Il cinema di Satoshi Kon è noto per aver dato vita a capolavori senza tempo, riconosciuti da artisti e artiste di tutto il mondo. Ci sono vari motivi per cui le sue opere (siano film, cortometraggi o i suoi contributi da scrittore nel mondo dell'animazione) sono acclamate e hanno lasciato un segno profondo. In vista dell'uscita imminente di Millennium Actress per la prima volta al cinema restaurato in 4K dall'11 al 13 maggio grazie ad Anime Factory (per il quale le prevendite sono già aperte), ripercorriamo i punti nevralgici della sua poetica presenti nel film.
Per parlare della poetica di Kon e dei temi a lui cari, dobbiamo per forza considerare la sua opera omnia e fare un salto indietro nel tempo. Una prima esplorazione dei temi che lo accompagneranno lungo il suo percorso artistico la troviamo in Memories, innanzitutto: l'opera antologica in cui Kon inserisce un suo lavoro intitolato Magnetic Rose, che anticipa quelli che diventeranno due dei nodi ricorrenti nella sua filmografia, ovvero lo sfumarsi dei confini della realtà e il tema del doppio. Questi argomenti ritornano immediatamente nell'opera successiva, ovvero Perfect Blue, storia di una idol che confonde la propria identità con la performance. Il modo viscerale in cui Kon rappresenta la schizofrenia derivata dalla moltiplicazione (e dalla successiva perdita) delle identità non permette più allo spettatore di distinguere le diverse realtà. E Perfect Blue non sarà il solo a permettere a Kon di ragionare su questi nodi concettuali, anzi, la sua diverrà una vera e propria ossessione narrativa.
Da Magnetic Rose, in cui le allucinazioni si mescolano alle azioni, alle molteplici identità della protagonista di Perfect Blue, fino a Paprika, in cui realtà e sogno si fondono, questi discorsi legano tutti i suoi film senza che lo spettatore abbia alcuna necessità di capire cosa separi la realtà dalla finzione, la protagonista e le sue "altre" identità.

Un noto documentario sull'autore girato da Pascal-Alex Vincent, porta proprio il titolo The Illusionist, perché Satoshi Kon era un cineasta estremamente consapevole delle potenzialità del mezzo filmico e le ha utilizzate per "stregare" i suoi spettatori. Infatti è l'abilità del cinema di creare universi paralleli, esperienze alternative, molteplici versioni di sé è il cuore pulsante di tutti i suoi film. Il gioco di realtà nei film di Kon è estremamente sottile: ad una prima osservazione sembrerebbe che i piani di realtà che si intersecano siano essenzialmente due: la realtà del quotidiano, ovvero quella in cui vivono i personaggi nella loro vita di tutti i giorni, e quella surreale, alternativa: il sogno in Paprika, la dissonanza marginale in Tokyo Godfathers, lo spazio della performance e delle aspettative in Perfect Blue, il delirio paranoico nella serie Paranoia Agent. A questi va però aggiunta una terza realtà: quella del cinema, che di per sé crea un universo alternativo in cui gli spettatori possono immergersi, aggiungendo un utleriore terzo livello, con il quale Kon sa giocare con sapienza, lasciando che lo spettatore si perda al suo interno. È un illusionista, in effetti: non mira mai a dare una risposta alla domanda su quale sia la realtà "vera", lascia semplicemente che lo spettatore smetta di chiederselo e si goda l'esperienza dello stare in sala.
Millennium Actress, è il film che dimostra con maggiore evidenza come Kon sia estremamente consapevole delle potenzialità del cinema e si sia lasciato alle spalle il sentimento di inferiorità legato all'animazione, solitamente reputata meno importante del live-action. Kon dimostra in prima persona, con le sue opere, quanto sia possibile giocare con la capacità del cartone animato di raccontare storie per mettere in scena il miracolo dell'illusione.

Proprio su questo gioca Millennium Actress. Abbiamo così la storia di un'attrice, Chiyoko, che racconta la propria vita e il vissuto del suo paese attraverso le immagini del cinema e dei media. La storia del Giappone, che fa da sfondo al film acquisendo per la prima volta nella filmografia dell'autore un ruolo rilevante, racconta anche la labilità della memoria: il Giappone narrato non è quello storicamente documentato, ma ci appare come tale perché, nel momento in cui ci sediamo davanti a uno schermo e siamo pronti a vedere un film, firmiamo un patto con il regista. Ci diciamo "accetto ciò che mi racconterai", senza troppi se e senza troppi ma. Si chiama sospensione dell'incredulità, e pochi registi come Kon sanno sfruttarla con tale maestria. Abbiamo dunque una memoria che si mescola con la finzione e che si sovrappone alla realtà (o perlomeno a quella che lo spettatore azzarda a considerare tale). Seguiamo Chiyoko nella sua giovinezza, maturità e vecchiaia attraverso i film in cui ha recitato e attraverso la storia del suo paese. Tutto questo però, noi lo vediamo con gli occhi di una cinepresa visto che il pretesto narrativo è quello di un docufilm.

Il cinema in Millennium Actress è centrale come sintesi di ciò che l'occhio può fare: distinguere la realtà dalla fantasia, esserne confuso, o scegliere di lasciarsi trasportare dal sogno delle immagini in movimento. Animazione o live action, qualunque sia il medium, è quell'esperienza che Kon cerca di replicare con successo. In Millennium Actress, il metodo cinematografico è l'ossatura su cui cammina la trama, e non il contrario.
La telecamera del documentarista è l'occhio attraverso cui vediamo snodarsi le esperienze dell'attrice, e proprio in questo dispositivo di visione ritroviamo un collegamento con le altre opere di Kon. Il tema del voyeurismo ritorna ciclicamente: in Perfect Blue è opprimente, violento e disgustoso; in Tokyo Godfathers acquisisce un taglio intimo e familiare; in Paprika, il pretesto scientifico di entrare nei sogni altrui diventa un atto politico, oltre che personale. Millennium Actress prende invece quello che potrebbe trasformarsi in un voyeurismo morboso (quello di un fan per la sua attrice preferita) e lo declina in chiave positiva. Riprende il discorso di Perfect Blue ma ne cambia il punto di vista: l'atto voyeuristico della telecamera è biografico, quasi etnografico, un viaggio nella memoria della persona, nei suoi sogni, come nei sogni di un intero paese. Sogni e aspirazioni che sono ovviamente parziali, modellati dalla cultura e dalle convinzioni, eppure presenti, capaci di elevare l'attrice a simbolo dell'intera popolazione del dopoguerra che vuole emanciparsi. Dunque è una donna caparbia e sognatrice a raccontarci la storia, quella storia che si trasforma, diventa finzione, prende una piega personale e culturale, seguendo le aspirazioni della persona e del popolo a cui essa appartiene.

Questo dualismo è ricorrente nel cinema di Kon, spesso percorso dal tema del doppio: il doppelgänger in Magnetic Rose, le molteplici personalità della idol in Perfect Blue, gli equivoci di Tokyo Godfathers, l'avatar onirico in Paprika. Millennium Actress spinge ulteriormente questo discorso sul piano cinematografico, poiché gli spettatori non sono più in grado di distinguere la storia biografica dell'artista dai ruoli che ha interpretato. Fa tutto parte della commistione di piani di realtà tipica di Kon, per raccontare un punto di vista non certo, irreale ma realistico, emotivo e forse non davvero biografico. La pretesa della protagonista di ritrovare il suo amore è, in fin dei conti, soltanto una pretesa: un personaggio che non troverà mai una scusa per fuggire all'incertezza data dalla confusione tra cinema, memoria e storia. Un viaggio verso un futuro indeterminato, fondato su un passato edulcorato, emotivo, personale e corale allo stesso tempo.
Millennium Actress, per la prima volta nei cinema italiani solo dall’11 al 13 maggio con Anime Factory in versione restaurata in 4K, è dunque un racconto che lega i temi cari al regista e lascia un messaggio potente: quello della caparbietà e della resilienza, di una donna che cerca un uomo, di un paese che va avanti. Un paese giovane e antico insieme, fragile ma convinto; perché Chiyoko è, nei fatti, il "doppio" dell'intero Giappone: quell'anima anticonformista che vuole scrivere da sé la propria storia.
Fonti consultate:
Satoshi Kon- Il cinema visionario di uno dei più eccentrici protagonisti dell'animazione giapponese, curato da Andrea Fontana.
Teaching Modern Japanese History with Animation: Satoshi Kon’s Millenium Actress di Melek Ortabasi.
Millennium Actress, review su Slant Magazine
Midnight Eye Interview: Satoshi Kon
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