnetici, intensi, lunghi e profondissimi, senza dubbio il character più riuscito, innocentemente malizioso e di una fragranza irresistibile. Tutto il resto fa da sfondo: compagni di classe poco tratteggiati, l’appropinquarsi di lunghe giornate estive, il mare, le strade bianche e accecanti, il grido dei gabbiani, un caleidoscopio di riverberi in chiaroscuro.

I fuochi d’artificio, quindi, vanno visti di lato o da sotto? Questo sembrerebbe il leitmotiv del lungometraggio, un mantra infantile ripetuto più e più volte, una diatriba che pare non risolversi fin quando il nostro gruppetto di giovanotti non decide di recarsi in cima al faro del paese per godersi lo spettacolo pirotecnico e scoprire ivi l’arcano.
Pian piano che la storia si districa, cominciamo a renderci conto di assistere a un’opera davvero preziosa, almeno a livello artistico. Oltre alle già citate animazioni, abbiamo la fortuna di osservare un ottimo uso della CG, amalgamato in maniera sapiente e mai discordante; la scelta dei colori, l’uso delle ombre in contrasto alla forte luce estiva, la scelta delle inquadrature e delle prospettive cinematografiche rafforzano la qualità generale già altissima.
I fuochi d’artificio, paiono, sia dal titolo sia dalla tendenza di alcuni dialoghi, il perno su cui verte l’intera trama. Ma i temi portanti, inaspettatamente, sono altri due: in primis l’acqua, onnipresente, dalla lunga scena alla piscina della scuola da dove la storia comincia a prendere forma, e in secondo luogo, ben più complicato, l’astrattismo delle molteplici scelte che possono influenzare il futuro del medesimo individuo, se si considerano eventuali universi paralleli, dov’egli, a fronte dei soliti eventi, prende decisioni sempre differenti.
Il caos dietro l’angolo: un falso “Steins;Gate 2.0” neanche lontanamente ricalcato.
A fronte di questa dualità molto complessa, l’anime prende una piega più che sorprendente. I cieli azzurri, gli sguardi infatuati, i banchi di scuola e i costumi bagnati non hanno più lo stesso risalto iniziale, una volta che nella mente dello spettatore comincia a farsi strada la fragile visione di un evolversi incerto e per nulla chiaro, totalmente confusionario.
Si gioca, con l’acqua; di mare, della piscina, dei rubinetti e delle fontane, si gira intorno ad essa, soprattutto nella prima metà. Si percepiscono sensazioni note di una gioventù generica che tutti più o meno abbiamo conosciuto, e grazie a una regia elegante viviamo ricami e scorci di storia quotidiana, talvolta piacevoli, talvolta duri e controversi, molto realistici. Imbarazzi, battute ironiche, scenate, attimi didattici e una realistica introspezione (solo) dei protagonisti rendono la prima parte di “Fireworks” qualcosa di davvero stupendo.
Quando quel poco di drammaticità prende improvvisamente il sopravvento, lo fa in maniera eccelsa, tanto da raggiungere lo spettatore in pieno viso come uno schiaffo inaspettato. I pochi silenzi della colonna sonora dicono ben più di tante parole, ma, anche quando le note affiorano, sono piacevoli, gentili, come la dolce risacca di una serena giornata in riva al mare.

I dialoghi non sono mai chiarissimi e forse ciò aumenta l’interesse, rendendo il tutto ancor più intrigante. Nessuna traccia rivelatoria a far da guida: i contenuti che gli autori desiderano condividere rimangono avvolti nel mistero, ed è necessario arrivarci tramite ragionamenti indiretti o frasi spezzate, sospese, criptiche.
Man mano che ci si addentra nel vivo della storia - e la parte quasi sovrannaturale e fantastica della vicenda prende piede -, le cose si complicano, mutando in qualcosa di davvero incomprensibile.
Il continuo girare intorno ai “se” e alle indecisioni dei protagonisti non sono altro che la cruda metafora dei rimpianti che ognuno di noi ha provato nel corso della propria vita. Ecco che “Fireworks” muta rapido in un manifesto che ruggisce forte contro ogni genere di rammarico, tentando (non sufficientemente) di scuotere lo spettatore e ricordargli l’impossibilità di poter tornare indietro nel tempo per cambiare le scelte passate, avendo come unica, realistica, opzione il coraggio di prendere decisioni importanti nel caso dovessero presentarsi tali opportunità: letto in questa chiave, un comportamento del genere risulta più un atto di rispetto verso noi stessi, che un impeto di semplice incoscienza.
Le cosiddette “sliding doors” si aprono e si chiudono più volte man mano che la vicenda si avvia alla conclusione, sempre più criptica e misteriosa. Si rimane storditi, s’aguzza sia la vista che la mente per decifrare i messaggi che giungono confusi e rarefatti uno dopo l’altro, ma la confusione non svanisce, anzi, s’accentua: Norimichi e Nazuna affrontano il destino che loro stessi si sono creati, inconsapevoli e al tempo stesso unici fautori del proprio futuro, e cresce l’aspettativa per una conclusione che si spera scoppiettante proprio come quei fuochi d’artificio magnificamente illustrati, su cui s’è scherzato molto. Forze misteriose e universalmente soverchianti, tanto metaforiche quanto subliminali entrano in gioco, manovrando il destino solo apparentemente, e nonostante le scene romantiche a lungo attese siano di una dolcezza e di una preziosità davvero uniche, quando giungono i titoli di coda si è costretti a fare i conti con un senso di desolante insoddisfazione: discostando ogni elemento positivo (e ve ne sono tanti!), l’epilogo assume le fattezze di una manovra che ricorda le peggiori intuizioni di Hideaki Anno e gli errori di gioventù del grande Makoto Shinkai, unendo numerosi fattori di grande rilevanza in un’alchimia che dà esiti di sconcertante incompletezza.
Il tempo per poter sciogliere ogni punto di domanda c’è eccome, ma viene impiegato per lunghi momenti, difficili da interpretare, a quel punto inutilmente criptici, tanto da sollevare legittimi dubbi sulle reali intenzioni degli autori.

È negli ultimissimi istanti che s’intuiscono alcune possibilità date ai due giovani protagonisti, ma il tutto si perde sotto un cielo stellato troppo distante e irreale, con la fastidiosa sensazione d’aver perso l’opportunità di lasciare ai posteri un solido, galvanizzante messaggio positivo, che riesce solo per metà.
Un vero peccato, se si considera il potenziale di cui “Fireworks” poteva disporre e delle numerose opzioni su cui poteva contare soprattutto a livello di trama.

Risultato: la parvenza di un capolavoro incrinato verso metà, e infine rovinato da un finale che fa semplicemente storcere il naso. Che peccato!


 5
AnthonySoma-sensei

Episodi visti: 1/1 --- Voto 7
La teoria dell' "Homo faber" è nata nell'Antica Roma grazie al pensiero dello storico e politico latino Gaio Sallustio, il quale, all'interno delle sue "Epistulae ad Caesarem senem de re pubblica", utilizza l'espressione "faber est suae quisque fortunae", per descrivere il console romano Appio Claudio Cieco. Tale teoria è stata poi sviluppata durante il periodo rinascimentale attraverso la rivalutazione della figura dell'uomo, considerandolo intelligente, capace di utilizzare al meglio ciò che la natura gli offre, ed essere dunque artefice del proprio destino.
In effetti, la considerazione dell'uomo come artefice del proprio destino è la chiave di volta per l'interpretazione del prodotto di animazione "Uchiage Hanabi, Shita kara Miru ka? Yoko kara Miru ka?": prendere delle decisioni nel corso della nostra esistenza potrebbe avere degli effetti e delle conseguenze non solo su noi stessi, ma anche su chi ci circonda.

Il protagonista, Norimichi, ha avuto molteplici volte la possibilità di tornare indietro, attraverso quell'alone magico che caratterizza il film, per modificare il corso degli eventi e cercare in tutti i modi di migliorare la precaria condizione nella quale si trova la sua compagna di classe Nazuna. Nella realtà, invece, l'essere umano deve fare i conti con delle vicende che non può manipolare o modificare a suo piacimento, ecco perché diventano fondamentali le scelte che perseguiamo nel momento in cui si pongono dinanzi a noi. In altri termini, l'autore si è focalizzato principalmente sull'importanza dei processi di decision making e su quanto siano rilevanti abilità come la riflessione e la razionalità in tali processi. Tuttavia, si tratta di una triste e cruda contraddizione, in quanto l'essere umano stesso si trova nella maggior parte dei casi in situazioni imprevedibili e sulle quali non può riflettere all'istante, di conseguenza subentrano forze innate come l'impulsività e l'irrazionalità che alterano in maniera decisamente negativa i nostri modi di agire e pensare. Il lungometraggio stesso ne è una triste prova, in quanto Norimichi è dovuto tornare indietro nel tempo svariate volte prima che le cose potessero andare per il verso giusto, e ogni possibile realtà alternativa è caratterizzata dai personaggi che provano stati emotivi completamente diversi a seconda dei casi e della rilevanza che assumono all'interno della storia.

Sulla narrazione non ci sono molte cose da dire... è incentrata fondamentalmente sulla questione di Nazuna: la ragazza non vuole abbandonare la propria scuola a causa dell'ennesimo matrimonio in cui è coinvolta la madre. Il destino oramai segnato di Nazuna viene modificato molteplici volte da Norimichi e dai suoi costanti viaggi nel tempo. Al di fuori di questo singolo evento è difficile riferirsi a qualcos'altro, se non a un particolare dilemma che viene proposto decine e decine di volte durante il lungometraggio: i fuochi d'artificio sono piatti o rotondi? Inizialmente ritenevo potesse nascondersi una specifica simbologia dietro questo particolare evento, ma, dopo alcune ricerche andate a vuoto sul web, una possibile interpretazione potrebbe essere quella di un dualismo tra realtà e soprannaturale che si alternano continuamente nel corso della storia.

Lo Studio Shaft è una garanzia quando si parla di comparto grafico, riuscendo attraverso delle interessanti inquadrature ad esaltare anche gli aspetti più banali o meno interessanti di uno sfondo o di una sceneggiatura. Mentre guardavo il film mi è venuto subito da pensare a "Bakemonogatari", quando venivano proiettate particolari inquadrature e oggetti. Delle OST e del doppiaggio non ci si può affatto lamentare.

Complessivamente, "Fireworks" (titolo abbreviato) è un buon prodotto che si concentra solo ed esclusivamente sulla trasmissione di un unico messaggio. Il lungometraggio non si sofferma a dovere sulla trama, per non parlare poi della quasi assenza della caratterizzazione narrativa e psicologica dei vari protagonisti, di cui non sappiamo veramente nulla. Molto è stato lasciato alla libera interpretazione da parte dello spettatore e il finale ne rappresenta un chiaro esempio, troppi sono i punti interrogativi lasciati senza una minima spiegazione.
Dunque, se siete amanti del mistero e vi interessa dare una personale interpretazione a quasi tutto quello che vedete, questo lungometraggio fa proprio al caso vostro!
Il mio voto finale è 7.

Ryo_Saeba

 1
Ryo_Saeba

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9,5
Tecnicamente è disegnato molto bene: disegni abbastanza particolari, un leggero uso della CGI per alcuni disegni e animazioni, che però non è troppo invasiva, colori stupendi grazie invece all'uso del PC, che permette cose impensabili fino a solo quindici anni fa. Le animazioni normali sono belle, molto belle e fluide, alcune realizzate in modo davvero importante, come solo in un lungometraggio si può fare. La scenografia è anche quella al di fuori dei soliti schemi, con inquadrature strane, a cui lo spettatore in genere non è abituato, e voci che ricalcano alla perfezione le caratteristiche dei personaggi.

Per farla breve, la storia racconta di un gruppo di compagni di scuola circa sedicenni fra cui spiccano Norimichi, Azumi (due amici) e Nazuna... ed ecco servito il triangolo. Infatti ad entrambi piace Nazuna, ma lei sta attraversando un periodo difficile, infatti a breve dovrà trasferirsi per seguire la madre che si risposa. Ma anche lei ha dei sentimenti che la porteranno a decidere di voler fare un kakeochi (fuga d'amore). Ma le cose non vanno per il verso giusto. Come risolverle? Tornando indietro nel tempo e aggiustando le cose che non vanno di volta in volta. Ok, non è la parte più originale del film, ma chi se ne frega, il bello sta tutto nello svolgersi della trama, nella magia che ne scaturisce, nella poesia, fino al finale.
I fuochi di artificio sono piatti o sono sferici?


 2
Dark Verdict

Episodi visti: 1/1 --- Voto 7
"Uchiage Hanabi" (in inglese "Fireworks, Should We See It from the Side or the Bottom?") è un film discreto, dove la storia è di quelle sempre interessanti, basata sul 'cosa succederebbe se' e quel pizzico di magia che permea la vita reale: questo continuo danzare sull'incertezza e sullo scappare dalle situazioni e dalle cose è il filo conduttore del film.
I personaggi sono molti, ma purtroppo sono quasi sacrificati all'altare dei due personaggi principali, con anche il protagonista maschile quasi messo in secondo piano rispetto a quello femminile.
Le musiche sono ottime, seppur si poteva osare di più come intensità.
Sfondi e animazioni passano dal fantastico in certi punti al terribile in certe cadute di stile qua e là sull'uso della computer graphic.

Voto: 7/10

L'animazione, i colori e gli sfondi sono da 8, che è una media tra il 10 di certi momenti e il 4 di altri. Le cadute di stile e il cattivo utilizzo della CG si fanno notare tanto anche a un occhio inesperto, soprattutto in mezzo a scene e colori davvero splendidi.

La musica è da 7, perché, se alcune tracce (come quella del trailer, ma anche altre) sono davvero belle, si poteva e si doveva osare di più anche fuori dai momenti clou.

I personaggi sono da 5. Dove la protagonista femminile, Nazuna, è l'unica che ha una vera identità dall'inizio alla fine del film, tutti gli altri sono poco meno che comparse. Persino Norimichi, il protagonista maschile, ha davvero poco impatto. È piatto, c'è poco da girarci attorno. Non ti fa venire voglia di empatizzare con lui, sia durante i momenti clou che fuori. Un peccato.

La storia è da 7. Sarebbe molto di più, ma tutto il film - soprattutto nella seconda metà - sembra correre troppo, ed è un vero peccato. L'elemento magico del film è quasi bistrattato, ma la vera cosa che fa muovere il film ("cosa succederebbe se cambiassi questa scelta") è ancora molto interessante e ti fa venire curiosità. Il tema del correre via da tutto e tutti (soprattutto da sé stessi), continuamente presente nel film, è tuttavia un buon collante della storia e ti lascia ben sperare.

Alla fine per me è un film da 7. Mi ha illuminato gli occhi in certe sequenze, ma non mi ha coinvolto a livello emotivo come avrebbe potuto.